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tipologia: Analitici; Id: 1471803


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo Alberto Moravia, Inchiesta sull'arte e il comunismo. Il comunismo al potere e i problemi dell'arte
Responsabilità
Moravia, Alberto+++   autore+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
INCHIESTA SULL'ARTE E IL COMUNISMO*
IL COMUNISMO AL POTERE
E I PROBLEMI DELL'ARTE
Un conto é sostenere e dimostrare che l'arte è sovrastruttura e un altro é pretendere che l'artista ne sia consapevole e faccia di questa consapevolezza la ragione della sua arte. Non hanno mai pensato i marxisti che l'arte comincia invece proprio a partire dalla inconsapevolezza dell'artista di ogni determina•.tione extrartistica? E che un'arte che accettasse la loro definizione sarebbe paragonabile ad una donna che si definisse da se stessa venale? E che non è un caso che l'arte esplicitamente sociale sia soltanto un trascurabile episodio nella generale storia dell'arte di tutti i tempi? E che la poesia, insomma, nasce da un'illusione di autonomia? E che ogni determinismo, non soltanto quello economico, fa avvizzire l'arte come un soffio di aria gelida su un fiore appena sbocciato?
(N, d. R.) Ci é sembrato utile iniziare con questo primo fascicolo una inchiesta sull'arte e il comunismo. Diciamo subito che la nostra attenzione era particolarmente rivolta (ma non in modo esclusivo) ad esplorare i punti nei quali questo rapporto si presenta con carattere più accentuato di crisi: ossia da un lato in quegli scrittori che, provenendo da una formazione culturale più complessa, hanno abbracciato la jede comunista ed avvertono il travaglio di adattarsi a questa ortodossia; e dall'altro in quegli scrittori che, avendo abbandonato il partito comunista, sentono tuttavia di non poter rinunciare alle istanze sociali che lo alimentano.
Diciamo anche subito, non senza rammarico, che sotto questo aspetto la nostra inchiesta ha incontrato difficoltà tanto insormontabili da doversi considerare fallita. Noi non siamo alieni dall'apprezzarne le valide ragioni; fra di esse, non ultimo, il pudore che ogni uomo ha di rompere il riserbo intorno ai drammi spirituali non) interamente risolti.
I saggi che pubblichiamo sono quanto finora siamo riusciti a realizzare, di quel nostro progetto più ambizioso. Ci auguriamo che essi abbiano un seguito. L'inchiesta
rimane aperta. -
4 INCHIESTA SULL'ARTE E IL COMUNISMO
* *
Il problema sociale non puó toccare l'arte che attraverso la mediazione della natura. Giacché l'arte è il dialogo dell'uomo con la natura, dialogo iniziato agli albori dell'umanità, quando non c'erano religioni né tanto meno partiti e, da allora, mai più interrotto. Le caverne di Altamira esistevano prima di Cristo e prima di Marx.
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I marxisti vorrebbero un'arte completamente sociale, senza residui né evasioni di alcun genere. La ragazza che ama l'operaio perché questi ha oltrepassato la « norma » di lavoro, buon esempio di questa pretesa. E forse riusciranno nel loro intento. Ma quel giorno scopriranno che la « norma » ha assunto un carattere erotico. La natura regna nell'arte, non la società.
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Quando tutto é stato detto sull'arte, l'ultima parola spetta pur sempre agli artisti. Il brodo di pollo non si fa se non c'é il pollo. In certi casi il pollo scappa sulla cima del campanile e la caldaia dell'acqua continua a bollire invano.
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L'esame delle opere d'arte dei paesi comunisti rivela negli artisti una preoccupazione d'ordine pratico predominante: far la propaganda all'ideologia di stato, essere in regola con questa ideologia, non far nulla che possa suonare non soltanto come disaccordo ma anche come indifferenza a questa ideologia. Perché questa preoccupazione ci appare diversa da quella, poniamo, dei primitivi italiani i quali, tuttavia facevano arte cristiana e soltanto quella? Perché i primitivi italiani non potevano essere che cristiani, mentre i comunisti potrebbero ancora oggi essere o non essere comunisti. C'è, insomma, tuttora una possibilità di scelta e dunque, purtroppo, anche di coercizione. E basta l'ombra della coercizione per far sfumare la poesia. I comunisti dovranno conquistare il mondo intero prima di avere un'arte degna di questo nome.
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La teoria della sovrastruttura dovuta al momento in cui Marx scrisse i suoi libri. Un cattivo momento per l'arte, senza dubbio, ma pas-
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seggero. Due secoli prima, Marx non avrebbe trovato appigli per la sua teoria. La teoria dell'arte come sovrastruttura é legata al problema della produzione industriale dell'arte e non porta che ad una nuova definizione, di specie sociale ed economica, dell'arte mancata, dell'arte brutta. L'arte riuscita, l'arte bella non c'entra.
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L'arte come sovrastruttura fa pensare a tanti altri determinismi che non funzionano se non nei casi minori: l'arte dei galeotti, l'arte dei pazzi, l'arte dei ciechi, l'arte dei bambini e via dicendo. Ma la grande arte non é sovrastruttura, essa rassomiglia alla struttura, non ne deriva.
***
Il valore educativo dell'arte é enorme ma esso diminuisce nella misura che l'arte si allontana dalla natura. Bandite dall'arte la natura con le sue contraddizioni, la sua varietà, il suo capriccio, la sua libertà
e avrete un'arte priva di potere educativo, qualunque sia la ideologia che l'inspira. Allo stesso modo un soggiorno in riva al mare fortifica; ma un soggiorno in una stanza in cui sia dipinta una marina non fa alcun effetto salutifero.
Il collasso presente universale dell'umanità non è che il risultato di due guerre spaventose. Non c'è bisogno di essere grandi profeti per prevedere che tra un secolo o due, l'umanità avrà ritrovato un'immagine decente di se stessa. Intanto, pero, essa é simile a un ubriaco lordo
e insanguinato che si guardi in uno specchio e si meravigli di trovarsi tanto orribile. Secondo taluni essa dovrebbe continuare a guardarsi in questo specchio, secondo altri essa dovrebbe sostituire lo specchio con l'oleografia di un uomo sobrio e pulito. Pochi pensano che sarebbe meglio che essa si nettasse e si riposasse. E anche quelli che lo pensano non rinunziano a proporre sia lo specchio sia l'oleografia.
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Gli artisti dei paesi occidentali sono scandalizzati e addolorati dall'arte dei paesi orientali. Ma se invece di scandalizzarsi e di addolo-
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rarsi, riflettessero un momento che quell'arte esiste soltanto in quanto esiste l'arte occidentale, penserebbero piuttosto a battersi il petto e a dire « mea culpa ». Cosi il capitalismo nei riguardi del comunismo e in genere per ogni aspetto della vita civile, nell'uno e nell'altro campo.
I casi sono due: o come vuole il marxismo l'arte é una sovrastruttura e allora poiché é giusto risalire dalla sovrastruttura alla struttura ossia dai frutti all'albero, bisognerà pensare che la struttura in certi paesi orientali, oggi, non é quale ce la descrivono; oppure il marxismo, almeno per quanto riguarda l'arte, erra e allora bisogna pensare che, semplicemente, gli artisti di quei paesi valgon poco. In tutti e due i casi il marxismo esce malconcio, il che pensiamo sempre gli avverrà quando vorrà esorbitare dal campo economico e sociale che gli é proprio.
La libertà politica per l'arte non é una condizione sine qua non: grande arte fiori anche in tempi di nessuna libertà. L'arte, per fiorire, ha bisogno assoluto di un'altra cosa: che il corpo sociale sia fatto della stessa materia di cui é fatta l'arte. Ora, materia dell'arte, è la varietà infinita della natura. Se il corpo sociale, per mezzo del fanatismo religioso o politico, ha ridotto o soppresso in se stesso la varietà della natura, l'arte potrà anche essere liberissima, ma non fiorirà.
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Ogni sistemazione dell'arte in base ad una teoria estrinseca all'arte medesima è per lo meno arrischiata e pregna di delusioni. Immaginate un momento il contrario: la politica concepita secondo dettami estetici. In realtà tali sistemazioni sono atti di prepotenza dell'attività predominante su quella che provvisoriamente sembra meno importante. La politica é predominante in questo secolo, dunque sembra logico inferirne che tutte le altre attività umane debbano esserle ancelle. Ma fate che la marea politica si ritragga e si vedrà che il suo flusso non ha cambiato che la cosa politica, lasciando inalterati gli altri campi.
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Il caso di Dostoieschi, bandito dalle ristampe nel suo paese, pone la questione della finale conciliazione con la storia. Dostoieschi é bandito perché evidentemente la partita del comunismo con la storia non é ancora chiusa. Ma quando sarà chiusa? Il giorno che Dostoieschi sarà riconosciuto anche nel suo paese come un grandissimo scrittore oppure il giorno in cui non si parlerà più di Dostoieschi e perfino il suo nome sarà cancellato dalla memoria degli uomini?
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Il fronte dell'elettrificazione, il fronte dell'industria pesante, il fronte del romanzo, il fronte del cinema... quante volte abbiamo veduto le opere di poesia messe sullo stesso piano e confuse con quelle d'ingegneria e di meccanica. Tuttavia, lo stato sovietico, dopo trent'anni e più di comunismo, pue, presentare al mondo opere pubbliche gigantesche, ma non un Guerra e Pace, non un Boris Godunof, gli equivalenti poetici, sulla scala della grandezza, di quelle opere pubbliche. Perché? Al contrario degli operai e degli ingegneri, gli artisti hanno forse sabotato la produzione? Oppure si tratterebbe di due fronti diversi, nel primo dei quali valgono i piani e le direttive e nel secondo proprio la mancanza di piani e di direttive?
Il vizio segreto del cosidetto realismo socialista é, per dirla con una formula spiccia, di essere realista su tutto fuorché sul socialismo. E poiché il socialismo in certi paesi ò tutto, di non essere sovente realista affatto. Ora non si dà realismo se non totale, senza riguardi, né rispetti, né compromessi, né convenzioni, né limiti di sorta. Le società del passato, fossero esse feudali o borghesi o schiaviste o patriarcali, nei loro buoni momenti furono sempre capaci di esprimere un tale realismo. Una società che invece non ne sia capace é una società che per qualche motivo non sa, non vuole, o non può vedersi qual é realmente.
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L'arte di classe, o arte ufficiale risponde con sufficiente precisione al concetto deteriore dell'arte intesa come sovrastruttura proposto dal marxismo. I comunisti dichiarano volentieri che tale arte di classe o
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arte ufficiale o arte sovrastrutturale cesserà di esistere, appunto, quando sarà stata raggiunta la soèietà senza classi. Perché allora l'arte dei paesi orientali, più forse di ogni arte contemporanea, offre gli aspetti noti dell'arte di classe o ufficiale o sovrastrutturale? La risposta non pare dubbia: l'arte non ha affatto bisogno di una rivoluzione per essere vera arte, basta che l'artista attinga per conto suo alla zona nella quale le classi non ci sono, né mai ci furono, né mai ci saranno, alla poesia. Come, infatti, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, senza aspettare la rivoluzione comunista, fecero i veri artisti. D'altronde l'arte dei paesi orientali ha un tal carattere di arte di classe perché il proletariato in quei paesi si considera tuttora proletariato ossia classe e non è ancora riuscito a ritrovare in se stesso l'uomo, vecchio o nuovo, ma senza classi.
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Le correlazioni tra l'arte e la società non sono di ordine morale o moralistico come vorrebbero far supporre tutti coloro che annettono alla parola decadente un significato negativo; bensì di ordine tecnico. L'arte é in rapporto con la vitalità di una società, non con la sua moralità.
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L'arte è memoria, la propaganda profezia. Però i profeti non hanno mai vaticinato altro che disastri. Profeti ottimisti, ecco la grande novità.
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Se l'arte é sovrastruttura, come mai riesce a sopravvivere alla struttura? Perché mai leggiamo ancora l'Iliade, sopratruttura, a quanto si dice, del feudalesimo arcaico greco? E che cos'è che garantisce vita eterna alla sovrastruttura? E perché la struttura transeunte é considerata più importante della soprastruttura che non lo è?
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Le idee dei comunisti sull'arte sono giuste, chi potrebbe negarlo? Nello stesso termine di realismo socialista é contenuta una riflessione critica inoppugnabile: l'arte fu sempre realista o non fu affatto e inoltre essa fu sempre legata direttamente o indirettamente alla ideologia
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del momento. Il realismo è dunque inseparabile dall'arte, almeno da quella europea; l'ideologia anche. Che c'è dunque di strano che lo stato socialista chieda agli artisti il realismo socialista? Rispondiamo che la stranezza consiste nel fatto che, al contrario della Chiesa e d'ogni altro organismo totalitario del passato, lo stato socialista sappia tutte queste cose, cioè che abbia una coscienza critica e storica così sviluppata. In questo senso lo stato socialista, così intellettualistico e così pragmatistico, entra nella dialettica della decadenza alla quale pretenderebbe di sottrarsi.
Quando tutto é stato detto, bisognerà pur affermare che in realtà l'arte non interessa il comunismo. E che questo sia vero lo dimostra la semplicità della ideologia marxista per quanto riguarda l'arte. Tanto più notevole se paragonata, poi, alla complessità delle teorie marxiste sui problemi sociali ed economici. Il marxismo non si interessa all'arte come, poniamo, non si interessa alla religione. La diversità di atteggiamento del marxismo di fronte all'arte e alla religione deriva dal fatto che, mentre il marxismo vuol soppiantare la religione, esso non vuole che servirsi dell'arte. E infatti tutte le teorie del marxismo sull'arte non tanto riguardano l'arte nella sua intimità quanto l'arte nel suo rapporto con la società e con lo stato, ossia, in altri termini riguardano appunto l'utilità dell'arte.
Un romanzo descrive una battaglia. La descrizione della battaglia non garba ai dirigenti di un certo paese orientale. Il romanzo viene rifatto secondo le indicazioni dei dirigenti. Ciò che colpisce in questo rifacimento secondo autorità non è la docilità dello scrittore né l'imposizione dei dirigenti. Ciò che colpisce è invece il prevalere di una concezione di artificio, di razionalità, di tecnica, di fattura su quella di poesia, di ispirazione, di originalità, di creatività. Di una concezione, insomma, classica o per lo meno classicheggiante, su quella romantica. Si pensa, per analogia, ad estetiche che sembravano tramontate e che invece, a quanta pare, torneranno in auge. Tanto per fare un esempio Boileau non avrebbe trovato niente da ridire su una simile imposizione
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dell'autorità sull'artista. Che differenza c'é infatti tra il realismo socialista e « l'artifice agreable » del poeta di corte di Luigi decimoquarto?
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Ci si meraviglia che certi scrittori e critici d'occidente, di fede marxista, difendano l'arte dei paesi orientali che, a parere di molti, essi non potrebbero invece non giudicare assai severamente. E si parla in questi casi di disciplina di partito. Ma secondo noi si tratta invece di uno scambio avvenuto nel profondo dell'animo tra ideologia e realtà. Per i comunisti l'ideologia è la realtà, e quella che la gente comune chiama realtà non é nulla. Se la realtà non dà ragione all'ideologia, tanto peggio per la realtà. Né si potrebbe dar torto a quegli scrittori e critici comunisti, almeno da un punto di vista psicologico. Lo scambio di solito é avvenuto in loro in condizioni drammatiche che sono poi quelle di tutte le conversioni. In quei momenti, davvero, l'ideologia é la realtà; e se non lo é, la conversione non puó aver luogo. Più tardi, di fronte all'arte come a qualsiasi altra manifestazione o attività umana, ciò che avvenne con lacerazione e dolore al tempo della conversione, si ripete facilmente, in maniera quasi automatica.
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Le idee dei comunisti sull'arte sono costantemente presentate in stretta correlazione con le loro teorie economiche e sociali e confuse con esse. Chi in parte o del tutto approva le teorie economiche e sociali del comunismo é portato così ad approvare anche le idee estetiche o per lo meno a considerarle con favore. Ma questa confusione non puó portare che ad accettare una concezione estetica rozza e semplicistica. L'arte, infatti, mentre puó benissimo avere un contenuto proletario, per i suoi moduli formali e tecnici é invece legata alla maturità del gusto, della coltura e della capacità espressiva. Come dire che essa dipende per questo aspetto così importante, non dalla giustizia distributiva bensì dal livello di coltura e di gusto raggiunto in una data società. Questo fatto non è mai stato smentito nella storia; e l'arte, qualunque `fosse il suo contenuto, é sempre stato un prodotto tardo e aristocratico. L'arte appare infatti sempre all'apice delle civiltà, essa é il fiore
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terminale della pianta umana. Ogni volta, invece, che ci fu prevalenza di masse culturalmente immature, come, tanto per fare un esempio, durante le invasioni barbariche, si verifica del pari oscuramento o addirittura interruzione del fatto artistico. II significato ultimo del Itlna-scimento sta appunto nel ritrovamento del fatto artistico, delle sue leggi, e della sua autonomia dopo il diluvio barbarico. I barbari che affluirono in Italia nell'alto medioevo, avevano certamente malte cose da dire ma non le dissero se non quando, appunto, non furono più barbari. Così il proletariato (e specie quello dei paesi in cui il sonno sociale si doppiava di sonno biologico) ha certamente molte cose da dire; ma non le dirà se non quando _avrà la capacità di dirle, ossia quando cesserà di essere proletariato. Nel frattempo le opere d'arte che ci vengono presentate come opere del proletariato, debbono, nel caso migliore, essere considerate come segni di impazienza.
Ë un errore credere che il realismo socialista abbia impedito nei paesi orientali l'apparizione di un nuovo Michelangelo o, per lo meno, di un nuovo Picasso. Con ogni probabilità se in quei paesi il regime liberale subentrasse ad un tratto a quello socialista, gli artisti di quei paesi forse imiterebbero quelli occidentali (sebbene non sia sicuro), ma non oltrepasserebbero certo il livello artistico alquanto basso della loro presente produzione. Gli é che in quei paesi c'é stata una rivoluzione con conseguente decapitazione della classe colta e che dirigenti e popolo vi fanno un sol'bloce°, con gli stessi gusti, le stesse concezioni, lo stesso grado di coltura. I capi di quei paesi non la pensano, per quanta riguarda l'arte, in maniera diversa dagli operai e dai contadini. Le opere d'arte che essi additano all'ammirazione del popolo sono quelle che essi sinceramente preferiscono. E così avviene in tutte le rivoluzioni. Persino la rivoluzione francese che portò al potere una classe già da lungo tempo preparata e raffinata come la borghesia, produsse all'inizio del secolo un'arte più grezza e più peritura, quella del primo romanticismo. In questa prospettiva, si deve giudicare il susseguente decadentismo come una sistemazione, in senso classico di quel primo romanticismo.
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Ciò che colpisce di piú così nelle opere d'arte dell'occidente come in quelle d'oriente è la povertà del temperamento individuale. Un pittore come Tiziano farebbe un sol fascio così degli astrattisti come dei realisti socialisti. Ai primi direbbe: «Dipingetemi una mano che è una mano »; ai secondi: « Infondete nei vostri ritratti di generali e uomini politici il senso di potenza, di gloria e di poesia che seppi mettere nei miei ». Abbiamo nominato Tiziano per indicare un certo livello di maestria tecnica e di altezza di ispirazione; non per additare un modello irripetibile così in occidente come in oriente.
I comunisti non riconosceranno mai che le opere d'arte dei paesi orientali sono di scarso valore artistico. E come potrebbero? Essi non credono al vero bensì al verosimile, alla natura bensì alla ragione, alla realtà bensì all'ideologia, alla poesia bensì all'artificio, alla spontaneità creativa bensì alla volontà costruttiva. Essi faranno dell'arte certamente, un giorno o l'altro, ma loro malgrado e senza rendersene conto.
I comunisti sembrano propugnare un'arte classica. Diciamo « sembrano» perché nulla é sicuro in un regime così sicuro come la dittatura, sia pure del proletariato. Dunque, partendo dal presupposto marxista che ogni società nel momento della sua massima funzionalità e necessità storica esprime un'arte perfettamente oggettiva e completamente realistica, senza reticenze né compromessi, né evasioni, né parzialità, insomma classica, i comunisti contrappongono questo momento solare a quello del tramonto ossia della decadenza di ogni società, decadenza che si esprimerebbe invece in un'arte malsanamente soggettiva, incompleta, astratta, evasiva, reticente e insomma, appunto, decadente. E evidente che in questo caso la distinzione tra poesia e non poesia salta e viene sostituita da quella di classicità e di decadenza, ossia di completezza e incompletezza, cioè, in altri termini, di maggiore o minore coraggio, capacità e volontà della società di rappresentarsi qual é, in tutti i suoi aspetti, anche in quelli negativi e di riconoscersi in questa rappresentazione e di servirsene e di farne strumento di mi-
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glioramento e di progresso. Dunque, una volta di più, niente poesia o non poesia, ma, ad un livello eguale di poesia, rappresentazione totale o parziale, classica o decadente. Ma la società comunista in quanto si vanta di essere l'erede di tutte le società della storia e il loro coronamento finale, dovrebbe dare origine all'arte più classica, più completa che si possa immaginare e questo indefinitamente e senza interruzioni di sorta. Si vede, così, come nell'ideologia comunista non c'è posto per le smentite anche minime della realtà. Tutto é tirato a fil di logica, tutto é razionale, il comunismo non può non produrre la società perfetta e la società perfetta non può non produrre l'arte più alta. In questa situazione l'artista che voglia discutere con il comunismo fa figura di avvocato dell'irrazionalità, ossia del nulla, per non dire del male_
Non si vede, perché, dopo avere accettato e confermato l'autonomia del fatto linguistico, quell'uomo di stato orientale non faccia lo stesso per l'autonomia del fatto artistico. Non se ne vede il perché sebbene lo si possa indovinare: la lingua, come ebbe a dire quell'uomo di stato, non é né borghese né socialista, é simile alle locomotive: é un mezzo. Invece l'arte può essere, é un fine. Ora non può esserci altro fine se non quello della rivoluzione socialista.
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Perché realismo socialista e non, poniamo, neoclassicismo? Perché l'ultima arte oggettiva europea fu quella naturalistica. Gli stati non sono mai all'avanguardia, checché se ne dica. La Chiesa è ferma a Raffaello che fu il grande mediatore tra il mondo dell'Antico Testamento e l'Ellenismo. Gli stati conoscono la storia, non l'estetica.
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Tra l'alienazione dell'operaio e l'alienazione dell'artista non c'è alcun rapporto. L'operaio é alienato in quanto, nell'economia di mercato, egli é una merce come tutte le altre, ed essendo tale viene defraudato, in base al prezzo di mercato, del plus valore, ossia di ciò
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che rappresenta appunto il suo valore di uomo. Ma l'artista, invece, crea un oggetto per il quale non c'è mercato (o, se c'è, non é quello degli oggetti di necessità che hanno costantemente un mercato) e il cui prezzo non esiste, in realtà, in denaro o in specie. Il prezzo del- l'opera d'arte l'artista l'ha già ricevuto con la gioia provata creandola. In altri termini, al momento della consegna del libro all'editore, della musica al direttore d'orchestra, del quadro al mercante, l'artista è già stato pagato e quanto riceve in seguito é un regalo o comunque un pagamento senza rapporto alcuno con la merce fornita. Così l'alienazione dell'artista consisterà nell'impedirgli in parte o del tutto quella tale gioia cui si é accennato, nella quale consiste il suo vero rapporto con la società. Invece l'operaio il cui rapporto con la società é determinato dalla sua facoltà di acquisto e la cui espressione (inclusa quella artistica) comincia a partire dal momento in cui il plus valore, direttamente o indirettamente, gli viene versato nella sua integrità, l'operaio, diciamo, sarà alienato quando sarà appunto privato di questo plus valore e ridotto a merce né più né meno simile a quella che egli fabbrica. Dunque, riassumendo: l'alienazione dell'operaio è di specie economica, quella dell'artista di specie espressiva. E di conseguenza si impedisce all'operaio di essere uomo riducendolo a merce e pagandolo per tale; all'artista di essere uomo riducendolo a operaio e pagandolo per tale. E ancora: l'operaio che viene colpito nella mercede non potrà essere uomo e perciò neppure artista, ma l'artista colpito nell'espressione nonché uomo non potrà neppure essere operaio perché egli era già uomo in partenza ossia dotato originariamente di quelle facoltà espressive che nell'operaio si liberano soltanto .nel momento in cui egli comincia ad essere uomo. Finalmente, colpendo l'artista, si colpisce anche, indirettamente, l'operaio che nell'artista vede il suo supremo ideale umano di libera e completa espressività.
Il comunismo tenta di assorbire la cultura e l'arte dell'occidente nei. suoi uomini e prodotti migliori, in modo da lasciare alla borghesia soltanto gli uomini e i prodotti deteriori. Questo tentativo potrebbe anche riuscire. Ma resta dubbio che il risultato sarà quello che si aspettano i comunisti.
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singolare che nei paesi orientali, dove è predominante una ideologia storicistica, si abbia invece una concezione precettistica dell'arte. Ma queste sono le sorprese dello storicismo che finisce per mordersi la coda con la logica conclusione dell'avvento di una società senza storia. Dunque un'arte senza sviluppi, fissa ad un ideale immobile.
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La forza della polemica comunista per l'arte sta, più che negli argomenti, nel carattere mortuario e suicidale di grandissima parte dell'arte dell'occidente. I comunisti hanno buon gioco a dimostrare che tale arte é l'espressione di un cupio dissolvi generale che non può non avere le sue origini fuori dell'arte medesima. Ma essi stessi non sanno proporre, di contro a quest'arte occidentale, che delle teorie. Dei loro prodotti artistici tutto é stato detto quando si é detto che sono il frutto della buona volontà. Ora con la buona volontà si costruiscono le fabbriche, ma non si fa della poesia.
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I comunisti non tanto propongono un'arte nuova, quanto, pur forse senza rendersene conto, una sospensione dell'arte. Così, in campagna, un campo troppe volte coltivato, si lascia senza semina per due o tre stagioni in modo che si riposi e ripigli forza. Il cristianesimo, in una simile circostanza, decise che l'arte pagana, la sola possibile in quel tempo, era opera del diavolo. I comunisti non credono al diavolo bensì alla decadenza, immoralità, corruzione e rovina del capitalismo. In realtà così il cristianesimo allora come il comunismo oggi sono strumenti della natura esausta che chiede riposo. Ma gli uomini non amano ammettere di essere determinati da semplici leggi biologiche; e così nel campo dell'arte la . stanchezza é chiamata, poniamo, astrattismo e il riposo, realismo socialista.
S'intende che queste note riguardano i rapporti dell'arte col comunismo al potere. Per i rapporti dell'arte con il comunismo all'opposi-
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zione, le cose si svolgono in maniera normale, come per i rapporti dell'arte con qualsiasi motivo ispiratore. Anzi il comunismo all'opposizione, facendosi forte di molte istanze generose ed universali, ispira direttamente o indirettamente un'arte assai viva, polemica e aliena dai compromessi, di protesta e di rivolta. Ma una volta il comunismo al potere il motivo polemico ovviamente scompare, sostituito da quello celebrativo. L'arte allora entra in crisi ed é appunto tale crisi che abbiamo cercato di illuminare in queste note. È evidente d'altra parte che allo stato comunista, per quanto riguarda l'arte, si offrono due vie soltanto: o l'arte di propaganda e agiografica che si nutrirà sia della polemica contro i nemici esterni del comunismo sia di rievocazioni ed esaltazioni di personaggi e avvenimenti del comunismo; oppure l'arte classica, intendendo per classica un'arte dalla quale sia stata espunta ogni polemica sociale (nello stato comunista diventata inutile) e che tratti dell'uomo non più come di un prodotto di date condizioni sociali ed economiche ma come di qualche cosa di immutabile e di eterno, . come, appunto, avviene nell'arte classica. L'arte classica é, del resto, l'arte per eccellenza delle società che non si pongono ancora o non hanno ragione di porsi una questione sociale. La società comunista è, appunto, una di tali società, avendo risolto, una volta per sempre e con soddisfazione di tutti, la questione sociale.
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I rapporti tra l'arte e la realtà, finché il comunismo é all'opposizione, potranno o dovranno essere determinati, per gli artisti di fede comunista, dall'ideologia marxista. Ma non si vede come questi rapporti, una volta il comunismo al potere, possano essere determinati dalla stessa ideologia. La quale é pur sempre un'ideologia di critica e di rinnovamento della società. Con il comunismo al potere, insomma, l'ideologia marxista, cessa di avere un valore ispirativo, sempre che si mantenga fedele a se stessa. Così il problema dell'arte con il comunismo al potere, é un problema di modificazione dell'ideologia marxista, modificazione tanto più difficile in quanto ogni ideologia vittoriosa tende afarsi dogmatica e precettistica.
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Vediamo cosa avvenne con la rivoluzione francese. In un primo momento, prima della rivoluzione, l'arte é imbevuta di principi illuministici : la borghesia non é ancora al potere e attraverso l'arte esercita una critica mordente e corrosiva contro l'Ancien Regime. Dopo la rivoluzione, la borghesia abbandona l'illuminismo ormai inutile e descrive se stessa come umanità e realtà universale. Nel primo momento abbiamo Voltaire, nel secondo Balzac. Ma per far questo la borghesia deve anche abbandonare le posizioni dittatoriali dell'illuminismo e disfarsi del Terrore, di Robespierre e anche di Napoleone. Naturalmente la rivoluzione russa é cosa assai diversa dalla rivoluzione francese; e il decorso da noi descritto, nel caso della rivoluzione russa, viene modificato da un fatto nuovo: il persistente carattere religioso assunto dall'ideologia marxista in Russia e nel mondo intero.
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L'arte, ogni volta che viene a contatto con un'ortodossia, abbandona la critica di fondo della società e si limita alla natura, ossia a quanto nell'uomo é immutabile e immodificabile. Ma nel caso del comunismo, abbiamo questa singolare contraddizione: un'ortodossia che postula la mutabilità e modificabilità dell'uomo attraverso i cambiamenti sociali ed economici. Per questo, mentre da un lato l'ortodossia costringe l'arte ad abbandonare la critica della società, dall'altra l'accusa di non essere abbastanza impegnata ossia, come si dice, partitica.
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Ogni ortodossia consente all'arte l'autonomia di cui questa ha bisogno nella stessa misura in cui, per così dire, essa si confonde e dissolve nell'umanità, o, se si preferisce, si espande fino ad abbracciare l'umanità. Questo é un processo storico lungo e difficile; lo stesso cristianesimo non largì all'arte tale autonomia che dopo qualche secolo. Ma è indubitabile che, sia essa una questione di secoli o di anni, di lotte sanguinose o di rapide e agevoli trasformazioni, l'arte, senza tale autonomia, non può fiorire convenientemente. Perché l'arte, come é
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stato accennato, guarda alla natura e non alla società; e quando guarda alla società vuol dire che la società é diventata natura.
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I rapporti dell'arte con il comunismo possono a tutta prima apparire come rapporti dell'arte con una dittatura qualsiasi tra le tante che ci sono state nella storia. E si può essere portati a fare in proposito le riflessioni solite che valgono appunto per qualsiasi dittatura. Tuttavia ad un secondo sguardo, si vede che il problema non cambia, anche nel caso che tale dittatura cessi di esistere. Si vede allora che i rapporti dell'arte con il comunismo sono in realtà rapporti dell'arte con una data società capace o meno di assicurare all'arte l'autonomia di cui questa ha bisogno. Ci sono state società per nulla dittatoriali che però non consentivano all'arte alcuna autonomia. Ci sono state società .dittatoriali che invece permettevano una larga autonomia. In tutti i casi l'autonomia dell'arte non é mai stata largita, bensì conquistata, talvolta a caro prezzo, perché è proprio ad ogni società non consentire alcuna autonomia ad alcuna attività umana, ricondurre tutto a se stessa in maniera diretta e testuale. Questo avviene soprattutto agli inizi delle società, quando le regole sono ancora strette e gli interessi urgenti. Una società che comprenda e ammetta interessi indiretti e lontani, é già una società raffinata, matura, riflessiva.
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Nelle faccende dell'arte, il comunismo si comporta come certe madri che non vorrebbero mai che le figlie crescessero e continuano a chiamarle « le mie bambine » anche quando hanno vent'anni, e si indignano se queste bambine chiedono le chiavi di casa. Fuori di metafora, l'arte non si riconoscerà figlia del comunismo se non quando il comunismo cesserà di considerarsi madre. Ogni costrizione cancella ogni obbligazione.
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Un quadro rappresenta un pastorello, in montagna, coperto di stracci, a piedi nudi, che pascola le sue pecore. II pastorello sorride,
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sembra felice. Davanti ad un simile quadro vien fatto, anche a chi sia a digiuno di marxismo, di pensare: «Ecco la concezione borghese dell'arte che vuole che si rappresenti la felicità di un pastore nonostante gli stracci e i piedi nudi ». Ma che dobbiamo pensare dell'equivalente del pastorello che troviamo in infiniti quadri di artisti comunisti? Lo stato comunista ci risponde: « I miei pastori non hanno i piedi nudi e non indossano stracci. Essi sono davvero felici così nei quadri come nella realtà ». A questo si potrebbe obbiettare che se ciò fosse vero, i pastori dei quadri comunisti sarebbero dipinti meglio. Essendo dipinti come sono dipinti, la critica marxista nei riguardi di questi quadri é altrettanto giustificata che nei riguardi dei quadri borghesi.
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Marx aveva detto: é tempo che la filosofia si adoperi non per spiegare ma per cambiare il mondo. Ma non aveva detto che l'arte dovesse fare la stessa cosa. Probabilmente, ove fosse stato interrogato in proposito, egli avrebbe riconosciuto che all'arte, come sempre, spettava il compito di rappresentare il mondo una volta che fosse cambiato. Il comunismo, invece, chiede all'arte di contribuire, in maniera diretta ed attiva, a tale cambiamento. Questo vuol dire prima di tutto un cambiamento dell'arte stessa, nei suoi mezzi e nei suoi fini. E forse, addirittura, la fine dell'arte, almeno quale essa é stata concepita per secoli fino ad oggi.
Qual é il dovere dell'artista, in un momento di latta e supposto che egli voglia prender parte in questa lotta? Pensiamo che il dovere dell'artista in questo caso sia sensibilmente diverso da quello degli altri partigiani che, loro, combattono con le armi e con l'azione politica. All'artista incombe prima di tutto il dovere di far dell'arte, poiché egli sa che un'arte che non sia un'arte non può portare alcun contributo efficace alla causa in cui crede. Se riesce a far della vera arte, la questione si risolve da sé, anzi non si pone nemmeno. Ma se non ne fa, bisognerà esaminare di chi sia la colpa: se dell'artista che non seppe fare dell'arte perché in realtà non credeva nella causa per la quale pretendeva di lottare; o se della società che gli richiese di fare una determinata arte che non era arte o in qualche modo gli impedì di fare del-
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l'arte. È evidente che la società darà sempre la colpa all'artista, per bocca dei suoi rappresentanti ufficiali, e come potrebbe avvenire diversamente? Ma noi siamo convinti che, in certi casi, la colpa della cattiva arte di un artista possa anche essere della società; e che comunque, tra artista e società, per quanto riguarda l'arte, non possa né debba esserci un rapporto come da inferiore a superiore ma di parità.
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In un suo discorso del 1937, Mao Tze Dun, cosí definiva il compito dell'arte: essa, qualunque sia il suo livello, deve lavorare per il popolo e soltanto per il popolo. Giusto concetto, ma chi dira all'arte in che modo essa deve lavorare per il popolo? Evidentemente non il popolo stesso il quale, per ragioni storiche, pub anche ignorare ciò che gli é utile, bensì i dirigenti che sono i depositarii e gli amministratori dell'ideologia dominante. Ed è qui appunto che sta il luogo debole dello schieramento dell'arte comunista. Perché l'ideologia comunista, nel suo autoritarismo, da una parte é tratta spesso a confondere ciò che é utile al popolo con ciò che é utile ai dirigenti; dall'altra non sembra, almeno per ora, in grado di elaborare una sua estetica (ivi compresa quella del realismo socialista) che possa resistere alla pressione degli eventi e non venga alla fine mortificata e sviata dalle esigenze utilitarie della dittatura e della guerra e ridotta così alla funzione di semplice strumento di controllo. In queste condizioni potrebbe anche avvenire che l'arte invece di lavorare per il popolo e soltanto per il popolo, si distacchi dal popolo.
A un'arte di partito, si dovrebbe chiedere prima di tutto di non sembrare di partito. Perché, se non altro, gli uccelli non si lasciano prendere se le reti non sono ben dissimulate.
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Non abbiamo nulla in contrario al realismo socialista o qualsiasi altra estetica desunta dal marxismo. Ma non ci convince del tutto il fatto che questa estetica o altra simile diventi l'estetica ufficiale di uno stato potente, proprietario di tutte le case editrici, di tutti i giornali
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e le riviste, di tutti i musei, di tutte le sale di concerto, di tutti gli studi di cinema e di tutti i teatri. Ove fosse lasciata all'arte l'autonomia che le é indispensabile, il realismo socialista trionferebbe e (come é da credersi seconda la legge che regola le cose umane) decadrebbe
e verrebbe sostituito dall'altra estetica più conveniente in maniera affatto spontanea, attraverso le discussioni e le opere degli artisti. Ma dal momento che il realismo socialista o qualsiasi altra estetica simile diventa una faccenda di stato, è da temersi che esso ubbidisca alle norme che guidano le faccende di stato; ossia diventi una faccenda di burocrazia, di regolamenti, di infrazioni, di conformità, di controlli
e di autorità. Il che non può non portare ad una grave limitazione appunto, di quell'autonomia, per quanta relativa, che abbiamo già dichiarato indispensabile all'arte.
Non illudetevi che le cose siano cambiate: l'uomo preistorico che fermava sulle pareti della caverna gli atteggiamenti dei bisonti in fuga non era gran che diverso da Balzac che descrive in un suo romanzo il contegno degli agenti di borsa in un giorno di mercato. Ed é pur vero che l'uomo preistorico viveva di caccia e i personaggi di Balzac del gioco al rialzo e al ribasso. Ma quello che in ambedue i casi interessa l'artista non è il perché, bensì il come. Il movimento della vita non le cause di quel movimento.
Quanta filosofia, quanto pensiero per arrivare a dire ciò che nell'antichità si sarebbe data in poche parole: vogliamo un'arte che sia utile allo stato, alla società. Ciò che distingue il mondo moderno da quello antico é la sua incapacità di cinismo. Il mondo antico era vicino alla natura e la natura é cinica, diretta e ingenua. Il mondo mo- demo invece é lontano dalla natura, intellettualistico, indiretto, scaltro.
Zdanov, in un suo discorso, dice tra l'altro: «rappresentare le nuove virtù degli uomini sovietici, mostrare al nostro popolo non soltanto ciò che egli é oggi ma quello che sarà domani, illuminare di un raggio
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luminoso la sua marcia in avanti: ecco i compiti dello scrittore sovietico onesto. Lo scrittore non deve trascinarsi al rimorchio degli avvenimenti, deve marciare all'avanguardia del popolo e additargli la strada del suo sviluppo ». Ecco, in poche parole, una buona definizione dell'arte di propaganda la quale infatti non rappresenta gli uomini come sono ma come dovrebbero essere, non tratta delle cose presenti ma di quelle che immancabilmente saranno e, insomma, non descrive il regno di questa terra bensì quello del cielo. Il che si vuol dire per sottolineare il carattere edificante di una simile arte, la sua parentela con la profezia e con il vaticinio. Ma la propaganda fu raramente poesia; per esserlo, sempre le manc? la dimensione della memoria.
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C'é qualche cosa di vendicativo nella concezione tutta classista dell'arte secondo i marxisti. In passato gli artisti hanno forse fatto dell'arte di classe ma in realtà, salvo rarissimi casi e per lo più di arte deteriore, non l'hanno mai fatta né consapevolmente, né volontariamente. Invece gli artisti marxisti dovrebbero fare dell'arte di classe volontariamente e consapevolmente. Di che cosa vogliono vendicarsi i proletarii? Di aver letto per secoli Omero e Shakespeare senza rendersi conto che erano il primo espressione del feudalesimo arcaico greco e il seconda della nobiltà di corte inglese? Oppure di essere stati per secoli oppressi, sfruttati, colonizzati, disprezzati, avviliti? Evidentemente, se vendetta c'é, es"si vogliono vendicarsi di questo. Ma, allora, l'arte che c'entra?
Il conformismo soprattutto in arte non é che una delle tante facce del decadentismo. Esso non supera né soppianta il decadentismo, si limita invece a rovesciarne le posizioni, lasciandone intatte l'esteriorità, l'impotenza espressiva, l'astrazione. Il realismo socialista, nel suo aspetto di conformismo politico e sociale, non sembra che faccia eccezione a questa regola. L'arte sovietica, come é noto, fu decadente, ossia europea, fino al giorno in cui, per ordine superiore, dal mattino alla sera, dovette adottare il realismo socialista. Il cambiamento, dunque, non avvenne per sviluppo spontaneo ma d'autorità, per semplice capovolgi-
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mento. Parafrasando il Belli il quale dice che dentro ogni uomo vivo c'é un uomo morto, potremmo dire che dentro ogni realis a socialista vivo c'é un astrattista morto ma sempre pronto a risuscitare. In questo senso bisogna considerare il realismo socialista come uno degli aspetti del decadentismo universale, forse il più vistoso, certo il più significativo.
Abbiamo parlato dell'arte classica come del solo possibile sbocco positivo dell'arte in regime comunista. E invero non vediamo dove si possa trovare l'oggettività assoluta e universale cui aspira il marxismo se non nell'arte classica quale si manifestò tutte le volte che una civiltà raggiunse l'apice della maturità. Essa nasce infatti nei momenti di perfetta e profonda stabilità quando la classe al potere si illude di aver trovato un assetto definitivo, eterno; ossia nei momenti in cui più lontana anzi impossibile appare ogni revisione dei valori. E non é forse questa l'ambizione massima del comunismo, di giungere ad una tale stabilità e immutabilità dei valori? Ma le civiltà del passato raggiunsero il classicismo perché seppero rispettare la natura ossia lo stile individuale dell'artista pur, talvolta, imponendo determinati con- tenuti ideologici o religiosi. Il comunismo, invece non soltanto vuole imporre un determinato contenuto ideologico ma anche esige un determinato stile. Su questa strada, il comunismo non incontrerà l'arte classica, bensì la stilizzazione rituale bizantina.
Il marxismo é un potente strumento di risanamento e di rinnovamento nel mondo presente. Esso é all'opera da quasi cinquant'anni e ad esso, in parte, si deve se l'enorme eredità passiva dell'ultimo ottocento sia stata liquidata e il gusto e l'arte del novecento abbiano potuto assumere il loro carattere attuale. L'abbandono del marxismo nella sua accezione di diagnosi e di critica in tutti i paesi comunisti, può significare due cose: o uno sviluppo dell'arte non dissimile da quello del compromesso borghese dell'ottocento; oppure l'instaurazione di un'arte, come abbiamo già accennato, di tipo classico. Ma per ora questa seconda ipotesi rimane soltanto un'ipotesi, mancando al tutto opere che possano confermarla.
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Non si discute qui la realtà della rivoluzione comunista. Essa si impone, per così dire, ad occhio nudo. Nel 1917 i comunisti erano un pugno d'uomini, oggi, quarant'anni dopo, la bandiera del comunismo sventola su più di un terzo del globo. Quello che si discute è un particolare infimo, dopo tutto, di questa rivoluzione, un particolare senza grande importanza rispetto alle ambizioni del comunismo e alle sue effettive realizzazioni. Questo particolare che è l'arte, per noi, che non crediamo alla teoria della sovrastruttura se non in parte e in maniera condizionata, tutt'al più starebbe a significare che nei paesi comunisti non vi sono buoni artisti. Ma sono i comunisti stessi che, propugnando la teoria della sovrastruttura, ci obbligano a pensare che nei paesi comunisti non vi siano buoni artisti per colpa non della natura bensì della società. I comunisti ci rispondono: date tempo al tempo. E noi, a nostra volta, rispondiamo: il tempo è galantuomo ed esso porterà senza fallo al riconoscimento dell'autonomia del fatto artistico.
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I comunisti ci dicono ancora: siamo in guerra, siamo in lotta, siamo in crociata, l'arte in tali condizioni non può non essere un'arma, uno strumento, un mezzo. Al che noi rispondiamo: potete anche aver ragione, almeno per quanto vi riguarda, ma non vi accorgete che la vostra arte non può essere un'arma, uno strumento, un mezzo, perché è cattiva arte? Per la rivoluzione, un romanzo come Guerra e Pace farebbe più che una guerra vinta. Ma i vostri romanzi sono invece altrettante battaglie perdute. E non venite a dirci che non siamo in grado di apprezzarli. La forma, il contenuto dell'arte possono forse essere legati ad un'ideologia, non il suo valore. E questo valore, anche a volerne fare un mero valore di utilità politica, non c'è, dal momento che, appunto, i vostri romanzi non sono ammirati.
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Il problema dell'arte comunista è strettamente legato alla questione della decadenza di tutte le arti in tutto il mondo. Questa decadenza si
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manifesta in occidente in maniera esplicita e in oriente implicita, ma dappertutto con la rozzezza e infantilità del mestiere dell'artista. Alla luce di questa decadenza generale vien fatto di domandarsi se la vera rivoluzione del mondo moderno non sia quella dell'avvento di una civiltà meccanica e pratica, scientifica e burocratica, eudemonistica e statalistica, nella quale l'arte non avrebbe piú alcun posto e di cui la rivoluzione comunista non sarebbe che un episodio. Proprio i comunisti ci dicono che l'uomo non è immutabile e puó cambiare secondo che cambia l'ambiente sociale. Ora, tra i cambiamenti che possono verificarsi, c'è anche quello di un uomo muto e senza canto. In certe isole del Pacifico ci dicono che gli uccelli non cantano. Eppure sono sempre uccelli e volano e prolificano come in passato.
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Che cosa rispondono di solito i comunisti alle obbiezioni del genere di queste che abbiamo mosso sinora ? Tante cose, alcune molto sottili e sofistiche, altre semplicemente negative. Possono confutare l'obbiet-tore punto per punto; e possono sbrigarsela invece con la semplice accusa di essere un « borghese decadente ». Ma in ultima analisi, la vera risposta non la danno; e come potrebbero? La vera risposta é che dovunque il comunismo prenda il potere esso é risoluto a non abbandonarlo per secoli. E che il tempo in faccende a lunghissima scadenza come il comunismo e l'arte non conta. E che ci sia una generazione o due o tre di cattivi artisti e di buoni propagandisti é cosa priva della minima importanza. E che alla fine l'arte, come ogni oltra attività umana, scorrerà nei canali che il comunismo le ha scavato. E che, insomma, l'uomo e dunque anche l'arte é infinitamente adattabile; e il comunismo no. O forse anche il comunismo é adattabile; ma questo é un altro discorso che sarà fatto, appunto, tra qualche secolo.
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Gli Stati, così quelli socialisti come gli altri, sono oggi tutti, quali più e quali meno, machiavellici. Ma come é possibile che l'arte, la cosa più seria del mondo, diventi materia di machiavellismo?
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Nei paesi socialisti, il rapporto tra le masse e la ragion di stato é così stretto che non c'è posto per l'arte. Appena si produrrà uno iato, l'arte respirerà.
Prima della rivoluzione l'artista dovrebbe informare la sua arte al concetto marxista di struttura e sovrastruttura; ma dopo la rivoluzione tale concetto va abbandonato, perché, come é ovvio, esso porterebbe ad una critica corrosiva della società stessa che la rivoluzione ha instaurato. Questo passaggio e questa trasformazione prendono tutto il loro spicco nei paesi in cui la rivoluzione comunista non ha avuto luogo. In questi paesi i critici di fede marxista, sono marxisti per quanto riguarda l'arte borghese dei loro paesi e conformisti per quanto riguarda invece l'arte dei paesi comunisti. L'opera d'arte americana sarà indicativa di una data situazione sociale, l'opera d'arte sovietica invece non lo sarà affatto. Che cosa se ne deve arguire? Forse che le teorie marxiste sono rivoluzionarie soltanto in parte cioè relativamente alla società borghese
e all'arte borghese; ma che cessano di esserlo appena si tratta di arte
e società comuniste?
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Eppure le teorie marxiste sull'arte sono invece meravigliosamente adatte ad una diagnosi dei mali del corpo sociale; e la loro forza rivoluzionaria é indubbia. Applicatele all'arte dei paesi comunisti e vedrete che daranno risultati non inferiori a quelli che si ottengono applicandole all'arte dei paesi borghesi. Essi dimostreranno infatti che anche in quei paesi la società si difende nell'arte con gli stessi mezzi
e gli stessi compromessi che nei paesi borghesi.
* * *
Lo stato socialista quando vuol dettare norme agli artisti, tiene d'occhio soprattutto il livello medio delle masse. Se, per fare un esempio, le masse leggessero come vanno al cinema, pochi tra i libri che vengono oggi stampati sarebbero pubblicati. Ma i comunisti immaginano che il
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livello delle masse salirà indefinitamente. Purtroppo, però, quando il livello delle masse sarà veramente alto, bisognerà provvedere a far salire egualmente il livello degli artisti, diventato, nel frattempo, estremamente basso.
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Il problema della realtà per uno stato che pretenda di essere in possesso della verità attraverso una sua ideologia, si pone in maniera molto semplice: é reale tutto ciò che risponde a quell'ideologia; irreale, ossia irrazionale, ossia negativo, tutto ciò che la contraddice. Insomma un artista che non piaccia allo stato, esce dalla realtà, avventura terribile per ora sfiorata soltanto dai romanzi avveniristici. il guaio si ò che spesso l'artista é nella realtà e lo stato invece ne é uscito. Ma per far rientrare un artista nella realtà basta una critica sfavorevole su un giornale ufficiale. Invece, purtroppo, per -far rientrare uno stato nella realtà, non ci vuole meno di una rivoluzione.
* * *
In fatto di romanzi sociali, nessuno ha mai scritto un romanzo così persuasivo come Germinal di Zola, tanto per fare un esempio. I romanzi del realismo socialista, al confronto, fanno figura di raccontini per libri di lettura. Che diavolo é mai successo nel frattempo? Ma semplicemente che le miniere, le quali nel romanzo di Zola erano in mano ai capitalisti, sono passate nelle mani dello stato socialista.
* * *
A thing of beauty is a joy for ever. Il poeta che scrisse queste parole, non si aspettava certo che questa gioia potesse durare un anno soltanto. E poi diventare tristezza per ordine superiore.
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Lasciar giudicare agli uomini politici sulle cose dell'arte può essere utile soltanto in un caso: che gli uomini politici siano anche loro degli artisti. Caso raro, caso straordinario di cui l'umanità serba ricordo imperituro. Si dice infatti: il secolo di Leone X, il secolo di Pericle. Questa
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gratitudine però sta a dimostrare quando il caso inverso sia piú frequente e al tempo stesso abborrito. Il caso, vogliamo dire, dell'uomo politico che statuisce sull'arte senza né amarla né comprenderla, per ragioni estrinseche all'arte medesima.
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Certe idee sull'arte sono proprio un letto di Procuste per il povero artista: tagliamo i piedi o tagliamo la testa? Tagliamo la testa e facciamo l'arte coi piedi.
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Al comunismo orientale, almeno per quanto riguarda l'arte, le vittorie in Asia non portano alcun conforto. In Asia l'arte è sempre stata sottoposta a regole, norme e leggi statali o religiose. Il banco di prova delle idee del comunismo sull'arte é l'occidente. Purtroppo, però, né una vittoria dell'oriente sull'occidente, né una vittoria dell'occidente sull'oriente, chiarirebbero la questione dell'arte. La quale si giova di scambi non di vittorie.
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L'arte in occidente ha raggiunto un grado di disintegrazione che certamente fa buon gioco ai comunisti. Ma si rifletta che questa disintegrazione poco ha a che fare con il fatto sociale. Essa é piuttosto un fatto biologico. I comunisti possono forse sopprimerla, non raddrizzarla. Quando la biologia bussa alla porta della storia, essa non si contenta di una rivoluzione. Essa chiede le grandi migrazioni dei popoli, le invasioni, i medi evi. E la storia compiacemente le dá quanto essa chiede, magari servendosi dei comunisti.
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I tuoi libri non rispondono alla ideologia dominante e dunque non li pubblichiamo. Ma io non posso fare a meno di scrivere in questo modo. Allora sei un traditore. Sono un traditore perché scrivo questi libri o perché non posso fare ameno di scriverli? Sei un traditore perché non puoi fare a meno di scriverli.
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Che rapporto c'è tra il marxismo e l'arte cosidetta partitica? Nessuno a ben guardare. Il marxismo, con il suo determinismo brutale ma sano svelando il carattere, appunto, partitico, dell'arte borghese, in realtà contribuisce a purificarla, a liberarla, a rafforzarne l'autonomia. Invece l'arte partitica, sia pure del partito comunista, tende a rimettere le cose come stavano prima del marxismo. In altri termini il proletariato imita, sia pure inconsapevolmente, la borghesia del peggiore periodo vittoriano. E valga un solo esempio: nel David Copperfield di Dickens, il personaggio dissipato e incapace di Micawber, alla fine, con caratteristico compromesso vittoriano, viene fatto partire per l'Australia dove diventa, chissà perché, un cittadino esemplare. Mettete al posto dell'Australia l'Asia centrale e al posto degli allevamenti di pecore, le fabbriche e avrete il personaggio di certi romanzi russi con la sua trasformazione positiva ed esterna dettata non da una logica interna del personaggio bensì dalla volontà di compromesso dello scrittore con la società sovietica.
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L'arte per l'arte, dai critici comunisti, viene contrapposta di solito all'arte partitica. In realtà questo contrasto non esiste e né l'una né l'altra possono dirsi espressioni sane e dirette di una data società. L'arte sana e diretta nasce dall'incontro a pari termini tra la società e l'artista. Quest'incontro noi l'abbiamo in tutti gli scrittori classici delle grandi epoche dell'arte. L'arte per l'arte e l'arte di propaganda invece evitano quest'incontro, la prima per orgoglio e la seconda per spirito di sopraffazione. Esse astraggono, insomma, dalla realtà che vuole invece studio, pazienza, umiltà, sincerità, senso della verità, disinteresse. In questo senso l'astrattismo e il realismo socialista, ambedue infantili e impotenti, si valgono.
ALBERTO MORAVIA
 
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1953 Mese: 3 Giorno: 1
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Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1953 - 3 - 1 - numero 1


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