Brano: È un libro che [...] e [...]. È nato [...] Repubblica mussoliniana di Salò, Carlo Mazzantini, oggi scrittore. Due personaggi [...] di una Italia sprofondata nel [...] e nella «guerra civile». /// [...] /// Perché scomodi Mazzantini e Bentivegna? Il [...] si arruolò nella [...] appena compiuti i diciotto [...]. N[...]
[...]do [...] ragazzo di Salò racconta del padre, della famiglia, di [...] mondo e di una educazione fatta di fanfare, di [...] scuola che formava i ragazzini insegnando loro della « [...] portare in Etiopia o in Grecia», della « grandezza» e del mito di Mussolini che [...] sempre ragione e che non sbagliava mai». Che altro poteva fare [...] Mazzantini [...] ragazzo cresciuto con questo [...] educazione. Infatti, quando il 25 [...] crolla e [...] è la « morte [...] padre gigantesco e impegnativo che si era [.[...]
[...]..] lui non [...] più. Lui che aveva preso [...] nel mio immaginario adolescenziale, che era stato [...] della mia vita, del mio paese, e [...] che mi circondava, non [...] più. Non era più il [...] della provvidenza, ma veniva [...] di [...] Benito Mussolini, e questo [...] un semplice comunicato letto da una voce [...] e impersonale non nascondeva ora il piacere [...] notizia. Ho odiato quella voce [...]. Mia madre, fattasi improvvisamente [...] indietro, non facciamoci [...]. [...] la confusione aumen[...]
[...][...] tempo, cancellato quel brutto sogno e ristabilito [...]. Ma mio padre, gli [...] sporgevano dalla canottiera, si stringeva nelle spalle, [...] labbra, scuoteva il capo e non faceva [...]. Poi dalle finestre cominciò [...] quadri e dei busti di Mussolini, salutati [...] battimani: una sorta di estemporanea, anticipata notte [...] San Silvestro in cui ci si disfaceva con facilità [...] cose vecchie, ormai inutili. Quei simulacri si infrangevano [...] fracasso. Ma chi ce le [...] anni passati quelle f[...]
[...]re, a sventolare [...] le strade di canti? Il diapason si [...] signora del piano di sotto, che era [...] a esporre un bandierone enorme alla [...] finestra e a dare [...] di qualche vittoria, spalancò la finestra e [...] un enorme busto di gesso di Mussolini [...] e infrangendosi sul selciato della via fra [...] i battimani di tutti. Fu allora che avvertii qualcosa [...] dentro di me, una sensazione [...] come una [...] nascita. E sentii sorgere dentro [...] impulso di rivolta, di rabbia contro tutti, [[...]
[...]ntro di me, una sensazione [...] come una [...] nascita. E sentii sorgere dentro [...] impulso di rivolta, di rabbia contro tutti, [...]. Mi aggrappai al davanzale [...] in un accesso di disperazione presi a [...] altissima, stridula, isterica: Viva Mussolini! Viva Mussolini! Ma subito mia madre [...] spalle con forza selvaggia, animalesca, incredibile in [...] piccola statura, e fui trascinato a terra [...] che mi aveva avvinghiato con tutto il [...] mi sussurrava disperata [...] figlio mio, per carità! Mio padre aveva[...]
[...]estra. Nel buio sentimmo voci dalla [...] stati i Mazzantini! Mancava questa uscita per [...] assoluto attorno a me e farmi sentire [...] straniero in quella nuova realtà che cominciava [...]. Lui che era stato [...] ingenuo, fiducioso ammiratore di Mussolini, interamente e [...] causa che questi aveva indicato, avrebbe dovuto [...] era stato capace di reagire, la mia [...] consolarmi in qualche modo. No, egli aveva soltanto [...] dato sfogo al suo sconforto, non si [...] nessun altro, di me, dei miei se[...]
[...]lusioni infrante in modo così repentino e [...]. Con quella defezione e [...] essa lasciava in me, egli crollava ai [...] stesso modo e nello stesso momento del [...] che aveva rappresentato la figura idealizzata, eroicizzata [...] duce. La testa di Mussolini [...] selciato di via Poliziano era in realtà [...] mio padre. Per me quella notte [...] stato ucciso due volte: il mito di Mussolini, [...] padre della Patria, era stato infranto, calpestato, [...] padre, rinunciando a ogni reazione, si era [...]. Carlo Mazzantini «Quella sera [...] Duce e mio padre» [...] tanto odiati di R. /// [...] /// [...] precedenti avevo superato alcuni [.[...]
[...]à [...] si rincorrevano tra i nostri amici più [...] di una crisi profonda definitiva, si diceva [...]. Mio padre, che era [...] sette di sera da Giuseppe Caronia, tornò [...] con notizie certe: si era riunito il Gran Consiglio [...] di sfiducia per Mussolini, [...] come sarebbe andata a finire, ma aspettavamo [...]. Speravamo nella conclusione della [...] portato devastazioni e morte sino a Roma. [...] ognuno di noi annoverava tra [...] sue conoscenze vittime più o meno importanti della repressione [...[...]
[...] [...] e sino al giorno [...]. Cosa stava succedendo? «. Balzai in piedi, non [...] più nulla, ci guardammo in silenzio per [...] urlai: [...]. Facemmo uno sforzo per ascoltare [...] la radio, che continuava: [...] maresciallo [...] Pietro Badoglio. Mussolini era caduto, il [...] non era necessario sentire più Radio [...]. Schizzai al telefono, chiamai una [...] compagna di scuola, ebrea. Non aveva ascoltatori la [...]. [...] Mussolini era caduto, si [...] che le stessi facendo uno scherzo, stupido [...] i telefoni erano controllati dalla polizia politica. [...] alla fine capì e corse [...] lacrime dai [...]. Poi mi affacciai al [...] da pranzo. La città buia a [...] si stava illu[...]