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da Norberto Bobbio, Umberto Calosso e Piero Gobetti in KBD-Periodici: Belfagor 1980 - maggio - 31 - numero 3

Brano: [...]gimento, che passa attraverso il compromesso cavouriano per sfociare nel compromesso riformistico di Giolitti. In poche battute Calosso rifà a suo modo tutta la stessa storia. L'idea liberale che è apparsa tanto importante al Gobetti ha un valore secondario. I moti del '21 hanno una risonanza locale. La prima affermazione unitaria e popolare è del Mazzini; il neoguelfismo è popolare ma non unitario. Il '49 è il momento tragicamente originale del Piemonte che fa di Torino il centro della vita italiana. Il liberalismo — descritto da Gobetti — non è che la formula e la bandiera di questo compromesso. La visione gobettiana del Risorgimento è astratta e schematica. Il programma politico pecca di ingenuità, di leggerezza e d'immodestia. Si vede benissimo che non è cresciuto sul terreno della lotta quotidiana, non è il frutto di una sofferta esperienza, di un'esperienza che solo il contatto diretto con la classe operaia può far nascere. Il commento continua soffermandosi in modo particolare sulla tesi gobettiana (d'origine salveminiana) dell'alleanz[...]

[...] lo aveva colpito. Giacomo Noventa, gobettiano a suo modo, recensendo gli Scritti attuali in quel giornale personale che era la « Gazzetta del nord », disse che la raccolta, preceduta da « un discorso molto superficiale » di Calosso, era riscattata dalla pubblicazione dei ricordi einaudiani « in tutto degni del geniale economista che tutti conoscono; e del moralista e del filosofo, che troppo pochi hanno saputo finora riconoscere nell'economista piemontese » 12. Un rimprovero che non si può estendere a Calosso, di Einaudi grande ammiratore, come dimostra l'episodio della lettera che egli scrisse al « Corriere della sera » del 13 aprile 1948 per lamentare che, eletto presidente, Einaudi non scrivesse piú su quel giornale gli articoli di cui era sempre stato un « assiduo lettore ». A questa lettera il neopresidente rispose sullo stesso giornale del 22 agosto con l'articolo Il fantoccio liberistico, pubblicato insieme con la lettera che l'aveva provocata in Lo scrittoio del presidente col malizioso titolo Sullo scrivere per il pubblico del presi[...]

[...]dei rapporti fra Gobetti e Calosso. Non ho trattato di proposito il tema alfieriano. Entrambi si erano laureati con una tesi sull'Alfieri, il primo nel 1920, il secondo nel 1922, e ne trassero due libri, L'anarchia di Vittorio Alfieri e La filosofia politica di Vittorio Alfieri, dei quali il secondo fu pubblicato (1923) prima del primo (1924). Il tema alfieriano richiederebbe un ampio discorso sulla fortuna di Alfieri nella tradizione letteraria piemontese che è fuori dal mio tiro. Da ricordare almeno la nota in cui Calosso citò il libro dell'« amico » Gobetti, se non altro perché riprende il tema del gentilianesimo gobettiano in cui ci siamo già imbattuti. La filosofia che Gobetti trova nell'Alfieri sarebbe secondo Calosso la filosofia dell'atto, e la filosofia dell'atto si identifica col liberalismo. Ma se il liberalismo è attivismo e Alfieri è un liberale, sono tutti liberali, Gioberti come Mazzini, Marx come Torquemada 13 Un giudizio ingiusto, e bisogna pur dirlo, anche senza mordente (non ostante l'intenzione di mordere). Un caso in cui [...]

[...]Alfieri cosmopolita, la cua patria è il mondo, quello di Calosso. Artificiosa, perché la interpretazione di Gobetti non ha niente a che vedere con la tesi di un Alfieri patriottico, tanto da respingere come grossolana l'interpretazione di Gentile che esamina l'Alfieri « solo in relazione alle sue conseguenze patriottiche » (ivi, p. 91). Il proposito di Gobetti è di fare dell'Alfieri il capostipite di una storia « filosofica » del Risorgimento in Piemonte, dove l'accento deve cadere su quel « filosofico », giusto o sbagliato che sia. Una storia certo tutta inventata ma che coi suoi Ornato, i suoi Gioberti, i suoi Bertini, non ha nulla in comune con la storia scolastica dei precursori del Risorgimento. Anche la contrapposizione fra l'interpretazione politica di Gobetti e quella non politica di Calosso, è fuorviante. La politica di Alfieri secondo Gobetti è la religione della libertà che non è politica nel senso abituale del termine essendo invece un atteggiamento etico, che come tale dovrebbe ispirare ogni politica ma non è di per se stesso imm[...]

[...]isse giustamente Fubini che nell'Alfieri cercava soprattutto se stesso 16. Parimenti, quasi non c'è scritto di Calosso in cui non compaia a proposito o a sproposito una citazione di Alfieri. Un alfierismo tanto piú interessante da studiare e da capire in quanto né l'uno né l'altro erano letterati, e sono stati invece entrambi prevalentemente scrittori politici. Per Gobetti si potrebbe trovare una ragione della sua passione alfieriana anche nel « piemontesismo », ma per Calosso questa ragione non vale perché proprio in una nota del suo Alfieri canzona gli amici piemontesisti ed equipara il piemontesismo al filisteismo i'. Il motivo fondamentale che spinge i due amici a cercare l'Alfieri è uno solo: l'anelito verso la libertà, tanto piú forte e irresistibile in quanto proprio negli anni dei loro studi alfieriani era soffocato. Se Alfieri sia stato piú filosofo o piú poeta è una vecchia questione, dibattuta tra i suoi commentatori, sin da quando la pose Leopardi. Si potrebbe dire a mo' di conclusione che per Gobetti Alfieri fu piú il filosofo della libertà, per Calosso piú il poeta is. Ma non vorrei che anche questa distinzione, come tutte le distinzioni troppo nette, fosse un po' forzata[...]

[...] personaggio Gobetti e Calosso furono attratti dallo stesso amore della libertà, e ne resero con la loro vita un'alta testimonianza cui ben si apporrebbe la citazione di uno dei tanti forti versi che l'odiator di tiranni dedicò alla « bella e terribil dea ».
NORBERTO BOBBIO
16 M. FusINI, Saggi e ricordi, MilanoNapoli, 1971, p. 214.
i~ L'anarchia di Vittorio Alfieri, cit., p. 24. Calosso si riferiva probabilmente all'articolo di N. SAPEGNO, Il Piemonte e le province, in « La rivoluzione liberale », i, n. 35, 30 novembre 1922, p. 131.
18 Su Alfieri poeta della libertà, vedi M. BONI, Sull'Alfieri politico, Modena, Soc. tip. editrice modenese, 1963, e autori ivi citati, p. 33 e ss. Ma vedi anche le osservazioni di A. GAROSCI, La critica di Calosso, in « Comunità », xlil, n. 75, dicembre 1959, pp. 97101. Da ultimo ancora W. BINNI, Settecento maggiore, Milano, Garzanti, 1978, p. 363 e ss.



da Franco Cagnetta, Inchiesta su Orgosolo. Parte terza: Vita di Giuseppe Marotto pastore orgolese in KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1954 - 9 - 1 - numero 10

Brano: [...]i dal Capitano a dirgli che si era meritato lo schiaffo, e, in molti, andarono a dire la falsa accusa del sergente che voleva vendicarsi per la meschina figura fatta nella istruzione. Insomma, vennero messi in discredito quei due infamoni, ed io, con grande entusiasmo di tutti, fui messo in libertà.
Pure, malgrado le proteste dei compagni, il sergente riuscì, con carte false, a farmi trasferire in una Compagnia provvisoria che doveva partire in Piemonte. I primi giorni non potevo sopportare l'idea della separazione dai miei compagni e amici Nuoresi. Provai anche a fare il lavativo, pur di non essere abbandonato, chiedevo visita ogni giorno. Ma, 15 giorni dopo, mi misero in traduzione: per destinazione ignota.
Il giorno dellla mia partenza fu un giorno di lutto per i miei paesani e amici della compagnia dimostrativa, tutti si astennero dal presentarsi all'adunata e, come poi seppi dall'avermi scritto in seguito, quel giorno stava per essere fatale a un maresciallo. Ad una delegazione presentatasi al Capitano per protestare contro il mio allo[...]

[...]rmi scritto in seguito, quel giorno stava per essere fatale a un maresciallo. Ad una delegazione presentatasi al Capitano per protestare contro il mio allontanamento, quel maresciallo, non richiesto, diceva che io ero un tipo nervoso, che tutti gli orgolesi, in genere, non sanno controllare i nervi, ecc. ecc. Per il momento fu risparmiato ma la sera, rientrando, tutti lo videro con i due occhi gonfi.
INCHIESTA SU ORGOSOLO 247
Il viaggio per il Piemonte mi colse molto preccupato per quel distacco dai paesani, ma, d'altra parte, mi confortava la bramosia di vedere l'Italia, di conoscere quella brava gente piemontese e d'Alta Italia che avevo sentito apprezzare come civile e ospitale. Rimasi molto perplesso nel vedere le rovine seminate dalla guerra, fui addirittura sconvolto ed atterrito nel vedere paesi rasi completamente al suolo e i pochi abitanti scampati alla morte che si aggiravano nelle fermate del treno, dove prima c'era la stazione, e ora nient'altro che fosse di bombe, pezzi di fabbricato, locomotive deragliate. Vidi donne scheletrite, fasciate di stracci, con bambini sfigurati dal panico e dal poco vitto, che ci venivano incontro nelle carrozze del treno con qualche pacchetto di sigarette o [...]

[...]tigi che, per difendere la Sardegna, finivano sempre a
cazzotti perché non avevo argomenti seri contro gli avversari
e, da allora, dicevo che se la Sardegna era « pecoraia » e « terra bruciata » non era colpa dei pastori e dei sardi, ma di governanti e capitalisti forestieri, che 1a avevano spogliata e spogliavano delle sue ricchezze e avevano appiccato fuoco, una volta, alle sue terre, rendendole sterili e deserte.
Rimasi circa due anni in Piemonte ed in Liguria e spesso ora, se io parlavo così, cioè giusto, mi mandavano in prigione e mi facevano trasferimento. Per gli uflicialetti fascisti ed i camorristi ero diventato lo Spettro. Ovunque, anche dai meno curiosi, ero distinto ora non come « il sardo beduino », « il pecoraio », ma come « il comunista ». E, come parola, mi piaceva. Quando mi arriva il congedo alla caserma Cavour di Torino, dove mi trovavo, dovetti stare un mese ancora per scontare trenta giorni di consegna, pur avendo finito il mio servizio, che si era chiuso con trenta giorni di cella di rigore, per uno sciopero fatto c[...]


Grazie ad un complesso algoritmo ideato in anni di riflessione epistemologica, scientifica e tecnica, dal termine Piemonte, nel sottoinsieme prescelto del corpus autorizzato è possible visualizzare il seguente gramma di relazioni strutturali (ma in ciroscrivibili corpora storicamente determinati: non ce ne voglia l'autore dell'edizione critica del CLG di Saussure se azzardiamo per lo strumento un orizzonte ad uso semantico verso uno storicismo μετ´ἐπιστήμης...). I termini sono ordinati secondo somma della distanza con il termine prescelto e secondo peculiarità del termine, diagnosticando una basilare mappa delle associazioni di idee (associazione di ciò che l'algoritmo isola come segmenti - fissi se frequenti - di sintagmi stimabili come nomi) di una data cultura (in questa sede intesa riduttivamente come corpus di testi storicamente determinabili); nei prossimi mesi saranno sviluppati strumenti di comparazione booleana di insiemi di corpora circoscrivibili; applicazioni sul complessivo linguaggio storico naturale saranno altresì possibili.
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