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tipologia: Analitici; Id: 1464877


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo Arnaldo Pizzorusso, Lahontan e gli argomenti del selvaggio
Responsabilità
Pizzorusso, Arnaldo+++   autore+++   
Area della rappresentazione (voci citate di personaggi,luoghi,fonti,epoche e fatti storici,correnti di pensiero,extra)
Nome da authority file (CPF e personaggi)
Lahontan, Louis Armand+++   Titolo:oggetto+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
QtlaFti
331b1iot.
SAGGI E STUDI
LAHONTAN E GLI ARGOMENTI DEL SELVAGGIO
Ne signare quidem aut partiri limite campum I Fas erat... (Virgilio)
L'importanza degli scritti di Lahontan, nel loro duplice aspetto di documento e di costruzione ideologica, non è da scoprire. Dirò anzitutto che tale importanza non mi sembra direttamente condizionata dalla celebre categoria storiografica, oggi contestata 1: il mito del buon selvaggio. Ma che si dica mito o tema o fenomeno di opinione (Mauzi), il buon selvaggio è da un lato proiezione, dall'altro strumento; comporta un elemento fantasmatico e un elemento ideologico; la sua interpretazione implica problemi storici ed etnologici che appaiono sullo sfondo di ogni analisi. E un fatto che l'europeo del Sei-Settecento, quali che fossero le sue reali motivazioni, ha provato un'intensa curiosità per un uomo (il selvaggio) remoto e dissimile: per quest'uomo o per le immagini che potevano offrirne relazioni e testimonianze. Gli scritti di Lahontan ci inducono a qualche osservazione sul modo in cui tali immagini potevano essere concepite e presentate come accessibili e suggestive.
1. Lahontan è un testimone diretto, un attore. Si riferisce piú volte alla sua esperienza personale, alla sua vita e ai suoi rapporti con i selvaggi: « Si je n'avois pas entendu la langue des Sauvages, j'aurois pu croire tout ce qu'on a écrit à leur égard, mais depuis que j'ai raisonné avec ces Peuples [ ... ] » 2. Dichiara di conoscere non solo la loro lingua, ma anche i loro costumi e quello che chiama le génie des Sauvages. Avverte però di aver dovuto prendere, nei confronti della sua materia, qualche precauzione di
1 Cfr. in particolare G. GLrozzr, Adamo e il Nuovo Mondo, Firenze, 1977, Introduzione e passim.
2 Rimando a LAHONTAN, Dialogues curieux entre l'auteur et un sauvage de bon sens qui a voyagé et Mémoires de l'Amérique Septentrionale, ed. G. Chinard, Baltimore etc., 1931, p. 92. Questa edizione sarà citata con la semplice indicazione della pagina, preceduta dalle abbreviazioni DL (= Dialogues) o MM (= Mémoires).
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tipo espositivo: « Le Lecteur est prié de ne pas trouver mauvais que les pensées des Sauvages soient habillées à l'Européane » (MM, 81).
Non entrerò in merito alle determinazioni soggettive di Lahontan, che in parte si possono desumere dal testo. Egli dà il suo nome a uno dei due interlocutori dei Dialogues, che però, lungi dall'esprimere le opinioni dell'autore, esprime opinioni pressoché contrarie. Difensore d'ufficio della società francese, il Lahontan dialogante giudica la morale e i costumi dei selvaggi in base a criteri convenzionali ed inconsistenti, che pretende di imporre come assoluti. Espone tesi dogmatiche, accusando il suo interlocutore, il selvaggio Adario, di non andar oltre « l'apparenza delle cose » (DL, 191): agli occhi del lettore, tuttavia, tale apparenza si configura per lo più come semplice evidenza. Pur dichiarandosi in possesso di « ragioni solide » (DL, 170), il Lahontan dialogante ritiene che Adario sia incapace di intenderle. Sembra non aver dubbi sulla sua superiorità di uomo civilizzato; quando si trova a corto di argomenti, non si discosta dalla sua abituale sufficienza: « Il y auroit tant de choses à raconter sur cette question qu'il me faudroit quinze jours pour te les expliquer » (DL, 179).
Non che il dialogante non riconosca (e non ammiri) certe qualità dei selvaggi, collettive o individuali; ma mostra di pensare che tali qualità, per essere realmente e pienamente positive, dovrebbero esercitarsi nel quadro del suo sistema. Ciò significa che, secondo lui, i valori dei selvaggi, se di valori si tratta, non sono autonomi: cosí, mentre non può « stancarsi di ammirare l'innocenza di tutti i popoli selvaggi » (DL, 174), continua a credere ch'essi debbano essere istruiti e catechizzati. Inutile dire che siffatti interventi producono presso i lettori un effetto di persuasione contrario alla loro formulazione letterale. Se il Lahontan dialogante dice ad Adario: « [ ... ] la portée de ton esprit ne s'étend pas d'un pouce au dessus de la superficie de la Terre » (DL, 168), i lettori saranno indotti a protestare contro questo giudizio sprezzante, vi saranno anzi costretti da un qualsiasi confronto con le argomentazioni del selvaggio.
Come infatti Adario, che è dotato (anche il suo interlocutore più volte lo riconosce) di un'intelligenza viva e penetrante, potrebbe essere incapace di comprendere ragionamenti tutt'altro che peregrini? Si tratta in realtà di un procedimento, nel quale i lettori del Settecento, come hanno mostrato le ricerche di Maurice Roelens 3, videro quasi concordemente un espediente a cui ricorse l'autore per esprimere il suo proprio pensiero. Come scrisse Jacob
Cfr. M. RoELENs, Lahontan dans l"Encyclopédie' et ses suites, in J. PRousT (et al.), Recherches nouvelles sur quelques écrivains des lumières, Genève, 1972, pp. 163 ss. (questo studio presenta ed analizza interessanti testimonianze sul destino postumo di Lahontan).
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Brucker, semper enim succumbit Hontanus, triumphat Adario. E come trionfa? In primo luogo, egli si mostra sempre o quasi sempre insoddisfatto delle risposte o delle spiegazioni che riceve: « C'est quelque chose d'étrange que depuis que nous parlons ensemble, tu ne me répondes que superficiellement sur toutes les objections que je t'ay fait; je voi que tu cherches des détours, et que tu t'éloignes toujours du sujet de mes questions » (DL, 179). Non si appaga né del ricorso all'autorità né della soggettività dell'opinione, ma richiede — naturalmente seguito, nella sua dianoia, dal lettore — prove e dimostrazioni. Le sue obiezioni non nascono dal pregiudizio, ma da tutta una serie di osservazioni e di ragionamenti coerenti. Adario ha confrontato la diversità dei costumi e quindi diverse immagini dell'uomo. Non è, in quanto selvaggio, mero oggetto della curiosità o delle ricerche dell'uomo civile... Si può dire anzi che tale rapporto sia come invertito: « [ ... ] je te parle sans passion, plus je réfléchis à la vie des Européans et moins je trouve de bonheur et de sagesse parmi eux. Il y a six ans que je ne fais que penser à leur état » (DL, 199). Il suo pensiero e le sue tesi sono, agli occhi del lettore, le tesi stesse del buon senso.
2. Nella tradizione secolare delle concezioni e dei miti relativi alla bontà e alla felicità naturale, quale sarà l'apporto di un singolo autore? Un apporto limitato, certo, nella prospettiva della storia delle idee. Ma si offrono a Lahontan, come a non pochi viaggiatori prima di lui, elementi o frammenti di realtà che sembrano confermare la tradizione ideale. Esistono luoghi dove la felicità primitiva è ancora in atto. Esistono uomini che trovano la piú completa soddisfazione nella sorte e nei beni offerti dalla natura. Secondo il detto di Alain de Lille: Exiguum natura desiderat, opinio immensum 4. Ora il concetto di natura, pur nella molteplicità delle sue accezioni 5, implica il riferimento a una condizione dell'uomo conforme (o ritenuta conforme) alla sua essenza.
Non credo che si possa indicare nell'opera di Lahontan un'analisi e una distinzione teorica delle forme o degli attributi propri della condizione naturale. Vi si ritrova tuttavia, per dirla con Lovejoy e Boas (Primitivism,
p. 112), un'antitesi basilare fra la cOonç e il vóµos, e quindi l'idea che la cpúaLs possa permanere incorrotta solo nell'ambito di una società primitiva.
4 Summa de arte praedicatoria, cit. da G. BOAS, Vox Populi: Essays in the History of an Idea, Baltimore, 1969, p. 58.
5 Vedi in proposito A. O. LOVEJOY e G. BOAS, Primitivism and Related Ideas in Antiquity, New York, 1965, pp. 12 ss. Cfr. anche B. TOCANNE, L'Idée de nature en France dans la seconde moitié du XVIIe siècle, Paris, 1978; J. EHRARD, L'Idée de nature en France dans la première moitié du XVIIIe siècle, Paris, 1963.
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I fatti attinti all'esperienza, i costumi dei selvaggi canadesi e la loro descrizione da parte di Adario, offrono molteplici illustrazioni di questa idea 6. Una vita naturale presuppone una società senza leggi: « Ha! vive les Hurons qui sans Loix, sans prisons, et sans tortures, passent la vie dans la douceur, dans la tranquillité, et jouissent d'un bonheur inconnu aux François » (DL, 187-188). Dove non esistono leggi umane esistono però le leggi dell'istinto, che dettano atti e comportamenti indipendenti dalla prescrizione o dalla riflessione. L'istinto in quanto tale non può essere adulterato; mentre non vi è norma contraria all'istinto che sia, di fatto, osservata senza giustificabili cedimenti.
Furetière definiva i selvaggi « des hommes errans, qui sont sans habitations réglées, sans Religion, sans Loix, et sans Police ». Ma, nella misura in cui si mostrano consapevoli del pregio e del significato della loro condizione, i selvaggi divengono filosofi, Philosophes nuds, secondo l'espressione di Lahontan (MM, 76). Al termine è attribuita una connotazione positiva: verrà un giorno, dichiara Adario, in cui chiamerete selvaggi « tous les François qui seront assez sages pour suivre exactement les véritables règles de la justice et de la raison » (DL, 231). L'autore rivendica del resto apertamente, e non solo per bocca di Adario, la sua opzione: chi vede in lui un apologista dei selvaggi e (quindi) uno di loro, gli fa, senza saperlo, un grande onore (MM, 81).
Come è stato osservato', i viaggiatori del Seicento non si sono limitati a riesporre l'antica teoria della bontà naturale e primitiva, ma hanno cercato di suffragare la teoria con fatti e testimonianze. Tuttavia la tesi di fondo rimane l'idea o il presupposto che, per consenso universale, il male sia contro natura. Cosí Adario: « Y a-t-il un seul homme au monde qui ne conoisse, que le mal est contre nature, et qu'il n'a pas été créé pour le faire? » (DL, 210). Le osservazioni degli Europei sulla bontà dei selvaggi recano la conferma di questo principio. Tale è, per Adario, la definizione dell'uomo: « J'appelle un homme celui qui a un penchant naturel à faire le bien et qui ne songe jamais à faire du mal » (DL, 184).
•6 Ciò implica naturalmente il problema del valore etnografico dei Dialogues e degli scritti di Lahontan in generale. Nella sua introduzione a una recente edizione dei Dialogues (Paris, 1973, pp. 42 ss.), M. Roelens ha compiuto un primo e sommario esame di questo problema, concludendo che Adario (nella realtà: Kondiarok) non deve essere considerato un prestanome o una semplice comparsa. Sebbene siamo qui nel campo delle ipotesi, può sembrare significativo il fatto che l'interlocutore di Lahontan sia stato, nella realtà, un capo indiano ben noto, che ebbe effettivamente relazioni amichevoli con i Francesi.
7 Cfr. G. ATKINSON, Les Relations de voyages du XVile siècle et l'évolution des idées [...], Genève, 1972, p. 63 ss.
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Ma l'inclinazione naturale a fare il bene è propriamente un'inclinazione morale? Seneca vedeva nelle età primitive un'immagine dell'innocenza ma non della virtù: Non enim dat natura virtutem: ars est bonum fieri (ad Lu-cilium, xiv, 90, 44). Secondo questa concezione la natura non può sostituirsi all'arte, e cioè alla saggezza: giustizia, prudenza, forza d'animo. Tuttavia l'Adario di Lahontan non attribuisce la saggezza morale all'uomo, ma alla Natura che lo ispira: « Nous vivons simplement sous les Loix de l'instinct, et de la conduite innocente que la Nature sage nous a imprimée dès le berceau » (DL, 188). Segnato dall'impronta della Natura fino dalla culla, il selvaggio non si discosterà dalla bontà naturale. O, almeno, non se ne discosterà nella sua perfezione, poiché i Mémoires indicano nei popoli del Canada grandi differenze: gli uni sono buoni, gli altri. cattivi (MM, 149).
Sarebbe errato dedurne che l'innocenza dei selvaggi sia una condizione del tutto inconsapevole e (se cosí posso dire) animalmente istintiva. $ invece un valore, che Adario presenta come tale: « L'innocence de notre vie, l'amour que nous avons pour nos frères, la tranquillité d'âme dont nous jouissons par le mépris de l'intérest, sont trois choses que le grand Esprit exige de tous les hommes en général. Nous les pratiquons naturellement dans nos Villages [ ... ] » (DL, 181). Ciò che il grande Spirito esige da tutti gli uomini non è forse una morale universale? Il selvaggio che la mette in pratica non può forse configurarsi come un modello? È possibile limitare la sua libertà morale, la sua anima esente dalle passioni? Ma per questo l'Europeo, che ha conosciuto e conosce il morso delle passioni, dovrebbe domarle e sopprimerle (non già tentare di soddisfarle). Adario gli suggerisce: « E...] si tu veux devenir le Roi de tout le monde, tu n'auras qu'à t'imaginer de l'estre, et tu le seras » (DL, 206).
3. La società dei selvaggi è una società anarchica, in primo luogo, nel senso classico di dvapxfa: condizione di un popolo senza capo. Come scrive il contemporaneo Nicolas Perrot, che visse a lungo nella Nouvelle France, quei popoli non conoscono l'obbedienza: « Le père n'oseroit user d'autho-rité envers son fils, ny le chef, de commandement sur son soldat [ ... ] »8. Ma Lahontan pensa all'Europa: introdotta in Europa, l'anarchia segnerebbe la fine di quei ministri dello Stato e del Vangelo contro i quali si rivolgevano il suo odio e il suo desiderio di vendetta. La tirannide di quei ministri nasce infatti sotto la protezione delle leggi. $ quanto dirà Sade: « Ce n'est
8 N. PERROT, Mémoire sur les moeurs, coustumes et religion des sauvages de
l'Amérique Septentrionale, ed. J. Tailhan, Leipzig-Paris, 1864, p. 78.
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jamais dans l'anarchie que les tyrans naissent: vous ne les voyez s'élever qu'à l'ombre des lois ou s'autoriser d'elles. Le règne des lois est donc vicieux; il est donc inférieur à celui de l'anarchie [ ... ] »9.
Nel regno dell'anarchia non vi è potere né proprietà. Questo è il topos dominante: « Les Sauvages ne connoissent ni tien, ni mien, car on peut dire que ce qui est à l'un est à l'autre » (MM, 95). Il meum e il tuum, scriveva invece Hamon L'Estrange, « sono i primi autori e attori delle nostre colonie »1°. L'opposizione è assoluta. La comunità dei beni implica ch'essi debbano essere disponibili per chiunque, in qualsiasi circostanza, ne abbia reale necessità. Non si tratta di un concetto astrattamente economico (soddisfazione dei bisogni), ma della descrizione di una prassi, che i Dialogues mettono a confronto con quella delle società civili. Desierunt enim omnia possidere, dum volunt propria. Questo il detto di Seneca (ad Lucilium, xiv, 90, 3): Adario sottolinea e critica le conseguenze della proprietà nelle relazioni intersoggettive. Si vedano le sue considerazioni sulle vesti che, nella società civile, sono ostentazione di ricchezza e non espressione della persona. Abiti dorati, parrucche ed altri artefatti non manifestano ma occultano l'uomo nella sua corporeità, in quelle parti o proporzioni del corpo che, in particolare, possono rendere piú o meno desiderabile il commercio sessuale. Adario espone, con ingenuità libertina, i vantaggi della nudità.
Tutto ciò sfocia in una critica generale delle società civili. Nel suo saggio O f Plantations, Bacone suggeriva di mandare spesso alcuni selvaggi nel paese colonizzatore, affinché potessero vedere « a better condition than their own, and commend it when they return » 11. Non aveva previsto, a quanto sembra, la possibilità che il confronto producesse un esito opposto. « Vivere senza leggi » è la divisa dei selvaggi: Adario, che ha visitato Parigi, insinua che una riforma degli abusi introdotti dall'interesse potrebbe portare anche i Francesi, un giorno, a vivere senza leggi 12. L'apologia delle leggi, affidata al Lahontan dialogante, è dogmatica e tuttavia inefficace. Adario incalza: come difendere l'uso del danaro, ignoto ai selvaggi, e il prestigio che ne deriva?
9 Histoire de Juliette ou les prospérités du vice, in SADE, Oeuvres complètes, Paris, t. xxii, 1967, p. 224.
10 H. L'ESTRANGE, Americans no Lewes, or Improbabilities that the Americans are of that Race, London, 1652 [1651], p. 72, cit. da G. GLIozzI, Adamo e il Nuovo Mondo, p. 435.
" F. BACON, Essays, London-New York, 1955, p. 106.
12 DL, 196. Come nota S. LANDUCCI, I filosofi e i selvaggi (1580-1780), Bari, 1972, p. 143, Lahontan ripete, ma « in tono eulogistico, tendente all'idealizzazione », una formula corrente sui selvaggi.
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Su quali reali valori si fonda la società civile? Il Lahontan memorialista mostra come tali valori siano visti, interpretati, giudicati dai selvaggi:
Ils se moquent des Sciences et des Arts, ils se raillent de la grande subordination qu'ils remarquent parmi nous. Ils nous traitent d'esclaves, ils disent que nous sommes des misérables dont la vie ne tient à rien, que nous nous dégradons de notre condition, en nous réduisant à la servitude d'un seul homme qui peut tout, et qui n'a d'autre loi que sa volonté; que nous nous battons et nous querellons incessamment, que les enfans se moquent de leurs pères, que nous ne sommes jamais d'accord; que nous nous emprisonnons les uns et les autres; et que même nous nous détruisons en public 13
Come Rousseau Adario condanna l'amor proprio, follia degli Europei che pure si dicono cristiani. Ha buon gioco nell'insistere sulla comune inosservanza dei precetti: docili nell'accettare i principi della fede, i cristiani non ne traggono conseguenze pratiche... Di fronte a queste critiche e ad altre simili, il Lahontan dialogante fa qualche concessione. Ma le critiche contengono, e non solo potenzialmente, l'idea di una rivolta e di una sovversione. Si può forse ricordare il passo famoso di Montaigne, che riferisce e tratta della sorpresa dei selvaggi davanti all'ineguaglianza:
[...] ils avoyent aperçeu qu'il y avoit parmy nous des hommes pleins et gorgez de toutes sortes de commoditez, et que leurs moitiez estoient mendians à leurs portes, décharnez de faim et de pauvreté; et trouvoient estrange comme ces moitiez icy necessiteuses pouvoient souffrir une telle injustice, qu'ils ne prinsent les autres à la gorge, ou missent le feu à leurs maisons (Essais, i, xxxi)
L'immagine del mendicante, che reca sul volto i segni strazianti dell'inedia, è del tutto estranea al quadro esemplare dell'umanità primitiva. La nudità del mendicante non è quella del selvaggio! Ma Adario non si è lasciato ingannare dalle apparenze, dalle conoscenze, dai lumi. Non ha creduto alla felicità dei privilegiati. Ha visto, e può testimoniare sulla condizione di chi è privo di ogni risorsa. Non è cristiano, ma la sua filosofia di selvaggio lo porta a chiedersi: « Comment verrois-je languir les Nécessiteux, sans leur donner tout ce qui seroit à moy? » (DL, 208). Un tale dono sarebbe non solo un soccorso pietoso, ma anche, e soprattutto, un atto condizionato dalle abitudini di Adario, dai costumi del popolo a cui appartiene. Già riferiva Lescarbot: « Il n'y a point de pauvres, ny de mendians entre eux. Tous
13 MM, 96. M. ROELENS, Lahontan dans l'Encyclopédie'..., cit., pp. 189 ss., indica un rapporto fra questa pagina e un passo della Histoire des Deux Indes, dove è sottolineata la condanna, da parte dei selvaggi, della « ineguaglianza delle condizioni ».
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sont riches, en tant que tous travaillent et vivent » 14. A questa condizione di elementare giustizia si contrapponeva la condizione delle società europee, dove (sempre secondo Lescarbot) la metà e piú della popolazione viveva del lavoro altrui, non praticando nessun mestiere necessario alla vita umana.
tuttavia da notare che, nella versione dei Dialogues attribuita a Gueu-deville 15, questi stessi motivi sono trattati con accenti ancora piú incisivi:
[...] lors que nonobstant un grand nombre d'Hôpitaux, on ne laisse pas de voir vos Carfours que dans un tems de famine on trouve les morts dans les grands chemins et dans les rues, pendant que Monsieur le Riche n'en rabatroit pas d'un denier pour sa molesse et pour ses plaisirs; lors qu'on voit le villageois, l'artisan, le menu peuple privé des douceurs de la vie, et souffrir la faim et la nudité pour fournir aux désirs insatiables d'un seul homme, qu'en dis-tu, mon Ami, vos So-ciétez ne font-elles pas horreur par cette dégoûtante et afreuse moitié? 16
Lo stesso Gueudeville, nel presentare una sua libera traduzione di Tommaso Moro 17, additerà nello spazio ideale dell'Utopia la soppressione dell'ingiustizia: « On ne voit point en Utopie cette quantité prodigieuse d'In-fortunez, qui, bien loin de goûter les douceurs de la vie, trouvent à peine de quoi ne pas mourir ». Nel mondo dell'Utopia (solo in esso?) vi sarà compassione per i malati e per i deboli, rispetto e venerazione per i vecchi. Sarebbe questa la perfezione dell'Umanità! « Toutes les Sciences, tous les Arts nourrissent la curiosité de l'Homme: mais pas une ne le tire de la misère et de la souffrance: la seule Etude de l'Humanité, de l'Equité, de la Justice réciproque; oui, cette seule étude a pour objet la Félicité Commune [ ... ] ». Gueudeville è tuttavia convinto che l'Utopia sia impossibile e
la M. LESCARBOT, La Conversion des sauvages qui ont été baptizés en la Nuovelle France [...], Paris, 1610, p. 34. Si noti però che lo stesso Lescarbot, in piú passi della sua Histoire de la Nouvelle France, 3a ediz., Paris, 1617, mette in evidenza l'estrema povertà di certe popolazioni selvagge.
15 Per tale attribuzione, vedi G. CHINARD, Introduction alla ediz. cit., pp. 37 ss. Su Gueudeville cfr. M. YARDENI, Gueudeville et Louis XIV: un précurseur du socialisme, critique des structures sociales louis-quatorziennes, « Revue d'Histoire moderne et contemporaine », xix, 1972, pp. 598 ss.
16 DL, 238-239. Cfr. 254 ss. (redazione di Gueudeville), dove il discorso verte sulle cause della spaventosa povertà di questi « scheletri viventi ». Se ne danno di solito spiegazioni di comodo (la débauche, le libertinage, la fainéantise). Ma, nel contesto, Adario (a) propone una motivazione materialistica della moralità (« nous voulons le bien et le mal selon la disposition méchanique et machinale du tempérament »); (b) fa notare che molti uomini, sebbene innocenti e laboriosi, non sono posti in condizione di sostentarsi e di sostentare una famiglia col frutto del loro lavoro.
17 Idée d'une République heureuse ou l'Utopie de Thomas Morus [...] traduite en françois par Mr. GUEUDEvILLE, Amsterdam, 1730 [17151. Per le citazioni che seguono si veda la Préface du traducteur, pp. vii ss.
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pensa che ne fosse egualmente convinto anche quel « grande e raro amico dell'uomo » che fu Tommaso Moro: « Il n'ignoroit pas que, de[s] Millions de Têtes trouvant leur compte dans l'ancien train, le Monde ne s'Uto-piera jamais. Cette impossibilité morale ne rebuta pourtant point notre Auteur [ ...1 ».
Anche i Dialogues pongono la domanda: un tale quadro della miseria popolare implica la prospettiva di un cambiamento? Il Lahontan di Gueu-deville risponde: Tu bâtis sur l'impossible. Perché l'impossibile divenga reale, perché si giunga a una reale eguaglianza dei beni materiali, occorrerebbe un nuovo diluvio o un « massacro universale ». Ma nemmeno questa risposta mette a tacere l'Adario di Gueudeville: la popolazione « senza capitale e senza fortuna » non è forse la maggioranza? Non costituisce forse, in Francia, la massa dell'esercito? E quali vantaggi produce il loro sacrificio per gli abitanti « della loro categoria e della loro classe » 18? Domande che costringono il Lahontan di Gueudeville a una replica di straordinario cinismo: una rivolta dei soldati contro i loro capi sarebbe come una rivolta degli animali contro gli uomini; né i soldati né gli animali debbono informarsi sul perché della loro morte... Al soldato non spetta filosofare (DL, 240).
4. A questi neri colori si contrappone l'idillica pittura della società degli Uroni. Tale pittura tende a mostrare che l'eguaglianza non deve comprendersi come un principio astratto, ma come un modo di vita di cui ogni viaggiatore o colono può essere testimone. E tuttavia le particolarità dei costumi sono descritte senza perdere di vista il principio: Tout est égal entre eux (MM, 116). L'eguaglianza implica l'assenza di ogni genere di subordinazione: i capi proclamati dai guerrieri danno non ordini ma consigli (anche se, di fatto, i loro consigli sono seguiti come ordini). Adario è fiero della libertà del suo popolo, il che lo induce, nei confronti del suo interlocutore, a un mite proselitismo: Croi-moy, fais toy Huron 19. Farsi Urone significherebbe principalmente questo: accettare il principio dell'eguaglianza, e quindi accettare trasformazioni che, del resto, i Dialogues di Lahontan presentano in una luce assai meno drammatica di quanto non faccia la versione attribuita a Gueudeville. Dopo un primo periodo di difficoltà, gli Europei sarebbero
18 Si tratta quindi di un « appello alla rivolta », come nota M. ROELENS, Introduction cit., pp. 67-68; di una « coscienza di classe » paragonabile a quella di un Meslier.
Iv DL, 184. Di fatto non mancarono casi di Francesi che, una volta stabilitisi presso gli Uroni come interpreti o inviati di compagnie commerciali, finirono con l'adottare i modi di vita e la mentalità dei selvaggi. Alcuni di loro (si cita l'esempio di tale Etienne Brulé) rinnegarono la religione cristiana e parteciparono a riti pagani. Vedi M. GIRAUD, Le Métis Canadien: son rôle dans l'histoire des provinces de l'Ouest, Paris, 1945, pp. 316 ss.
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in grado di acquisire le qualità umane dei selvaggi: saggezza, ragione, equità (DL, 200).
La società degli Uroni è pertanto presentata come un modello. Non è questo il modello piú filosofico della filosofia (e della stessa repubblica platonica) di cui parlava Montaigne? Nei Dialogues è presente, chiaramente espressa, la triade delle virtú rivoluzionarie:
Tu vois que nous sommes un millier d'hommes dans notre Village, que nous nous aimons comme frères; que ce qui est à l'un est au service de l'autre; que les Chefs de guerre, de Nation et de Conseil, n'ont pas plus de pouvoir que les autres Hurons [...] qu'enfin chacun est maître de soi-même, et fait tout ce qu'il veut, sans rendre conte à personne, et sans qu'on y trouve à redire (DL, 205).
Il Lahontan dialogante non oppone ad Adario (non pensa ad opporgli) l'ideale della fraternitas cristiana. Gli abitanti della Bétique immaginata da Fénelon non si amavano forse di un amore fraterno che nulla poteva turbare? Non erano forse liberi ed eguali? Tuttavia la fraternità dei selvaggi non è presentata come un ideale ma come una realtà, logico effetto dell'ordine naturale. La libertà deve intendersi in rapporto ai costumi; né il sesso né l'età limitano questo diritto, che appartiene a ogni membro della comunità: « Les Femmes n'ont-elles pas la même liberté que les Hommes, et les Enfans ne jouissent-ils des mêmes privilèges que leurs Pères? » (DL, 228). Il Lahontan dialogante vede piuttosto i pericoli della libertà: confusione, assenza di ogni gerarchia familiare, totale abbandono agli impulsi dei sensi (« toute cette liberté se réduit à vivre dans une débauche perpétuelle »). Ma il Lahontan memorialista rende conto di questi stessi costumi senza una parola di severità o di condanna. Alla libertà sessuale va unita la libertà interiore: tranquillità d'animo, liberté du coeur. Gli affetti dei selvaggi non sono passioni, ma inclinazioni moderate come la benevolenza e l'amicizia: « [ ... ] ils n'ont jamais eu cette sorte de fureur aveugle que nous appellons amour » (MM, 116).
Questa comunità idillica comporta tuttavia l'istituzione e la pratica della schiavitú. Quale sarà la condizione e la vita degli schiavi in una società di liberi e di eguali? Il lettore moderno è probabilmente incline a pensare che ogni concezione di società ideale, anche se non propriamente utopistica, debba essere riferita all'universalità degli uomini. Ma le società selvagge sono società guerriere, anche se le loro guerre non mirano alla conquista e al possesso dei territori Z0. La schiavitú è legata alla guerra e all'esito della
Z0 Cfr. ad es. M. LESCARBOT, Histoire de la Nouvelle France, cit., p. 942: « Noz Sauvages n'ont point leurs guerres fondées sur la possession de la terre E...] Ils font la guerre à la manière d'Alexandre le Grand, pour dire, Je vous ay battu: ou par vindicte en ressouvenance de quelque injure receue [...] ».
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guerra: lo schiavo è un prigioniero. Il Lahontan memorialista parla a lungo delle operazioni di guerra e non nasconde la crudeltà con cui alcune di quelle popolazioni trattano i loro nemici. I Nouveaux Voyages contengono ad esempio una minuziosa descrizione degli atroci supplizi inflitti dagli Uroni ad un prigioniero irochese (condannato dal governatore francese di Québec ad essere bruciato vivo). È da notare che gli esecutori sono giovanissimi:
On lui rissola la plante des pieds devant deux grosses pierres toutes rouges plus d'un quart d'heure: on fuma le bout de ses doigts dans le fourneau des pipes allumées [...] Ensuite on lui coupa les jointures les unes après les autres: on tordit les nerfs de ses jambes et de ses bras avec une petite verge de fer [...] Enfin après plusieurs autres supplices on leva sa chevelure, de sorte qu'il ne lui restoit que le crane [...] 21•
Il narratore sottolinea con forza il comportamento eroico della vittima, piú indifferente di Socrate di fronte alla morte. Ed aggiunge di aver dovuto assistere, durante i suoi viaggi, a molti supplizi consimili (che però non sono praticati da tutti i selvaggi). Rimane il fatto che, per quelle popolazioni, la prigionia è un disonore, la schiavitú una sciagura che colpisce il guerriero, non una condizione oppressiva che si trasmetta attraverso le generazioni.
5. I « filosofi nudi » hanno in loro il lume naturale della ragione, che li rende atti a parlare di ogni cosa:
Ce qui paroîtra extraordinaire c'est que n'ayant pas d'étude, et suivant les pures lumières de la Nature, ils soient capables malgré leur rusticité, de fournir à des conversations qui durent souvent plus de trois heures, et dont ils se tirent
21 Nouveaux Voyages de Mr. le Baron de Lahontan dans l'Amérique Septentrionale, la Haye, I, 1715 [17031 pp. 235 ss. Sui maltrattamenti e i supplizi inflitti dai selvaggi ai loro prigionieri ridotti in schiavitú, si hanno relazioni minuziose, prima e dopo Lahontan. Si veda ad es. G. SAGARD, Le Grand Voyage du pays des Hurons situé en l'Amérique vers la mer douce ès derniers confins de la Nouvelle France dite Canada 1...], ed. E. Chevalier, Paris, I, 1865 [1632`], pp. 150 ss.: « [...] tous ces genres de tourments et de morts sont si cruels, qu'il ne se trouve rien de plus inhumain: car premièrement ils leur arrachent les ongles, et leur coupent les trois principaux doigts [...] et puis leur lèvent toute la peau de la teste avec la chevelure, et après y mettent le feu et des cendres chaudes, ou y font dégoutter d'une certaine gomme fondue [...] ». La descrizione prosegue con insistenza sadica: tutti gli abitanti del villaggio fanno ala alle vittime e prendono una parte attiva ai supplizi. Si cfr. poi J. F. LAFIrAu, Moeurs des sauvages amériquains, comparées aux moeurs des premiers temps, Paris, 1724, pp. 261 ss. Lafitau non esita a paragonare l'eroismo delle vittime a quello dei martiri cristiani: « Ce que nous avons admiré dans les Martyrs de la primitive Eglise, et qui étoit en eux l'effet de la grâce et d'un miracle, est nature en ceux-ci, et l'effet de la force de leur esprit ».
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si bien, que l'on ne regrete jamais le temps qu'on a passé avec ces Philosophes rustiques (MM, 99).
Rifiutano di lasciarsi istruire in materia di religione, sebbene, in base agli articoli di fede professati da Adario, il lettore debba essere indotto a pensare che le concezioni religiose degli Uroni non si discostino di molto dalle concezioni cristiane. Sono, come scriverà uno studioso ottocentesco, Peter D. Clarke, the laws of nature and of nature's God 22? O non piuttosto concezioni molto (forse troppo) vicine a quelle dei Philosophes, come già insinuava Antoine-joseph Pernety?
Le Baron de Lahontan prête aux Indiens du Canada, et beaucoup d'Auteurs rapportent des autres Peuples du nouveau Monde, des raisonnemens si justes et si abstraits sur l'Etre souverain, sous le nom du grand Esprit, qu'on les diroit puisés dans les écrits des Philosophes.
Lo stesso Pernety aggiungeva però:
Mais enfin quoiqu'ils n'ayent ni culte, ni religion, ils disent que ce grand esprit contient tout, qu'il agit en tout, que tout ce qu'on voit, tout ce qu'on connoît est lui, qu'il subsiste sans bornes, sans limites, sans figures; ce qui fait qu'ils le trouvent en tout, et lui rendent hommage en tout 23.
Certo il giudizio di Lahontan non trova riscontro nella tradizione dei primi viaggiatori, da Cartier (« Cedict peuple n'a aucune créance de Dieu qui vaille ») a Champlain (« [Ils] ne sçavent que c'est d'adorer et prier Dieu, vivans comme bestes bruttes »), fino a Nicolas Perrot, cronologicamente assai vicino a Lahontan (« Il est constant qu'ils ne suivent pour ainsy dire aucune religion ») 24. Ma questa stessa ignoranza di ogni cerimonia e culto monoteistico, già notata da Champlain (« Chacun le [Dieu] prioit en son coeur, comme il vouloit ») e deplorata nelle relazioni dei Gesuiti 25, era presentata ora nella prospettiva positiva di un pluralismo o di un universalismo religioso. Quali che siano state in realtà la forma e i limiti in cui
22 Origin and Traditional History of the Wyandotts, Toronto, 1870, cit. da H. P. Biggar nel commento della sua ediz. di J. CARTIER, The Voyages ..., Ottawa, 1924, p. 179.
23 A. J. PERNETY, Dissertation sur l'Amérique et les Américains, in C. DE PAUW, Recherches philosophiques sur les Américains, Berlin, m, 1770, p. 128.
24 Cfr. J. CARTIER, 1.C.; S. CHAMPLAIN, Les Voyages [...] ou Journal très fidèle des observations faites ès descouvertures de la Nouvelle France, Paris, 1613, p. 193; N. PERROT, Mémoire..., cit., p. 12.
25 S. CHAMPLAIN, l.c. J. Tailhan, nel suo commento al Mémoire di N. Perrot, p. 166, cita in proposito alcune relazioni gesuitiche (1626, 1648), che negano l'esistenza, presso i selvaggi, di ogni forma di culto per il « creatore del mondo ».
LAHONTAN E GLI ARGOMENTI DEL SELVAGGIO 137
quelle popolazioni, prima dell'introduzione del Cristianesimo, abbiano concepito il monoteismo 26, importa osservare che, nel contesto del dialogo, la professione di fede di Adario costituisce un'affermazione del suo diritto a vivere nella religione in cui è nato. Inoltre, visto che le sue opinioni religiose appaiono conformi ai dettami della ragione, come sarà possibile provare con certezza che l'« unica e divina religione » è veramente divina, veramente unica?
La dottrina cristiana, al contrario, che sia esposta dal Lahontan dialogante o dal Gesuita alla cui autorità egli rimanda, risulta per molti aspetti incomprensibile ad Adario, che si fonda su semplici criteri di evidenza: « [ ... ] croire c'est être persuadé, être persuadé c'est voir de ses propres yeux une chose, ou la reconnoitre par des preuves claires et solides » (DL, 161). Ciò implica il rifiuto della persuasione retorica, che propone di aderire a quella che non può non apparire come un'opinione. Sono, queste, argomentazioni libertine? Ma Adario si limita a pretendere che l'uomo non si spogli del privilegio elementare ed essenziale della ragione. A quelle che il Lahontan dialogante chiama le « ragioni incontestabili » che si possono addurre a sostegno dei misteri della religione cristiana, Adario non ne oppone di altrettali, ma dichiara la sua libertà da ogni condizionamento della tradizione e dell'imitazione. Vi è dunque un continuo contrasto fra il senso che al termine « ragione » attribuisce il dialogante (mera affermazione ed esposizione di tesi dogmatiche) e il senso che gli attribuisce Adario. Ma la
26 La questione è naturalmente di grande complessità. Mi limiter() a registrare quanto scrive in proposito D. JENNEss, The Indians of Canada, Ottawa, 19553, p. 171: « Although the great body of the Indians lingered in a polytheistic stage, yet in several parts of Canada, particularly on the plains, the more speculative had arrived at a true monotheism. Their All-Father was not the omniscient and benevolent Being of the Christian religion who created and governs this universe to fulfil some unknown purpose. Neither was it an intellectual principle, like the 7Lóyos or vows of Greek philosophers. Rather it was the personification of the mysterious powers operating in man's environment, forces that were conceived as emanations from some higher force ». Lo studioso fa notare come tali concezioni, a contatto con i colonizzatori europei, abbiano subito alterazioni e modificazioni (ibid., p. 183): « The principal adjustment was in the direction of pure monotheism. Every tribe had possessed a sky-god who ranked among the higher supernatural beings, even if he did not always occupy the foremost place. In reaction to Christian teaching the Indians exalted him into a `Great Spirit' of righteousness, the master of the universe and the direct author of all that happens here below. It is true that the Hurons and the plains' tribes had almost reached this conception in pre-European days [It is not impossible that the imperfect monotheism of these Indians was itself a very early reaction to vague Christian ideas carried from tribe to tribe across the continent before any white explorers reached the far interior (nota di D.J.).], but they failed to emphasize the moral nature of their sky-god and had allowed the doctrine to remain entangled in a mass of polytheistic beliefs and a still cruder nature-worship ».
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ragione è una sola... Il lettore non potrà non concludere: la ragione di Adario.
Nella ragione tuttavia, e soprattutto nella sua funzione strumentale, è insito un pericolo. Se gli orsi e i lupi fossero capaci di « formare una repubblica » (MM, 143), chi potrebbe impedire loro di distruggere gli uomini? Se gli uomini, inversamente, non avessero la facoltà di pensare, di ragionare e di parlare, certo non potrebbero recare la guerra ad altri uomini. Ciò che Adario contesta è la cultura della ragione, le « mille belle scienze » degli Europei, le scienze che sono il vanto del suo interlocutore n. Egli ne nega l'utilità, con la sola eccezione dell'aritmetica; nega l'utilità della scrittura (giacché ai selvaggi, per le necessità della guerra e della caccia, bastano i loro segni pittografici): « Ha! maudite Ecriture! pernicieuse invention des Européans, qui tremblent à la veue des propres chimères qu'ils se représentent eux-mêmes par l'arrangement de vint et trois petites figures, plus propres à troubler le repos des hommes qu'à l'entretenir » (DL, 227). Questo è forse il supremo argomento di Adario (e del Lahontan autore); come se la scrittura, che è simbolo di chimere, fosse nello stesso tempo il simbolo di quella sfera ostile (la società), di cui si avverte la pressione e la persecuzione. Come evaderne, se non ricorrendo ad altre chimere e, in primo luogo, alla scrittura?
ARNALDO PIZZORUSSO
27 DL, 216. Cfr. MM, 96: « Ils prétendent que [...] toutes nos Sciences ne valent pas celle de savoir passer la vie dans une tranquillité parfaite [...] ».
 
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Testata/Serie/Edizione Belfagor | Serie unica | Edizione unica
Riferimento ISBD Belfagor : rassegna di varia umanità. - A. 1, n. 1 (15 gen. 1946)-. - Firenze : Tip. Vallecchi, 1946-. - v. ; 27 cm Bimestrale. (( Da gennaio 1949 luogo ed editore variano in: Messina-Firenze : G. D'Anna. Da 1962: Firenze : Leo S. Olschki. )) {Belfagor : rassegna di varia umanità [rivista, 1946-2012]}+++
Data pubblicazione Anno: 1980 Mese: 3 Giorno: 31
Numero 2
Titolo KBD-Periodici: Belfagor 1980 - marzo - 31 - numero 2


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