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tipologia: Analitici; Id: 1543183


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Tipologia Documento di Convegno
Titolo [I Documenti del convegno. Appunti per le relazioni e Comunicazioni] R. Cessi, Problemi della storia d'Italia nell'opera di Gramsci
Responsabilità
Cessi, Roberto+++   autore+++   
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Roberto Cessi
PROBLEMI DELLA STORIA D'ITALIA
NELL'OPERA DI GRAMSCI
(Appunti)
1. Storicismo e dogmatismo: storia e storiografia.
Per comprendere e precisare l'impostazione e la validità storiografica del Gramsci è necessario tener presente i limiti della sua concezione.
L'interpretazione storicistica della concezione del mondo non si traduce in un dogmatismo astratto e pregiudiziale: sia pure che, aderendo ai principi engelsiani della evoluzione umana, si distacchi dallo storicismo idealista e da quello positivista, o dal vecchio materialismo empirico.
Né lo storicismo gramsciano si riduce a un economismo puro e grossolanamente materialista. La storia, nel pensiero del Gramsci, si identifica in concomitanza con la politica e la filosofia, nella vita stessa, sia che si consideri come accadimento del passato, ovvero attuazione del presente, o previsione del futuro, e non si dissolve in una logica formale, propria dell'idealismo, o in un « fatalismo » naturalistico, che considera l'uomo come agente biologico o un astratto « homo oeconomicus »; ma si realizza in una serie di rapporti, che in vario grado di sviluppo e di intreccio costituiscono il tessuto della vita, sul quale operano gli aggruppamenti umani, nelle loro perenni alternative ed evoluzioni.
Storia non è storiografia: questa non è che interpretazione di quella, e, come tale, è soggetta ai difetti di conoscenza e, coerentemente, di rappresentazione unilaterale, di illusioni, o di presunzioni.
Assai facile, per esempio, nella presunta ricerca delle cause, scambiare per falsa prospettiva cause contingenti e accessorie con cause efficienti e primarie, e scambiare anche cause con effetti. La relatività
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della conoscenza limita perciò i valori obbiettivi della storiografia, i cui limiti di errore devono essere contenuti con una applicazione metodologica rigorosa. Di qui i valori di ordine metodologico, che costituiscono premessa aIl'indagine storiografica, non soltanto come strumento meccanico, ma soprattutto come atto introspettivo del processo umano.
Considerando perciò il perenne divenire del mondo come una ininterrotta successione di stati, che, secondo la legge engelsiana, si alternano con la maturazione e l'esaurimento della rispettiva funzione, il Gramsci proponeva alla ricerca storiografica l'identificazione dei rapporti di causa ed effetto, dei valori delle cause efficienti e di quelle subalterne, della formazione dei gruppi associati, del doro sviluppo fino alla piú elevata forma di organizzazione (nazione, Stato, partito, ecc.), dell'origine, dell'evoluzione e della funzione delle ideologie, dei valori culturali e del posto che essi occupano, delle reazioni, che questi riflettono nella serie dei rapporti umani.
Al vaglio di queste prospettive esaminiamo non la concezione storica del Gramsci, che sarebbe quanto dire la concezione del mondo, che si colloca nel quadro del materialismo storico, ma i profili storiografici, che si inquadrano nella sua concezione storica.
2. 1 momenti della storiografia gramsciana: Rinascimento e Risorgimento.
In particolare due sono i momenti, che hanno fermato l'attenzione del Gramsci: il Rinascimento e il Risorgimento, nella loro genesi e nei loro elementi costitutivi.
Per il Gramsci, il Rinascimento fu reazione al sistema municipale-corporativo ereditato dal mondo feudale e dalla scolastica, ma non lo superò.
Egli •trovò manifesta espressione dei due termini nel profilo di due uomini: Machiavelli e Guicciardini, nell'uno dei quali sembra riflettersi 10 sforzo innovatore, che cerca la soluzione dei problemi dell'età sua, al di sopra del municipalismo, nel quale faticosamente si muove la società contemporanea; nell'altro, lo spirito conservatore, che vive delle vecchie ideologie maturate dall'impalcatura signorile, che non sa superare la struttura dominante.
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Il Gramsci trova un motivo di resistenza all'esuberante vigore machiavellico (che ,piú correttamente interpreta nei suoi valori politici e sociali piuttosto che nella vieta tradizione moralistica) nel difetto in Italia di una Riforma, che servisse di strumento a un processo di unificazione, quale ebbe la Germania e in parte la Francia; e piú ancora nel mancato accostamento alle masse popolari e il permanere di un distacco fra queste e le classe dirigenti, che impedí il formarsi di un processo e di una coscienza nazionale.
Quali i termini cronologici, quale la genesi e quale l'influsso dell'organizzazione ecclesiastica, come elemento politico piú che come fattore ideologico? Questi sono i problemi che il Gramsci propone e non restano senza ripercussione sull'immobilismo della cosí detta società barocca.
E quale la connessione col Risorgimento?
Ed anche questo termine, come pure quello di Rinascimento, che significa? Si .può convenire col Gramsci nel contestare il valore di termini cronologici, sia pure assunti a titolo indicativo: muovere dal Congresso di Vienna val quanto muovere dall'assedio di Torino del 1706, o risalire senz'altro all'età dei Comuni. II problema non sta nei termini cronologici, ma nei valori politico-sociali del processo rivoluzionario; nella sua genesi, nella sua continuità e negli aspetti, che assume nelle successive fasi, in cui si realizza, dalla crisi settecentesca al cosí detto Risorgimento ottocentesco.
3. 1 presupposti rivoluzionari del processo storico.
Esattamente il Gramsci propone alle origini di quella un motivo agrario anche se egli adotta un concetto alquanto restrittivo, nazionale-contadino, che, a mio avviso, merita qualche riserva.
L'esigenza agraria è stata l'argomento che ha ispirato sia nella pratica che nella dottrina il lento formarsi della coscienza rivoluzionaria francese, fino allo sbocco nel moto convulso .e giacobino, che ha coronato la fase decisiva.
Fu quella che argutamente il Gramsci definisce rivoluzione-progressiva, di cui il giacobinismo espresse il contenuto piú costruttivo, e successivamente neutralizzata da quella che fu detta controrivoluzione e che meglio può definirsi rivoluzione-conservatrice.
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La rivoluzione continuò dopo il tramonto del giacobinismo, ma in senso conservatore, compenetrandosi nel risorgimento ottocentesco, cosí come si era svolto anche in Inghilterra, sboccando in un movimento liberale.
In Italia, la fase rivoluzionaria-progressiva, secondo il Gramsci, è mancata o almeno ebbe breve risonanza, perché è mancato un movimento nazionale-contadino, un incontro cioè con la massa popolare (e in realtà l'elemento rurale costituiva la massa preponderante), è mancato l'impulso giacobino, e conseguentemente ha reso assai lento e faticoso il processo di unificazione politica.
Si potrebbe osservare che il problema della terra in Italia aveva aspetti assai diversi da quello francese, per diverso regime, e si accostava piuttosto (fatte, si intende, le debite riserve di proporzione e di prospettiva per alcune caratteristiche fondamentali dell'aristocrazia rurale) a quello inglese, e di questo rispecchiò lo spiritoinformatore (tendenze liberali antigiacobine).
Ma è indubbiamente felice l'intuizione dello storicismo del Gramsci nell'individuare il termine fondamentale dei grandi processi rivolu-zionarii: nel rapporta di massa con il duplice aspetto nazionale e agrario (contadino), nel quale si inseriscono le energie subalterne individuali e collettive. E questa espressione deve essere intesa nelle sue funzioni tecniche in confronto con quelle dominanti.
Nel concetto di massa non sussiste né unità, né omogeneità: anzi è contraddistinto da gradi diversi di eterogeneità, che si identificano nelle diversità nazionali, intese non in senso politico o morale, ma in senso di rapporti sociali, dei quali il preminente è quella legato alla terra.
Le grandi rivoluzioni del tempo moderno sono state impostate, nazionalmente, sul problema agrario, dal cristianesimo (abolizione della schia-vitú) al municipalismo rinascimentale, se si vuol •estendere l'era rinascimentale alla comunale (abolizione della servitú della gleba), al Risorgimento esteso al settecento (abolizione del privilegio immunitario aristocratico), con i quali coincidono coerenti ideologie sintetizzate nella espressione politica e morale di libertà: la libertà tacitiana del nuovo ordine scaturito dal lento dissolversi dei rapporti della società pagana, contrapposta alla servitus delle classi dominanti alla vigilia della crisi dello Stato imperiale; la libertà municipale, che dall'età dei comuni in poi si oppone all'universalismo della scolastica; la libertà risorgimentale che fa
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leva sul liberismo e sul liberalismo; ciascuna attuazione di un ordine nuovo, che non si arresta nel passato o nel presente, ma si protende nel futuro.
E un ordine nuovo è in atto.
In chiara e precisa sintesi il Gramsci ha individuato la fisionomia del Risorgimento italiano, comune del resto a quello delle altre nazioni, che ii d'Azeglio riassumeva nella formula: proprietà, religione, famiglia.
Nella sua vigorosa •e incisiva critica, che inconsapevolmente coltiva qualche eredità romantica, il Gramsci poneva l'accento sul termine proprietà (proprietà privata), come quello che nel processo risorgimentale era diventato « istituto fondamentale dello Stato [la religione e la famiglia erano strumenti configuranti nella loro intima funzione ai fini della salvaguardia della proprietà) garantito e tutelato sia contro gli arbitrii del sovrano che contro le invasioni dei contadini espropriati » 1.
La nuova società si è sciolta da ogni vincolo collettivo e si è ricostruita intorno all'« individuo-cittadino », cui ha conferito la « libertà » di una illimitata concorrenza. Ma questa « libertà» ha trovato un limite nella diseguale distribuzione dei mezzi di produzione e di lavoro, si che 'l'illimitata « libertà » degli uni si è tradotta nella « servitú » degli altri.
Già a suo tempo Mazzini ne intuiva gli effetti quando incitava i lavoratori a combattere per la propria causa come membri di una classe, dopo aver combattuto e essersi sacrificati per gli altri come cittadini senza alcun compenso: ma egli allora non riusciva a superare il pregiudizio di classe, ricadendo in un solidarismo paralizzatore.
La nuova società però non aveva eliminato le contraddizioni, dalle quali risorgeva il perenne contrasto tra rivoluzione-conservazione e rivoluzione-progressista: alle vecchie aveva sostituito le nuove, sulla base di nuovi rapporti tra capitale e lavoro, non piú corporativi ma salariali.
La sanzione giuridica conferita al principio della società borghese aveva rivendicato ad essa la prerogativa di perpetuità: ma il divenire storico contro ogni irrigidimento e ogni impaludamento del dinamismo sociale è antitetico al concetto di perpetuità.
« La critica marxista all'economia liberale — ben sottolinea il Gramsci — la critica al concetto di perpetuità degli istituti umani economici e
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0.N., p. 4.
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politici: è la riduzione a storicità e contingenza di ogni fatto, è una lezione di realismo agli astrattisti pseudo-scienziati, difensori delle casseforti » 1. Ed è cosí che, « riconosciuto giuridicamente come una perpetuità il principio della società borghese, si inizia l'era del proletariato ».
Il proletariato nasce dalla stessa esigenza di conservazione della borghesia, inizialmente beneficato dalla concorrenza borghese, con l'apparente offerta di « libertà » di collocamento della propria opera nella presunzione di ottenere le condizioni piú vantaggiose, tosto annullata dal vincolo salariale, con tutte le conseguenze economiche, sociali, e politiche, che esso comporta.
« Il movimento operaio è la riscossa spirituale dell'umanità — osserva il Gramsci — contro i nuovi e spietati feudatari del capitale; è la reazione della società che vuole ricomporsi in armonico organismo solidale e retto dall'amore e dalla pietà. Il "cittadino" viene rinnegato dal "compagno "; l'atomismo sociale viene rinnegato dall'organizzazione » 2.
Si profila un nuovo concetto di « libertà », quella « libertà », che nasce dalla liberazione dalle contraddizioni, che corrodono la società, superando la contrapposizione di classe.
Anche questa « rivoluzione » trova il suo primo fermento nel problema agrario: il cartismo ed il falansterismo erano stati gli epigoni del giacobinismo, che aveva cooperato al consolidamento delle strutture borghesi.
I nuovi fermenti nascono sul terreno salariale e nell'ambito delle masse rurali. In Italia il progressivo turbamento dei primi decenni dopo l'unità politica, dalle grandi inchieste agrarie di stile borghese, ordinate a titolo di preventiva difesa, ai moti contadini dei fasci siciliani e di quelli della pianura padana, pionieri del risorgimento proletario; in Russia le agitazioni agrarie della seconda metà del sec. XIX, sono stati il preludio di quella « rivoluzione-progressiva » che è in atto, con le alternative, che ogni sforzo trasformatore delle strutture sociali comporta nell'ordine politico e in quello ideologico.
E questa è storia, è cioè vita in atto e nel suo piú complesso divenire, e non semplicemente storiografia.
1 O. N., p. 4.
2 O. N., p. 5.
 
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in: Catalogo ISBD(G); Id: 1+++
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Livello Bibliografico Monografia+++
Tipologia testo a stampa
Area del titolo e responsabilità
Titolo della pubblicazione Studi gramsciani
Titoli e responsabilità
Studi gramsciani   atti del convegno tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958  Istituto Antonio Gramsci+++   promotore+++    Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958+++ {Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958 --- Primo convegno Internazionale di Studi Gramsciani tenuto a Roma nei giorni 11-13 gennaio 1958} 
Area della pubblicazione/stampa/distribuzione
Pubblicazione Roma+++ | Editori Riuniti+++ | Anno: 1958


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Riferimenti identificativi esterni
Area unica
Identificativi nazionali
BIB-codice SBN - Italia IT/ICCU/LO1/0813872 
BIB-codice SBN - Italia IT/ICCU/UBO/3562170 
BIB-codice SBN - Italia IT/ICCU/SBL/0494340 
BIB-codice SBN - Italia IT/ICCU/IEI/0305557 
BIB-codice SBN - Italia IT/ICCU/LO1/1297041 
BIB-codice SBN - Italia IT/ICCU/BRI/0420839 

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