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tipologia: Analitici; Id: 1543254


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Titolo Recensione di Riccardo Bruscagli a Giovanni da Pozzo, L'ambigua armonia. Studio sull'Aminta del Tasso
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RECENSIONI

possibilità della doppia edizione delle opere, una presso Einaudi l’altra presso Laterza, le preferenze di Croce furono per la prima, diretta dall’« azionista » Muscetta, mentre non risparmiò critiche a quella della « sua » casa editrice, che doveva essere diretta da Russo, reduce dalla Russia bolscevica, e alla quale doveva collaborare il « comunista » Ernesto Ragionieri (da questo punto di vista sono interessanti le Lettere di Benedetto Croce a Manlio Ciardo, Bologna, Li Causi Editore, 1983 1).

Il lavoro di Daniela Coli contribuisce a meglio conoscere un periodo decisivo della storia non solo intellettuale italiana, ma anche a delineare un’immagine di Croce, come anche altri epistolari mostrano, meno fiduciosa e ottimistica di quanto le grandi opere non lascino trasparire. Non negli ultimi anni della sua vita ma nel 1929, recensendo il libro del Frànkel che lo riguardava, osservò: « Si può essere, come sono io, rinserrato e stretto per ogni parte dai concetti e dalle argomentazioni che mi vietano di affermare altro che non sia il mondo della storia; e tuttavia sentirsi, come mi sento, sempre disposto ad indirizzare la vista ad altri segni che altri crede di poter additare e che rivelerebbero un altro mondo, un mondo al di sotto o al di sopra della storia e delPumanità. Le savant a Vesprit douteux ». Forse, in que&esprit douteux c’è un aspetto dell’insegnamento crociano che meriterebbe ancora di essere guardato con interesse.

Franco Martina

Giovanni Da Pozzo, L'ambigua armonia. Studio sull'Aminta del Tasso, Firenze, Olschki (Biblioteca dell,« Archivum Romanicum »), 1983, pp. 330.

Forse proprio perché enigmaticamente sigillata nella sua qualità di « portento », secondo la celebre frase carducciana tante volte replicata dal 1894 ad oggi, la « favola boschereccia » del Tasso sembra invitare senza soste a nuovi assaggi critici, compiuti con le più varie strumentazioni, al fine di carpirne lo sfuggente ‘ segreto \ Di recente ci si sono provati, fra gli altri, Varese, Fenzi, Della Terza, Guglielminetti, Mario Chieregato; dispiegando sul testo tassiano le risorse ora di una sottile ricognizione della fortuna critica, ora di un’articolata analisi interna, orientata prevalentemente in senso storico-ideologico, ora di un rigoroso vaglio linguistico, e perfino statistico-lessicale. È adesso la volta di Giovanni Da Pozzo, che, ricorrendo, nel corso di questo fitto volume, a diffe
1 Per tale pubblicazione Alda Croce ha scritto poco fa in « Rivista di studi crociani », gennaio-marzo 1983: «Quanto poi ai tagli opportuni nel rendere pubbliche corrispondenze private, voglio riferirmi alle lettere a Manlio Ciardo uscite quest’anno. Se l’editore si fosse rivolto a noi come doveva, avremmo chiesto di omettere alcuni giudizi su amici con i quali erano sorti contrasti, giudizi nella sostanza già noti dalle opere a stampa, ma che in quella forma epistolare impaziente ed eccessiva erano senz’altro da escludere. Queste decisioni, appunto, spettano agli “eredi” ».RECENSIONI

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renziate tecniche di attacco, circuisce YAminta da più lati, ora ripercorrendo le coordinate essenziali della storia politica e sociale di Ferrara nel Cinquecento, ora soffermandosi sul contesto più propriamente culturale in cui la mirabile favola si formò, ora dando spazio alla genealogia delle fonti, da quelle propriamente teatrali a quelle egloghistiche, ora sfruttando le resultanze del lavoro filologico compiuto dagli specialisti (specie dal Sozzi, benemerito editore del teatro tassiano), ora infine applicandosi ad una lettura interna òe\Y Aminta, sezionata in una minuta paragrafatura che accoglie sia osservazioni di carattere strutturale (su Lo statuto dei personaggi, per esempio), sia di ordine linguistico (sul Vocabolario, sulla Sintassi, su vari effetti di lessico) e metrico (Sequenze strutturali e ritmiche), sia rivolte alle più vistose filiazioni del linguaggio (Virgi-lianismi, Dantismi, Petrarchismi, Mimesi varia) o al rapporto di scambio con gli altri testi tassiani coevi (Circolazione interna ai testi tassiani). Né manca una finale serie di schede sulla fortuna teatrale della favola, sulle sue varie traduzioni in lingue straniere, i suoi adattamenti musicali e le più famose regie, da quella dei comici Gelosi a quella modernissima di Giancarlo Cobelli.

Sarebbe evidentemente fuori luogo chiedersi se un così considerevole spiegamento di batterie riesca poi ad espugnare davvero la fragile grazia del-YAminta-, viene voglia di osservare, semmai, che l’adozione di un reticolo così vasto, e dalle maglie di tanto diversa grandezza, finisce col tradire proprio l’elusività caratteristica di quest’opera, elusività che non è evidentemente da fraintendere con un supposto quid metafisico inerente all’opera d’arte in sé, ma dipende invece dalla ricca, forse troppo ricca molteplicità di significati sottesa a questo capolavoro tassiano. Dipende, innanzitutto, dalla sua strategica postazione cronologica, in quel 1573 che vide il poeta lavorare sui tre tavoli della pastorale, del Galealto, della Gerusalemme; e poi dai modi allusivi con cui il paesaggio umano e il décor della corte si specchiano e si implicano nel testo; e, di seguito, dalla sua stessa reticenza nei confronti dell’illustre famiglia delle pastorali ferraresi, alla cui tutela il sottotitolo di « favola boschereccia » sembra volere discretamente sfuggire, evitando le definizioni (egloga, satira, pastorale, tragicommedia) che l’erudita scena estense aveva già conosciuto, e di cui aveva fatto puntuale, aristotelica dissezione... Ed è proprio all’interno di una simile folla di concrete questioni, tuttora largamente inevase nonostante la recente « saturazione di proposte critiche » riconosciuta dal Da Pozzo, che sembra legittimo valutare questo Studio sull'Aminta. In tal senso ci pare che, pur non potendo se non assentire di fronte alla duplice direttiva, storica e linguistico-stilistica, seguita dal critico, pure alcuni nodi rimangano irrisolti; o, per meglio dire, alcune pur preventivamente denunciate lacune finiscano con l’assumere evidente rilievo, pure all’interno di un così impegnato sforzo critico. Per esempio, è pur vero che un « esame concreto del linguaggio dellyAminta », analiticamente condotto, « può rivelare pienamente la sua utilità anche prima che la sistemazione delle Rime venga fissata in tutta la sua compattezza », ma rimane altrettanto vero che l’impaccio derivante dal non potersi avvalere di un’edizione critica delle Rime è reale e che, a posteriori, ad analisi 4 interna ’250

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compiuta, si sente pur sempre la nostalgia dell 'altro lavoro che ancora attende, e che Caretti indicava come necessario fino dal 1942. Non a caso alcune delle pagine più convincenti del Da Pozzo sono proprio quelle sulla Circolazione interna ai testi tassiani, giacché non soltanto di utilizzare le Rime si tratterebbe, ma di fare luce sul Tasso, integralmente inteso, del 1573, ovvero su un delicato crocevia stilistico e formale si, ma poi anche intellettuale e poetico in senso largo. Allo stesso modo, è vero che si può legittimamente applicare un poco di sordina al lavoro sulle fonti, e che può essere lodevole resistere alla « tentazione di ripercorrere la folta rassegna delle pastorali che precedono nel tempo quella tassiana »; ma è anche vero che gli argini del genere letterario sono pur sempre praticabili con profitto, se non altro per la loro capacità di guidare alPinterno di almeno alcuni delicati congegni della favola tassiana, lungo la strada ben solida di un dibattito intellettuale certo difficile e sfumato, ma ormai anche attendibilmente storicizzabile.

In conclusione, il meglio del libro di Da Pozzo mi sembra che vada colto non nella proposta di tesi critiche risolutive, ma proprio nella miriade di singole osservazioni che Passiduo lavoro sul testo riesce a spremere: e che, proprio in quanto miriade, sfuggono evidentemente al resoconto d’ogni più scrupoloso recensore. Ma, almeno, vanno qui ricordate le indicazioni circa la politica culturale di Alfonso n, « più attenta... alPeffimero che alPistituzionale », specchio di una corte non tanto in crisi, ma già quasi svuotata, calvinianamente ‘ inesistente ’; Pintuizione molto felice di un Tasso « intellettuale disorganico », fatalmente destinato ad uno scontro col duca proprio sul terreno dell'idea di corte, « fatta di pragma e di prestigio » per il principe, idea « assolutizzata » invece per il suo poeta; il rapporto istituito fra PAminta e le Conclusioni amorose, ovvero le postille che ad esse preludono, apposte dal Tasso in margine al Trattato dell3amore humano di Flaminio Nobili; le pagine assai convincenti sui virgilianismi e sui petrarchismi, oppure sulla funzionalità del settenario, legato si ai momenti di intensificazione dell’effetto lirico, ma anche visto nella sua ‘ teatralità ’, in rapporto ad « una varietà di ritmo e di movenze che segue l’alternarsi dei momenti della vicenda »; il paragrafo sulla Dispersività lessicale, che sembra fermare nel dato statistico la ricchezza di sfumature e di tonalità pur presenti nell’apparente semplicità della favola e del suo mondo ideologico. Si che non si può, alla fine, non essere d’accordo con le conclusioni dell’autore, che per primo sentirebbe arrivato il momento, nel suo lavoro, di un « commento analitico e cursorio »: Punico che in effetti renderebbe giustizia alla sua assidua lettura, ricomponendo la varietà di una assai frastagliata proposta critica lungo il filo sinuoso, ma reso adesso forse più afferrabile, della portentosa « favola boschereccia » del Tasso.

Riccardo Bruscagli
 


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in: Catalogo KBD Periodici; Id: 31381+++
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Testata/Serie/Edizione Belfagor | Serie unica | Edizione unica
Riferimento ISBD Belfagor : rassegna di varia umanità [rivista, 1946-2012]+++
Data pubblicazione Anno: 1984 Mese: 3 Giorno: 31
Numero 2
Titolo KBD-Periodici: Belfagor 1984 - 3 - 31 - numero 2


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