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tipologia: Analitici; Id: 1543206


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Documento di Convegno
Titolo [I Documenti del convegno. Appunti per le relazioni e Comunicazioni] M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci
Responsabilità
Tronti, Mario+++   autore+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
Mario Tronti

ALCUNE QUESTIONI INTORNO AL MARXISMO DI GRAMSCI

L’interpretazione che Gramsci dà del marxismo in generale è tutta contenuta, credo, in una sola definizione: la filosofia della prassi è filosofia integrale e storicismo assoluto.

L’origine teorica e storica di questa interpretazione dovrebbe farci risalire alla formazione giovanile del pensiero di Gramsci, alle sue prime esperienze di cultura, a quelle prime personali letture, che sempre lasciano un’impronta decisiva nella mente sgombra di un giovane studioso, dovrebbe aprirci le porte ad un più approfondito esame dell’ambiente torinese, cosi ricco in quel periodo di fermenti culturali oltre che sociali, di personalità in formazione o già formate. Tutto questo non rientra nello scopo di questo lavoro. Con la conoscenza attuale degli scritti giovanili non appare possibile una discussione intorno agli influssi culturali che hanno agito sul pensiero del giovane Gramsci; e appare una inutile esercitazione il mettersi a misurare quanto di Sorel e quanto di Bergson, quanto di sindacalismo rivoluzionario e quanto di intuizionismo volontari-stico possa ritrovarsi in questi pochi scritti che conosciamo.

Per il problema che trattiamo, tra questi scritti del *17 e del ’18 e la successiva ricerca dei Quaderni, c’è, a parte il diverso livello di cultura, una coerenza logica e una direzione univoca che non si può negare.

Due premesse implicite si intravvedono in questi brevi scritti: in primo luogo la necessità teorica della lotta contro il vecchio positivismo, che aveva irretito e inaridito il marxismo nelle secche di un volgare evoluzionismo; in secondo luogo l’impulso violento della Rivoluzione d’ottobre che viene a confermare praticamente proprio la necessità di quella lotta teorica.306

1 documenti del convegno

Due premesse, tra loro complementari, che sono forse la base storica* di un certo sviluppo che il marxismo da questo momento intraprende.

È ancora tutta da studiare l’influenza pratica che la Rivoluzione dot-tobre ha avuto sul marxismo teorico: eppure proprio su questo terreno si è creato un nodo di problemi che ancora oggi è difficile sbrogliare. Non certo per caso il riformismo tendeva verso un’interpretazione positivistica del marxismo; era spinto a questo dai suoi stessi presupposti, che vedevano nel capitalismo una possibilità illimitata di sviluppo verso ii socialismo, tanto sicuro da rendere superfluo o addirittura inopportuno ogni tentativo di « salto » rivoluzionario. Ma il fallimento della politica riformista in tutti i paesi, il successo della pratica rivoluzionaria in un determinato paese, rappresenta in quel momento la smentita ad ogni tipo di evoluzionismo, di gradualismo, di soluzione spontanea dei contrasti oggettivi; rappresenta la conferma positiva, la possibilità concreta, la fecondità immediata della rottura rivoluzionaria in generale.

Mi guardo bene dal trarre da tutto questo immediate conseguenze teoretiche. Ma occorre studiare se non sia questo un elemento fondamentale che comporta, sul piano teorico, la rivalutazione deH’elemento soggettivo, anzi creativo, nei confronti della morta oggettività delle condizioni sociali stratificate e inerti; e la rivalutazione del lato attivo all’interno del rapporto storico-sociale, e quindi dell’attività sensibile umana come attività pratica che finisce per coinvolgere anche l’oggetto, il reale, il sensibile, secondo l’espressione usata da Marx nella prima delle Tesi su Feuerbach. È il momento in cui Gramsci esclama : « No, le forze meccaniche non prevalgono mai nella storia: sono gli uomini, sono le coscienze, è lo spirito che plasma l’esteriore apparenza, e finisce sempre col trionfare » 1. È avvenuto quindi un processo di « interiorizzamento ». SÌ è trasportato dall’esterno all’interno il fattore della storia. « Alla legge naturale, al fatale andare delle cose degli pseudo-scienziati è stata sostituita: la volontà tenace dell’uomo » 2.

1 Rinascita, 1957, n. 4, p. 149.

2 Ivi, p. 158. « Oggi il massimalismo riafferma, contro la previsione oggettiva, il fine volontario dell’azione. Ma costretto nei limiti dell’antitesi astratta

che disgiungeva gli opposti (condizione oggettiva e volontà soggettiva) come se

l’affermazione dell’uno esigesse la negazione dell’altro, seguendo cioè ancora l’abito mentale che Hegel ed Engels avrebbero chiamato metafisico, essi credono che asMario Tronti

307

Non è certo formula episodica come non è facile slogan >la efficace e puntuale espressione gramsciana della « Rivoluzione contro il Capitale ». Quando egli dice : « I bolsceviki rinnegano Carlo Marx », pone un problema fondamentale. Le soluzioni teoriche della II Internazionale avevano prodotto l’opportunismo politico e il tradimento totale, al momento dello scontro decisivo, di fronte alla guerra. La lotta contro quelle soluzioni, la negazione di esse, aveva prodotto il grande fuoco liberatore della Rivoluzione d’ottobre. La scelta era precisa e, forse, anche facile. Comunque era una scelta cosi impegnativa che non poteva restringersi nell’ambito della pratica politica, non poteva rimanere vuota di pensiero e di riflessione più profondi : portava a ridimensionare in conseguenza tutto l’orizzonte teorico del marxismo. Oggi possiamo dire che ogni grande crisi storica del movimento operaio pone il problema del « vero » marxismo. In un saggio del ’19 Lukàcs pone la questione: « Che cos’è il marxismo ortodosso? »... « Ammesso — anche se non concesso — che gli studi più recenti avessero inconfutabilmente dimostrato la materiale inesattezza di tutte le singole affermazioni di Marx, ogni marxista ortodosso serio potrebbe riconoscere incondizionatamente tutti questi nuovi risultati, rigettare tutte le singole tesi di Marx, senza per questo dover rinunciare per un momento alla sua ortodossia marxista » 1.

È il pensiero che, su un piano diverso, esprimeva lo stesso Gramsci: « Se i bolsceviki rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore... Essi vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche » 2.

Abbiamo accennato alla coerenza logica di questi scritti giovanili con il pensiero maturo di Gramsci. Ed in effetti la collocazione storica che egli assegna al pensiero di Marx, l'angolazione ideale da cui egli lo guarda, rimarranno identiche in tutte le note dei Quaderni.

serire l’efficacia storica della volontà debba significare negarla alle condizioni oggettive ». Cfr. Rodolfo Mondolfo, Sulle orme di Marx, nelle note che sono del ’19.

1 Was ist ortodoxer Marxismus?, in Geschichte und Klassenbewusstsein, Ber-lin, 1923.

2 Rinascita, cit., p. 147.308

I documenti del convegno

« Fino alla filosofia classica tedesca, la filosofia fu concepita come attività ricettiva o al massimo ordinatrice, cioè fu concepita come conoscenza di un meccanismo obbiettivamente funzionante all’infuori dell uomo. La filosofia classica tedesca introdusse il concetto di “ creatività ” del pensiero, ma in senso idealistico e speculativo. Pare che solo la filosofia della prassi abbia fatto fare un passo avanti al pensiero, sulla base della filosofia classica tedesca... » \

Hegel dialettizza i due momenti della vita del pensiero, materialismo e spiritualismo : la sintesi è un uomo che cammina sulla testa. I continuatori di Hegel distruggono questa unità: si ritorna ai sistemi materialistici da una parte, a quelli spiritualistici dall’altra. La filosofia della prassi rivive complessivamente tutta questa esperienza e finisce per ricostruire la sintesi dell’unità dialettica : l’uomo che cammina sulle gambe. Ma ecco che il laceramento avvenuto per l’hegelismo si ripete per la filosofia della prassi: da un lato il materialismo filosofico, dall’altro la moderna cultura idealistica che incorpora in sé elementi importanti della filosofia della prassi. Quindi esigenza di una nuova sintesi dialettica.

Scissione dell’unità e ricomposizione di essa ad un livello superiore: lo schema della dialettica hegeliana applicato al corso generale della storia del pensiero. La filosofia della prassi traduce l’hegelismo in linguaggio storicistico. Croce ritraduce in linguaggio speculativo lo storicismo realistico della filosofia della prassi. Occorre quindi rifare nei confronti del

Croce la stessa riduzione che la filosofia della prassi ha fatto per la filo
sofia hegeliana 2. E infatti la filosofia del Croce « rappresenta il momento mondiale odierno della filosofia classica tedesca» 3.

Dunque l’idea di un Anti-Croce non è un compito occasionale, con
tingente, dettato da particolari sviluppi culturali, nazionali; esso rappresenta il momento mondiale odierno del marxismo, è il compito storico del marxismo della nostra epoca. Se noi consideriamo oggi « in gran parte esaurite le ragioni di quell’Anti-Croce » (riassunto della relazione Luporini), dobbiamo concludere che ne risulta « in gran parte » esaurita la problematica gramsciana intorno al marxismo. La « ritraduzione » della

1 M. S., p. 23.

2 M. S.y p, 199.

3 M. S., p. 200.Mario Tronti

509

filosofìa crociana è infatti la conclusione necessaria che si ricava da tutto

10 schema di premesse che sopra abbiamo esposto. Ma questo schema è

11 fulcro intorno a cui ruota tutta l'interpretazione gramsciana del marxismo. Sono d’accordo nel ritenere che Gramsci ha già scritto l’Anti-Croce (Togliatti). Ma credo che proprio questo sia il limite del pensiero di Gramsci.

Ma guardiamo le risultanti, negative e positive, che derivano da una simile impostazione. Ammesso che questo compito diventa esclusivo nei confronti di altri, pur importanti, problemi di teoria, occorre vedere fino a che punto ne risulti favorita o inficiata la natura stessa della ricerca teorica. Il pensiero di Marx viene tutto immerso in una particolare atmosfera culturale; e già il problema dell’unità negli « elementi costitutivi dei marxismo » oscilla tra una ricerca filologica e un tentativo di mediazione logica tra concetti per natura diversi, se presi isolatamente (il valore nell’economia, la prassi nella filosofia, lo Stato nella politica).

Accanto a Hegel troviamo a un certo punto David Ricardo. E Gramsci si domanda se la scoperta del principio logico formale della legge di tendenza che porta a definire scientificamente i concetti di « homo oeco-nomicm » e di « mercato determinato » non abbia valore anche gnoseologico, se non implichi appunto una nuova « immanenza », una nuova concezione della « necessità » e della libertà. E afferma : « Questa traduzione mi pare appunto abbia fatto la filosofia della prassi, che ha universalizzato le scoperte di Ricardo estendendole adeguatamente a tutta la storia, quindi ricavandone originalmente una nuova concezione del mondo » \ Che mi pare proprio il cammino inverso operato da Marx, il quale ha teso prima di tutto a determinare, cioè a storicizzare le categorie universali, cosi dette naturali deH’economia classica; ad usarle come strumento di comprensione e quindi di conoscenza di quel determinato tipo di società da cui erano state prodotte; a ricavarne quindi un indirizzo metodologico in cui è implicita, in prospettiva, la possibilità di una considerazione scientifica della storia in generale, cioè di una scienza della storia.

Hegel+Ricardo+Robespierre : sono le fonti tradizionali per la filosofia della prassi. E con Robespierre abbiamo da intendere evidentemente310

I documenti del convegno

il pensiero politico francese. Eppure non troviamo nei Quaderni una consapevolezza precisa di questo problema; senza dubbio perché manca in essi una conoscenza diretta di quella giovanile critica interna allo Stato borghese che conduce Marx ad una resa di conti decisiva con i principi dell’89 e alla scoperta di tutte le implicazioni teoriche e pratiche che vengono prodotte dalla distinzione e dal rapporto, storicamente costituì-tosi, di società civile e società politica.

Tutto un nesso di problemi che permettono al giovane Marx di raggiungere un primo fondamentale risultato: cogliere le aporie fondamentali e il vizio di fondo, contemporaneamente, nella struttura logica del metodo hegeliano, nel pensiero politico del moderno giusnaturalismo, e nell’analisi economica di tutta la scuola classica. Un identico procedimento logico che appare come il procedimento specifico della società borghese moderna, il carattere particolare del suo sviluppo storico. Le contraddizioni logiche interne alle sovrastrutture, il contrasto storico di struttura e sovrastruttura, intanto è possibile in quanto viene scoperta la contraddizione logica e il contrasto storico all’interno della struttura stessa.

In Marx dunque Hegel, Ricardo e Robespierre non sono presi a sé, come momenti di una pura storia delle idee; essi sono tre aspetti, tra loro complementari, di una medesima realtà, cioè di un tipo specifico di società, sono già parte di questa società, sono una parte quindi dell’oggetto. Ecco perché l’analisi del loro pensiero è già, e non può non essere già, l’analisi della società borghese. Perché la società borghese è anche Hegel, Ricardo e Robespierre, cioè è anche il pensiero della società borghese. Anche il pensiero dunque è riguardato come un oggetto.

Ma qui bisogna stare attenti, perché si pone un problema di estrema delicatezza: di come riuscire a salvare la pur necessaria distinzione all’interno di una organica unità. Perché se è vero che il pensiero della società borghese è già la società borghese, è anche vero che non è tutta la società borghese. Cioè se anche il pensiero viene riguardato come un oggetto, questo non vuol dire che il pensiero è tutto l’oggetto, che il pensiero esaurisce l’oggetto. Se quest’ultima condizione si verificasse noi avremmo, in conseguenza, un pensiero definitivo, conclusivo: un’unità assoluta, attualistica, comunque di origine idealistica.

L’esigenza dell’unità fa perdere qui la necessità della distinzione. Ma ce l’errore opposto: una volta distinto, per usare dei termini tradizionali, il pensiero dall’essere, si tende ad assegnare soltanto all’essere unaMario Tronti

311

consistenza oggettiva, mentre il pensiero rimane un puro riflesso, uno specchio della realtà che non è realtà esso stesso. La distinzione ontologica impedisce qui una reale unità logica.

Sono due soluzioni estreme, all’interno del marxismo, che presuppongono una diversa interpretazione del marxismo. Gramsci credo avesse profonda consapevolezza di questo problema; e il tentativo di soluzione che egli abbozza è certamente coerente con l’impostazione del suo pensiero filosofico. Ciò non toglie che egli finisca per cadere nella prima di queste due soluzioni. Può considerarsi questo come la « conseguenza » di un determinato orizzonte teorico in cui egli ha calato il pensiero di Marx? Per rispondere, dobbiamo accostarci di nuovo, per un momento, alla considerazione del pensiero hegeliano. Qui troviamo subito, in campo marxista, un tradizionale filone d’interpretazione.

Lukàcs, in quel saggio del ’19 che sopra abbiamo ricordato, cosi si esprimeva : « La critica marxiana a Hegel è dunque la continuazione e la prosecuzione diretta della critica che Hegel stesso ha esercitato nei confronti di Kant e Fichte. Cosi è nato il metodo dialettico di Marx come prosecuzione conseguente di ciò cui Hegel aveva aspirato, ma che (Hegel) non aveva concretamente raggiunto... ». C’è qui, in sintesi, la base ultima del pensiero teorico di Lukàcs, che credo rimarrà coerente in tutto il corso della sua opera. Marx è la prosecuzione conseguente di Hegel; il marxismo è la conclusione dello hegelismo, l’inveramento di esso, è il vero hegelismo.

Quasi negli stessi termini si esprimerà Gramsci : « Hegel rappresenta, nella storia del pensiero filosofico, una parte a sé, poiché, nel suo sistema, in un modo o nell’altro, pur nella forma di romanzo filosofico, si riesce a comprendere cos’è la realtà, cioè si ha, in un solo sistema e in un solo filosofo, quella coscienza delle contraddizioni che prima risultava dall’insieme dei sistemi, dall’insieme dei filosofi, in polemica tra loro, in contraddizione tra loro. In un certo senso, pertanto, la filosofia della prassi è una riforma e uno sviluppo dell’hegelismo... » \ Qui lo stesso pensiero di Lukàcs è espresso in un linguaggio che tiene conto di un momento « nazionale » della cultura. Il marxismo è la riforma della dialettica hegeliana; è la conclusione finalmente positiva dei vari tentativi che l’idea
i M. S.f p. 93.

21.312

I documenti del convegno

lismo italiano ha fatto per rivedere e aggiornare lo strumento logico del metodo hegeliano. Croce e Gentile hanno compiuto una riforma « reazionaria » ; rappresentano quindi un. passo indietro rispetto a Hegel1; in ciò sono stati aiutati da quell’anello intermedio Vico-Spaventa-(Gioberti). Ecco il difetto dunque di una certa tradizione culturale italiana: essa è troppo poco hegeliana; non è stata capace di tirare le somme da tutto di travaglio della filosofia classica tedesca, non è riuscita a concludere, a completare Hegel; a questa conclusione è arrivato o deve arrivare il marxismo.

Non credo di avere con ciò forzato il pensiero di Gramsci. Gran parte di queste, sono sue esplicite affermazioni. Si tratta di vedere fino a che punto esse siano determinanti per l’indirizzo del suo pensiero; certo è che affermazioni analoghe sono state decisive per l’indirizzo del pensiero marxista in generale.

£ difficile accettare questa che è, del resto, l’interpretazione tradizionale dei rapporti tra Marx e Hegel, per chi, come noi, ha preso coscienza di questi rapporti sulla base di quella giovanile « resa dei conti » che Marx intraprende con la filosofia hegeliana; per chi proprio in questa resa dei conti ha colto per la prima volta « il segreto di Hegel », come si esprimeva già Della Volpe nel ’47; che proprio dal Della Volpe, qui in Italia, ha imparato a definire la dialettica hegeliana, come una dialettica platonico-hegeliana, tutta immersa in quel vizio aprioristico, che gli assegna « un’incapacità organica di mediazione » ed una « organica impotenza assiologica e critico-valutativa ». « Marx ha, nella sua ricerca positiva, scientifica, veramente solo civettato con le formule della dialettica* usandole come innocenti metafore per riassumere icasticamente, secondo l’immaginoso linguaggio intellettuale, colto, del tempo, i processi storici di cui ha scoperto le leggi scientifiche... La dialettica che solo interessa Marx e il marxismo autentico è la dialettica determinata, cioè coincidente con la legge scientifica » 2.

La mistificazione della dialettica hegeliana è essa la conclusione complessiva di tutto l’idealismo, di tutta la filosofia speculativa. Hegel non

1 M. S., pp. 240-1.

2 Galvano Della Volpe, Marx e lo Stato moderno rappresentativo, Bologna, 1947, p. 12.Mario Tronti

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ha bisogno di essere concluso; Hegel è già la conclusione. È proprio la conclusione che Marx rifiuta. E allora non si può dire che la filosofia della prassi ha incorporato in sé alcuni valori « strumentali » dello stesso metodo speculativo (ad es. la dialettica) \ Perché la dialettica hegeliana è già tutto il metodo speculativo; e proprio questo metodo, in Hegel, giustifica, rende possibile, anzi rende « necessario », il sistema della filosofia speculativa.

Questi concetti ci serviranno in seguito. Affrontiamo invece un problema preciso; uno di quei problemi che sotto una veste apparentemente filologica nascondono un serio contenuto di pensiero. Gramsci dice, per lo più, « filosofia della prassi », quando deve dire marxismo. E credo che siamo d’accordo nel ritenere non casuale la scelta di questa espressione. Certo che oggi chi dice « filosofia della prassi » o non intende precisamente il marxismo, oppure propone una certa interpretazione del marxismo. O è la crociana Filosofia della pratica, oppure quei non meglio precisato « realismo storico-critico » che fa capo a Rodolfo Mondolfo. Ambedue i concetti, credo, di origine gentiliana, del Gentile dei saggi sul marxismo.

Nella letteratura marxista il concetto di praxis assume una strana origine feuerbachiana. Marx accusa Feuerbach di considerare come schiettamente umano solo il modo di procedere teoretico; e di concepire e fissare la pratica soltanto nella sua raffigurazione sordidamente giudaica. Ed in effetti Feuerbach nel l’Essenza del Cristianesimo distingue l'atteggiamento dei greci che considerano la natura con mente teoretica e trovano quindi l’armonia dell’uomo col mondo, dall’atteggiamento degli ebrei che considerano il mondo solo dal punto di vista pratico e si trovano in disaccordo con la natura, perché « fanno della natura la serva umilissima del proprio interesse, del proprio pratico egoismo» 2. La correzione di questo concetto dà a Marx la possibilità di innalzare anche l’elemento pratico su di un piano teoretico, di rivendicare anche nell’elemento pratico un contenuto teoretico.

Propone quindi una concezione dell’oggetto, del reale, del sensibile

1 M. S., p. 201.

2 Ludwig Feuerbach, L'essenza del Cristianesimo, Milano, 1949, voi. I, p. 99.314

I documenti del convegno

non più soltanto sotto la forma di oggetto e di intuizione, ma come attività sensibile umana, come attività pratica. Il che vuol dire che da un Iato l’oggetto va concepito soggettivamente, per cui la conoscenza stessa diventa un atto di natura critico-pratica; ma vuol dire anche l’inverso: cioè anche il soggetto va visto oggettivamente, cioè il soggetto diventa una parte dell’oggetto, è già esso un oggetto; e cosi anche la pratica intanto è un’attività pratica in quanto si presenta con una concreta realtà, una corposa oggettività. E infatti Marx aggiunge: « Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva ». Cioè qui tanto poco assistiamo ad una sparizione della materialità o corporeità dell’oggetto che perfino il soggetto tradizionale viene coinvolto in una oggettività, unitaria e distinta nel medesimo tempo.

Ma è problema questo di cosi grande importanza e di cosi profonda difficoltà, da richiedere un ben diverso approfondimento, che non siano queste facili frasi1.

Nell’ambito di questo problema dobbiamo riconoscere a Gramsci un grande merito: quello di aver afferrato un punto fondamentale che non è facile oggi ritrovare nella produzione dei pensatori marxisti : quel concetto di una socialità del sapere, di un carattere storico-sociale implicito nella conoscenza umana, che è a sua volta implicito in tutto il pensiero di Marx. « La storia stessa è una parte reale della storia naturale, della umanizzazione della natura. La scienza naturale comprenderà un giorno la scienza dell’uomo, come la scienza dell’uomo comprenderà la scienza naturale: non ci sarà che una scienza... Realtà sociale della natura e scienza naturale umana, o scienza naturale dell’uomo, sono espressioni identiche» 2.

Gramsci parte dal presupposto che gli uomini prendono coscienza dei conflitti oggettivi sul terreno delle ideologie; e assegna a questa affermazione un valore gnoseologico, prima ancora che psicologico e mo
1 Per l’approfondimento di questo e di altri problemi, c’è da vedere ora l’Introduzione di Lucio COLLETTI alla traduzione italiana dei Quaderni filosofici di Lenin.

2 Marx, Manoscritti del ’44, in: Opere filosofiche giovanili, Roma, 1950,

p. 266.Mario Tronti

315

rale1. Se questo vale per ogni conoscenza consapevole, occorre elaborare un nuovo concetto di « monismo » che significhi « identità dei contrari nell’atto storico concreto, cioè attività umana (storia-spirito) in concreto, connessa indissolubilmente ad una certa materia organizzata (storicizzata), alla natura trasformata dall uomo » 2. E l’uomo diventa cosi « un blocco storico di elementi puramente'individuali e soggettivi e di elementi di massa e oggettivi o materiali coi quali l’individuo è in rapporto attivo » 3. Di qui tutta la fecondità di quel concetto gramsciano di « blocco storico », inteso come un’unità organica in cui « le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma », cosicché le forze materiali non sono concepibili senza le ideologie, cosi come le ideologie non sono concepibili senza le forze materiali4.

Socialità del sapere dunque, nel pensiero di Gramsci; con un limite che dobbiamo rilevare. Il sapere per eccellenza è ancora la « filosofia ». Permane un distaccato sospetto nei confronti della « scienza ». Conclusione : Gramsci arriva, seguendo l’indicazione di Croce, alla identificazione di filosofia e storia, mentre dovrebbe arrivare, seguendo l’indicazione di Marx, alla identificazione di scienza e storia.

Per vedere la ragione e le conseguenze di questa impostazione dobbiamo riprendere il discorso sulla « filosofia della prassi ».

Il Mondolfo, tra il 1909 e il 1912, pubblicava i suoi saggi su questi argomenti. « La coscienza e la volontà — egli dice — appaiono un momento essenziale della storia, in quanto condizionano l’azione e, pertanto, lo stesso processo storico. Il materialismo metafisico non può dunque racchiudere nei suoi quadri il realismo storico e il principio della lotta di classe, ma ne risulta superato: un’altra concezione filosofica si rende necessaria. E certamente la concezione filosofica più consentanea appare quella dell’idealismo volontaristico. Non per nulla Marx ed Engels movevano dal volontarismo feuerbachiano e dalla filosofia della prassi » 5.

Occorre vedere se in Gramsci non sia passata almeno una parte di questa concezione6.

1 M. Sp. 39.

2 M. S., p. 44.

3 M. S., p. 35.

4 M. S., p. 49.

5 Rodolfo Mondolfo, op. cit., II ed., p. 24.

6 « La coincidenza (con Gramsci) in questo caso consiste appunto in un eie316

I documenti del convegno

Molto note sono le formulazioni gramsciane riguardo al problema di un oggettività materiale, intorno alla « cosi detta realtà del mondo esterno ». Quasi ogni volta che usa il termine « materialismo », sente il bisogno di metterci dietro l’aggettivo « metafisico ». Accetta cosi la definizione tutta idealistica della metafisica, assegnata ad ogni presunta realtà che vada al di là della realtà della coscieìiza. In quell’espressione molto comune di « materialismo storico », egli dice che occorre posare « l’accento sul secondo termine 66 storico ” e non sul primo di origine metafisica » \ « 64Oggettivo” significa proprio e solo questo: che si afferma essere oggettivo, realtà oggettiva, quella realtà che è accertata da tutti gli uomini, che è indipendente da ogni punto di vista che sia meramente particolare o di gruppo » 2.

Quindi « oggettivo significa sempre 44 umanamente oggettivo ”, ciò che può corrispondere esattamente a 44 storicamente soggettivo ”, cioè oggettivo significherebbe 44 universale soggettivo ” » 3. «Noi conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomo e siccome l’uomo è divenire storico, anche la conoscenza e la realtà sono un divenire, anche l’oggettività è un divenire ecc. » 4. Dunque l’elemento primo è il divenire, è l’attività critico-pratica dell’uomo nel mondo; il centro unitario in cui si sintetizza la contraddizione dialettica tra l’uomo e il mondo, tra l’uomo e la natura, è la prassi, « cioè il rapporto tra la volontà umana (superstruttura) e la struttura economica » 5.

Loggettività tende a sfumare in una intersoggettività, coesa appunto internamente dall’elemento della praxis sociale: e la prassi tende a diventare la realtà primaria, assolvendo a quella funzione a cui assolve l’elemento della sensazione neirempiriocriticismo di Mach e Avenarius.

Ebbene questa imprecisione nella problematica schiettamente materialistica del marxismo, dobbiamo vederla come una diretta conseguenza della sopravvalutazione che nell’opera di Gramsci troviamo dell’origine

mento fondamentale: l’affermazione della filosofia della prassi, di cui, da oltre quarantanni fa, ho sostenuto la necessità per il socialismo... » : R. MONDOLFO, Intorno a Gramsci e alla filosofia della prassi, in Critica sociale, 1955, nn. 6-7-8.

1 M. S., p. 159.

2 Ai. S., p. 54.

3 Ai. S., p. 142.

4 Ai. S., p. 143.

5 M: S.t p. 92.Mario Tronti

317

idealistica, immanentistica, storicistica del pensiero di Marx. Conseguenza inevitabile se non si è passati attraverso quella distruttiva critica marxiana al procedimento mistificato della dialettica hegeliana, e quindi al metodo del pensiero hegeliano che fa tutt’uno per Marx con il sistema definitivo della filosofia hegeliana; se non si è analizzata e smontata dall’interno l’unica metafisica che Marx temeva, e che era la metafisica dell’idealismo, culminata, coronata e conclusa nel pensiero di Hegel.

Grossi equivoci possono sorgere intorno a questo aspetto della problematica gramsciana. Prendiamo la teoria delle sovrastrutture. « Il materialismo sporico... — dice Gramsci — nella teoria delle superstrutture pone in linguaggio realistico e storicistico ciò che la filosofia tradizionale esprimeva in forma speculativa » 1; « la concezione 66 soggettivistica ”... può trovare il suo inveramento e la sua interpretazione storicistica solo nella concezione delle superstrutture » 2. Che mi pare si possa capire in questo modo : per salvare la concezione soggettivistica occorre darle un’interpretazione storicistica; e questa si ha con la teoria delle sovrastrutture. In questo senso Videa hegeliana diventa l'ideologia; cioè l’idea hegeliana cambia di posto, viene trasferita nella sovrastruttura, viene immersa in un divenire storico, viene storicizzata; o meglio viene risolta sia nelle strutture sia nelle sovrastrutture, in quanto entrambe si presentano come parvenze di un concreto divenire storico. Dunque Videa, nella sua natura, nella struttura del suo movimento, rimane identica: è l’idea hegeliana, che, solamente, viene storicizzata. Il marxismo risulta cosi come la interpretazione storicistica della concezione soggettivistica; come lo storicizzarsi dell’idealismo.

Non possiamo dire che Gramsci arrivi a questa conclusione esplicita. C’è in lui la consapevolezza di altri problemi, c’è in lui una ben determinata gerarchia di problemi, in cui il primo posto spetta sempre al concreto, al particolare, allo « storicamente determinato », che giustamente gli impedisce di giungere ad una simile conclusione. C’è in lui soprattutto una giusta soluzione al problema del rapporto di « teoria e pratica ».

« Se il problema di identificare teoria e pratica si pone, si pone in

1 M. S., p. 139.

2 M. S., p. 141,318

I documenti del convegno

questo senso : di costruire su una determinata pratica una teoria che, coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi della pratica stessa, acceleri il processo storico in atto, rendendo la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo, oppure, data una certa posizione teorica, di organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera» 1. Assurdo sarebbe dunque un parallelo tra Marx e Lenin, che volesse giungere ad una gerarchia. Essi « esprimono due fasi : scienza-azione che sono omogenee ed eterogenee nello stesso tempo ». Cosi come sarebbe assurdo un parallelo tra Cristo e san Paolo: Cristo-Weltanschauung e san Paolo-organizzatore; essi sono ambedue necessari nella stessa misura e però sono della stessa statura storica. Si potrebbe quindi parlare di cristianesimo-paoli-nismo, cosi come si parla appunto di marxismo-leninismo 2.

Scienza-azione dunque come due fasi omogenee ed eterogenee nello stesso tempo. Proprio cosi: perché in Marx e nel marxismo la scienza si presenta già come scienza attiva., e l’azione si presenta già come azione scientifica. La teoria si presenta come una teoria pratica perché la pratica viene scoperta come una pratica teorica. Ma questo non vuol dire che ci sia una identità immediata di scienza-azione, di teoria-pratica. Permangono le due fasi, nella prima delle quali la pratica viene vista in funzione teorica, mentre nella seconda la teoria viene usata in funzione pratica. Ecco perché — dice Gramsci in una nota che credo ci interessi da vicino — « Ecco perché il problema dell’identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti storici cosi detti di transizione, cioè di più rapido movimento trasformativo, quando realmente le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere più efficienti ed espansive, o si moltiplicano i programmi teorici che domandano anehessi di essere giustificati realisticamente in quanto dimostrano di essere assimilabili dai movimenti pratici che solo cosi diventano più pratici e più reali » 3.

È nota la battaglia che Gramsci conduce per rivendicare al marxismo roriginalità, l’autonomia, l'autosufficienza di cuna vera e propria Welt-und

1 M. Sp. 38.

2 M. S., p. 76.

3 M. S., p. 39.Mario Tronti

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Lebenschauung, di una concezione generale del mondo e della vita. «La filosofia della prassi — egli dice — è nata sotto forma di aforismi e di criteri pratici per un puro caso, perché il suo fondatore ha dedicato le sue forze intellettuali ad altri problemi, specialmente economici... » \ Una trattazione sistematica della filosofia della prassi « deve trattare tutta la parte generale filosofica, deve svolgere quindi coerentemente tutti i concetti generali di una metodologia della storia e della politica, e inoltre dell’arte, dell’economia, dell’etica e deve nel nesso generale trovare il posto per una teoria delle scienze naturali » 2. E infatti « ogni sociologia presuppone una filosofia, una concezione del mondo, di cui è un frammento subordinato » 3. La stessa dialettica, cioè il metodo, può essere esattamente concepito, solo se la filosofia della prassi è concepita come una filosofia integrale e originale che supera idealismo e materialismo tradizionali, esprimendo questo superamento proprio attraverso la nuova dialettica 4.

Vuol dire questo che dobbiamo accingerci ad una esposizione sistematica del marxismo? No: per Gramsci questo è possibile soltanto quando una determinata dottrina ha raggiunto la fase « classica » del suo sviluppo. Fino ad allora ogni tentativo di « manualizzarla » deve necessariamente fallire e la sua sistemazione logica risulta apparente e illusoria. Fino ad allora non è possibile una esposizione formalmente dogmatica, stilisticamente posata, scientificamente serena 5. Ecco il motivo profondo che riesce a spiegarci la « forma » specifica che assume la ricerca gramsciana. Egli concepisce il marxismo come una teoria che è « ancora allo stadio della discussione, della polemica, dell’elabora-razione » 6 : ecco perché egli non si accinge a sistemare, a manualizzare questa teoria, ma si accinge soltanto a discutere, a polemizzare e quindi ad elaborare. Il marxismo può diventare una concezione generale del mondo, ma non lo è ancora diventata; può produrre una cultura di massa che abbia quei noti caratteri, ma non l’ha ancora prodotta; può rivendi
1 M. 5., p. 125. Il corsivo è mio.

2 M. S., p. 128.

3 M. S., p. 125.

4 M. S., p. 132.

s M. Sp. 131.

6 M. S., p. 131.320

I documenti del convegno

care una direzione egemonica nell’ambito dell’alta cultura, ma non l’ha ancora conquistata.

Il pensiero marxista ha amaramente pagato, con l’atrofia di tutto il suo sviluppo teorico, la cattiva idea di fare del marxismo stesso la nuova Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio. Dobbiamo riconoscere a Gramsci il grande merito di avere negato, in concreto, questa concezione. E per cogliere i risultati più fecondi che scaturiscono dalia ricerca gramsciana, dobbiamo, su questo punto, andare oltre il pensiero di Gramsci. Occorre sostenere oggi che non esiste una « dottrina » marxista. Occorre provare che lo spirito di sistema è per principio estraneo al pensiero di Marx; che non « per puro caso il marxismo è nato sotto forma di aforismo e di criteri pratici », ma per una intrinseca, immanente, logica necessità, intimamente legata alla sua interna natura; che una considerazione sistematica della dottrina non può che produrre un sistema dottrinario di formule fisse e di proporzioni definitive.

Per Gramsci ogni filosofia è una concezione del mondo, che si pone come critica e superamento della religione, che è a sua volta una concezione del mondo diventata norma di vita, entrata cioè nel senso comune, accettata come fede. La filosofia dunque coincide con il « buon senso » che si contrappone al « senso comune ». E la filosofia della prassi è allora la assoluta sistemazione storicistica del buon senso, che in quanto tale si emancipa dal senso comune di tutte le filosofie passate, e si pone quindi nei loro confronti come nuova filosofia che tende a identificarsi con la storia, che si identifica a sua volta con la politica. Una filosofia integrale della storia, intesa come politica, che possa porsi finalmente come il « buon senso » della storia: ecco, in fondo, lo storicismo assoluto.

Ed ecco anche il limite del pensiero di Gramsci, di cui abbiamo visto sopra le origini speculative. Per noi il buon senso della filosofia di una data epoca, non è il senso comune di quest’epoca, stravolto e mistificato. Occorre riscoprire la verità di quest’ultimo, anche attraverso l’espressione, storicamente determinata, che esso assume. Se la filosofia coincide con il buon senso, dobbiamo diffidare della filosofia. Se con la scienza riusciamo ad esprimere il senso comune delle cose, è sufficiente confidare nella scienza.

Certo che noi dobbiamo rivendicare la novità, l’originalità, l’autonomia del marxismo. Ma la novità del marxismo nei confronti di ogni altra filosofia consiste nel non porsi più come filosofia; la sua originalità conMario Tronti

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siste nell’opporr e alla filosofia la scienza, anzi nel concepire la propria filosofia soltanto come scienza, come « concezione specifica di un oggetto specifico » ; la sua autonomia consiste nel concepire il proprio metodo d’indagine autonomo, in generale da tutta la vecchia filosofia speculativa, <e in particolare dalla filosofia speculativa hegeliana che aveva concluso e inverato tutta la vecchia filosofia, in virtù di quel suo « logico » procedimento che ripeteva « l’oggettivo » procedimento, cioè il concreto metodo storico, economico, politico, giuridico della formazione econo-mico-sociale capitalistica, della società borghese moderna.

Queste sono soltanto alcune delle questioni che mi sembrava importante di trattare, e che occorreva trattare, mi rendo conto, con ben più serio approfondimento. Comunque è bene presentare tutte le considerazioni qui fatte, come un’interpretazione tendenziosa del pensiero teorico di Gramsci. Un’interpretazione che non vuole essere un’esercitazione accademica sul corpo morto di una dottrina già consegnata al mondo chiuso dei « classici » ; che vuole tenere presente il momento attuale del dibattito teorico, intorno al marxismo, la sua problematica odierna, le sue odierne esigenze di sviluppo; che tende, di proposito, a sottolineare nell’opera di Gramsci alcuni aspetti tipici di tutto il marxismo contemporaneo che occorre correggere, se si vuole imprimere un più rapido sviluppo a tutta la ricerca teorica.
 


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Titolo della pubblicazione Studi gramsciani
Titoli e responsabilità
Studi gramsciani   atti del convegno tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958  Istituto Antonio Gramsci+++   promotore+++    Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958+++ {Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958 --- Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958} 
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Pubblicazione Roma+++ | Editori Riuniti+++ | Anno: 1958


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