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tipologia: Analitici; Id: 1472391


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo (Nove domande sullo stalinismo) Palmiro Togliatti
Responsabilità
Togliatti, Palmiro+++   autore+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
PALMIRO TOGLIATTI
1. — La condanna del culto della personalità pronunciata dai comunisti dell'Unione sovietica e le critiche all'opera di Stalin significano esattamente, secondo me, quello che dai dirigenti comunisti sovietici è stato detto e viene ripetuto: né più né meno di questo. In guardia, dunque, contro due dirizzoni sbagliati.
Il primo, il più grossolano e persino ridicolo, è di ritenere —
o fingere di ritenere — che formulando quella condanna e queste critiche i comunisti sovietici siano passati alle posizioni, se non dell'anticomunismo per lo meno di chi non ha mai né approvato né capito la loro azione. Voglio dire ch'essi abbiano buttato a mare,
o si accingano a buttare a mare tutte le loro posizioni di principio
e pratiche, tutto il loro passato, tutto ciò che hanno affermato, sostenuto, difeso, attuato in tanti decenni del loro lavoro. Comprendo benissimo che questa sia la interpretazione che del XX Congresso danno gli alfieri dell'anticomunismo, ma non c'è motivo per cui dobbiamo dar loro retta oggi, più di quanto non l'abbiamo data ieri. E del resto, essi scoprono il loro giuoco, forzandolo sino alla esasperazione, come sempre, e mettendo così in mostra la mala fede. Non escludo, per:, e lo voglio dire apertamente, che vi sia anche chi in perfetta buona fede scivoli su quella posizione e incominci a domandare se, date quelle critiche a Stalin, e dato che fu Stalin il principale esponente della politica comunista per un intiero periodo, non sia oggi da mettere in dubbio la giustezza di tutti i principali momenti di quella politica, a partire, poniamo, dalla opposizione decisa ai piani dell'imperialismo in questo dopoguerra, risalendo su su, attraverso Yalta e Teheran, al patto di non aggressione con la Germania del 1939, alla guerra di Spagna, ecc. ecc. ecc. e, in altro campo, alle direttive per la costruzione economica socialista e alla lotta contro chi la ostacolava e infine, una volta preso l'avvio — perché no? — sino agli atti decisivi della
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Rivoluzione d'ottobre, che furono la presa del potere da parte dei Soviet degli operai, contadini e soldati, lo scioglimento dell'Assemblea costituente e la creazione di una nuova struttura politica della società. A coloro che in buona fede accennassero a intender le cose in questo modo, dovremmo dire che sbagliano. Naturalmente, su tutti gli atti attraverso i quali i comunisti sovietici sono giunti alla conquista del potere e alla creazione dell'attuale loro ordinamento sociale é sempre possibile si discuta e per molto tempo si discuterà, senza dubbio, allo scopo di precisarne il carattere, il contenuto e le conseguenze, allo scopo di valutarli storicamente nel modo più esatto. I compagni sovietici stanno aggi liberando la loro storiografia da errori ed esagerazioni che vi si erano introdotti per esaltare oltre il merito la figura di Stalin e questo consentirà un giudizio storico sempre più esatto. Non é esclusa, anzi é facilmente prevedibile che vengano corretti molti giudizi, che vengano precisate le critiche a determinate debolezze, errori, aspetti negativi dell'azione svolta in momenti determinati. Sarebbe per() un grave errore ritenere che questa particolare revisione, la quale tende a collocare tutti gli uomini e tutti gli avvenimenti nella loro giusta luce, comporti, da parte dei comunisti sovietici, una radicale ripulsa o una critica radicale, distruttiva dell'azione loro, così come si è sviluppata per oramai più che mezzo secolo. Quest'azione rimane, nella linea del suo sviluppo attraverso le successive tappe che tutti conoscono, il primo grande modello storico di conseguente attività rivoluzionaria per l'avvento della classe operaia alla direzione della società e per la costruzione di una società socialista.
Il secondo sbaglio consiste nel considerare le critiche a Stalin e la denuncia del culto della sua persona episodi di una lotta personale o di gruppi, che si svilupperebbe tra i dirigenti del partito comunista e dello Stato sovietico, e che sarebbe, in sostanza, solo una lotta per il potere. La grande stampa dei paesi capitalistici si é particolarmente dedicata a questo genere di interpretazione, che estende a tutto ci() che avviene nell'Unione sovietica. Essa ha per questo i suoi specialisti, capaci, per qualsiasi spostamento di responsabile dell'uno o dell'altro dicastero, dell'una o dell'altra organizzazione, di pesare esattamente quanti grammi di influenza poli-
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tica vi abbia perduto questo o quel dirigente, quanti metri abbia avanzato verso il potere esclusivo questo o quel gruppo di uomini,
e così via. Le più grandi sciocchezze, poi, vengono dette quando da queste sottili valutazioni ipotetiche si vuole risalire al contrasto,
e persino alla lotta, tra civili e militari, per esempio, tra tecnici e uomini di partito, ecc. ecc. Il tecnico e l'uomo di partita molto spesso, nell'Unione sovietica, coincidono. Quanto ai militari, tutti sanno che in tutte le lotte interne di partito che si ebbero dalla rivoluzione in poi non vi fu mai una posizione delle forze armate come tali. Bisogna dunque lasciare queste cose ai dilettanti del fronzolo e del pettegolezzo politico. Non possiamo né vogliamo affatto escludere che, nella elaborazione dei più recenti atti e giu- dizi politici dei dirigenti sovietici vi siano stati, tra di loro, punti di divergenza, dibattiti, discussioni anche vivaci. Così deve fun zionare un organismo politico vivente, la cui attività interna non sia soffocata dal culto di una sola persona. Non esiste però nessun fatto e non esistono nemmeno indizi che possano in qualsiasi modo dare un valore alla rappresentazione di una tenebrosa lotta per il potere che si svolgerebbe attraverso le critiche a Stalin e al culto della sua persona. Anzi, a questo proposito si può andare anche più in là. Basta aver conosciuto superficialmente quale fosse la parte che Stalin aveva non solo nell'animo dei quadri del partito
e dei suoi membri, ma delle grandi masse popolari, per comprendere quanto difficile fosse la situazione che si presentò dopo la sua scomparsa, e soprattutto quanto fosse grave, irto di pericoli, il compito di correggere gli errori da lui compiuti, di denunciare questi errori e di muoversi su una strada per molti aspetti nuova. Questa evidente difficoltà spiega perché la denuncia aperta degli errori precedentemente commessi non poté farsi subito dopo la morte di Stalin. Non solo non sarebbe stata capita, ma avrebbe forse provocato reazioni negative, pericolose e non controllabili. La correzione di fatto degli errori, invece, prima per ciò che si riferisce al metodo di direzione e poi negli altri campi, è evidente che incominciò subito. Altrettanto evidente è però che questa correzione non avrebbe potuto compierla un gruppo dirigente nel quale si fosse svolta una tenebrosa lotta di persone o di gruppi per il po-
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tere. La stessa eliminazione di Beria, uno dei principali responsabili delle sanguinose conseguenze dei più gravi tra gli errori commessi sotto la direzione di Stalin, lo dimostra. Poté infatti aver luogo rapidamente, senza scosse nel gruppo dirigente e senza alcun conflitto tra differenti settori della pubblica amministrazione.
Bisogna dunque, per concludere su questo punto, abituarsi a pensare che le critiche a Stalin e al culto della sua persona significano per i compagni sovietici esattamente ciò che essi sinora hanno detto. E che cosa, precisamente ? Che in conseguenza degli errori di Stalin e del culto della sua persona si erano accumulati elementi negativi, si erano create situazioni sfavorevoli e anche nettamente cattive in differenti settori della vita e della società sovietica, in differenti parti dell'attività del partito e dello Stato. Non è però semplice ridurre tutti questi momenti negativi sotto un solo concetto generale, perché anche in questo caso si corre il rischio della eccessiva, arbitraria e falsa generalizzazione, cioè il rischio di giudicare cattiva, da respingersi, da criticarsi, tutta la realtà economica, sociale e culturale sovietica, il che è un ritorno alle consuete idiozie reazionarie. La meno arbitraria delle generalizzazioni é quella che vede negli errori di Stalin il progressivo sovrapporsi di un potere personale alle istanze collettive di origine 'e natura democratica e, come conseguenza di questo, l'accumularsi di fenomeni di burocratizzazione, di violazione della legalità, di stagnazione e anche, parzialmente, di degenerazione, in differenti punti dell'organismo sociale. Si deve però subito aggiungere che questa sovrapposizione é stata parziale ed ha probabilmente avuto le più gravi manifestazioni alla sommità degli organi direttivi dello Stato e del partito. Di qui é partita una tendenza alla restrizione della vita democratica, della iniziativa e della vivacità del pensiero e dell'azione in campi numerosi (sviluppo tecnico ed eco- nomico, attività culturale, letteratura, arte, ecc.), ma di qui non si può assolutamente dire che sia derivata la distruzione di quei fondamentali lineamenti della società sovietica, da cui deriva il suo carattere democratico e socialista e che rendono questa società superiore, per la sua qualità, alle moderne società capitalistiche. La società sovietica non poteva adagiarsi in simili errori, come può
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invece adagiarsi in errori e situazioni assai più gravi il regime borghese, capitalistico. Quegli errori non potevano diventare elemento stabile e generale della vita civile, economica, politica. Se fossero durati più a lungo, forse si sarebbe giunti a una rottura, benché anche questa ipotesi sia da accogliersi con cautela, perché una rottura avrebbe certamente portato alle masse popolari e a tutto il movimento socialista più danno che vantaggi e di questo erano consapevoli non soltanto gli uomini che della rottura avrebbero potuto essere gli autori, ma erano consapevoli strati assai vasti della società.
Con questo non voglio dire che le conseguenze degli errori di Stalin non siano state molto gravi. Sono state molto gravi, si sono estese a molti campi e il superarle non credo sarà cosa semplice, né che potrà farsi molto rapidamente. In sostanza, si pile, dire che una grande parte dei quadri dirigenti della società sovietica (partito, Stato, economia, cultura, ecc.) si era, nel culto di. Stalin, intorpidita, perdendo o avendo ridotta la propria capacità critica e creativa, nel pensiero e nell'azione. Per questo era assolutamente necessario che la denuncia degli errori di Stalin venisse fatta, e venisse fatta in modo tale che scuotesse le menti e riattivasse tutta la vita degli organismi su cui poggia il complesso sistema della società socialista. Si avrà così un nuovo progresso democratico di questa società, e questo sarà un potente contributo alla migliore comprensione fra tutti i popoli, alla distensione interna- zionale, all'avanzata del socialismo e alla pace.
2. 3. — Mi potrò sbagliare, ma la mia opinione é che non siano oggi da prevedersi, nell'U. S., cambiamenti istituzionali, né che simili cambiamenti debbano derivare dalle critiche formulate in modo aperto dal XX Congresso. Questo non vuol dire che non debbano compiersi modificazioni abbastanza profonde, alcune delle quali, del resto, sono già in atto.
Che cosa si intende, prima di tutto, per cambiamenti istituzionali ? Credo che coloro i quali ne parlano intendano cambiamenti della struttura politica, tali che riportino la società sovietica ad alcune, per lo meno, delle forme di organizzazione poli-
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tica proprie dei regimi cosiddetti occidentali, oppure diano un nuovo rilievo ad alcuni degli istituti che sono propri di questi regimi. Posto così il problema, la mia risposta è negativa.
E partiamo pure, se si vuole, dall'esame della legittimità del potere e della sua fonte, ma cerchiamo di liberarci dal formalismo ipocrita col quale trattano questa questione gli apologeti della «civiltà occidentale ». Abbiamo letto Stato e rivoluzione, né abbiamo dimenticato la sostanza di quell'insegnamento, per fortuna nostra! Non è la critica degli errori di Stalin che ce la farà dimenticare. Nella realtà delle cosiddette civiltà occidentali la fonte della legittimità del potere non è affatto la volontà popolare. La volontà popolare è, nel migliore dei casi, uno dei fattori che contribuiscono, esprimendosi periodicamente con le elezioni, a determinare una parte degli indirizzi governativi. Nelle elezioni, però, (e valga pure l'esempio dell'Italia, tipico, per alcuni aspetti), entra in azione un molteplice sistema di pressioni, intimidazioni, coartazioni, falsificazioni, artifici legali e illegali, per cui la espressione della volontà popolare viene ad essere assai gravemente limitata e falsificata. E il sistema opera nelle mani e a favore non solo di chi sta in quel momento al governo, quanto di chi detiene nella società il potere reale, che è dato dalla ricchezza, dalla proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, e da ciò çhe ne deriva, incominciando dalla effettiva direzione della vita politica, sino alla immancabile protezione delle autorità religiose e di tutti gli altri gangli di potere che esistono in una società capitalistica. Noi sosteniamo che oggi, dati gli sviluppi e la forza attuale del movimento democratico e socialista, si possono operare strappi assai larghi in questo sistema che impedisce la libera espressione della volontà popolare, e si può quindi aprire un varco sempre più ampio alla manifestazione di questa volontà. Per questo ci muoviamo sul terreno democratico e senza uscire da questo terreno riteniamo possibili sempre nuovi sviluppi. Ciò non vuol dire, però, che non vediamo le cose come sono e che del modo come si svolge la vita democratica nel mondo occidentale (guai, poi, a spingersi un po' troppo in là, in questo mondo, sino a trovarvi la Spagna, o la Turchia, o il Sud America, o il Portogallo, o il sistema elettorale discriminato degli Stati Uniti
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d'America, ecc. ecc.!) noi ci dobbiamo fare un feticcio, il modello universale e assoluto della democrazia! Anzi, noi continuiamo a' pensare che la democrazia di tipo occidentale è una democrazia limitata, imperfetta, per molte cose falsa, che richiede di essere sviluppata e perfezionata, attraverso una serie di riforme economiche e politiche. Anche se, dunque, giungeremo alla conclusione che il XX Congresso apre un nuovo processo di sviluppo democratico nell'Unione sovietica, siamo ben lontani dal pensare e riteniamo sia errato pensare che questo sviluppo possa e debba compiersi con un ritorno a istituti di tipo «occidentale ».
La legittimità del potere, nell'Unione sovietica, ha la sua fonte prima nella rivoluzione. Questa ha dato il potere alla classe operaia, che era minoranza, ma è riuscita, risolvendo i grandi problemi nazionali e sociali che si ponevano, a raccogliere via via attorno a sé tutte le masse popolari, trasformare la struttura eco- nomica del paese, creare, far funzionare e progredire una società nuova, costruita secondo i principi socialisti. Dimenticare la rivoluzione, non tener conto della nuova struttura sociale, dimenticare, cioè, tutto ciò che è proprio dell'Unione sovietica e poi fare un confronto puramente esteriore con i modi della vita politica nei paesi capitalistici, è un trucco e niente più. Ma questo primo richiamo alla realtà non basta. La società sovietica ha avuto, sin dall'inizio, una sua struttura politica democratica, fondata, precisamente, sulla esistenza e sul funzionamento dei Soviet (Consigli di operai, contadini, lavoratori, soldati). Il sistema dei Soviet è, come tale, molto più democratico e progredito di qualsiasi sistema democratico tradizionale, e questo per due motivi. Il primo è che fa penetrare la vita democratica in tutte le parti costitutive della società, partendo dalle unità lavorative di base per risalire, grado a grado, sino alle grandi assemblee cittadine, regionali e nazionali. Il secondo è che avvicina le elementari cellule della vita democratica alle unità produttive e quindi supera quell'aspetto negativo delle tradizionali organizzazioni democratiche che consiste nella separazione tra il mondo della produzione e quello della politica e quindi nel carattere esteriore, formale, della libertà. E possibile che nel funzionamento del sistema sovietico vi sia stato un arresto,
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un inciampo, da cui sia derivata una limitazione della democrazia sovietica ? Non solo è possibile, ma al XX Congresso la cosa è stata riconosciuta apertamente. La vita democratica sovietica è stata limitata, in parte soffocata, dal sopravvento di metodi di direzione burocratica, autoritaria e dalle violazioni della legalità del regime. In linea di teoria, questa è una cosa possibile, perché un regime spcialista non è garantito di per sé da errori e pericoli. Chi lo ritenesse, cadrebbe in un infantilismo ingenuo. La società socialista è una società non soltanto composta di uomini, ma una società in sviluppo, nella quale continuano a esistere contrasti oggettivi e soggettivi, ed è soggetta alle vicende della storia. In linea di fatto, si tratterà di vedere come e perché una limitazione della vita democratica sovietica abbia potuto compiersi, ma qualunque sia la risposta che si giunga a dare a questa questione, è per noi fuori dubbio che non si potrà mai concludere alla necessità di un ritorno alle forme di organizzazione delle società capitalistiche.
La pluralità o unicità dei partiti non può essere ritenuta, di per sé, elemento distintivo tra le società borghesi e le società socialiste, come non segna, di per sé, la linea di distinzione tra una società democratica e una società non democratica. Nell'Unione sovietica due partiti si divisero il potere per un certo periodo di tempo, dopo la rivoluzione, in regime sovietico e di dittatura proletaria. Nella Cina di oggi esiste una pluralità di partiti al potere, e il regime viene pure definito di dittatura democratica. Anche nelle democrazie popolari esistono ancora partiti diversi da quello comunista, sebbene non dappertutto. Nei paesi tuttora capitalistici dove il movimento operaio e popolare sia molto forte e sviluppato, è tutt'altro che da escludersi la ipotesi di profonde trasformazioni socialiste attuabili in presenza di una pluralità di partiti e per iniziativa di alcuni di essi. Nella Unione sovietica di oggi, per), pensare a una pluralità di partiti ci sembra impossibile. Da che parte verrebbero fuori ? Per decisione dall'alto ? Sarebbe un bel processo democratico! Bisogna riconoscere che non solo esiste una omogeneità sociale dovuta alla scomparsa delle classi capitalistiche, non solo esiste una omogeneità politica che si esprime con la alleanza tra gli operai e i contadini, ma esiste una forma di unità della vita
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civile e della direzione politica che è sconosciuta e forse nemmeno capita, qui, nel mondo «occidentale ». La stessa nozione di partito é, nella Unione sovietica, qualcosa di diverso da ciò che noi intendiamo sotto questo termine. Il partito lavora e combatte per realizzare e sviluppare il socialismo, ma la sua opera é essenzialmente di natura positiva e costruttiva, non di natura polemica contro un ipotetico oppositore politico interno. L'« oppositore » contro cui si batte è la difficoltà oggettiva da superare, il contrasto da risolvere lavorando; la realtà da dominare, la sopravvivenza del vecchio da distruggere per far avanzare il nuovo, ecc. La dialettica dei contrasti che è essenziale per lo sviluppo della società non si esprime più nella competizione tra diversi partiti, di governo o di opposizione, perché non esiste piú né una base oggettiva (nelle cose), né una base soggettiva (nell'animo degli uomini) per una competizione simile. Si esprime all'interno stesso del sistema unitario che comprende tutta una serie di organizzazioni coordinate le une alle altre (partito, soviet, sindacati, ecc. ecc.). La critica che si fa a Stalin è di aver impedito questa manifestazione all'interno del sistema. La correzione consiste nel restaurare la normalità, non già nel negare il sistema o nel farlo saltare.
Ma se ritengo assurdo che il sistema possa esser fatto saltare per ritornare indietro, credo però che all'interno di esso possono e dovranno essere introdotte modificazioni, anche profonde, sulla base dell'esperienza che è stata compiuta, sulla base dei successi ottenuti in tutti i campi, e sulla base stessa della necessità di avere più efficaci garanzie contro errori come quelli di Stalin. Su questo punto é da concentrare la attenzione, e perciò devono essere seguite e studiate le misure nuove che via via nell'Unione sovietica si stanno prendendo, sia dal partito che dal governo. Le più interessanti, sino ad ora, e di più vasta portata, sono quelle che stabiliscono un decentramento sempre più esteso della direzione economica. La centralizzazione, anche in forme estreme, fu una necessità dei periodi in cui si dovevano operare rapidamente profondissimi cambiamenti, distruggere le basi del capitalismo, gettare le fondamenta della economia socialista, far fronte a necessità eco-
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nomiche, politiche, militari urgenti. Anche la centralizzazione, però, non è di per sé una forma obbligatoria della direzione economica socialista, soprattutto nelle forme estreme. Un grado minore o maggiore di centralizzazione e quindi di direzione dall'alto, é dettato dal complesso delle condizioni oggettive, ma determina un grado maggiore o minore, rispettivamente, di vita democratica periferica, di attività e iniziativa delle masse, e per noi l'attività delle masse, la loro partecipazione effettiva alla critica, al controllo e quindi alla direzione di tutto l'organismo economico e sociale sono i veri segni della democrazia. Da noi, in regime di pluralità di partiti, di dialettica fra governo e opposizione, ecc. ecc. questa attività delle masse non esiste in nessuna forma e in nessuna misura, oppure solo in forme e misure limitatissime e del tutto indirette. Per questo diciamo che questa non è ancora una vera democrazia e non comprendiamo perché, per correggere le cattive cose fatte da Stalin, i popoli sovietici dovrebbero ricaderci.
Alcune cose ancora vorrei dire a proposito di garanzie efficaci contro il ripetersi di errori come quelli fatti da Stalin. Qui so che viene avanzata l'idea della (( indipendenza della magistratura » (della divisione dei poteri, cioè) come rimedio sicuro contra qualsiasi violazione della legalità. Io a questo rimedio, sinceramente, non credo. Il giudice deve avere una sua posizione di indipendenza, e la Costituzione sovietica gliela garantisce, come molte altre Costituzioni. Ma la violazione di questa norma avviene sempre in linea di fatto, non di diritto. Il giudice, inoltre, non é e non può essere un cittadino che viva fuori della società, dei suoi contrasti, delle correnti che la percorrono e la dominano. Nessun giudice si sarebbe nemmeno sognato, dieci anni fa, di condannare all'ergastolo — all'ergastolo! — un eroico capo partigiano, cui si é fatto colpa della soppressione, in situazione di guerra, di chi gli veniva segnalato come spia. Oggi questo é stato fatto. Da giudici ((indipendenti))? Formalmente, con tutta probabilità, indipendenti da ingiunzioni ministeriali dirette, ma non indipendenti dalla cam- pagna che per dieci anni, da De Gasperi e da tutti gli altri, venne condotta per diffamare il movimento partigiano, metterlo in stato
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d'accusa e farne condannare gli esponenti. I giudici fanno parte della classe dominante e non si sottraggono alle correnti di opinione, giuste o non giuste, che in questa si determinano. Ci dicono, ora, che nell'U. S. vi furono, al tempo di Stalin, processi che si conclusero con condanne illegali e ingiuste. I giudici che emisero quelle condanne non erano, assai probabilmente, cittadini che tradissero la loro coscienza: erano cittadini convinti che le errate dottrine di Stalin, allora diffuse in tutto il popolo, circa la presenza dappertutto di «nemici del popolo» da distruggere, fossero giuste. Perciò, pur essendo formalmente «indipendenti », giudicarono in quel modo. Una vera garanzia può consistere soltanto nella giustezza degli indirizzi politici del partito e del governo, e questa si assicura con una retta vita democratica sia nel partito che nello Stato e con un permanente e stretto contatto con le masse popolari, in tutti i gradi della vita pubblica. Anche il giudice, sarà sempre tanto più giusto quanto più legato col popolo..
4. — Questa affermazione della diversità di linguaggio politico tra Occidente e Oriente, mi si consenta di dire che è una pura sciocchezza reazionaria. Fu uno degli argomenti del sanfedismo, continua a esserlo. Rinvio ancora una volta a un testo curioso, il Nuovo vocabolario filosofico democratico indispensabile per ognuno che brama intendere la nuova lingua rivoluzionaria, edito a Venezia nel 1799. Libertà, patriottismo, uguaglianza, diritti, ecc. ecc., tutta la terminologia politica del tempo, esprimente le grandi idee nuovamente affermate e fatte trionfare dalle rivoluzioni borghesi, é in questo manualetto sanfedista analizzata per duecento pagine per dimostrare, precisamente, che quelle grandi parole esprimevano cose grandi nel passato, al tempo dei governi assoluti e tuttora le esprimono per chi mantiene fede all'ordine del passato, mentre in bocca dei rivoluzionari, in quella Francia aborrita dove ha trionfato la rivoluzione, esprimono cose del tutto diverse e opposte. Libertà significa, per il rivoluzionario, «podestà assoluta per gli scellarati, birbanti e disperati d'ogni nazione di spogliare e massacrare la parte onesta, laboriosa e che possiede qualcosa, dei suoi concittadini ». Uguaglianza é termine privo di senso,
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«la piú
alta sciocchezza, senza idea reale ». Democratico significa cc ateo, assassino, birbante in governo ». E così via. Questo riferimento alla polemica sanfedista dei secoli passati, che in un suo particolar modo, come si vede, applicava la dottrina della diversità dei linguaggi politici, puó servire a chiarire il fondo della questione. Non è che nell'una e nell'altra parte del mondo si parlino due lingua diverse, ma i gruppi sociali incapaci non solo di approvare, ma persino di comprendere le profonde trasformazioni sociali e politiche che si stanno compiendo e cui sono ostili, vorrebbero creare tra le diverse parti del mondo, e a danno della parte che progredisce, abissi di incomprensione. Ma non ci riescono.
Il linguaggio politico è, tra Oriente e Occidente, assolutamente comune. Tirannide vuole dire, qui e là, la stessa cosa. Nel regime istaurato da Stalin in determinati periodi vi erano elementi di tirannide, e furono commessi, dal potere, atti delittuosi e moralmente repugnanti. Nessuno lo nega. Lo stesso significato ha, qui e là, la parola democrazia, cioè governo del popolo nell'interesse del popolo, eguaglianza dei cittadini, ecc. Quando i comunisti russi, nelle prime loro Costituzioni, stabilirono una marcata diversità tra il peso del voto degli operai e quello dei contadini, sapevano benissimo che quella non era una norma formalmente democratica. Ma la adottarono perché volevano che fosse anche legalmente garantita alla classe operaia la funzione dirigente che si era conquistata con la rivoluzione, salvando il paese dall'invasione straniera e dalla catastrofe, creando le prime condizioni necessarie all'avvento del socialismo. Raggiunti i primi grandi risultati in questa direzione, quella norma venne soppressa. E le cose vennero dette chiaramente in questo modo, sempre. Venne detto apertamente, cioè, che sopprimendo la disparità del voto si restaurava in pieno la democrazia. Qui, nel famoso Occidente, aspetto mi si chiarisca che rapporto possa mai avere con la democrazia la discriminazione politica tra i cittadini, che un governo di democristiani e socialdemocratici tentò di porre alla base, in Italia, di tutta l'attività governativa, e che è tuttora norma generale di condotta della maggior parte delle autorità dello Stato, dei padroni, degli istituti di assistenza, degli Uffici del lavoro, ecc. ecc.
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Non è assolutamente vero che « in Oriente » l'opposizione si chiami tradimento, la discussione deviazione, ecc. In una discussione possono essere espresse posizioni non conciliabili con la linea politica che viene seguita, in contrasto con essa, e questa può essere chiamata una deviazione, perché lo è. Da noi, l'esprimere idee politiche diverse da quelle dei partiti dominanti viene chiamato, invece, « terrorismo ideologico ». Quanto all'opposizione, ne ho già parlato, e non coincide né può coincidere col tradimento. Senza dubbio, vi sono stati casi e momenti in cui la opposizione assunse forme tali che erano tradimento o portavano al tradimento. Vi sono stati lunghi periodi di tempo in cui la classe operaia, che aveva preso il potere con la rivoluzione, e il partito che la dirigeva, si trovarono di fronte a situazioni così gravi, a tali strettezze, a tali e tante difficoltà e a tali e tanti nemici esterni ed interni, da sconfiggersi ad ogni costo, che l'unità della direzione politica e dell'azione dovette essere mantenuta e fu mantenuta con mezzi eccezionali. Guai se non si fosse fatto cosí! Il grave errore commesso da Stalin fu di avere illecitamente esteso questo sistema (peggiorandolo, anzi, perché il rispetto della legalità rivoluzionaria era sempre stato richiesto, nei primi tempi, da Lenin, anche se allora i limiti di questa legalità erano forzatamente assai ristretti), alle situazioni successive, quando non era più necessario e diventava quindi soltanto la base di un potere personale. E l'errore dei suoi collaboratori fu di non essersene accorti a tempo, di averlo lasciato fare sino al punto in cui la correzione non era più possibile senza danno per tutti.
5. 6. — A queste due domande risponderò assieme perché, a parte la loro formulazione concreta, che limiterebbe la ricerca a temi di ordine particolare, esse consentono, se si supera questa limitazione, di affrontare la questione che logicamente si presenta a questo punto, e cioè come, nella società sovietica, gli errori denunciati dal XX Congresso abbiano potuto essere compiuti e quindi abbia potuto crearsi, e durare un assai lungo periodo di tempo, una situazione in cui la vita democratica e la legalità socialista subivano continue, gravi ed estese violazioni. A questa si innesta,
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com'è ben comprensibile, la questione tanto della corresponsabilità, per questi errori, di tutto il gruppo dirigente politico, compresi i compagni che oggi hanno avuto la iniziativa sia della denuncia che della correzione del male che prima era stato fatto, quanto
delle conseguenze di questo male. •
A proposito di questa corresponsabilità, due spiegazioni sono state avanzate. Una è la più evidente ed è stata affacciata da noi stessi, nelle discussioni che hanno avuto luogo nel nostro partito. E stata formulata anche dal compagno Courtade, in una serie di articoli sulla Humanité (1), ed ora, se si deve credere a ciò che riferiscono i giornalisti, pure dal compagno Khrustcióv, rispondendo a una domanda rivoltagli in un ricevimento. L'allontanamento di Stalin dal potere, quando apparve la gravità degli errori ch'egli stava compiendo, era «giuridicamente possibile », ma impossibile in pratica, perché se la questione fosse stata posta ne sarebbe risultato un conflitto, e questo conflitto avrebbe probabilmente compromesso le sorti della rivoluzione e dello Stato, contro il quale erano puntate le armi da tutte le parti del mondo. Basta aver avuto un contatto . anche superficiale con l'opinione pubblica sovietica negli anni in cui Stalin era alla testa del paese e aver seguito la situazione internazionale di quegli anni, per essere in grado di riconoscere che la costatazione é verissima. Oggi, per esempio, i dirigenti sovietici denunciano precisi errori e un momento di scoraggiamento di Stalin all'inizio della guerra. Ma in quei giorni chi, nell'U. S., avrebbe compreso e accettato, non dico un allontanamento di Stalin, ma anche solo una limitazione del suo potere ? Sarebbe stato un crollo, se si fosse vista o intuita una cosa simile. E lo stesso in altri momenti. La costatazione fatta da
(1) « ...Dans les années 1934-1941, lorsque les impérialistes préparaient de plus en plus intensément leur agression contre l'U.R.S.S., une intervention contre Staline pouvait provoquer des troubles que les ennemis du communisme n'auraient pas manqué d'exploiter. Une telle intervention n'aurait-elle pas ouvert la voie á l'agression? Fallait-il courir un tel risque? Aucun communiste honnête n'oserait l'affirmer. Pratiquement, il n'était guère possible de faire autre chose que ce qui fut fait. Il fallait serrer les dents ' et travailler á l'édification du socialisme, au renforcement de l'U.R.S.S., au renforcement des partis communistes dans le monde entier, et cela malgré les tragédies engendrées par le culte de la personnalité de Staline u. L'Humanité, 26 aprile 1956.
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Khrustciòv dunque, spiega si, lo stato di necessità in cui si trovarono coloro che avrebbero voluto correggere la situazione che si era creata, ma è, nello stesso tempo, un costatazione che complica il quadro, e in sostanza lo aggrava. Si è costretti ad ammettere che gli errori che Stalin commetteva, o erano ignorati dalla grande massa dei quadri dirigenti del paese e quindi dal popolo, e questo non pare verosimile, oppure non erano considerati errori da questa massa di quadri e quindi dalla opinione pubblica, da essi orientata e diretta. Come si vede, io escludo la spiegazione della impossibilità di un cambiamento causata solo dalla presenza di un apparato militare, poliziesco, terroristico che controllasse la situazione con i suoi mezzi. Questo stesso apparato era composto e diretto da uomini, che in un momento grave come quello dell'attacco di Hitler, per esempio, sarebbero stati dominati anch'essi da reazioni elementari, se si fosse aperta una crisi profonda. Molto più giusto mi pare riconoscere che, non ostante gli errori che commetteva, Stalin aveva il consenso di una grandissima parte del paese e prima di tutto dei suoi quadri dirigenti e anche delle masse. Era questa la conseguenza del fatto che Stalin non commise solo degli errori, ma fece anche molte cose buone, «fece moltissimo per PU. S. », «era il più convinto dei marxisti e saldo nella sua fiducia nel popolo » ? Ha riconosciuto questo lo stesso compagno Khrustciòv, nelle dichiarazioni riferite sopra, correggendo così lo strano ma comprensibile sbaglio che venne fatto, secondo me, al XX Congresso, di tacere questi meriti di Stalin. Ma questo non spiega tutto, e non spiega tutto appunto per la gravità degli errori che oggi vengono denunciati. La spiegazione non si può trovare se non in una attenta indagine del modo come al sistema caratterizzato dagli errori di Stalin si giunse. Solo così si potrà comprendere come questi errori non fossero soltanto qualcosa di personale, ma investissero in modo profondo la realtà della vita sovietica.
Un'altra spiegazione del perché non si poté giungere prima alle necessarie correzioni è stata data, se non erro, dallo stesso Khrustciòv, affermando che se queste correzioni non poterono farsi è perché la posizione dei dirigenti del partito e dello Stato verso gli errori di Stalin non fu eguale in tutti i periodi. Vi furo-
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no dunque dei momenti in cui attorno a Stalin, vi fu una ampia solidarietà degli altri, e questa solidarietà era l'espressione, precisamente, di quel consenso di cui sopra parlavamo.
E qui bisogna riconoscere, apertamente e senza esitazione, che, mentre il XX Congresso ha dato un contributo enorme alla impostazione e soluzione di molti, seri e nuovi problemi del movimento democratico e socialista, mentre segna una tappa importantissima nello sviluppo della società sovietica, non può invece venir considerata soddisfacente la posizione che "é stata presa al Congresso e che oggi viene ampiamente sviluppata nella stampa sovietica per quanto riguarda gli errori di Stalin e le cause e condizioni che li resero possibili. La causa di tutto starebbe nel « culto della personalità », e nel culto di una persona che aveva determinati e gravi difetti, mancava di modestia, tendeva al potere personale e alle volte sbagliava per incompetenza, non era leale nelle relazioni con gli altri dirigenti, aveva una smania di grandezza e un eccessivo amore di se stesso, era sospettoso sino all'estremo, e alla fine, attraverso l'esercizio del potere personale, giunse a distaccarsi dal popolo, a trascurare il suo lavoro e soggiacere persino a una forma evidente di mania di persecuzione. I dirigenti sovietici attuali hanno conosciuto Stalin assai più di noi, (di alcuni contatti avuti con lui avrò forse modo di parlare in altra occasione), e noi quindi dobbiamo loro credere quando a questo modo oggi ce lo descrivono. Possiamo soltanto pensare, tra di noi, che, poiché era così, "a parte la impossibilità di fare un cambio a tempo, di cui già si è parlato, avrebbero per lo meno potuto essere più prudenti in quella esaltazione pubblica e solenne delle qualità di quest'uomo, cui ci avevano abituato. È vero che oggi si criticano, ed é il loro grande merito, ma in questa critica un poco del loro prestigio va senza dubbio perduto. Ma a parte questo, sino a che ci si limita, in sostanza, a denunciare, come causa di tutto, i difetti personali di Stalin, si rimane nell'ambito del
culto della personalità ». Prima, tutto il bene era dovuto alle sovrumane qualità positive di un uomo; ora, tutto il male viene attribuito agli altrettanto eccezionali e persino sbalorditivi suoi difetti. Tanto in un caso quanto nell'altro siamo fuori del criterio
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di giudizio che è proprio del marxismo. Sfuggono i problemi veri, che sono del modo e del perché la società sovietica poté giungere
a certe forme di allontanamento dalla via democratica e dalla
legalità che si era tracciata, e persino di degenerazione. Lo studio dovrà essere fatto seguendo le diverse tappe di sviluppo di que-
sta società, e sono prima di tutti i compagni sovietici che debbono farlo, perché conoscono le cose meglio di noi, che possiamo sbagliare per parziale o errata conoscenza dei fatti.
A noi torna a mente, anzitutto, che Lenin, negli ultimi suoi discorsi e scritti, aveva posto l'accento sul pericolo di burocratizzazione che minacciava la nuova società. Ci sembra fuori dtibbio che gli errori di Stalin furono legati a un eccessivo aumento del peso degli apparati burocratici nella vita economica e politica sovietica, e forse prima di tutto nella vita del partito. E qui è assai difficile dire quale fosse la causa, quale la conseguenza. L'una cosa venne ad essere, a poco a poco, la espressione dell'altra. Questo peso eccessivo della burocrazia è anche da riferirsi a una tradizione, proveniente dalle forme di organizzaziòne politica e dal costume della vecchia Russia ? Forse non lo si può escludere e credo vi siano accenni di Lenin in questo senso; si tenga però presente che dopo la rivoluzione il personale dirigente cambiò totalmente o quasi, e a noi, poi, non interessa tanto valutare il residuo del vecchio, quanto il fatto che un nuovo tipo di direzione burocratica sia venuto sorgendo dal seno della nuova classe dirigente, nel momento in cui essa assolveva compiti del tutto nuovi.
I primi anni dopo la rivoluzione, poi, furono anni aspri, ter. ribili, di sovrumane difficoltà oggettive, di intervento straniero, di guerra e di guerra civile. Furono allora assolutamente necessari, tanto un massimo di centralizzazione del potere, quanto l'adozione di misure repressive radicali per schiacciare la controrivoluzione. Era inevitabile, in questo periodo, che avvenisse come in guerra: se un compito non viene eseguito, il responsabile é sottoposto a uno sbrigativo giudizio! Lo stesso Lenin, come risulta da una lettera da lui indirizata a Dzerginski e ora resa pubblica, prevedeva si dovesse fare una svolta quando la controrivoluzione e l'intervento straniero fossero stati del tutto sconfitti, il
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che avvenne qualche anno prima della sua morte. Si dovrà vedere se questa svolta venne compiuta o se, quasi per forza di inerzia, non si consolidò una parte di ciò che avrebbe dovuto venire modificato o- abbandonato. In questo momento, poi, si scatenò la lotta dei gruppi che contestavano la possibilità di una edificazione economica socialista e questo non poté non avere una estesa influenza su tutta la vita sovietica. Anche questa lotta ebbe il carattere di un vero combattimento, dal cui esito dipendevano le sorti del potere e che si doveva quindi vincere ad ogni costo. È in questo periodo che Stalin ebbe una parte positiva, e attorno a lui si unirono le forze sane del partito. Ora si potrà osservare che si unirono attorno a lui in modo tale, e guidati da lui accettarono tali modificazioni nel funzionamento del partito e dei suoi organi dirigenti, tale nuova funzione degli apparati diretti dall'alto, per cui o non poterono più opporsi quando incominciarono a venire alla luce le cose cattive, oppure non compresero nemmeno bene, all'inizio, che si trattasse di cose cattive. Forse non si sbaglia affermando che è dal partito che ebbero inizio le dannose limitazioni del regime democratico e il sopravvento graduale di forme di organizzazione burocratica.
Ma più importante mi pare debba essere l'esame attento di ciò che avvenne in seguito, quando fu realizzato il primo piano quinquennale e fu attuata la collettivizzazione della agricoltura. Qui si toccano infatti vere questioni di principio. I successi otte-, nuti furono qualcosa di molto grande, di grandioso, anzi. Fu creata una grande industria socialista, e fu creata senza aiuti o' crediti dall'estero, attraverso un impegno e uno sviluppo delle forze interne della nuova società. Fu trasformata, anche se in modo meno sicuro, attraverso notevoli difficoltà, fretta eccessiva ed errori; la struttura sociale delle campagne: I risultati ottenuti erano qualcosa che mai al mondo era stata veduta, che fuori dell'Unione sovietica pochi avevano creduto possibile. Furono una conferma clamorosa della vittoria rivoluzionaria dell'Ottobre, e della giusta linea politica sostenuta contro oppositori e nemici d'ogni sorta. Furono però anche l'inizio di alcuni orientamenti sbagliati, e che dovevano avere, in seguito, gravi conseguenze
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cattive. Nella esaltazione dei successi ottenuti, prevalse, soprattutto nella propaganda corrente, ma anche nelle impostazioni generali, una tendenza alla esagerazione, a considerare oramai risolti tutti i problemi, superate le contraddizioni oggettive, le difficoltà, i contrasti che pure sono sempre inerenti alla costruzione di una società socialista. Queste contraddizioni oggettive, queste difficoltà, questi contrasti, sono spesso, nel corso della costruzione di una società socialista, molto gravi, e non possono venire superati se non vengono riconosciuti in modo aperto, chiamando le stesse masse operaie e lavoratrici ad affrontarli e risolverli con il loro lavoro, con la loro opera creativa. In questo periodo si ebbe invece la impressione, nella Unione sovietica, che i dirigenti, anche se conoscevano bene la realtà delle cose, non la presentassero giustamente al partito e al popolo, forse per timore di sminuire in qualche modo la grandiosità delle vittorie ottenute. In una scuola di partito ove erano studenti inviati da noi, si impegnò un aspro dibattito, durato mesi e mesi, contro chi aveva esaltato i « sacrifici » fatti dagli operai russi per il successó del piano quinquennale. Non si doveva parlare di sacrifici, dicevano, perché se no cosa avrebbero pensato gli operai in Occidente ? Ma i sacrifici c'erano stati, perché le condizioni di vita negli anni del primo piano erano state molto dure, e la classe operaia non si spaventa affatto se le si spiega che uno sforzo e un sacrificio sono necessari per costruire il socialismo, anzi, questo stimola ed esalta lo spirito di classe della sua avanguardia. È un piccolo episodio, questo, ma dimostra, come dicevamo, un errato orientamento di principio, perché é un errore di principio credere che, ottenuti i primi grandi successi, la costruzione socialista vada avanti da sé, e non attraverso il giuoco di contraddizioni di nuovo tipo, che devono ëssere risolte, nel quadro della nuova società, dalla azione delle masse e del partito che le dirige.
Ne derivarono due principali conseguenze, credo. La prima fu un isterilimento della attività delle masse, nei luoghi e negli organismi (di partito, sindacali, di fabbrica, sovietici) dove le reali e nuove difficoltà della situazione avrebbero dovuto venire affrontate, e dove invece incominciarono a prevalere scritti e discorsi
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pieni di dichiarazioni pompose, di frasi fatte, ecc., ma in realtà freddi e inefficaci, perché privi di contatto con la vita, il vero dibattito creativo a poco a poco venne scomparendo, e quindi la stessa attività delle masse a ridursi, muovendosi più per direttiva dall'alto che per stimolo proprio. Ma la seconda conseguenza fu più grave ancora, ed è che quando la realtà riprendeva i suoi diritti, e le difficoltà venivano fuori, come conseguenza degli squilibri e dei contrasti che tuttora erano nelle cose, si manifestò e a poco a poco finì per prevalere su tutto la tendenza a considerare che sempre_e in ogni caso il male, l'arresto nell'applicazione del piano, la difficoltà negli approvvigionamenti, nell'afflusso delle materie prime, nello sviluppo delle diverse parti dell'industria o dell'agricoltura, ecc. ecc. fossero dovuti al sabotaggio, all'opera del nemico di classe, di gruppi controrivoluzionari operanti clandestinamente, e così via. Non è che queste cose non ci fossero. Ci furono anche queste cose. L'unione sovietica era circondata da nemici spietati, pronti a ricorrere a tutti i mezzi per recarle danno e frenarne l'ascesa; ma quell'errato indirizzo nei giudizi sulla situazione oggettiva fece perdere il senso del limite, fece smarrire la nozione della frontiera che separa il buono dal cattivo, l'amico dal nemico, la incapacità o la debolezza dalla ostilità consapevole e dal tradimento, il contrasto e le difficoltà che sgorgano dalle cose, dall'atto ostile di chi congiura per rovinarti. Stalin dette una formulazione pseudoscientifica di questa paurosa confusione, con la sua tesi errata dell'accrescimento necessario dei nemici e dell'inasprirsi della lotta delle classi col progresso della costruzione socialista. Questo rese permanente e aggravò la confusione stessa; questo fu all'origine delle inaudite violazioni della legalità socialista che oggi sono state denunciate pubblicamente. Bisogna però cercare più in profondo per comprendere come queste posizioni potessero venire accettate e diventar popolari, e una delle direzioni della ricerca dovrà essere quella da noi indicata, se si vuole capire tutto. Stalin fu ad un tempo espressione e autore di una situazione, e lo fu tanto perché dimostratosi il più esperto organizzatore e dirigente di un apparato di tipo burocratico nel momento in cui questo prese il sopravvento sulle forme di vita democratica, quanto per avere dato una giu-
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stificazione dottrinale di quello che in realtà era un indirizzo errato e sul quale poi si resse, fino ad assumere forme degenerative, il suo potere personale. Tutto questo spiega quel consenso che vi fu attorno a lui, che durò sino alla sua scomparsa e forse tuttora conserva qualche efficacia.
Non si dimentichi, poi, che anche . quando si stabili questo suo potere, i successi della società sovietica non mancarono. Vi furono nel campo economico, in quello politico, in quello culturale, in quello militare, in quello dei rapporti internazionali. Nessuno potrà negare che l'Unione sovietica del 1953 era incomparabilmente più forte, più sviluppata in tutte le direzioni, più solida all'interno e più autorevole di fronte all'estero di quanto non fosse, per esempio, all'epoca del primo piano quinquennale. Come mai tanti errori non impedirono tanti successi ? Anche qui, sono i dirigenti sovietici che debbono dare la risposta, comprendendo che questo é oggi uno dei problemi che assillano i militanti sinceri del movimento operaio internazionale. Fino a che punto, da quale momento ed entro quali limiti gli errori di Stalin compra misero la linea politica del partito, crearono difficoltà sussidiarie e quale peso ebbero queste difficoltà, e come si riuscì, non ostante quegli errori, a progredire ? Sulla base di ciò che conosciamo, noi possiamo fare solo alcune affermazioni generali, disposti a rivederle se necessario. Ci sembra debba essere riconosciuto che la linea seguita nella costruzione socialista continuò a essere giusta, anche se gli errori che vengono denunciati sono tali che non possono non avere seriamente limitato i successi nella sua applicazione. Questo é però uno dei punti su cui saranno necessarie le maggiori spiegazioni, perché la restrizione e in qualche caso persino la scomparsa della vita democratica é cosa essenziale per la validità di una linea politica. Ci sembra ad ogni modo, incontrovertibile che la burocratizzazione del partito, degli organi dello Stato, dei sindacati, e soprattutto degli organi periferici, che sono i piú importanti, deve avere frenato, limitato, compresso, il pensiero creativo del partito, l'attività delle masse, il funzionamento demo- cratico dello Stato e lo slancio costruttivo di tutta la società, con evidenti danni reali. D'altra parte, gli stessi successi ottenuti, e in
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pace e in guerra e dopo la guerra, sono la prova di una impressionante capacità di lavoro, di entusiasmo e di sacrificio delle nasse popolari in qualsiasi situazione, di una loro adesione continua agli scopi che la politica del partito poneva a tutto il paese,
e che attraverso l'opera loro vennero realizzati. E difficile dire, per esempio, quale altro popolo sarebbe stato capace di resistere, riprendersi e poi vincere, con Hitler nei sobborghi di Mosca e poi sul Volga, e con le strettezze terribili del periodo di guerra. Si deve dunque concludere che la sostanza del regime socialista non andò perduta, perché non andò perduta nessuna delle precedenti conquiste, né, soprattutto, l'adesione al regime delle masse di operai, contadini, intellettuali che formano la società sovietica. Questa stessa adesione sta a provare che, non ostante tutto, questa società manteneva il suo fondamentale carattere democratico.
Abbiamo detto alcune volte che tocca ai compagni sovietici affrontare alcune delle questioni da noi poste e fornire gli elementi per una complessiva risposta. Sino ad ora essi hanno sviluppato le critiche al « culto della personalità » soprattutto correggendo errati giudizi storici e politici su fatti e su persone, distruggendo miti e leggende creati a scopo di esaltazione di una sola persona. Questo va benissimo, ma non è tutto ciò che si deve attendere da loro. Ciò che più oggi importa è di rispondere giustamente, con un criterio marxista, alla domanda sul come gli errori oggi denunciati si siano intrecciati con lo sviluppo della società socialista, e quindi se nello sviluppo stesso di questa società non siano intervenuti, a un certo momento, elementi di disturbo, sbagli di ordine generale, contro i quali tutto il campo del socialismo deve essere messo in guardia, — e intendo dire tutti coloro che già stanno costruendo il socialismo secondo una loro strada,
e coloro che una loro strada stanno ancora ricercando. Si può essere senz'altro d'accordo che i! problema centrale é della salvaguardia delle caratteristiche democratiche della società socialista, ma come si colleghino le questioni della democrazia política e di quella economica, della democrazia interna e della funzione dirigente del partito con il funzionamento democratico dello Stato,
e come lo sbaglio intervenuto in uno di questi campi possa riper-
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cuotersi su tutto il sistema, — questo, é ció che bisogna studiare a fondo e chiarire.
7. — I comunisti di tutto il mondo ebbero sempre una fiducia senza limiti nel partito comunista sovietico e nei suoi dirigenti. Donde sgorgasse questa fiducia è più che evidente. Nei momenti decisivi della storia e sulle questioni decisive del movimento operaio e della politica internazionale la posizione dei comunisti sovietici fu quella giusta. La rivoluzione del 1917, in cui essi presero il potere, suscitò l'entusiasmo. La giustezza della politica da essi affermata, difesa e seguita dopo la rivoluzione, risultò dai fatti. Si conoscevano le difficoltà sovrumane che a loro si opposero e che essi riuscirono a superare. Tutto il mondo era contro di loro, li attaccava con tutti i mezzi, li vituperava. Erano unite contro di loro le classi dirigenti di tutti i paesi. Nei partiti di opposizione e persino nel movimento operaio, rari erano coloro che esprimessero per lo meno comprensione, se non approvazione, per l'opera gigantesca che nell'Unione sovietica si stava compiendo. Oggi tutti sono d'accordo, fatta eccezione pei reazionari più chiusi, nel riconoscere che la creazione dell'Unione sovietica è il più grande fatto della storia contemporanea; ma furono solo i comunisti, o quasi, che passo a passo seguirono questa creazione, la fecero comprendere, la difesero e ne difesero gli autori. Era naturale e giusto, in queste condizioni, che si creasse un rapporto di fiducia e solidarietà profonda, completa, delle avanguardie operaie di tutto il mondo con quel partito comunista che davvero stava alla avanguardia di tutto il movimento politico e sociale. Bisogna tener conto anche del fatto, poi, che quasi in tutti i casi coloro che avevano incominciato con la critica di questo o quello aspetto della politica comunista nell'Unione sovietica, finirono a breve scadenza per imbrancarsi con i calunniatori ufficiali di tutto il movimento comunista, per diventare agenti, aperti o mascherati, delle forze politiche più reazionarie. Ogni partito comunista, in misura maggiore o minore, poté fare sopra di sé questa esperienza. Si creò quindi, oltre che un rapporto di fiducia e solidarietà piena con i comunisti sovietici, la ferma convinzione che questa solidarietà
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fosse il tratto distintivo di un movimento proletario veramente rivoluzionario. E questo era fondamentalmente vero. Di questo rapporto di fiducia e di solidarietà non vi è quindi nessuno di noi che abbia e pentirsi. F quello che ci ha permesso, lavorando e combattendo ciascuno nelle condizioni del proprio paese, di esprimere e dare una precisa forma politica e di organizzazione a quel nuovo slancio rivoluzionario che la Rivoluzione d'ottobre aveva suscitato nella classe operaia, che i progressi nella costruzione di una società socialista nella Unione sovietica alimentavano, estendevano, rendevano via via più consapevole di sé. Le forme, i modi, le vie pratiche di questi successi non furono però oggetto, tra di noi, di discussione, se non sino a un certo momento, che si può collocare, approssimativamente, negli anni di realizzazione del primo piano quinquennale e della collettivizzazione agricola. Nei dieci o quindici anni precedenti questo momento, il dibattito tra i comunisti russi circa le vie di sviluppo della rivoluzione, la possibilità di una trasformazione socialista e le forme di questa trasformazione, si era trasportato in tutto il movimento operaio e prima di tutto nel movimento comunista internazionale e questo dette il suo contributo alla sconfitta dei gruppi di opposizione (trotzkisti e di destra). Io non nego che questa lotta e questa partecipazione abbiano anche potuto avere, in certi momenti, in certi paesi e in certe condizioni, qualche ripercussione negativa nel nostro movimento. Alludo a lotte di frazione talora artificialmente attizzate, a giudizi politici talora esagerati, ecc. Chi può, vada a rivedere il discorso pronunciato da me, per esempio, al VI Congresso dell'Internazionale, nel 1928, e vi troverà la critica di alcune di queste cose, oppure rilegga ciò che ebbe a dire Dimitrov al VII Congresso. Nel complesso, però, l'educazione politica del nostro movimento si fece in questi dibattiti, che toccarono i più importanti temi della nostra ideologia e della nostra politica. Attraverso di essi il nostro movimento si avviò verso la sua maturità.
In seguito, delle questioni che si ponevano ai compagni sovietici nella costruzione di una società socialista si parlò nei nostri partiti sempre di meno, anche perché i compagni sovietici non ce le presentarono più in modo problematico, come facevano prima,
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ma quasi come tappe di un progresso oramai avviato e il cui corso non sollevava profondi temi nuovi. Eravamo del resto giunti al momento in cui il movimento comunista fuori dell'Unione sovietica si era così rafforzato che poteva uscire dal campo della semplice agitazione e propaganda, correggere molti degli sbagli commessi prima dell'avvento al potere di Hitler e svolgere un'ampia azione politica positiva, nella lotta contro il fascismo, contro la guerra che si preparava, per tentar di salvare la Repubblica spa-gnuola, per l'unità del movimento operaio e democratico, ecc. Si stavano creando quelle condizioni che consigliarono poi, nel corso della guerra, lo scioglimento dell'Internazionale comunista.
I processi cui la domanda si riferisce credo si collochino (spiegherò poi il valore di questa limitazione) in questo periodo, mentre si combatteva in Francia per il fronte popolare, in Spagna con le armi, e la politica internazionale dell'Unione sovietica si suol- geva con grande efficacia nella difesa della democrazia e della pace. I dirigenti comunisti non avevano nessun elemento che consentisse loro di dubitare della legalità dei giudizi, soprattutto perché sapevano che, sconfitti politicamente e tra le masse, i dirigenti dei vecchi gruppi di opposizione (trotzkisti e di destra) non erano alieni dal proseguire la lotta con mezzi terroristici e questo avveniva anche fuori dell'Unione sovietica. (A Parigi, nel 1934, uno dei migliori nostri militanti, Camillo Montanari, di Reggio Emilia, venne ucciso a sangue freddo da un trotzkista. Casi simili si ebbero altrove).
Il fatto che tutti gli accusati confessassero suscitò senza dubbio sorpresa e discussioni anche tra di noi, ma non altro. P del resto non ancora chiaro, per noi, se le denunce di violazione della legalità e applicazione di metodi istruttori illegittimi e moralmente repugnanti che vengono fatte ora, si estendano a tutto il periodo dei processi oppure soltanto a un periodo determinato, più recente di quello che ho ricordato. La denuncia di esasperazioni nell'impiego di mezzi repressivi straordinari e la decisione di correggerle vi erano già state, del resto, in una assemblea nazionale del Partito comunista dell'U. S., e avevano trovato tutti consenzienti. Il brutto é che quella decisione non venne rispettata, anzi,
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per alcuni aspetti le cose in seguito peggiorarono, e qui vi fu una imperdonabile colpa personale di Stalin.
Ripeto, per i processi iniziali, quelli di cui noi avemmo modo dì occuparci, perché quelli successivi per lo più non furono pubblici, la mia opinione, oggi, é che esistessero assieme entrambi gli elementi, i tentativi degli oppositori di cospirare contro il regime e compiere atti terroristici e l'applicazione di metodi istruttori illegali, moralmente condannabili. La prima cosa non attenua la gravità della seconda, naturalmente.
8. — I giudizi che dò e che sostanzialmente ho esposto mi portano a ritenere inevitabile che la correzione e la critica degli errori di Stalin partissero dall'alto. La stessa restrizione della vita democratica nel partito e nello Stato, contenuto e conseguenza di questi errori, e i consensi di cui Stalin era stato circondato, facevano si che una critica dal basso si sarebbe potuta avere solo con lentezza e si sarebbe sviluppata in modo confuso, non privo di rotture pericolose. La cosa può apparire spiacevole, ma deriva da tutto ciò che era avvenuto prima. Era compito del gruppo dirigente, convinto che si dovesse liquidare il cattivo e cambiare corso, aprire la strada al nuovo corso con una energica critica dall'alto, oltre che con una prima correzione, di fatto, delle storture più gravi. Rieducare a una normale vita democratica, secondo il modello che era stato stabilito da Lenin nei primi anni della rivoluzione, rieducare, cioè, alla iniziativa nel campo delle idee e nella pratica, alla ricerca, al dibattito vivace, a quel grado di tolleranza degli errori che è indispensabile per scoprire la verità, alla piena indipendenza del giudizio e del carattere ecc. ecc. un quadro di partito di alcune centinaia di migliaia di donne e di uomini, attraverso di essi tutto il partito e attraverso il partito tutto uno sterminato paese, dove le condizioni della vita civile sono ancora molto diverse da regione a regione, è compito di enorme peso, che non si assolve né con tre anni di lavoro né con un congresso. Credo sia persino esagerato dire che sia tutto soltanto questione di tempo, di elaborare un nuovo indirizzo e realizzarlo. Non mi pare si possa escludere che si inseriscano in questo nuovo cor
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so della vita sovietica dibattiti importanti e nuovi, che ben precisino la portata degli errori compiuti e delle indispensabili correzioni, che conducano a una esatta valutazione di principio, politica e pratica, sia degli uni che delle altre. Mi pare, insomma, che gli errori di Stalin debbano essere corretti, attraverso questo ampio sviluppo, con un metodo profondamente diverso da quello che Stalin stesso segui in quel periodo della sua vita in cui aveva abbandonato le rette norme di funzionamento del partito e dello Stato. Quanto più avverrà così, tanto più grande sarà il profitto. Ciò che noi auguriamo è che le correzioni vengano fatte, senza esitazioni, con coraggio, e che da esse esca, come deve uscire, un nuovo slancio in avanti della società socialista in tutte le direzioni, sopra una base democratica ampia, sana, piena di nuove e ricche pulsazioni vitali.
9. — Spero non esista più nessuno, in Italia, per lo meno, che ancora presti fede alla balorda leggenda dei partiti comunisti che ricevono da Mosca, passo a passo, le istruzioni, le direttive, gli ordini. Se ancora qualcuno esiste, per lui é inutile scrivere, perché è evidente ch'egli ha la testa troppo dura, che è assolutamente incapace anche solo di avvicinarsi alla comprensione dei problemi dell'odierno movimento operaio. Scriviamo dunque per gli altri.
Nei primi anni dopo la prima guerra mondiale, quando si formò l'Internazionale comunista, non v'è dubbio che le principali questioni di indirizo politico del movimento operaio e poi del movimento comunista nei singoli paesi vennero ampiamente dibattute al centro, a Mosca, in Congressi e altre riunioni internazionali, da cui uscirono indirizzi precisi. In questo periodo si può dire esistesse una direzione centralizzata del movimento comunista, e la responsabilità principale di essa ricadeva sui compagni russi, assistiti da compagni provenienti da altri paesi. Ben presto però il movimento incominciò a andare avanti da sé, soprattutto dove aveva buoni dirigenti. Nel 1924, per esempio, la decisione del nostro partito di uscire dalla assemblea aventiniana delle opposizioni e ritornare nel Parlamento, fu presa da noi in netto contrasto con il consiglio che ci veniva dai dirigenti della
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Internazionale, che era il contrario. All'epoca del VII Congresso (1935), i partiti che si erano rafforzati, che erano uniti e diretti bene, già sentivano che un centro internazionale non poteva fare altro che elaborare giudizi generali sulla situazione e sui compiti del nostro movimento, ma la attuazione politica pratica doveva essere opera dei singoli partiti, affidata pienamente alla loro iniziativa e responsabilità. In questo modo ci si mosse, in Francia e in Spagna, soprattutto, nel periodo delle grandi lotte tra il 1934 e il 1939, durante la guerra e ancora più dopo di essa. Se i comunisti avanzarono nella grande scia della politica internazionale dell'Unione sovietica é perché erano convinti che quella politica fosse giusta, e tale essa era, in realtà.
L'Ufficio di informazione, costituito nel 1947 con compiti ben diversi da quelli che aveva avuto l'Internazionale, fece, essenzialmente, due cose, la prima buona, la seconda cattiva. La prima fu di giustamente orientare tutto il movimento operaio nella resistenza e lotta contro i piani di guerra dell'imperialismo. La seconda fu il disgraziato intervento contro i comunisti jugoslavi. Altro non fece, se non un bollettino pubblico, utile solo a scopo di informazione. A noi italiani, per esempio, non é accaduto mai, se non nella riunione di fondazione del Cominform, di avere a discutere della nostra politica in riunioni internazionali. Tutte le iniziative da noi prese dopo la guerra furono opera esclusivamente nostra, dai compagni dirigenti di altri partiti comunisti forse nemmeno sempre pienamente comprese, perché dettate dalle condizioni in cui lavoriamo noi, in Italia, e che sono del tutto particolari. Oggi, poi, anche l'Ufficio di informazione é stato sciolto, per i motivi che sono stati ampiamente esposti.
Gli errori compiuti da Stalin nella direzione del partito comunista sovietico contribuirono certamente, poiché limitavano i dibattiti e la vita democratica alla sommità di quel partito, a rendere alquanto esteriori e formali anche i rapporti tra i comunisti sovietici e quelli degli altri paesi, a creare tra di loro un certo distacco, senza però diminuire la reciproca fiducia, perché dei fatti che oggi vengono dénunciati noi non avevamo e non potevamo avere nozione alcuna. Questo almeno per ciò che ci riguar-
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da. In altri partiti, soprattutto nei paesi di democrazia popolare, alcuni degli errori di Stalin vennero dopo la guerra ripetuti in modo meccanico, così come, probabilmente, in modo meccanico si ebbe la tendenza a trasferire e applicare in questi paesi tutta l'esperienza e tutta la pratica sovietiche, senza tenere sempre il necessario conto delle particolari condizioni che in ogni paese imponevano e impongono particolari vie di sviluppo, correzioni e adattamenti dell'esperienza sovietica.
Le critiche a Stalin fatte al XX Congresso, giunte per la maggior parte inattese, hanno certamente colpito il quadro del movimento comunista internazionale e anche, in misura minore, le sue masse. Il modo come i nemici si sono buttati su queste critiche per farne strumento di lotta contro di noi ha stretto attorno al partito i suoi militanti. A parte ciò, si deve dire che non vi é stata tra di essi soltanto sorpresa. Vi é stato dolore, qua e là smarrimento. Sono sorti dubbi circa il passato, e così via. Queste cose non erano evitabili, data la gravità dei fatti che sono stati denunciati e il modo della denuncia; dato che i compagni sovietici, limitatisi in sostanza a denunciare i fatti e a intraprenderne la giusta correzione, hanno sinora trascurato il compito, non ancora assolto, di affrontare il difficile tema del giudizio politico e storico complessivo.
Da tutto ci() non credo possa derivare una diminuzione della reciproca fiducia e solidarietà tra le diverse parti del movimento comunista. Deriva per() senza dubbio non solo la necessità, ma il desiderio di una sempre maggiore autonomia di giudizio, e questo non potrà che far bene al nostro movimento. La struttura politica interna del movimento comunista mondiale é oggi cambiata. Ci() che ha fatto il partito comunista dell'Unione sovietica rimane, come ho detto, il primo grande modello di costruzione di una società socialista a cui apri la strada una profonda, decisiva frattura rivoluzionaria. Oggi il fronte della costruzione socialista nei paesi dove i comunisti sono il partito dirigente si é così allargato (comprende la terza parte del genere umano!), che anche per questa parte il modello sovietico non pue) e non deve più essere obbligatorio. In ogni paese governato dai comunisti possono e
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debbono influire in modo diverso le condizioni oggettive e soggettive, le tradizioni, le forme di organizzazione del movimento. Nel resto del mondo, vi sono paesi dove ci si vuole avviare al socialismo senza che i comunisti siano il partito dirigente. In altri paesi ancora, la- marcia verso il socialismo è un obiettivo per il quale si concentrano sforzi che partono da movimenti diversi, che però spesso non hanno ancora raggiunto né un accordo né una comprensione reciproca. Il complesso del sistema diventa policentrico e nello stesso movimento comunista non si può parlare di una guida unica, bensì di un progresso che si compie seguendo strade spesso diverse. Dalle critiche a Stalin risulta un problema generale, comune a tutto il movimento, — il problema dei pericoli di degenerazione burocratica, di soffocamento della vita democratica, di confusione tra la forza rivoluzionaria costruttiva e la distruzione della legalità rivoluzionaria, di distacco della direzione economica e politica dalla vita, dalla iniziativa, dalla critica
e dall'attività creativa delle masse. Noi saluteremo il fatto che tra i partiti comunisti che sono al potere si stabilisca una emulazione circa il modo migliore di evitare per sempre questo pericolo. E a noi toccherà elaborare il metodo e la via nostra, per essere noi pure garantiti da pericoli di stagnazione e burocratizzazione, per saper risolvere assieme i problemi della libertà per le masse lavoratrici
e della giustizia sociale, e conquistarci quindi tra le masse stesse un prestigio e un seguito sempre più grandi.
PALMIRO TOGLIATTI
 
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1956 Mese: 5 Giorno: 1
Numero 20
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1956 - 5 - 1 - numero 20


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