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tipologia: Analitici; Id: 1472282


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo Franco Cagnetta, Inchiesta su Orgosolo. Parte terza: Vita di Giuseppe Marotto pastore orgolese
Responsabilità
Cagnetta, Franco+++
  autore+++    
Area della rappresentazione (voci citate di personaggi,luoghi,fonti,epoche e fatti storici,correnti di pensiero,extra)
Nome da authority file (CPF e personaggi)
Marotto, Giuseppe+++   Titolo:testimone+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
VITA DI GIUSEPPE MAROTTO, PASTORE ORGOLESE
Marotto Giuseppe fu Vincenzo e fu Murgia Antonia, nato in Orgosolo il 28 agosto 1925. Mio babbo, di Aritzo, venuto sin da ragazzo ad Orgosolo per motivi di lavoro, ivi poté sistemarsi in qualità di boscaiolo e, allora, si sposò con mia madre, una donna casalinga, dipendente da una famiglia povera di piccoli pastori di Orgosolo. Dalla loro unione ebbero una famiglia di 7 figli, quattro maschi e tre femmine. Io fui il quarto della famiglia.
Dall'infanzia ero molto affezionato degli animali, forse anche perché in distrazione i genitori e i famigliari più grandi non mi davano che il cagnolino o l'agnellino. Ricordo un episodio di quando avevo quattro anni, che fui colpito di febbre malarica e mi tormentava la testa e piangevo sempre. Per distrarmi la mamma si é dovuta imprestare un cagnolino, la qual presenza riusciva a vincere il dolore e farmi divertire se piangevo. Se pur non mangiavo chiamavano il padrone del cane, un ragazzo del vicinato, e minacciavano di prendermi il cane: ciò sentito... sempre pronto a ridere e a mangiare, anche quando la febbre era piú infuocata.
In età scolastica i miei genitori fecero di tutto per farmi andare a scuola ad impararmi a scrivere e leggere. Ma i loro impegni e le ripetizioni della maestra non riuscivano a vincere nei bambini la fantasia di diventare dei buoni pastori. Anziani pastori, analfabeti, pur disprezzando la vita di stenti e patimenti, sostenevano che per essere buoni pastori non era necessario andare a scuola, né sapere leggere e scrivere, ma, piuttosto, non avere paura delle tempeste, né dei ladri, ecc. Mentre gli studenti erano paurosi e capaci di morire di freddo, io, invece, ero già tutto il contrario, e, vista la mia costante preoccupazione per le bestie, riuscii a convincere i miei genitori a farmi acquistare 2 o 3 agnellini, che conducevo al pascolo con massima cura, .affascinato come un giovane innamorato può essere con un bella ra-
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gazza. Ed ecco che nella scuola, invece di pensare al libro ed al quaderno, era primo mio pensiero ingrassare le agnelline, per poi vederle grandi dare il latte per tutta la mia famiglia. Il dialogo fra i compagni era quello del pastore coraggioso che cammina di natte sfidando le oscurità e le intemperie del tempo, va a cavallo portando il latte e l'agnello, ripetendo la cantilena antica che le donne dicono per distrarre i bambini:
Torna Pappae dae Baronia
a che leare custos pizzineddos.
Hana a tentare tantos anzoneddos
dorminde in forasa in ghiddighia (1).
Frequentai cosí senza imparare niente la seconda elementare e, dopo che fui pochi giorni in terza, un mio zio si offerse di prendermi a su sartu (il salto, territorio comunale e demaniale) come anzoneddaru cioè pastore di agnelli. Non so descrivere quale fu la gioia nel partire a cavallo con un vestitino di velluto e un paio di gambaletti.
Una delle virtù del pastore é quella di conoscere le pecore. Per i bambini era consuetudine metterli alla prova con sinzolandeli s'anzone, insegnandogli l'agnello. L'indomani che arrivammo mio zio mi condusse agli agnelli: erano oltre cento. E mi disse: — Guarda quell'agnello, se lo conosci te lo dò a te. Lo guardai e tra quei cento lo conobbi. La prima prova era superata, e venni considerato subito come un ottimo pastore, fui molto apprezzato nella custodia, mio zio ne era entusiasta. — Sembra battezzato — diceva — per andare con le pecore. E nella mia bravura fu attirata l'attenzione di molti pastori e, come ero un ragazzo principiante, molti si offersero di darmi un agnello. Così dopo un anno ne possedevo quasi una ventina. La mia carriera cominciava bene, e l'inverno dopo cominciò a presentarsi il problema del pascolo.
Come un mio zio era servo, il padrone disse: — Io posso accomo-
(1) Torna Papà dalla Baronia / per prendere questi ragazzini. / Custodiranno tanti agnellini / dormendo fuori nella brina.
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dare soltanto le pecore tue, Peppino é necessario che si arrangi. Difatti trovai un altro padrone col quale rimasi due o tre anni: mi dava tre pecore all'anno, mangiando due volte al giorno s'orzattu e sa frue, pane d'orzo e latte cagliato. La mattina prima di uscire e dopo il rientro, dormendo con le pecore, ci fosse caldo o freddo, facesse acqua, vento, neve, con tre pelli di pecora, cucite insieme, ed un piccolo sacco di orbace, si doveva vivere in mezzo alle pecore, come le pecore. Durante che si era in pascoli invernali, massimo per i ragazzi, era consuetudine mandarli in paese. Nell'inverno del 1938, per causa di una polmonite, moriva il mio fratello più grande: e non ostante fossi colpito in pieno dall'appello fraterno e sentissi il desiderio di vederlo per l'ultima volta, non fu possibile spezzare l'abitudine dei padroni, ed era una parola tornare prima che tornassero le pecore a s'Orgulesu, nell'Orgolese.
Nel '38 tornai nuovamente con mio zio che aveva un centinaio di pecore, ed aveva deciso di rompere con i padroni perché troppo stanco di fare per oltre quarant'anni il servo. Il primo anno ce la siamo cavata discretamente. Il secondo, cioè il '940 per il '41, non abbiamo potuto trovare pascolo invernale, ed avendo fatta una pessima annata, ci furono morte più della metà delle pecore, e per poco non siamo morti anche noi. Allora cominciavo a capire che la vita del pastore orgolese non era un incanto come si figurava da bambini, e, nonostante fosse rimasta impressa la simpatia per le bestie e il pastore, indietreggiava quella prima idea di possedere un proprio gregge, vedendo di rimpetto una tragica realtà: cioè che era inutile possedere il gregge senza il pascolo. Pensare di possedere tutt'e due le cose era inutile, assolutamente inaccessibile per un servo pastore che prendeva sulle 400 o 500 lire all'anno, in quei tempi. Fatti bene i calcoli delle opere e dei danni subiti quell'anno, constatando che se non si faceva il servo al padrone delle pecore toccava a farlo al padrone del pascolo, e questo non sempre si trovava anche se si era disposti a servire, decisi così di vendere le pecore e, non trovando altra via di scampo, fare il servo iscotiu, senza pecore. Ricardo ancora quel giorno dell'agosto del '41 quando vendetti le pecore ad un commerciante fonnese: erano una trentina quelle che mi erano rimaste da quella tragica annata che eravamo rimasti senza pascolo invernale. Nel riflettere che si trattava del
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prodotto di tanti duri anni di sacrificio, costituenti il principio del mio capitale « ideale », continuai intanto quella dura vita di schiavo pastore, tra l'un padrone e l'altro, fino al marzo del '45, che fui avvisato di partire soldato.
Eravamo la prima classe che si presentava a riabilitare l'Esercito italiano logorato dal famigerato ventennio fascista. Siamo rimasti pochi giorni nel distretto di Oristano, dove ci passarono la visita, e ci destinarono il Corpo. Venni assegnato alla fanteria e destinato a Trani, provincia di Bari. A Napoli abbiamo visto il disastro apportato da quel regime che ci avevano detto e si sentiva ripetere dal prete e dalle bigotte «Provvidenziale », ed esaltavano Mussolini che fu distrutto per avere distrutto l'Italia, come « Uomo della Provvidenza ». A Trani ci lasciarono un paio di mesi accampati nei pidocchi e nella fame, e ci imparavano l'un dué con la stupida disciplina del « signorsì » , « Ottimo per la truppa ». Eravamo circa duemila sardi, ed eravamo tutti d'accordo nell'abborrire quella vita. Nutrivamo tutti un odio profondo contro quegli ufficiali che si presentavano fanatici ed ancor nostalgici del risorgere di un Esercito servito solo in passato a proteggere la Corona Reale ed il « fascio » del Mostro. Nel mese di giugno ci partirono in traduzione per Trevignano, provincia di Roma, che vi arrivammo dopo 3 giorni di viaggio. Ci accamparono vicino al lago di Bracciano, in un bosco di ciliegie, e i Caporali credettero che fosse giunto il momento di imporre quella stupida dottrina — dato che ci trovavamo ormai separati, noi « sardi malandrini » — come ci chiamavano loro. Difatti, da Trani ci avevano spediti pochi per parte, ma noi, quanto più aumentava la loro arroganza, tanto più sentivamo il dispregio e cercavamo di disertare. Eravamo una diecina di Orgosolo ed oltre un centinaio del Nuorese. Ogni tanto qualche Caporale e qualche sergentino rientravano con gli occhi gonfi dai pugni che assestavamo in risposta ai loro ordini. Ma ben presto per sfuggire a quella vita di sfaccendati, riflettendo al distacco dalla famiglia, dal paese, dal bestiame che molti avevano abbandonato, e dal mestiere che ci permetteva di venir incontro alle esigenze famigliari, molti cominciarono ad accusare delle malattie. Stavano senza mangiare, fumavano molto, mangiavano delle cose indiscrete per farsi venir la febbre, ed un mio cugino, dopo aver fatto
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questa vita per una diecina di giorni, ottenne la convalescenza perché, pur essendo di corporatura normale, non pesava allora nemmeno cinquanta chili. Uno accuse, la malattia dell'orina e passarono una quindicina di giorni prima che fosse preso all'ospedale orinandosi addosso e camminando con un bastone come un uomo di ottant'anni. Uno accusò dolori reumatici facendosi gonfiare il ginocchio a pugni e camminando zoppo per oltre un mese, cioè finché non ottenne la convalescenza. Io ero contrario alla vita militare, ma lo ero ancor più a fare anche la minima cosa che potesse dannare la salute. E dopo tre mesi di cosi detto ammaestramento con le armi, siamo stati scelti tutti i Nuoresi a fare una compagnia dimostrativa in Cesano di Roma. I signori ufficiali credevano che noi, perché ignoranti,' avremmo dimostrato bene alle Eminenti visite degli Ufficiali Americani di essere degli ottimi servi, di sentirci soddisfatti di rifare un Esercito con le loro armi ed i loro metodi. Ma avveniva il contrario e dopo 3 o 4 giorni abbiamo fatto sciopero per il rancio, dato che ci davano sempre peperoni e cavoli in brodo, avevamo stabilito che nessuno si doveva presentare a prendere il rancio. Ma quando venne a conoscenza il signor Capitano, un vecchio fascista, fece l'adunata e ci portò inquadrati a prendere i peperoni: e lui si piazze. di fronte alla marmitta, mentre noi si doveva passare in fila per tre. Nella mia fila c'erano tre paesani: quando abbiamo preso i peperoni li abbiamo rovesciati di fronte al Capitano. Fu uno scandalo, il Capitano fu sorpreso e divenne lui come un peperone, cercò di fermarci con minaccie, ma fu accolto da una reazione generale che tutti, oltre al buttare i peperoni si lanciarono rovesciando la marmitta, e al posto dei peperoni venne messo il Capitano, e portato in braccio per un pezzo.
La domenica siamo andati a Roma in permesso e, al rientrare la sera, ci é capitato di assistere ad una specie di dialogo tra due sergen-
tini firmaiuoli, uno dei quali si vantava di aver reso buoni servigi alla patria di Mussolini, di avere dato prova contro i Partigiani, e che
adesso era stato chiamato a domare «quei farabutti di sardi », che si erano permessi di picchiare il signor Capitano. La sera vennero informati tutti i compagni di questo nuovo comandante che ci avrebbe dovuto stangare. La mattina dopo ci fu presentato come il futuro capo
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e che per ciò ci dovevamo obbedienza e rispetto. — Avanti, marciate pochi metri a passo — ci ordinò subito. La corsa, nonostante un tale ordine fu ripetuto diverse volte a voce alta, andò a vuoto. Tutti si era, d'accordo per non eseguirlo. Il sergentino andò in bestia, ordinò l'alt e ci apostrofò con minaccie di essere il comandante, e, che se un prossimo comando gli veniva disubbedito, ci avrebbe fatto correre fino a creparci. Ripeté l'ordine e venne respinto di nuovo. Fu il colmo della rabbia del comandante, ed infuriato lanciò la sfida: chi non vuole correre alzi la mano. La alzai per primo, poi seguirono i miei paesani che portavo al fianco. E mi chiese con rabbia: — Tu perché non vuoi correre? «Per dimostrargli che questi farabutti di sardi — come lei ha voluto chiamarci ieri sera — non sono affatto disposti a farsi prendere per il naso da leccappiatti come lei, che fino ad ieri ha fatto buon servo a Mussolini ». Nel sentirsi ripetere le frasi pronunciate la sera prima perdette le staffe e rinunciò ad affrontare il comando. Dopo avermi minacciato che mi denunciava ci piantò li e corse in caserma a chiamare il Tenente. Quando rivenne con il Tenente era un lupo sdentato, non mordeva piú: non ebbe nemmeno il coraggio di aprir bocca quando il Tenente chiese perché ci rifiutavamo di eseguire gli ordini del sergente che era un brav'uomo. Fu accolto da un grido generale: « Non lo vogliamo! Non vagliamo essere comandati dai fascisti! ». Il sergentino fu messo in riposo. La sera siamo rientrati un po' in ritardo con un compagno di Fonni e, mentre ci mettevamo in branda, un tipo del Logudoro, che faceva il lavativo ed era sempre schifato, ci intimò con tono minaccioso di stare zitti. Per il modo che si atteggiò, ci siamo messi a ridere. Costui si alzò e tirò una scarpa in faccia al fonnese. Io, che gli stavo a fianco, gli detti una schiaffo e si mise a piangere. Il sergente ci venne subito incontro e, vedendolo scorrere di sangue, chiese: « Chi é stato? ». Avendogli indicato che ero io, il sergente mi apostrofò con ingiurie come mascalzone, ecc. Ma fu presto messo a tacere che, vedendomi alzare di scatto; scappò chiudendosi in fureria. Dopo un'ora, quando era già dormito, venne a prendermi con sei guardie armate. Ero già dormito quando venni svegliato da un grido, e mi vidi i fucili puntati, ed uno che mi invitava di alzarmi subito. Mi alzai e mi portarono in cella. La mattina venni inter-
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rogato da due ufficiali che mi guardavano stupefatti, ma, vedendomi tranquillamente sorridere, come colti di sorpresa, esclamarono fra loro: ma questo sembra abbastanza calmo. La sorpresa fu allor certo maggiore quando udirono che avevo dato uno schiaffo ad un... lavativo che aveva tirata una scarpa ad un compagno, e che andai incontro al sergente che mi ingiuriava come una civetta. Aggiunsi che di quanto era avvenuto potevano testimoniare i compagni di camerata. Il Sergente nel suo rapporto aveva detto: che ero ubriaco e recavo disturbo a tutti i compagni che dormivano, che avevo menato a sangue uno che mi chiedeva di star zitto. Quando lui intervenne, in seguito alle grida dei compagni, dice che mi ero avventato addosso come un dissennato minacciandolo di morte, che avevo osato prendere le baionette contro il sergente ecc. Ma questo venne smentito, più che da me, dai miei compagni, che mi esaltarono come il più calmo, forse, tra tutti noi. Quello da me schiaffeggiato fu costretto da essi a presentarsi dal Capitano a dirgli che si era meritato lo schiaffo, e, in molti, andarono a dire la falsa accusa del sergente che voleva vendicarsi per la meschina figura fatta nella istruzione. Insomma, vennero messi in discredito quei due infamoni, ed io, con grande entusiasmo di tutti, fui messo in libertà.
Pure, malgrado le proteste dei compagni, il sergente riuscì, con carte false, a farmi trasferire in una Compagnia provvisoria che doveva partire in Piemonte. I primi giorni non potevo sopportare l'idea della separazione dai miei compagni e amici Nuoresi. Provai anche a fare il lavativo, pur di non essere abbandonato, chiedevo visita ogni giorno. Ma, 15 giorni dopo, mi misero in traduzione: per destinazione ignota.
Il giorno dellla mia partenza fu un giorno di lutto per i miei paesani e amici della compagnia dimostrativa, tutti si astennero dal presentarsi all'adunata e, come poi seppi dall'avermi scritto in seguito, quel giorno stava per essere fatale a un maresciallo. Ad una delegazione presentatasi al Capitano per protestare contro il mio allontanamento, quel maresciallo, non richiesto, diceva che io ero un tipo nervoso, che tutti gli orgolesi, in genere, non sanno controllare i nervi, ecc. ecc. Per il momento fu risparmiato ma la sera, rientrando, tutti lo videro con i due occhi gonfi.
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Il viaggio per il Piemonte mi colse molto preccupato per quel distacco dai paesani, ma, d'altra parte, mi confortava la bramosia di vedere l'Italia, di conoscere quella brava gente piemontese e d'Alta Italia che avevo sentito apprezzare come civile e ospitale. Rimasi molto perplesso nel vedere le rovine seminate dalla guerra, fui addirittura sconvolto ed atterrito nel vedere paesi rasi completamente al suolo e i pochi abitanti scampati alla morte che si aggiravano nelle fermate del treno, dove prima c'era la stazione, e ora nient'altro che fosse di bombe, pezzi di fabbricato, locomotive deragliate. Vidi donne scheletrite, fasciate di stracci, con bambini sfigurati dal panico e dal poco vitto, che ci venivano incontro nelle carrozze del treno con qualche pacchetto di sigarette o qualche frutta dicendo: « Acquistate! », come invocando pieta. Dopo 3 giorni di lungo viaggio arrivammo a Borgo Manero, provincia di Alessandria, un'incantevole cittadina vicina al lago di Como,
e fui assegnato alla IV Compagnia, 1° Battaglione, Divisione Cremona. Vi erano due soli sardi della provincia di Cagliari, ed i primi giorni sentivo la nostalgia dei paesani. Ma presto riuscii ad ambientarmi
e farmi buoni amici. Il secondo giorno la feci a cazzotti con due o tre Toscani che, nel sentire che ero della provincia di Nuoro, volevano deridermi ingiuriandomi: « Pecoraio », « terra bruciata ». Il più importuno era un tipo alto e robusto, una vera figura di « polentone » — come noi osavamo chiamare per difenderci dalla accusa di pecorai e simili —, e gli assestai una pedata alla vita, un colpo di testa sul muso,
e lo feci cadere. Fu questa lezione che indusse i curiosi ad usare un diverso linguaggio per i Sardi e per la Sardegna.
Il più che mi piaceva era uno di Bologna che parlava sempre contro il militarismo e la guerra, lo sfruttamento da uomo ad uomo, ed era un Partigiano. Leggeva sempre il giornale, era informato di tutto, i suoi argomenti mi facevano restare a bocca aperta. Quando gli chiesi come mai lui parlava così bene contro le ingiustizie, il fascismo, la guerra, mi stupì con la risposta: « Parlo così perché leggo l'Unità ». Che cosa sarà mai questa Unità? Io credevo che si trattasse di qualche libretto di canzoni, perché io, nella qualità di pastore di Orgosolo, non avevo letto che qualche libretto di poesia in sardo, e fu proprio nelle poesie dialettali di Salvatore Poddighe dal
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titolo: « Sa mundana cummedia » che avevo letto in rima quegli argomenti, pressappoco, del Bolognese. Ingenuamente dissi se questa unità era scritta in sardo o se non era « Sa mundana cummedia » in Bolognese. Rimase sorpreso e mi guarda in faccia per vedere se volevo sfotterlo. Ma la mia sincerità lo indusse a spiegarmi che era un giornale Comunista. Mise la mano in tasca, tira fuori una copia e disse: «Leggila ». Rimasi a leggerla con grande sforzo e attenzione tutta la sera e, meditando, quella fu la prima scoperta del mondo politico. Da quel giorno io cercavo di leggere, di studiare, per fame del mio spirito, e, attraverso pensieri e ragionamenti a me prima sconosciuti, cominciavo a rafforzare e piú nutrire quell'ideale di fratellanza umana che già « Sa mundana commedia » mi aveva indicato. Cambiai metodo, da allora, con i litigi che, per difendere la Sardegna, finivano sempre a
cazzotti perché non avevo argomenti seri contro gli avversari -
- e, da allora, dicevo che se la Sardegna era « pecoraia » e « terra bruciata » non era colpa dei pastori e dei sardi, ma di governanti e capitalisti forestieri, che 1a avevano spogliata e spogliavano delle sue ricchezze e avevano appiccato fuoco, una volta, alle sue terre, rendendole sterili e deserte.
Rimasi circa due anni in Piemonte ed in Liguria e spesso ora, se io parlavo così, cioè giusto, mi mandavano in prigione e mi facevano trasferimento. Per gli uflicialetti fascisti ed i camorristi ero diventato lo Spettro. Ovunque, anche dai meno curiosi, ero distinto ora non come « il sardo beduino », « il pecoraio », ma come « il comunista ». E, come parola, mi piaceva. Quando mi arriva il congedo alla caserma Cavour di Torino, dove mi trovavo, dovetti stare un mese ancora per scontare trenta giorni di consegna, pur avendo finito il mio servizio, che si era chiuso con trenta giorni di cella di rigore, per uno sciopero fatto contro lo sfruttamento sul rancio.
Rientrai a casa i primi di febbraio del '47. In casa mi accolsero con gran gioia e festa. Giorni e giorni, qualche ora dopo, parlavo delle condizioni della famiglia: erano tristi. Che cosa dovevo fare?
Un giorno stavo con mia madre e chiedo se esiste in paese un Partito Comunista, come, infatti, esisteva. La mamma mi interrompe con disprezzo e mi dice che quelli sono pochi e mal voluti dai ricchi perché parlano male di loro e della religione. «Proverei il pia grande dispia-
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cere — diceva — se ti ascoltassi a fare propaganda comunista. Perché, anche se hanno ragione i poveri, vengono soffocati dalla potenza dei ricchi. E tutto questo funziona male al mondo » . Preferii cambiar discorso.
La mia sorella più grande si era sposata con un giovane pastore, cd il giorno stesso mio cognato mi chiese: se ero contento che lui era in trattative per prendere un gregge di maiali a mezzadria, e preferirebbe prenderli con me. Acconsentii alla proposta ed andai a vedere i maiali. Le consuetudini della mezzadria erano le seguenti: se i maiali erano più di 50 si dovevano tenere per 5 anni; se meno per 3 anni. Ero contento perché, in annate di ghiande, nelle nostre campagne si poteva guadagnare qualcosa con i maiali. Ma la nostra speranza fu presto delusa, perché poco dopo qualche mese appena passò la peste suina, e da 30 che ne avevamo ne rimasero solo 5. Il padrone, un proprietario di Nuoro, per la prima aveva promesso di soccorrerci molto: siamo, a stento, riusciti a convincerlo a comprarcene altri 10 maiali per farne 15, almeno. Ed abbiamo fatto tutto il nostro meglio, con ogni sacrificio, per poterli poi aumentare. Difatti, alla fine del '49, prima ancora dei tre anni stabiliti, avevamo oltre 200 capi. Ci eravamo solo preoccupati di far crescere i maiali, senza ricavare niente per tre anni, rimettendo di tasca le spese necessarie: intenti a pater possedere un gregge proprio. Ma nel mese di agosto, eravamo in territorio di Nuoro, nel pascolo estivo, e ci colse una brutta notizia.
E da notare che il porcaro orgolese va sempre soggetto a clima: d'inverno deve restare nei boschi, dove cerca le ghiande, d'estate deve scendere in pianura, in quelle terre seminate a grano, fave e cereali. E spesso viene colpito da polmonite per il freddo o febbre malarica per il caldo.
Io presi la malaria l'anno prima, in territorio di Ottana e ne soffrii a lungo.
Ma la peste suina ora, in quell'agosto, seminava la morte di tutti i maiali. Noi, per poterli scampare, li avevamo divisi col padrone. Ma, in tempo di tre o quattro giorni, ci morirono tutti con giramento di testa, vomito. Perdevamo il lavoro di tre anni, con quella perdita di maiali, e salute, soldi. Per me, con due anni che avevo passati sotto le
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armi, erano 5 ora gli anni di inutile lavoro. Nel paese, da. altre due anni, erano in corso lavori per la strada di Locoe e, saltuariamente, occupava 200 operai. Senza attendere ed esser disoccupato, avevo la fortuna, non tutti i giorni tuttavia, di potere lavorare. Qual manovale. Era un la-vnro pesante, assai faticoso. Ma, dopo la giornata lavorativa, rientravamo in paese cantando, e tutto sembrava festa, senza un'ombra di discordia.
La sezione Comunista durante questo periodo godeva la massima fiducia dei lavoratori: vi erano oltre 300 iscritti. Ed io ero iscritto.
Nel 1949 morirono ancora maiali, che causarono gran danno alla economia del paese, e vi furono pastori declassati, avviliti per i debiti; stanchi di quella vita bestiale, di essere scorticati dal fisco e dagli agrari, erano andati per la strada. Finirono i lavori della strada e tutti tornavano o erano disoccupati, disperati. Speravamo che la Repubblica democratica fondata sul lavoro avrebbe dato veramente lavoro, assistenza a tutti i lavoratori. Ma ne fummo delusi. Molti di noi che avevano giurato di darsi a stabile lavoro, cancellando un passato in cui la stupida tradizione era: « chi non é buono a rubare non é buono a niente r>, che volevano vivere solo per mantenere la famiglia, pagare i debiti, furono costretti, di nuovo, a pensare di rubare bestiame. Erano già stati bardaneris. Dalla mancanza di lavoro riprendevano, ora, a rubare bestiame.
Dopo la marchiatura — che il bestiame non era più possibile venderlo, od arrangiarlo in bollettino — si ostinarono anche nelle rapine di strada. Il governo D. C., anziché provvedere a dar lavoro a questi disoccupati, manda dei marescialli zelanti, buoni amici dei ricchi, con facoltà di arbitrio, per catturare, o addirittura massacrare, i delinquenti di strada. I parlamentari D. C. nuoresi presentavano una interpellanza al Ministro dell'Interno per chiedere misure eccezionali di polizia, per tutelare i viaggiatori esposti alle rapine dei briganti di Orgosolo. Due o tre giovani vennero arrestati o confinati. Ricominci la paura del confino come ai tempi di Mussolini, quando si vociferava di una grande lista di giovani da deportare, ossia confinare, fatta dal maresciallo dei carabinieri, d'accordo col sindaco e tutti i proprietari del paese.
Dopo la morte dei maiali io mi ero dedicato a. un orto e vigna di
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proprietà della famiglia. Dedicavo anche attività al Comunismo, così che ero stato eletto Segretario dei Giovani.
Pochi giorni dopo l'elezione, che fu il 1948, venni arrestato. Mentre innaffiavo l'orto vengono i carabinieri in numero di 5, 3 della stazione di Orgosolo, 2 da Nuoro, e furono sorpresi al vedere l'orto per come era grande e coltivato bene. Mi vollero incoraggiare dicendo che non c'era niente di male e che mi desiderava il colonnello soltanto per un interrogo. Risposi che, essendo un lavoratore onesto, come mi potevano vedere, mi dispiaceva il condurmi arrestato quale un delinquente; che bastavano pochi giorni di prigione per rovinare tutto l'orto, unica speranza di cavare qualche cosa dopo la perdita dei maiali. Li convinsi a togliermi le manette e condurmi slegato. Abbiamo percorso tutta la strada, per più di un'ora, e prima di arrivare al paese l'appuntato mi diceva di essere Saragattiano, finendo per dare a me ragione e suggerendo all'orecchio che a lui dispiaceva portarmi in caserma, che, per conto suo, era propenso di lasciarmi fuggire. Risposi: « Io non faccio il latitante », e trovandomi con la coscienza pulita, non avevo nessuna paura di un raffronto con la giustizia. Appena giunti in caserma il maresciallo esclamò: « Mi dispiace, caro Marotta, ma questa volta non dipende da me. Non ostante voi ve la prendiate sempre con me. Sono venuti da Nuoro, con la macchina, apposta per prendere te ». A Nuoro mi condussero nella caserma principale ed un carabiniere di scorta riferì della mia presenza al capitano. Costui, con un'aria di mercante, mi venne subito incontro toccandomi le catenelle che già mi mordevano i polsi perché troppo strette. E con la faccia del padrone, disse rivolto ai carabinieri: « Chi ha messo queste manette? ». Scattando come una burba il capo scorta disse: « Io, signor capitana ». Il capitano, sghignazzando, con uno strillo disse: « Sono troppo larghe P. Per questa volta ti dò 5 più 3. Di rigore ». Lo interruppi dicendo che mi avevano preso dal lavoro, che ero un cittadino onesto.
La sera stessa fui condotto al carcere mandamentale di Sorgono (quello di Nuoro era troppo pieno), e mi chiusero in una cella e vi fui 3 giorni senza interrogato, che non mi davano acqua o pane, al terzo giorno, quasi sfinito dalla fame, dalla sete, cominciai a gridare, finché non mi hanno tirato fuori. Mi condussero in ufficio dal mare-
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sciallo, che mi interrogò su una rapina avvenuta tempo prima nella foresta di Urzulei, e disse che il giorno ero stato visto nel Sopramonte con la banda di Liandru, latitante. Risposi che Sopramonte era più di un anno che non passavo, e che se sosteneva di avermi visto con la banda Liandru, un latitante che non conoscevo, questa era un pretesto infame: volevano colpirmi perché comunista. « Intanto — dicevo — avete oltraggiato già il mio fisico, e questo è un sopruso, in quanto non avete il diritto di torturare un individuo lasciandolo tre giorni senza mangiare, ancor prima di interrogarlo. Per quel giorno che dite io ci ho prove buone, alibi, e intanto mi rifiuto di rispondere prima che non mi avete fatto mangiare e bere ».
E per ogni altra domanda rispondevo: « Viva il Comunismo! ».
Il maresciallo non tardò a farsi sostituire da un altro in abiti civili, e costui, con aria lusinghiera, fingendo di non saper nulla', mi chiese: « Perché ti hanno portato? ». « Perché stavo lavorando ». Incalzò ripetendo: « Vuoi rispondere bene e dirmi perché ti hanno arrestato? ». « Ho già detto la verità, ed ora aggiungo che sono 3 giorni che non mi davano pane, nemmeno acqua ». E che volevo sapere se mi avevano portato per motivi di giustizia o per farmi morire di fame. Ordinò che mi fosse dato subito da mangiare e, dopo mangiato, mi tradusse in una camionetta; e siam partiti con il tenente e due marescialli per riportarmi a Nuoro. Le varie domande rivoltemi in viaggio per i banditi e per le rapine finivano in argomento politico. « Tu sei un comunista » dicevano. « Evviva il Comunismo! » dicevo io.
La sera mi lasciano a Nuoro e il giorno dopo ripartono per Ur-zulei. Diceva il tenente: « C'é uno che ti dirà di averti visto il giorno della rapina con Liandreddu, un altro latitante » . Rispondo che era soltanto un agente infame, ben pagato dagli anti comunisti. « Non puoi dire . ciò. È una persona seria ». Difatti, appena arrivati inviano a cercare una guardia di foresta, un certo Capra, che nulla sapeva nei miei confronti. Ed io ho pensato che si stava cercando ora, di giustificare il mio arresto. Il Capra si trovava in casa, quando i carabinieri lo avvisarono di venire alla caserma; ma la moglie — allarmata come tutto il paese dell'arrivo di un borghese sconosciuto, con la macchina dei carabinieri, che pensavano trattarsi di qualche spia in
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cerca di accusare qualcuno, chi sa perché (come spesso fanno i carabinieri) — disse che ìl marito non era in paese. Lasciarono l'ordine, appena rientrato, di andare in caserma, ma costui si dette alla macchia e rimase più di 15 giorni senza rientrare in paese. La sera venne un capitano e, con finzioni di gentilezza, dicendosi da poco ospite della Sardegna, e trovandosi molto seccato per lo stato primitivo e l'arretratezza delle campagne sarde — massime i contadini che non conoscevano ancora la trebbia — mi osservò con rammarico che il male peggiore della Sardegna erano i banditi: rapinatori di strada che erano ragazzi di Orgosolo: ed io dovevo ben conoscerli. Risposi che ero un lavoratore onesto, che per la peste suina avevo perso i maiali e perso i1 lavoro per tre anni, che mi trovavo disoccupato. Ma che per nessuna cosa al mondo avrei fatto questo atto sporco di infamone. Che non potevo rovinare un lavoratore onesto, senza saper nulla. E come me centinaia di Orgolesi, anche se tutti disoccupati. Non mi interessavano i banditi, e tanto meno le rapine di strada. « Se siete la giustizia — dissi — dovete arrestare i responsabili di quelle rapine, non me ». Il capitano, che prima era venuto con il sorriso gentile, si é arrabbiato ed ha richiesto subito un tenente. E venuto e gli chiede: «Come si è comportato il `compagno' » ? . Risponde: cc I compagni ti trattano col sorriso sulle labbra. Hanna imparato bene a sapere chi siamo, e ci trattano proprio bene ». Infatti io gli avevo risposto subito al sorriso.
Dopo due o tre giorni venni messo in libertà senza che il Capra si presentasse per giustificare il mio arresto.
In famiglia furono disperati: non sapevano neanche dove mi avevano portato; non avevano saputo fare più niente, dato che nessuno della nostra famiglia aveva avuto a che fare con la giustizia. Mi accolsero con gran gioia, e quasi tutti in paese furono solidali con me. I compagni mi portarono in trionfo e, in segno di festa, fecero echeggiare i cori sos tenores.
Intanto aveva fatto giorni di intenso calore e l'orto più di tutti venne colpito per la mia assenza. Mi fece impietosire e mi costò molto per farlo sorridere, annunziandosi l'innaffiatura al mio ritorno. La di-soccupazione si faceva sempre più sentire. I lavoratori disperati andavano in cerca di qualsiasi lavoro. Molti cercarono di emigrare (ed una
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volta fui tentato anch'io), ma poi decisi di andare servo pastore con un proprietario di Nuoro, che mi dava 11 mila lire al mese. Rimasi due mesi laghinzazzu, cioè pastore di quelle pecore che non davano figli, sempre solo, senza avere la possibilità neanche di farmi la barba e di cambiarmi il vestito: tosi dopo due mesi sembravo una belva. Non potevo più sopportare quella vita e mandai a dire al padrone che, senza pretender altro, io non rimanevo piú. In paese la situazione era molto complicata. Le rapine di strada aumentavano. Diversi erano ricercati per il confino, e, fra gli altri, i fratelli Tanteddu, uno dei quali ancora alla macchia con 5 milioni di taglia, e l'altro ucciso nel '51.
Intanto abbiamo cominciato a fare qualche manifestazione contro la disoccupazione, « Ordini del giorno » e « Delegazioni » al Sindaco. Ma non facevano costoro altro che promesse, e nel mese di marzo del '50 abbiamo organizzato uno sciopero a rovescio, in una strada vicinale, già progettata, che volevamo costruire.
Il giorno prima dello sciopero incontro il maresciallo e mi dice: « Io sono a conoscenza di questo sciopero. Ti sfido che qualsiasi cosa accade tu sei il responsabile. Perciò, se vuoi, lo sciopero si può evitare ». Risposi che non sapevo niente di questa decisione di cui lui parlava e, in quanto a me, sarei stato il primo ad andare ad avvisarlo, perché io lo ritenevo più ancora che normale, data la tragica situazione che la disoccupazione aveva creato nel paese. Che, se era interessato che la gente di Orgosolo si procurasse da vivere onestamente, doveva lui stesso promuovere lo sciopero, non reprimerlo. Sembrò quasi di assentire e mi licenziò.
La mattina presi una vecchia conchiglia di mare, che gli antenati usavano ad Orgosolo per suonarla nei grandi richiami — sa corronetta —e con quanto fiato avevo nei polmoni me la metto a suonare. Subito, nel punto stabilito per lo sciopero, si trovano un centinaio di lavoratori, con picconi e badili, e, dopo divisi in squadre, ci mettiamo sul lavoro. Era un punto che si vedeva da tutto il paese, e tutto il paese ci guardava e parlava di noi.
Verso le 9 del mattino viene il Sindaco e mi prega di convocare gli operai in quanto voleva parlare di notizie importanti. Ci siamo raccolti e, tra la vergogna e la paura, il Sindaco ci invita a cessare lo
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sciopero, in guanto lui aveva già provveduto ad informare il Prefetto e, senz'altro, avrebbe provveduto a darci lavoro. Venni autorizzato a rispondere, e gli dissi: « Promesse ce ne avete fatte abbastanza. Noi continuiamo lo sciopero. E fino a che il Prefetto veramente non interviene con impegni precisi di iniziare i lavori ». E tutti furono d'accordo.
Continuiamo lo sciopero e verso le 11 invece del Prefetto vediamo arrivare le macchine della Celere. E subito siamo stati circondati da una cinquantina di poliziotti, in stato di guerra, come se fossimo dei nemici, e non lavoratori.
Si presenta un Commissario di Pubblica Sicurezza e ci invita in Municipio, per trattare. E partiamo con gli attrezzi sulle spalle seguiti dai poliziotti e da tutta la popolazione. In Municipio abbiamo trovato che c'era un milione lordo avanzato dal bilancio del '48, e decidiamo di servircene per iniziare un qualsiasi lavoro. Infatti ci siamo accordati per iniziare una strada in regione « Canas », che è la zona più impervia e deserta, dove non si trova neanche una mulattiera, sicuro nascondiglio di volpi, e dove fu trovato cadavere l'ingegner Capra. Vennero cosí occupate quelle persone con l'impegno di pagarle a 1000 lire al giorno, come opera pubblica del Comune, e la popolazione tutta fu entusiasta di questa vittoria dei lavoratori.
Ma molti rimanevano ancora disoccupati: si rivolgevano a me pregandomi di occuparli come fossi un impresario e non uno scioperante. Rispondevo che noi avevamo scioperato per essere occupati, e che tutti i disoccupati avevano diritto a scioperare. Ed ecco che un'altra ventina si misero in isciopero, ma ci fu l'intervento dei carabinieri che li tradussero in caserma. Visto, ció abbiamo subito abbandonato tutti il lavoro, e ci siamo recati con gli attrezzi in caserma dove, per tutta la sera, abbiamo rivendicato il rilascio degli innocenti lavoratori. Il Sindaco, che prima aveva autorizzato l'arresto, fu costretto dalla pressione popolare ad autorizzare rilascio. Ma il maresciallo rifiutó dicendo che aveva già spedito il rapporto, e così furono tradotti al carcere di Nuoro. Rilasciati poi, per inconsistenza di reato, una settimana dopo.
La reazione popolare contro il Sindaco e il Maresciallo divenne paurosa, mentre la simpatia per noi si aumentava ed i proprietari del paese, cioè i nemici del Progresso e della Pace, divenivano furibondi.
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D'accordo col maresciallo decisero di sospendere i lavori, e lavorava- mo appena da 10 giorni quando ci venne annunciata la sospensione con la scusa che finiti i fondi. Rispondemmo che del milione di lire non si erano spese neanche duecentomila lire e che noi avevamo bisogno di lavorare, di fare la strada. Che malgrado l'ordine del Sindaco non smettevamo di lavorare. E abbiamo cosi continuato per venti giorni ancora, senza ricevere un solo soldo ma contenti, perché facevamo una strada che era stato il sogno, irrealizzato, di tutti i nostri antenati. Io facevo il capo-squadra e un giorno mi feci sostituire perché dovevo andare alla vigna. Ed il giorno vennero una diecina di macchine ed arrestarono tutti gli operai. Nel paese ciò suscitò indignazione ed il Sindaco chiese, anch'egli, le dimissioni. Io, quando venni dalla vigna e appresi la notizia, mi mordevo le dita per non essermi trovato, e la sera, dalla rabbia, mi venne pure la febbre. L'indomani tornai al lavoro con altri due — aspettavo che mi arrestassero — e invece, no, verso le 10 vennero i carabinieri e mi chiesero le generalità. Dissero che questa era una buona opera, e non mi arrestarono.
Dopo una diecina di giorni i lavoratori furono rilasciati: ma ne uscirono disperati per le condizioni di miseria ed oppressione a cui volevano sottometterci. Gli attrezzi di lavoro non ci furono mai restituiti, malgrado le continue richieste, e si può dire cioè, rubati. Io fui denunziato per ammutinamento.
La situazione in paese diventava sempre piú allarmante. Intanto furono portate le Forze Repressione Banditismo. I marescialli dei carabinieri che avevano il mandato di arrestare disoccupati in cerca di lavoro, ed i fuori legge che ora fermavano corriere, con pressioni ricattatorie incitavano i miei paesani più fragili a collaborare con loro.
Il giorno 16 settembre 1950 viene ucciso uno tra i tanti, Nicola Taras, barbiere, ed il giorno dopo il 17 settembre fu assediato i1 paese da oltre 300 carabinieri armati persino di mitragliatrici, che mettevano tutto a soqquadro con infami perquisizioni, trattenendo per fermo una cinquantina di paesani ed una ventina arrestandoli. La prima casa perquisita fu la mia, e mi stavo appena alzando, quando vidi ' entrare, e pallidi in volto, col mitra spianato, una ventina di carabinieri. Venni subito ammanettato e la mia madre, nel vedermi rapire in modo si
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brutale, cadette nelle scale con un dolore aI cuore, e non si rialzò più. Dopo due mesi é morta, scomparsa per sempre, senza più rivedere quel figlio che gli era tanto caro. Me la hanno fatta morire per vederla soffrire.
Dopo una quindicina di giorni mi passarono in commissione di confino, dove, dopo avermi letto un verbale calunnioso ed infamante, senza darmi possibilità di difesa, mi assegnarono 4 anni di confino da scontare ad Ustica, dopo qualche mese di carcere. Abbiamo potuto assistere, atterriti, ad una serie di confronti falsi organizzati tramite i confidenti che impunemente operavano nel Nuorese.
Siamo partiti in traduzione per Ustica in quattro — tre eravamo di Orgosolo ed uno di Lollove — e siamo giunti dopo una quarantina di giorni, facendo il transito Nuoro, Sassari, Civitavecchia, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo. In ogni carcere di dette città ci facevano stare almeno una settimana, dormendo per terra, nelle peggiori celle, senza ricevere posta dalle famiglie, sottoposti a una serie continua di abusi da parte dei secondini. Quando siamo arrivati ad Ustica, dopo 40 giorni, eravamo più morti che vivi, e la stessa sorte veniva e viene riservata tutt'ora ai poveri confinati, e di tale orrore mai nessuno ebbe a protestare. A nessuno dei confinati riesce ad indovinare il perché di un viaggio così storto, se non con l'unico scopo di massacrare il confinato, dato che facendo Cagliari-Palermo si potrebbe arrivare con 3-4 giorni di viaggio.
' Ad Ustica trovammo già un buon numero di paesani — una trentina di sardi, e quasi tutti Orgolesi — una trentina di Siciliani, ed altrettanti, o forse una ventina fra calabresi e altro resto d'Italia. Noi orgolesi eravamo quasi tutti giovani incensurati e, come tali, ci sentivamo uniti come uno solo, aiutandoci a vicenda per affrontare tale ingiustizia, ed altrettanto si può dire, in altri gruppi, di tutti i sardi, quasi tutti di provincia di Nuoro, come noi giovani pastori venuti da ambiente quasi al nostro comune, generoso e sicuro. I calabresi, una diecina, erano lo stesso uomini socievoli, sinceri e confinati per gelosia di qualche a amico », ossia amico dei carabinieri, che noi diremmo, a sa sarda, chiamandolo col disprezzo: 'ispia. Nei siciliani, in generale, si denotava invece un ambiente malandrinesco, di carattere imprudente
•e sfacciato, rumoroso ma pur poco socievole.
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L'ambiente di Ustica, che é un paesetto di un migliaio di abitanti, gente assoggettata all'ambiente del prete e della polizia, ci preparava, perciò un trattamento gesuitico-sbirresco. In quest'Isola di .poche risorse i migliori terreni sono del Commendator Gargano, un grande Industriale Palermitano, e di altri Signori Continentali chee si sono co- struite delle ville per villeggiatura estiva.
Dopo poco essere arrivati ci consegnarono una carta di permanenza, ed in essa venivano spiegate le regale del confinato. Nel consegnarmi la carta, a differenza degli altri, mi fu chiesto da un Brigadiere se ero già iscritto Comunista. Alla risposta affermativa mi intimava di tenere canto come la carta di permanenza mi imponeva di non fare politica, neanche in modo occulta. Dissi: « Mi avete confinato, o falsi, solo per ragioni politiche. Non vedo la ragione del perché in Ustica • potete vietarmi di fare la politica ». Nella carta suddetta si trovava inoltre il divieto di saltare i limiti di circolazione stabiliti dalla P. S., che erano fissati nelle uscite del paese: perciò si era obbligati di restare entro quell'« antro », cioè quella fossa di insetti, come era di solito chiamarla. Se non con speciali permessi della P. S. non potevamo uscire se non per motivi di lavoro. Come domicilio ci assegnarono dei cameroni, specie di scuderie di cavalli, costruiti dal fascismo. Per vivere ci erano assegnate 300 lire al giorno, e di queste ce ne davano solo la metà, cioè L. 150, che l'altra metà la ritirava un dipendente del Commendator Gargano per la lavatura delle lenzuola e per la distribuzione delle brande, giorno per giorno, lavoro che veniva fatto da un confinato per 150 L. in tutto: così il Commendatore si fregava la metà della paga dei confinati. Nel camerone non c'era cucina, né stufa. Vi erano una diecina fra accattoni, borsaiuoli, frosci, che dominavano l'ambiente della « scuderia. ». Facevano bordello, fumo e porcherie. Inoltre vi erano 4 o 5 siciliani scimuniti dalla galera: che l'uno diceva di essere più malandrino dell'altro, e ogni tanto si sfidavano a coltellate. I poliziotti dalle 6 di sera facevano l'appello e chiudevano il gabinetto fino all'indomani. Insomma, l'ambiente di scuderia, per chi era dotato di un pò di sensi-, era insopportabile. Ed allora, dopo 10 giorni di buona condotta uno poteva inoltrare domanda al Signor Direttore per il passaggio in casa privata, che il confinato po-
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teva cercarsi dietro pagamento. E conce fare per vivere e pagare la stanza con 4500 lire al mese? Bisognava arrangiarsi, diceva la Questura: lavoro non ce n'era; se qualcuno lo prendevano a zappare ed a custodire le mucche, lavorava dalla mattina alla sera e gli davano 50 o 100 lire al giorno, quando il Signor Direttore gli concedeva il permesso: dato che questo era un privilegio non tutti lo potevano ottenere.
Questo é il confino di Pubblica Sicurezza che D. C. e missini vogliono mantenere nella Repubblica Papale Italiana. Considerando che quasi tutti i confinati, nell'infame verbale che costituisce la causa del confino, vengono condannati come «oziosi, vagabondi », si pensi che il confino, invece di condannarli al lavoro li condanna solo all'ozio!
Io riuscii a sistemarmi in una casa con altri due paesani. Abbiamo preso in custodia un gregge di pecore e ci davano 100 lire al giorno. Pagavamo lire 2000 a capite per casa. Mano d'opera ce n'era tanta. Sfruttare il povero confinato, tenuto schiavo, e che non poteva scappare, non era un peccato mortale. O Repubblica Papale Italiana!
Ci facevamo mandare il formaggio dalla famiglia e cosí tiravamo avanti. Chi era viziato di fumare od altro, doveva fare il «ruba cic-
che» o cercare di procurarselo famiglia. Io, come altri, che non
volevamo pesare sulla famiglia né rubare, abbiamo preferito liberarci del tabacco, vino ed altro. L'unico vizio che non mi son potuto levare, e non riuscivano a levarmi, era quello di acquistare e diffondere il giornale Unità. Anzi questa, nelle mie condizioni di confinato, era l'impresa più attiva perché difficile per me, che mi costava spese e rischi. Spese: perché non tutti i confinati concepivano l'importanza di un giornale, e riuscivano a privarsi di qualche soldo per il versamento; in colletta, di 25 lire giornaliere e, alla fine, se pur potevo, facevo tante volte io il versamento, di tasca mia. Rischi: per il livore anti comunista che dominava in quello sparuto paese « Colonia di infamia ». Tante volte per tale attività rischiavo di andare al « forno » — così era nominata la cella di punizione.
Nell'appello che mi preparò l'Avvocato, la pena mi fu ridotta di 2 anni. Il 20 settembre del 1952 avevo già scontato la pena, e rientrato in paese.
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Durante questi due anni il paese era diventante il regno del terrore e delle rappresaglie. La polizia accorreva quando succedeva qual- che crimine, metteva il paese in stato d'assedio, ed arrestava tutti quelli che si trovavano vicino dove era avvenuto il delitto. I più fortunati venivano scarcerati dopo qualche settimana di carcere, quelli poco simpatici ai poliziotti ed alle loro spie venivano mandati ad Ustica. Questa — come ebbi occasione di dire in una lettera a un compagno — era divenuto il nascondiglio degli orgolesi rubati nelle battute dei carabinieri come il Sopramonte è il nascondiglio del bestiame rubato nelle rapine di fuori legge. Il trattamento fatto alle bestie e la cortesia con cui le trattano i Sopramontini non si differenzia molto da quelli — trattamento e cortesia — che si usano con i Confinati.
Durante quegli anni, dal sopruso subito, dalla vita comune con orgalesi, non orgolesi, si era maturata in me la Coscienza Democratica. Avevo letto libri, mi ero abbonato e leggevo con passione il Calendario del Popolo. L'Unità era il riflesso di tutta la mia attività: trovavo la Speranza di un avvenire sereno, un mondo felice, che gli Uomini avrebbero costruito con la Convivenza Pacifica, la Pace, l'Intesa tra uomini, organizzazioni. Era il centro della mia opinione.
Certi forse avranno pensato che io, dopo l'infamia subita, ero divenuto un mostro e che sarei tornato in paese pieno d'ira, pronto a vendicarmi con metodi barbari e illegali. Ma costoro furono presto delusi: mi videro cordiale con amici ed avversari. Videro che la mia costante preoccupazione era la pace nel paese e nel mondo. Mi doleva che vari compagni che erano tornati poco prima di me si cercasse di confinarli ancora una volta, e questi si eran dati alla macchia aumentando il panico e il terrore. Ecco i buoni frutti di prevenzione o « rieducazione ~+ del confino!
Appena rientrato in paese trovai un centinaio di lavoratori occupati in una Impresa boschiva che da poco aveva acquistato dal Comune una foresta per il valore di 19 milioni, con l'impegno di costruire una strada camionabile di 16 chilometri. Gli operai lamentavano che l'Impresa ci faceva fare 5 chilometri a piedi, non ci dava gli attrezzi di lavoro e non ci assicurava. Abbiamo subito organizzato la Camera del Lavoro, e venni eletto Segretario. Un altro centinaio di lavoratori erano
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disoccupati e chiedevano lavoro. Si ingaggió la lotta e riuscendo a fare aprire un Cantiere per il lavoro da parte del Comune, per occupare tutti i disoccupati in quella strada, impedita all'epoca dello sciopero. Fu una grande vittoria dei Disoccupati! E riuscimmo per gli altri, e cioè per gli occupati nella foresta, a fargli prendere un camion, a darci gli attrezzi, ad assicurarci. Io venni assunto come capo squadra nel cantiere Comunale. Avevamo ottenuto il lavoro: che altro vi era di indispensabile? E chi in paese era rimasto? Neanche l'ombra!
E la pace?
Qualcuno potrebbe ridere a questo punto e dire: quando c'è il lavoro la pace viene da sé, perché i lavoratori occupati per la costruzione di strade, taglio di foresta ecc. non hanno tempo di far male: guadagnano di che vivere onestamente.
Questo è un punto di vista troppo semplicista.
Se c'è lavoro non tutti lavorano. Ma non è questo il punto: é che sempre, e questi ultimi anni specialmente, a noi Orgolesi ci hanno portato molte tragedie e molti odii. Sulla situazione di disoccupazione si sono fatte le montature poliziesche col comprare le spie, e, con queste, sono venuti rastrellamenti, arresti, confino, galera. Dai fuori legge ricatti, e omicidi.
Dopo tutti questi gravi avvenimenti non è sufficiente il solo lavoro (e saltuario) per ristabilire in Orgosolo una normale situazione. Era necessario intanto, per il momento, (non certo per sempre, ché ci vuole la trasformazione completa della nostra economia, la Rivoluzione Sociale) trovare una via che, indipendentemente dalle proprie condizioni di povero e di ricco, dalla politica, ogni Orgolese poteva percorrere insieme senza paura della Vendetta, che l'uno, cioè, potesse freddare di nascosto l'altro. Cercare la pace! Così poteva permettersi il lavoro, il vero benessere nel paese.
Non era cosa facile per la nostra Sezione promettere la Conciliazione, ossia invitare gli avversari ad una intesa per pacificare il paese. In certi compagni c'era molta sfiducia nei riguardi dell'avversario e quella sfiducia io la giudicavo « estremismo primitivo s. Alle elezioni del Comune — 1951 —, considerando la situazione particolare esistente ad Orgosolo, i Capi Comunisti avevano invitato tutti, quasi arrivando
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a baciare i piedi, per formare una lista unica nell'interesse del paese. Contro il sopruso. Ma i Sardisti specialmente si ostinavano nel rifiuto,
e scoprendo chi soffiava il fuoco — hanno invece preferito fare un
blocco Anticomunista -- mettersi a friggere cioè nella padella del prete — con quegli ortaggi che sono D.C., M.S.I., Monarchici, e facendo eleggere casi l'Ipocrisia, il Terrore del Diavolo, la Corruzione. La nostra amministrazione, per poco ancora, è una amministrazione di sacre-stani scimuniti, delle più inette ed A servizio della reazione che il paese abbia conosciuto mai.
Ma, tuttavia, si decise ancora gli avversari a fare la pace nel paese, indipendentemente dalla ricchezza personale, dalle proprie idee politiche. La proposta fu accolta con piacere dai nostri avdersari che, anzi, sospirarono e guardarono in alto, come se si aprisse loro il cielo.
Si decise insieme di mettere al corrente le Autorità Provinciali, insomma lo Stato (e questa era la questione più importante o urgente), se erano disposti a venire ad un compromesso con Orgosolo: sospendere quelle misure di forza che con mal consiglio, per rovina nostra e loro pure, erano soliti pigliare. E in cambio non più furti, e non più ricatti, non più sequestri e non più morti.
Acconsentirono: «Perché il paese fosse pacificato — dicevano ci
impegniamo a liberare i confinati, i perseguitati, a non fare più ingiustizie, e cioè arresti alla cieca, maltrattamenti, tortura ».
L'unico mezzo che si è potuto trovare nel paese dai promotori per garantire il rispetto del patto era il mezzo antico del giuramento. Il prete, i d. c. avevano imposto di farlo sulla Croce: quello che contava era la parola, che è più antica della Croce. Avevamo accettato: « Verrà S. E. il Vescovo, ed il prete. Sono loro gli iniziatori, i nostri benefattori ». Anche questo. Tanto sanno tutti che vivono questi per mentire, per seminar zizzanie, per farsile aquile — e non corvi, come sono — con le penne degli altri.
Cominciamo a preparare squadre per giurare in tutto il paese, scelto un capo — o un uomo importante — per ogni famiglia: in questo modo ognuno doveva impegnarsi a dimenticare, a non fare le offese, e a collaborare con un comitato per la pace ed il benessere del Paese.
Fu un lavoro lungo e difficile perché in un paese duramente col-
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pito come Orgosolo non c'é una sola famiglia che non abbia una volta, o molte piú, avuto un'ingiustizia. Profonde. Ci sono famiglie che avevano ciascuna due o tre omicidi ricevuti o inflitti. Ma, grazie agli sforzi di persuasione, si decise di giurare e il 3 febbraio 1953, eletti 50 « probbi viri » si consacrò la «Pace » con solenne giuramento del Comitato in una cerimonia pubblica, alla presenza di invitati. Ci fu una festa poi, giorno e notte, all'aperto, e si mangiarono non so quanti agnelli e capretti, e fiumi di birra e di vino. E i tenores cantavano.
Io fui eletto membro del Comitato e presi attiva parte in tutto, persuadendo nel paese, nel partita. Dopo questo pareva davvero che si potevi respirare!
Il Comitato aveva fatto come una Legge in 13 articoli perché ogni membro « indipendentemente dalla sua famiglia e parte, fede politica e religione » facesse mantenere il giuramento. Il Comitato non doveva sostituirsi alle forze di P. S. ma, nei limiti del lecito e del possibile, do-
veva anticipare o sostituire pure, se si vuole — la Giustizia, al fine
di evitare ogni delitto ed ogni ingiustizia.
Dopo qualche mese dal giuramento, di discordie e di uccisi si credeva che non rimanesse il ricordo che di un triste passato. I confinati, in numero di sei, invece, non erano rientrati, malgrado le promesse. Le Autorità, lo Stato, non mantenevano la parola.
Una sera, mentre si era riuniti in Municipio, al primo imbrunire, si odono delle fucilate e subito si sparge la voce che hanno ucciso un carabiniere nella periferia del paese. Ne siamo ancora atterriti, e con tutto ciò, il paese si rovescia disperato verso il luogo indicato, per accertare se tal crimine corrisponde a verità.
Ma riceviamo una amara accoglienza. I carabinieri ci respinsero considerandoci tutti, uomini e donne, degli assassini; mettendoci tutti davanti con i mitra spianati; e gridando come pazzi: « Mani alla nuca! », «Quello che si muove é spacciato »; e colpendo con il calcio del mitra anche delle donne incinte. In numero di una cinquantina ci portarono, in catene, fino in caserma e vi erano donne e ragazzi che li fecero sedere sul pavimento, tra la folle spavalderia dei carabinieri che gridavano di ammazzarci tutti. Un brigadiere che manovrava i1 mitra, la
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mentoso, diceva: « Proprio questa sera si doveva inceppare, che dovevo uccidere una cinquantina di Orgolesi a. In questo modo ci tennero fino alle tre di notte fra il panico ed il freddo, fino a che non venne un Corn-missario di " P. S. ed un Colonnello dei carabinieri. La mattina dopo abbiamo saputo che forse un carabiniere aveva sparato ad un brigadiere della P. S. mentre questi andava a cerca dell'assassino, e si é avuta anche una baruffa con minaccia di spararsi addosso tra carabinieri ed agenti di P. S. Questi ultimi sostenevano che i membri del Comitato non dovevano essere respinti in quel modo, che dovevano essere mobilitati, anzi, alla ricerca del criminale. Ciò dicevano i poliziotti stessi.
Nell'assistere a quel troppo nervoso e folle comportamento dei carabinieri, dall'ascoltare le deposizioni di tutta la gente del vicinato ove si era svolto l'omicidio, che non avevano visto nessuno da una finestra che domina il sentiero, e non avevano sentito nessuna fucilata, se non quelle, e molte, dei carabinieri, tutti di accordo si é stati nel sostenere che quel colpo fatale per il carabiniere — Loria, diciamo — sia partito involontariamente dai carabinieri stessi. Per paura di essere puniti non volevano ora dirlo ed osavano addossare la colpa a tutto i'1 nostro povero paese: con quali conseguenze.:. La perizia medica dette ragione ai carabinieri, che il colpo fosse partito da un cespuglio misterioso: era il medico della polizia. In contrario, in un mucchio di pietre a 30 metri dal cadavere, dove stavano prima a sede i carabinieri, c'erano macchie di sangue. Il Loria poteva essere morto li per una palla sfuggita ad uno di loro, e, probabilmente, gli altri lo avevano trasportato.
Questo era il parere di tutti, del Comitato e del paese.
Da quel fatto, carabinieri, poliziotti, autorità, ricominciarono a gettarci addosso ii discredito.
I confinati che avevano promesso di liberare non rientravano, la popolazione era irritata per il ritorno del modo di fare consueto dei carabinieri, i lavori del cantiere comunale venivano soppressi. Ricominciava il problema della disoccupazione che il Comitato, ora, denunciava, tutto unito, come il problema piú pericoloso, anzi il nemico da combattere per salvare tra noi la pace.
Ci avevano promesso prima monti e mari,, ed ora,, assassinato il ca-
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rabiniere, tornavano peggio di prima a trattarci: col pericolo di essere arrestati e confinati tutti, in massa.
Si arriva così al processo per le stragi di « sa Verula » e « Villagran-de », dove morirono ben 8 carabinieri, fatto il 1953 a Cagliari da marzo a luglio. Dieci orgolesi assai cari alle famiglie — ed anche al paese erano imputati, con scarse prove, e si credeva che tutti, o almeno la metà, fossero proclamati innocenti, come dice il paese. Erano ancora rapine del periodo degli imbrogli dei marescialli, dei confidenti. Data anche la situazione del paese si pensava che la giustizia andava molto cauta. Invece, neanche a farlo a dispetto per Orgosolo, uno solo viene liberato e tutti gli altri si prendono un ergastolo, Pasquale Tanteddu e Nicola Sanna due per uno.
Pasquale Tanteddu é rimasto latitante e di nuovo lo chiamano « un Giuliano ». E in tutte le famiglie dei colpiti é rimasto un brutto stato di perplessità e di odio per quelli che potrebbero essere stati gli organizzatori, ingannatori, delle due stragi.
II Comitato rimase barcollante come una foglia appesa e alla pia piccola bufera già pronta a cadere. Era il 6 novembre e avvenne il sequestro o rapimento dell'ingegnere Capra di Cagliari.
In seguito a ciò venne pure arrestato il mio fratello minore Pasqua- le, che era stato chiamato poco prima a fare il servizio militare, e un membro stesso del Comitato, Mereu Giuseppe. Dopo un mese di carcere, senza imputazione, mio fratello veniva ammonito di non fare non si sa ancora che, il Mereu, poveretto, era inviato 2 anni al confino per non far « male ».
Il vero male é che noi tutti eravamo comunisti.
Il Comitato era ora legato ad un filo di vita, e le morte dell'ingegner Capra nel conflitto di Meninfili lo aveva troncato. In quel conflitto tra i carabinieri guidati da una spia, ed Emiliano Succu che custodiva il Capra non si sa quale pallottola — si dice in paese — abbia ucciso nel conflitto l'ingegnere.
E, con lui, era finita pure la. pace di Orgoloso. Pastori venivano fermati, picchiati, maltrattati, arrestati, ammoniti e confinati.
Ricominciavano .poco dopo le morti. Tragicamente veniva assassi-
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nato Nicola Moro. In seguito veniva assassinato Domenico Buscarino, un industriale, fratello di Sisto, uno dei maggiori difensori del Comi- tato di pacificazione. In seguito ancora veniva assassinata una donna, Mariangela Tolu.
Io, rientrato da Nuoro, dove svolgevo attività, essendo rimasta sola in casa la mia sorella Caruledda, mi dedicavo tutto ora alle faccende di casa ed alla lotta contro farne e disoccupazione nel paese. Tutta l'economia era già colpita dalla annata della carestia del bestiame, dalla mancanza di ghiande per i maiali. Il Governo, malgrado le promesse, le prese di posizione dell'onorevole Fanfani, nel periodo che voleva comandare, malgrado le proteste dei parlamentari di opposizione, malgrado la visita, o meglio corsa, e le promesse elettorali del Ministro Medici di Agricoltura un intervento lo aveva fatto. Ma uno solo: invadere le poche case coloniche che i pastori avevano costruito ed affidarle a carabinieri e poliziotti per effettuare meglio i rastrellamenti. Pubblicamente avevo protestato.
Il 22 di maggio - come nel settembre 1950 — vennero ad arrestarmi. Ma essendomi accorto della mossa, riuscii a squagliarmela mentre veniva arrestato il Segretario della Sezione, il compagno Murgia, un uomo di 50 anni da oltre 6 mesi malato che era stato confinato nel 1950 dopo 15 giorni di carcere. Ed altre volte prima.
Io, per oltre tre mesi fui fuoriuscito. I carabinieri, forse istigati dagli infami signorotti del paese — che sentono la coscienza poco pulita nei confronti del popolo — sapendomi affezionato alla causa degli afflitti, cercavano di braccarmi, come fossi un orribile assassino. Ora perché amo la pace e non il banditismo mi affido ai miei carnefici: so che a lungo subiremo ancora ingiustizie ma chi crede nella pace, nella vera giustizia, al fine trionferà...
Nessuno che voglia giudicare onestamente, di quanti mi conoscono, potranno mai credere che Peppino Mai-otto, colui che si é sempre battuto per la pace ed il benessere dei lavoratori, si sia mai ridotto alle condizioni di un comune delinquente, di un volgare assassino.
Io ho superato e, nel mio piccolo, combattutto quella bassa mentalità del terrorismo individuale e del comune delinquente. Non solo il
INCHIESTA SU ORGOSOLO 267
paese ma persino la polizia — che, non avendo mensa, mandava alcuni di loro a mangiare in casa mia — possono far fede che hanno sempre controllato il mio operato, i miei discorsi, e questi sono per la pace, il benessere, il lavoro, la civiltà in Orgosolo.
PEPPINO MAROTro
La presente inchiesta può considerarsi una introduzione ad un più ampio studio sulla regione che circonda Orgosolo, la Barbagia, al quale sto lavorando e che uscirà nelle edizioni di Giulio Einaudi.
Ringrazio qui il prof. Max Leopold Wagner che ha controllato le voci sarde da me usate nel testo; il prof. Ernesto De Martino che ha collaborato con una relazione sul lamento funebre; ed il prof. Diego Carpitella che ha collaborato con una relazione sulla musica popolare.
Ringrazio le centinaia di collaboratori che ho avuto in Orgosolo a cui spettano, per la maggior parte, i meriti di questa inchiesta.
FRANCO CAGNETTA


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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1954 Mese: 9 Giorno: 1
Numero 10
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1954 - 9 - 1 - numero 10


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