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tipologia: Analitici; Id: 1543186


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Tipologia Documento di Convegno
Titolo [I Documenti del convegno. Appunti per le relazioni e Comunicazioni] S. Cambareri, Il concetto di egemonia nel pensiero di A. Gramsci
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Cambareri, Serafino+++   autore+++   
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Serafino Cambareri
IL CONCETTO DI EGEMONIA
NEL PENSIERO DI A. GRAMSCI
Un ripensamento critico delle opere di A. Gramsci, a venti anni dalla sua morte e a dodici dalla apparizione in Italia del suo primo volume Lettere dal carcere che ha aperto la serie delle successive pubblicazioni, si presenta, nella attuale congiuntura storica, particolarmente efficace, sempre che i giudizi o le risoluzioni che necessariamente emergeranno da un tale ripensamento siano giudizi o risoluzioni operative e non già meramente contemplative, volte cioè a porre fine, almeno in Italia, alle deformazioni inaudite del marxismo, legittimate da una falsa interpretazione dei problemi che il XX Congresso del PCUS ha posto di fronte alla classe lavoratrice ed alla sua politica.
Quanto piú gravi e critiche si presentano le contingenze storiche tanto piú necessaria si presenta l'esigenza di un libero ricorso alle opere di quei pensatori che in modo autonomo e originale hanno saputo approfondire le diverse questioni del movimento proletario. E nessuno può negare che con Gramsci ci troviamo di fronte ad un pensiero di rara, originale potenza; pensiero dinamico, pensiero senza retorica, pensiero distruttivo e costruttivo, pensiero reale, profondamente radicato nella concreta situazione storica italiana. Per la formulazione delle sue tesi egli, infatti, parte sempre da necessità nazionali, cioè dai problemi della società italiana nella sua finita situazione storica; il suo « dato » è l'istanza presente o storico-materiale, in funzione di questa egli analizza i diversi problemi sino a pervenire ad una ipotesi risolutiva che non rimane astrazione concettuale, ma si invera nel « fatto » come prova
7.
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sperimentale, salto qualitativo, rispetto agli elementi analizzati. Questa impostazione metodologica riflette una forte esigenza di storicità reale e colloca il pensiero di Gramsci nell'ambito della corrente marxista-leninista, mentre dimostra, nel contempo, come il marxismo, da concezione universale del mondo, abbia in sé la capacità di articolarsi, particolariz-zarsi per divenire espressione conseguente di nuclei nazionali storicamente e diversamente configurati pur rimanendo identico a se stesso. E questa la novità, la originalità del pensiero di Gramsci ed è questo quanto, a nostro avviso, in questi ultimi dodici anni di battaglie culturali, non è stato posto sufficientemente in risalto talché si è discusso con passione,. si è confutato seriamente il problema, per es., del dogmatismo, dell'orto-dossismo nella concezione marxiana, laddove si trattava di pure celie, di « trastulli piccolo-borghesi ». Che il marxismo rettamente inteso possegga una interna difesa contro l'astratto dogmatismo, in quanto non può significare nulla come teoria, né può in alcun modo funzionare come metodo, se non nella piú stretta aderenza alla storia dalla quale nasce ed alla quale deve in ogni momenta ripetere la validità di una verifica scientifica, in funzione della trasformazione della società e della azione rivoluzionaria, ecco quanto il pensiero di Gramsci mirabilmente conferma ed ecco quanta non han saputo intendere coloro che si son lasciati avviluppare, di fronte allo incalzare degli avvenimenti, quanto meno da remore psicologiche e da pentimenti morali, ponendosi su posizioni « revisionistiche » e di « superamento » e cosí svuotando del suo contenuto piú genuino ed autentico la teoria rivoluzionaria del proletariato.
Se teniamo presente quale importanza abbia assunto nel pensiero-di Lenin il concetto di « egemonia », ci rendiamo conto, rileggendo le opere di Gramsci, quanto profonda sia stata l'influenza esercitata da Lenin su Gramsci, ma lo sforzo problematico di questi di « tradurre »
1 La questione della « traduzione », nel contesto della filosofia della prassi, del pensiero speculativo di B. Croce, ha condotto N. MArrEucci (cfr. A. Gramsci e la filosofia della prassi, Milano, Giuffrè, 1951) ad una originale tesi, quella secondo cui la forte esigenza della ricerca di una «via italiana » al socialismo ante litteram avrebbe portato Gramsci a sostituire alle tre fonti classiche del marxismo B. Croce e N. Machiavelli; l'uno considerato come l'espressione « italiana » della filosofia classica tedesca, l'altro come momento simbolico del po-liticismo francese, onde pervenire ad « una nuova sintesi organica i cui elementi anche se universali siano profondamente nazionali... tale sintesi era necessaria per un superiore sviluppo della filosofia della prassi, in quanto rendeva possibile,
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nella filosofia della prassi quanto di piú progredito ed avanzato era stato raggiunto dal pensiero europeo, ed in particolar modo dal pensiero italiano, rende nel Nostro il medesimo concetto assai piú ricco e complesso rispetto al concetto leninista ed è questo, a nostro avviso, uno degli aspetti fondamentali del pensiero di Gramsci, le cui impostazioni critiche, peraltro, si presentano sempre con una personale, feconda problematica. Il problema generalissimo che Gramsci ha ereditato da Lenin è stato quello della rivalutazione costruttiva, positiva del partito politico del proletariato, in quanto espressione della classe che « rappresenta costantemente l'interesse del movimento complessivo che spinge sempre avanti la rivoluzione » 1 per modo che questa classe da una posizione subalterna possa divenire « egemone » e dalle semplici rivendicazioni economico-corporative possa affermarsi come portatrice di un proprio ordine
e di una propria civiltà avente valore universale. È il concetto di direzione culturale e politica, cioè il concetto che è entrato nel marxismo sotto la denominazione di « egemonia » appunto: alla egemonia che tentano di mantenere le vecchie classi, si contrappone con la sua lotta politica ed ideologica la classe operaia fino alla fondazione di un nuovo Stato
e di una nuova egemonia. Perché la classe operaia possa affermare, sviluppare, potenziare la sua egemonia come forza nuova nella storia moderna, deve possedere le armi ideologiche piú raffinate e decisive, deve assumere una posizione di lotta politica ed ideologica di contro alla classe borghese tutta tesa al mantenimento, alla conservazione del suo dominio politico e quindi al mantenimento della sua egemonia. Di qui la funzione degli intellettuali « organici » ai quali è commesso il compito di lottare per la assimilazione e la conquista ideologica degli intellettuali tradizionali e per la « egemonia » della loro classe, organizzando la classe stessa nella lotta politica e nella fondazione del nuovo Stato 2. Di qui si
con la eliminazione di ogni forma di materialismo volgare o di marxismo deteriore, un reale superamento delle forme piú alte della cultura italiana » (op. cit., p. 19). Tesi assai suggestiva che contesta essere stato il linguaggio di Gramsci un mero espediente per sfuggire alla censura ecc., tesi che richiede, a nostro avviso, ulteriori approfondimenti, anche se l'autore ha creduto di collocare il pensiero gramsciano nell'alveo del pensiero di B. Croce.
1 K. Mnxx e F. ENGELS, Manifesto del Partito comunista, trad. Togliatti, Roma, Ediz. Rinascita, 1947.
2 I., pp. 3, 7 passim.
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evince come i problemi del partito politico della classe operaia e della fondazione dello Stato socialista abbiano avuto nel pensiero di Gramsci un posto preminente; e chi ricorda la lotta intransigente combattuta da Lenin contro le concezioni che vedevano la rivoluzione socialista svolgersi in modo spontaneo, senza la necessità della guida di un partito e di un programma che desse sicuri e realistici obiettivi di lotta, non può non registrare la straordinaria analogia con la posizione assunta da Gramsci nei confronti delle ideologie soreliane « che non potevano giungere alla comprensione del partito politico in quanto fondate sull'impulso irrazionale, arbitrario, spontaneo delle masse » 1. Quel che occorre sin d'ora precisare è questo: Lenin e Gramsci partono da un comune presupposto; dal riconoscimento cioè della insufficienza del mero fattore economico e dalla rivalutazione positiva e determinante del fattore ideologico, ma mentre Lenin arriva alla valutazione del fattore intellettuale solo ed unicamente in funzione della trasformazione immediata di una realtà di fatto — ogni sistematica è rigettata da lui, com'è noto — Gramsci tratta la questione da un punto di vista teoretico criticamente consapevole 2; l'egemonia è presentata come una riforma intellettuale e morale connessa ad una trasformazione dei rapporti economici della società. È questo l'aspetto etico-politico della politica, aspetto non sufficientemente analizzato da Lenin, ma che Gramsci colloca al centro della sua problematica, talché le sue tesi sull'egemonia rappresentano, a nostro avviso, una esperienza teorica ulteriore e quindi storicamente piú avanzata di marxismo rivoluzionario. Di Lenin cosí parla Gramsci: « piú grande teorico moderno della filosofia della prassi, nel terreno della lotta e della organizzazione politica, con terminologia politica, ha in opposizione alle diverse tendenze "economistiche ", rivalutato il fronte della lotta culturale e costruito la teoria della egemonia come complemento [cors. nostro) della teoria dello Stato-forza » 3. Il problema è questo: il concetto della direzione politica del proléta-
1 ,LENIN, Che fare?, in Opere scelte, 1948, Mosca, vol. I, p. 142, ed anche STALIN, Les Questions du Léninisme, Moscou, Editions en langues étrangères, 1949. Vedi A. GRAMSCI, I, pp. 4-5.
2 D'accordo con Matteucci (op. cit., p. 76), che in Lenin il concetto di egemonia è piú una « intuizione » che una esperienza storiografica o una problematica filosofica.
3 M. S., p. 201.
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riato, senza dubbio, viene sviluppato per la prima volta da Lenin; troviamo già nelle opere di Marx implicito un tale concetto 1, ma in Lenin il principio dell'egemonia assume, e non può non assumere, data la congiuntura storica nella quale operava il grande rivoluzionario, una significazione di « strategia rivoluzionaria » come sistema di « guida » degli altri raggruppamenti sociali nella lotta contro il vecchio regime z. Lenin insomma parla di egemonia, cioè del « consenso » dei diretti solo quando il proletariato trionfante, dápo aver imposto la sua dittatura, crea le corrispondenti condizioni a questo scopo, giacché le masse non sono in grado di impadronirsi della cultura, esercitando la classe antagonista non soltanto la schiavitú economica, ma altresí politica ed ideologia. È chiaro che quando la classe subalterna conquista il potere la rivoluzione culturale diventa rapida e completa, ma il concetto gramsciano è che la classe operaia, prima ancora della materiale conquista del potere, debba esercitare la sua funzione dirigente attraverso l'« egemonia politico-culturale ». Essa classe dovrà essere la guida, quali che siano i raggruppamenti politici nei quali si incarnano le sue aspirazioni; essendo il marxismo l'ideologia tipica, conseguente, di questa classe, solo i partiti che si richiamano al marxismo inteso nella sua piú genuina essenza rivoluzionaria possono essere considerati gli strumenti efficaci che conducono al rovesciamento delle fondamenta classiste dello Stato borghese. È chiaro che la classe esiste solo dove e quando ha la coscienza di agire come tale e questa coscienza deve e può esprimersi in un partito o in piú partiti, a seconda delle condizioni storiche oggettive e soggettive nelle quali la classe è costretta ad operare. Ma di questo, cioè del rapporto classe-partito-partisti-Stato, tratteremo in seguito. Rileviamo ora come Gramsci, partendo dalla premessa che la classe operaia crea le condizioni per la conquista del potere, ponendosi come guida delle piú grandi masse della propria nazione, come forza sociale e politica la cui ideologia, il marxismo, riesce ad influenzare e ad attrarre la stessa intellettualità borghese, marxisticamente, vede la possibilità dello sviluppo della cultura, quindi la possibilità del supera-
Soprattutto nel Manifesto, là dove il partito è presentato come « coscienza » della classe capace di intendere non solo gli interessi immediati di questa, ma anche l'avvenire del movimento.
2 Cfr. Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica-borghese, in LENIN, Opere scelte, ed. cit., vol. I.
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mento della alienazione umana solo nel « superamento della estraneazione economica ». Egli si chiede: « Può esserci riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico? Perciò una riforma intellettuale e morale non può non essere legata ad un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale » 1. È qui che trova forma e consistenza la sua critica alla concezione della storia, come storia etico-politica, di B. Croce, che pretende imporre i cosiddetti valori dello spirito a chi manca delle piú elementari condizioni del vivere civile. Tuttavia « si può dire — dice Gramsci — che non solo la filosofia della prassi non esclude la storia etico-politica, ma che anzi, la fase piú recente di sviluppo di essa consiste appunto nella rivendicazione del momento dell'egemonia come essenziale nella sua concezione statale e nella "valorizzazione" del fatto culturale... come necessario accanto a quelli meramente economici e meramente politici... la filosofia della prassi criticherà come indebita e arbitraria la riduzione della storia a sola storia etico-politica, ma non escluderà questa. L'opposizione tra il crocismo e la filosofia della prassi è da ricercare nel carattere speculativo del cro-cismo » 2. Queste osservazioni di Gramsci, ed altre, si concludono nel riconoscimento del valore della storia etico-politica, in quanta non prescinda dal concetto del « blocco storico », in cui contenuto economico-sociale e forma etico-politica si identificano concretamente. Qui non si intende seguire il Nostro attraverso le sue indagini volte a mostrare i momenti della egemonia nelle varie epoche storiche; notiamo soltanto l'impressionante ricchezza di motivi che egli ci offre sul problema della egemonia, della direzione politica e culturale legata sempre al contenuto economico-sociale e alla organizzazione statale. Secondo Gramsci i modi con i quali un gruppo sociale manifesta la sua egemonia sono due: il « dominio » e la « direzione intellettuale e morale »; dominare significa liquidate o sottomettere anche con la forza armata i gruppi avversari; « dirigere » significa porsi alla testa dei gruppi affini e alleati. Gramsci
Mach., p. 8.
2 M. S., p. 189.
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insiste — ed è questo suo insistere che ci convince circa la ricchezza. l'importanza, la originalità del suo concetto di « egemonia », rispetto al concetto leninista — che un gruppo sociale può, anzi deve essere dirigente ancor prima della conquista del potere; è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere: « non appena conquista il potere diventa dominante ma deve continuare ad essere dirigente » 1. Qui è Rodi e qui salta! Il marxismo-leninismo è tale che lo si supera solo se se ne assimila la sostanza profondamente, e noi crediamo che il pensiero di Gramsci rappresenti una esperienza ulteriore, piú avanzata rispetto al marxismo-leninismo. Il fatto che Gramsci abbia posto l'accento sul momento della direzione intellettuale e morale come condizione della conquista e dell'esercizio del potere, risulta piú evidente ove si pensi alla sua instancabile lotta teorica e pratica condotta per la « creazione di un nuovo ceto intellettuale educato nel mondo della produzione » Gli è che la classe borghese esita a portare avanti la sua stessa rivoluzione e quindi è incapace di democraticismo conseguente; ma per il movimento proletario porsi alla testa degli altri gruppi significa essere capace di legare a sé altre classi, con la « persuasione permanente », o tramite i suoi intellettuali il cui modo di essere « non può piú consistere nella eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, " •persuasore permanente "... [intellettuali che] dalla tecnica-lavoro [devono} giungere alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica e storica senza la quale si rimane " speciallista" e non si diventa "dirigente" (specialista + politico)» 2. In tal modo il proletariato ha chiara davanti a sé la funzione conservatrice e reazionaria della borghesia, isola la borghesia, l'indebolisce, pone le condizioni per la conquista del potere. È chiaro, dunque, che non basta l'avanguardia, che pure è la « coscienza » della classe, per la conquista del potere. Gramsci si è posto il problema del partito politico intellettuale-collettivo in quanto matura espressione della classe, in quanto coscienza storica operante concretamente. Invero egli si trovava di fronte ad un partito socialista dilaniato da contrasti non sempre di fondo, dominato dalla socialdemocrazia, dalla cor-
1 R., pp. 70, 71.
2 I., p. 7.
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ruzione, dall'opportunismo, e che certamente non poteva essere lo strumento piú adatto per una rivoluzione culturale e morale, e tanto meno per la fondazione di un nuovo tipo di Stato. Talché la classe, in quella congiuntura storica, e sotto il fascismo, si identificò in un solo partito, anche se altri gruppi sociali si trovarono sulle medesime posizioni di latta; oggi, le condizioni sono mutate e la classe, in Italia, si esprime in due partiti in funzione di avanguardia e in altri gruppi sociali, talché « non esiste nessun principio che escluda la pluralità dei partiti nel paese e al potere durante la costruzione di una società socialista, e il libero confronto tra le differenti ideologie » 1. Il problema è che si pensi in termini di classe e si operi in termini di partito, cioè che il partito sia mezzo e non fine, efficace strumento appunto di quella classe che intende sopprimere lo Stato borghese come sistema di violenza dei pochi (capitalisti) contro i molti (proletari) e strappi il possesso dei mezzi di produzione ai loro privati detentori. Non si tratta qui della assunzione di pieni poteri da parte dell'avanguardia per reprimere i molti, ma al contrario della grande maggioranza per restituire alla comunità il dominio e l'uso dei mezzi di produzione indebitamente e contradditoriamente accaparrati dai pochi. È questo il senso della democrazia di nuovo conio di cui parla Lenin, è questo lo sforzo che perseguono gli intellettuali « organici » , quello cioè di chiarire, per la azione rivoluzionaria, il significato del rapporto democrazia-socialismo e tutte le questioni generali connesse al termine « democrazia moderna » 2.
1 Vedi « Dichiarazione Programmatica » dell'VIII Congresso nazionale deI PCI. Cfr. Stato e Rivoluzione di Lenin, ed. cit.
2 A questo proposito vedi: G. DELLA VOLPE, Rousseau e Marx, Roma, Ed. Riuniti, 1957, là dove si dimostra, tra l'altro, il nesso storico Rousseau - socialismo e la continuità della genuina problematica egualitaria russoiana nel socialismo scientifico.
 
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Titolo della pubblicazione Studi gramsciani
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Studi gramsciani   atti del convegno tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958  Istituto Antonio Gramsci+++   promotore+++    Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958+++ {Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958 --- Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958} 
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Pubblicazione Roma+++ | Editori Riuniti+++ | Anno: 1958


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