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tipologia: Analitici; Id: 1472517


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo Alberto L'Abate, Tre storie di emigrati
Responsabilità
L'Abate, Alberto+++   autore+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
TRE STORIE DI EMIGRATI
Chi ha potuto viaggiare in Europa non pub non aver notato, in molti luoghi, l'aspetto desolato di molti emigrati italiani. O che stiano tutta la notte fermi in una stazione in attesa del loro treno o che attendano fuori della porta di qualche nostro consolato il loro turno per rinnovare il passa-portto, il loro aspetto è pallido e stanco: il volto di chi si trova in un paese di cui non comprende la lingua, solo, avendo spesso lasciato a casa i suoi cari, costretto a questo dalle necessità di una condizione di miseria e di disoccupazione. In quasi tutti i paesi europei i lavori peggiori, i meno pagad e i più pericolosi sono generalmente svolti da italiani.
La situazione di Ginevra, dove ho raccolto le seguenti biografie, non è motto diversa do quella di altri posti. Più di 20.000 italiani, molti dei quali abitanti in baracche o alloggi a ben diritto definibili come `tuguri': nessun assistente sociale che, al consolato, si preoccupi della loro salute materiale e morale e che li aiuti nei momenti difficili. Nessuno che dia loro una mano, quando sono trattati male dai padroni; purtroppo succede talvolta anche in Svizzera, a far cambiare a questi modo di agire o a trovare loro un padrone migliore. Nessuno che li aiuti, quando senza buone ragioni e all'improvviso vengano licenziati, a trovare un'altra occupazione.
Per comprendere meglio i loro problemi mi sono mescolato, per vari mesi, alla loro vita. Mangiavo con loro nei vari locali da loro preferiti, o li incontravo nei bar o nei circoli o nei luoghi dove vivono usualmente.
Ho potuto cos? intervistare circa un centinaio di operai di varie categorie, soprattutto perd manovali o muratori o operai di qualche fabbrica.
Il risultato di queste ricerche (provvisorie perché attualmente alcuni italiani residenti in Ginevra, la Scuola di Servizio Sociale del luogo e la cattedra di Sociologia della locale Università stanno portando avanti la ricerca) si pub sintetizzare cos?:
alloggi: situazione grave (relativamente almeno alla situazione ginevrina). Certe camere ammobiliate affittate da italiani si avvicinano spesso a porcili. Spesse volte dormono nella stessa stanza famiglie complete. In certe baracche, fuori Ginevra, manca l'acqua. Il costo dei locali affittati da italiani è molto più alto che di abitudine. Notevole speculazione su di loro spesso fatta da famiglie italiane che vivono da molti anni qui e sono diventate svizzere oppure hanno il permesso di stabilirsi.
mangiare: situazione non buona. Gli edili a mezzogiorno mangiano
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a secco spendendo molto e digerendo male. Non esistono, usualmente, mense nei cantieri. Migliore la situazione nelle industrie. La sera gli operai mangiano in ristoranti per 2, 3, 4 franchi e più ma restano spesso insoddisfatti.
istruzione: livello culturale degli operai abbastanza basso. Molti analfabeti e semianalfabeti. Un certo desiderio di apprendere specie in elementi con coscienza sociale più sviluppata. Corsi di educazione popolare o completamente inesistenti o inadeguati. Frequente tendenza a scoraggiare le discussioni ed il desiderio di apprendere sotto pretesto che a non si pub fare della politica». Oppure atteggiamento paternalistico verso gli operai (sono dei poveri analfabeti) che li scoraggia dopo la prima riunione.
politica: notevoli contrasti e gelosie tra i vari gruppi politici che si fanno concorrenza, si litigano e si criticano l'uno con l'altro senza spesso accettare un dialogo sereno, aperto, costruttivo.
sesso: notevole insoddisfazione sessuale dell'operaio medio. Costretto spesso a vivere senza famiglia oppure a rimandare il matrimonio per via di una certa insicurezza nella stabilità del lavoro e per difficoltà nel trovare alloggio, l'operaio italiano deve spesso ricorrere ai servizi di prostitute. I più giovani si trovano amiche, in genere italiane. I più sono comunque insoddisfatti ed hanno spesso un comportamento scorretto e aggressivo (parole sconce, fischi, ecc. ecc.) verso le ragazze che incontrano per la strada.
stato d'animo: lo stato d'animo più frequente è di astio contro l'Italia ed il governo attuale che li ha costretti ad emigrare. Notevole astio anche contro gli italiani che vivono qui già da vario tempo, e che, a detta dei nuovi emigrati, si comportano male verso di loro. Forte risentimento generale contro le autorità consolari italiane che sono accusate di completa incuria ed insensibilità verso i loro problemi.
salari: notevolmente più elevati che in Italia. È questa una delle maggiori ragioni della emigrazione qui. Sembra peraltro diffusa una certa discriminazione tra operai svizzeri e quelli italiani. Spesse volte gli svizzeri sono pagati di più per lo stesso lavoro, oppure i salari più bassi sono per certe categorie dove il lavoro degli svizzeri è quasi inesistente e dove l'italiano, per paura di non avere rinnovato il contratto l'anno seguente, è costretto a subire.
sicurezza sociale: notevole insicurezza del lavoro. Condizione di inferiorità degli italiani rispetto agli svizzeri perché non possono cambiare lavoro, se il loro padrone non è d'accordo. Mancanza completa di una assicurazione contro la disoccupazione. Mancanza degli assegni familiari. Mancanza di una assicurazione estesa alla famiglia (questo anche per gli svizzeri). Inesistenza di qualsiasi assicurazione per lo stagionale al suo rientro in Italia.
assimilazione: pochissima. Forte tendenza degli italiani a stare insie-
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me, a trovarsi tra di loro, ad uscire in compagnia di altri italiani. Ma poca solidarietà generale. Notevole tendenza a creare gruppi, circoli, piccole gang, con stretti legami di ogni italiano del gruppo con l'altro del medesimo, ma pochi contatti dei gruppi tra di loro.
situazione legale: molti si lamentano che degli italiani, dopo aver abitato e mangiato sul posto, se ne vadano senza pagare. Altri riportano casi di italiani cui era stata affidata un posizione di responsabilità (capocuoco, ufficio informazione per lavoratori, ecc.) che se la sono svignata con dei denari. Nel primo caso può talvolta dipendere da effettivo. bisogno e potrebbe essere superato con un servizio sociale ben organizzato — con aiuto per trovare lavoro ed eventuali prestiti in situazioni di emergenza. Altre azioni delittuose (assalti a persone per derubarle e simili) sono possibili non come comportamento normale ma probabilmente sotto spinta della fame e delle difficoltà, in certi periodi, di trovare lavoro e di avere il permesso di soggiorno. E infatti molto probabile che un certo numero di italiani restino qui anche con permesso di soggiorno scaduto trovandosi nell'impossibilità di prendere un lavoro legalmente riconosciuto.
Uno studioso da me intervistato, professore di sociologia all'Università locale, si è detto molto preoccupato del continuo aggravarsi del problema. « Gli italiani stanno diventando per noi — mi ha detto pressapoco — un po' quello che i negri e i nord africani sono rispettivamente per l'America del Nord e per la Francia. Persone della cui forza-lavoro abbiamo bisogno ma che vorremmo avessero meno diritti possibile. Ciò che rende ancor più grave il problema è il fatto che i pregiudizi contro gli italiani, molte volte completamente infondati o almeno molto esagerati, vanno ogni giorno aumentando tra la popolazione svizzera ed anche tra gli operai ». (A proposito di pregiudizi non è infrequente vedere sui giornali ginevrini avvisi come questo: `affittasi camera — italiani esclusi'. Oppure se avviene in città un furto o una rapina i primi a essere sospettati sono molto spesso degli italiani che poi, molte volte, si scopre non c'entrano per niente).
Queste tre biografie non sono scelte a caso né sono particolarmente tipiche. Sono soltanto le tre persone, tra le tante intervistate, che avevano più da raccontare e con le quali mi sono inteso meglio. Mi sembrano significative per comprendere meglio lo stato d'animo di certi emigrati italiani all'estero. Per evitare che i colloqui fossero meno spontanei non ho preso mai appunti durante di essi. Appena a casa dovevo perciò fare notevoli sforzi di memoria per ricordare, con la massima esattezza possibile, i dialoghi svoltisi. Molte sfumature, purtroppo, sono andate perse e la vivacità del discorso molte volte è svanita. Tutte e tre le biografie sono state riviste e corrette dagli.. interessati.
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I
Quando avevo diciotto mesi mori mia madre. Allora cominciò la mia vita di sacrifici: orfano di madre e, posso dire, anche di padre perché questi ci trattava male e ci disprezzava. Eravamo sei tra fratelli e sorelle. Dopo qualche anno mio padre si risposò con una donna che aveva pure lei sei figli. Fu triste tutta la mia fanciullezza: fame, pidocchi e bastonate in quantità. Mio padre aveva molti soldi, era un impresario boschivo, aveva tante proprietà e case, ma a noi ci lasciava quasi morire di fame e non ci fece neppure andare a scuola. E ci portò alla rovina. Litigava sempre con tutti e non andava d'accordo in famiglia. Beveva anche. Un giorno ebbe una questione con un vicino e gli sparò una schioppettata. Fu imprigionato ma riuscì a pagare 30.000 lire, che, a quei tempi, era una somma enorme, e dopo un mese fu rilasciato. Ma, a poco a poco, tra liti, avvocati ed il resto, si riempi di debiti e, quando mori, per una caduta da cavallo, di tutti i suoi beni non restava più niente.
Io ero andato a scuola fino alla seconda; appena mio padre vide che sapevo scrivere i nomi e contare mi fece smettere perché disse che aveva bisogno di me per i boschi. Dovevo marcare le giornate di lavoro ad una ventina di operai, stavo sempre nei boschi e non ho potuto studiare più.
Ho lavorato sempre duro, in vita mia. Ho fatto tutti i mestieri: contadino, operaio, boscaiolo, manovale e altri. Ma, in Abruzzo, c'è poco lavoro, si lavora uno, due, tre mesi, poi si resta senza. Quanti buongiorni ho dovuto dire! E quante mance al collocatore! Chi non porta regali non lavora, solo chi può portare qualcosa riesce a trovare lavoro.
Quando mi sposai lavoravo come segnalatore, dipingevo segnali stradali. Era un buon lavoro e mi piaceva. Chiesi otto giorni di vacanza; non potevo mica tornare al lavoro il giorno dopo il matrimonio!; e me li dettero. Ma quando tornai a lavorare trovai il mio posto occupato: c'era un tizio che se la passava bene e che, per andare al mio posto, aveva pagato a dritta e a manca. Così mi trovai per la strada.
Per un po' di tempo lavorai qua e là, saltuariamente. Il lavoro era duro ma il guadagno scarso. Infine riuscii a trovare lavoro in una ditta. Ma, nel frattempo, era scoppiata la guerra di Spagna e mi dissero che dovevano dare la preferenza ad un reduce di guerra e che io potevo andare a combattere. Così non mi restò altro da fare che partire come « volontario ». Altro che idea! Quasi tutti eravamo li per i soldi. Io ero giovane e, la prima notte, mentre mi riparavo, dietro un albero, dalle schegge e dalle pallottole che passavano tutto intorno, mi venne da piangere a pensare cosa mi toccava fare per mantenere la mia famiglia. Mi venne in mente che stavamo combattendo contro altri operai, come me. Alcuni volontari disertarono ed andarono dall'altra parte. Io continuai perché volevo mettere da parte
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un po' di soldi; la paga era discreta; ma cosa non dovevamo fare per guadagnarla: due anni di combattimenti ed ogni giorno col rischio della morte!
Al mio ritorno avevo messo da parte 15.000 lire. Allora era una ricchezza. Ma dopo un poco scoppiò l'altra guerra e fui richiamato. Invece di comprare del terreno, ne avrei potuto prendere un bel pezzetto!, li misi in banca. Quando li ho ripresi non ci ho potuto comprare nemmeno un agnello! La guerra me li aveva dati, la guerra me li ha ritolti.
Dopo la guerra ho voluto fare il contadino. Abbiam preso in affitto un terreno incolto ed abbiamo incominciato a lavorare. Quanto lavoro, mia moglie ed io, per dissodare quella terra! Dalla mattina alla sera, sempre sui campi; ci si fermava a malapena per mangiare. Piantammo patate, ma il tempo fu secco ed il raccolto scarso. L'anno dopo mettemmo grano. Era una gioia vedere il campo tutto carico al tempo del raccolto. Avevamo sudato, ma, finalmente, se ne vedevano i frutti. Avremmo potuto mettere da parte un poco di soldi e magari comprarci un po' di terreno. Ma venne la grandine, all'improvviso, e rovinò tutto. Non ci rimase più niente (t stemmo una giornata intera a piangere tutti e due, aggiunge la moglie, e mi viene quasi da piangere quando ci ripenso. Avevamo fatti tanti progetti! »).
Cosi smisi di fare il contadino. Dopo un poco presi ùn cottimo per fare il carbone. Il comune dava a cottimo una parte di bosco in montagna. Io ne presi una fetta, mio fratello una fetta accanto alla mia, ci facemmo una baracca nel mezzo, dove dormivamo insieme. Era un lavoro duro: si facevano mucchi di legna, si dava fuoco, si spengevano con l'acqua finché la legna non era carbonizzata. Si lavorava il giorno e la notte, senza quasi interruzione. Anche mia moglie veniva ogni giorno lassù (era molto alto e c'era freddo e neve) per portarmi l'acqua per spengere il fuoco. Doveva lasciare soli a casa i due bambini e un giorno per poco non bruciarono vivi: avevano messo una sedia vicino al fuoco e questa si incendiò; il bimbo era piccolissimo, la bimba aveva sei anni. Avevo anche altri uomini che lavoravano per me, alcuni tagliavano la legna, altri la trasportavano, ma il grosso del lavoro toccava farlo a me. Lavorai tanto che una notte mi prese una febbre fortissima, avevo i dolori reumatici e non potetti alzarmi per spengere il fuoco. Ci dovette andare mio fratello.
Quell'anno guadagnai molto, ma mi ero rovinato la salute. Dovetti stare due mesi, senza far niente, coperto dalla sabbia del fiume ed al sole, perché i dolori cominciassero a passare. Ma ne ho sentito anche dopo le conseguenze.
L'inverno seguente si presentò una occasione simile. Mio fratello voleva fare come l'anno precedente: prendere due cottimi uno accanto all'altro. Io aspettavo però da un momento all'altro di essere richiamato dal Brasile e ci dissi che non potevo impegnarmi. C'era un maestro, pensi, un maestro!, che andava in giro dicendo che ci poteva far emigrare in Brasile. Prese
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soldi da varie persone. Anche io lo avevo pagato. Tutte le volte che lo incontravo mi diceva: « Tra poco arriva la chiamata, tra poco arriva » ed io stavo li senza far niente in attesa di questa benedetta chiamata che non arrivava mai. Così persi l'occasione per fare ancora del carbone, ed il maestro, coi soldi che gli avevamo dato, in Brasile ci fece andare sua madre, poi non lo vedemmo più.
Nel '50 decisi di emigrare in Francia. Avevo fatto domanda attraverso l'ufficio collocamento: volevano dei contadini che si trasferissero con tutta la loro famiglia. Il contratto era buono: vitto, alloggio e 17.000 franchi al mese tra stipendio ed allocazioni familiari. Appena in Francia ci portarono ad Auxerre, in una specie di campo di smistamento. Li si aspettava la chiamata da parte dei padroni, ma, quando venne, ci dissero che lo stipendio era di soli 6000 franchi al mese più 4000 per mia moglie se lavorava mezza giornata. E che poi al mangiare dovevamo pensare noi. E come potevo vivere con quella miseria con tutta la famiglia! Lo avessi saputo prima non ci sarei nemmeno andato. Così, dopo circa quaranta giorni di campo di smistamento, ce ne tornammo a casa.
Qualche anno dopo emigrai in Svizzera, nei Grigioni. Avevo addirittura due contratti di lavoro: uno, come contadino l'avevo avuto pagando 5000 lire ad uno svizzero, almeno così diceva di essere, che andava in giro vendendo contratti di lavoro per l'agricoltura persino a 20.000 lire. Tanto che dopo l'hanno arrestato. L'altro, nell'edilizia, attraverso un conoscente che era andato a lavorare in Svizzera già da qualche anno. Scelsi quest'ultimo lavoro perché si guadagnava di più e rimandai l'altro contratto dicendo che ero ammalato. Divenni così manovale nella costruzione di una diga. Eravamo in montagna, in mezzo alla neve e con l'acqua fino al ginocchio ed anche piú. Dopo pochi giorni di lavoro mi fracassai tre dita della mano sinistra. Stettï trentacinque giorni all'ospedale e dopo qualche tempo che avevo ripreso il lavoro mi tornarono i reumatismi e non potetti più lavorare, fui così costretto a rientrare a casa.
Quattro anni fa andai a cercare lavoro a Locarno. Dopo otto giorni di ricerca inutile decisi di venire a Ginevra. I primi giorni non trovai niente neppure qui, e non avevo più soldi nemmeno per mangiare. Ma il padrone della pensione dove abitavo, uno svizzero, se ne accorse e mi disse: « Non ti preoccupare, mangia e dormi, che quando troverai lavoro me li renderai ». Non me ne dimenticherò mai, è stato gentilissimo. Mi accompagnò persino con la sua macchina, per due giorni interi, per aiutarmi a trovare un lavoro. Ed infine riuscimmo a trovare il posto dove sono ancora, in una ditta asfal-- tatrice di strade. Sono manovale, la paga è buona ed il padrone mi rispetta. L'unico guaio è che si lavora sempre all'aria aperta, anche quando piove, ed ogni tanto mi riprendono i reumatismi. Inoltre, ogni anno, devo tornare in Italia per i mesi d'inverno, con tutta la famiglia, e non si è mai sicuri di poter rientrare in Svizzera. Se, per qualche ragione, non vogliono rinnovare
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il contratto, ci tocca restare in Italia. Mio figlio va a scuola qui, nella scuola svizzera, e va anche bene. Il maestro ne è molto contento, e deve studiare in francese! Ma ogni inverno gli tocca perdere due o tre mesi di scuola, non lo posso mica lasciare solo, ha appena 12 anni. Lui ci ha passione per lo studio e mi ha detto che vuole continuare. E io non voglio fare come mio padre che mi fece smettere alla seconda, non voglio che poi possa rimproverarmi di averlo rovinato. Se ne ha la capacità è giusto che vada avanti a studiare ed impari un mestiere migliore, più qualificato, e che non sia costretto a fare il manovale, come me. C'è la scuola di arti e mestieri, per esempio, che è molto buona. E per fortuna qui gli studi sono tutti gratis. Non è come in Italia che tocca sempre comprare il quaderno, i libri, le matite, eccetera, eccetera. Qui danno tutto loro.
Io resto per questo, per permettergli di studiare, perché abbia una vita migliore della mia. E poi mi ci trovo bene in Svizzera. Sono gente onesta. Si può lasciare la roba per la strada e nessuno la ruba. Da noi, invece, appena si pianta qualche cavolo e qualche altra cosa qualcuno viene di notte e se li porta via. Noi, per esempio, coi soldi guadagnati con il carbone, ci facemmo un bel fienile, non una cosa di lusso, lo facemmo noi stessi, ma finalmente avevamo qualcosa di nostro. Ci portavamo le bestie durante il giorno. Mia moglie aveva una mucca e qualche agnello, dormivano con noi, in paese, nella stanza di sotto, altrimenti le avrebbero rubate. Scassinarono due volte il lucchetto del fienile e presero tutto quello che c'era dentro. E sono sicuro che non è stato qualcuno che moriva di fame, probabilmente aveva più mucche di me.
Dopo un poco che trovai lavoro feci venire mia moglie ed i miei figli ed andammo ad abitare in uno chalet vicino Ginevra. Il padrone era un italiano che vive qui da circa 30 anni e che ha un'impresa edile. C'erano tre stanze più cucina, ma senza acqua né gabinetto. Ci faceva 'Pagare 200 franchi al mese compresa la luce ed il carbone. Ma tutte le volte che lo incontravo mi faceva capire che mi faceva un grande favore: « Vede, diceva, ci sono tre stanze: potrei metterci due stagionali italiani per stanza, a 50 franchi al posto, ed avrei 300 franchi al mese. Con lei ci rimetto ». Finché un giorno mi disse di andarmene via, su due piedi. Aveva chiesto un aumento ed io non ce lo avevo voluto dare, così mi mise sulla strada, con moglie, figli e bagagli. Disse che aveva già degli altri inquilini e che, se non volevo pagare di piú, dovevo andarmene subito. Non mi dette nemmeno il tempo di portare via i bagagli. Li preparai e li misi da un lato. Dopo qualche giorno presi un taxi ed andai per prenderli, ma come avevo ormai restituito la chiave dovetti scavalcare la cancellata. Quando il padrone lo seppe mi telefonò furente: « Lo sa che io la posso denunziare, mi fece, io la denunzio » e così via. Ma io avevo la coscienza a posto, gli dissi di telefonare pure alla polizia, se voleva, che io non avevo toccato uno spillo della sua roba. Ma non ne fece di nulla. Però, per l'affitto e per un po' di legna che
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gli avevo consumato, pretendeva ancora 200 franchi. In quel momento non li avevo ma, per non aver altre storie, gli dissi che glieli avrei pagati appena li avessi avuti. Ma poi mia moglie si ammalò ed ebbi molte spese e non glieli potetti dare. Un giorno mia figlia, che a quei tempi lavorava nella fabbrica di sigarette con mia moglie, tornò a casa tutta piangente. Quel tipo 11, insieme alla moglie, l'avevano attesa davanti all'uscita della fabbrica ed, in faccia a tutte le sue compagne, si erano messi ad insultarla dicendo: Tuo padre è un farabutto, digli che ci dia i soldi che ci deve » e così via. Aveva già fatto una cosa del genere con me, qualche tempo prima, così decisi di farla finita. Andai alla polizia, spiegai che cosa era successo e dissi che avrei pagato quando avrei potuto ma che, per il momento, non ero in grado di farlo. Ma che intanto dovevano far smettere quelle persone di insultarmi perché non ne avevano alcun diritto. Il capo telefonò a quel tipo. Io non so bene il francese ma qualche cosa riuscii a capire. Gli disse che era molto meglio che stesse zitto perché non aveva alcun diritto di farmi pagare tanto e che, se io volevo fargli causa, sarebbe andata a finire male per lui. Infatti aveva dichiarato che pagavamo 100 franchi invece di 200. A sentire così fui contento e non volli insistere; ma i 200 franchi non glieli ho più pagati e lui non ha detto più niente.
Grazie ad un avviso sul giornale trovai subito un bell'appartamento con tutti i servizi. Ma costava 260 franchi al mese. Per pagarli ci toccava fare un sacco di sacrifici e poi, quando di inverno si andava in Italia per la stagione, non avevamo più una lira per mantenerci. Ci stemmo circa sei mesi. Poi un amico ci disse che al Centro Sociale Protestante procuravano degli alloggi a buon mercato. Sono loro che mi hanno trovato questa stanza. E un po' piccola per tutti e quattro ma si paga poco ed è meglio che niente.
E da dieci anni che non metto piede alla messa. Prima ci andavo, ma poi i preti hanno cominciato a fare della politica e non li ho potuti più sopportare. Avrei voluto rispondergli, quando parlavano, ma era proibito. Così ho smesso di andarci. Qui andiamo talvolta al culto nella chiesa protestante. La prima volta che sentii parlare di loro fu da mia sorella, tanti anni fa. Lei aveva lavorato in una loro casa. « Sai, c'è della gente che è differente da noi, come religione, mi disse, si riuniscono, uno parla e poi cantano tutti insieme, é bello, sai ».
Non ne seppi più niente fino a qualche anno dopo: durante il fascismo vennero al mio paese dei protestanti confinati. Credo che il fascismo non gli volesse bene, ma forse anche per ragioni politiche. Non sono mai stato alle loro riunioni, sapevo però che si riunivano in casa di uno di loro e pregavano il Signore. Allora non ne sapevo altro.
Quando andai di leva c'era con me un soldato che era un vero delinquente. Ne combinava di tutti i colori: rubava, diceva bugie, si litigava con tutti, eccetera. Quando fui richiamato quel giovane era di nuovo con me. Ma era diventato un altro, sembrava un santo. Se c'era qualcuno da
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aiutare era sempre il primo e se qualcuno lo picchiava lui non rispondeva, accettava in silenzio. Diceva soltanto: « Che Dio ti benedica! ». Era diventato protestante.
Questo mi fece molta impressione e cominciai a pensare che nel protestantesimo ci fosse qualcosa che nel cattolicesimo non c'è. Che vuole, al mio paese, il Papa ha speso miliardi per fare delle chiese nuove, che sono sempre quasi vuote, mentre c'è un sacco di gente che è ancora senza tetto.
Dopo un po' di tempo che ero qui sono passato da una piazza ed ho visto un cartello: « Culto in italiano ». Ci sono voluto andare, e mia moglie pure, e da allora ci andiamo quasi tutte le domeniche. I miei figli sono andati qualche volta all'unione giovanile, ma a mia figlia non piace. Preferisce restare cattolica.
Ora lei lavora come sarta. Appena arrivata qui non la volevano far lavorare perché dicevano che prima doveva fare l'apprendista; ma l'aveva già fatto in Italia, avevamo fatto dei sacrifici per farla studiare. La mandavamo da una mastra, per imparare il mestiere, e pagavamo anche. Ma quando la mastra doveva tagliare la stoffa mandava le apprendiste in un'altra stanza perché aveva paura che le rubassero il mestiere. È per questo che le cose non vanno, da noi, c'è troppa gelosia; ce n'è anche qui, ma meno forte. Qui a mia figlia la pagano e le fanno anche vedere come si deve fare, se non lo sa di già. Così le fecero il contratto di apprendistato. Dato che doveva lavorare tutto l'anno e che, essendo minorenne, non la potevamo lasciare sola, feci domanda per poter restare anche io nella stagione invernale. Ma non ne vollero sapere ed annullarono anche il contratto di mia figlia. Ma ora ha compiuto 18 anni e si è potuta impiegare regolarmente.
Tempo fa sono stato ad una riunione del sindacato (F.O.B.B.) (1). C'erano un sacco di italiani, tutti stagionali. Parlò un avvocato in italiano. Ci disse che, se siamo qui, la colpa è del nostro governo che non fa niente per dare lavoro a tutti, in Italia. « Anche se facesse qualcosa, ha detto lui, ci vorrebbero più di 10 anni per eliminare tutta la disoccupazione, ma in realtà non fa niente. Invece qui c'è lavoro anche per tutti voi per almeno altri 10 anni. E se lavorate qui per 10 anni avete diritto, come gli svizzeri, alla pensione di vecchiaia. Per?) abbiamo ottenuto che, se anche tornate in Italia prima, il lavoro vi venga contato ugualmente, per avere il diritto di averla là. E stiamo vedendo di farvi ottenere pure le allocazioni familiari ».
Io ho intenzione di restare qui fino a quando c'è lavoro e finché i miei figli non si siano fatti la loro strada. Se torno al mio paese, 2500 abitanti, nelle montagne degli Abruzzi, come faccio a fare studiare mio figlio? Invece qui le possibilità ci sono. Ed anche se il lavoro è duro, specie alla mia età, ho 49 anni, sopportiamo, per il loro bene. La vita è dura, bisogna prenderla così.
(1) Sindacato edile aderente alla corrente detta dei sindacati liberi.
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II
« È vero che ha lavorato in Sicilia? » mi domanda l'intervistato, un giovane trentatreenne che lavora da vari anni a Ginevra come operaio specializzato. Alla mia risposta affermativa continua: « Io ci sono stato durante la guerra: Terrasini, Misilmeri, Caltanisetta. Quando ero a Terrasini mi ricordo che una o due volte la settimana prendevamo il treno di notte. Si passava dall'Isola delle Femmine, da Sferracavallo e ci si fermava in un posto che ora non ricordo. Avevamo i sacchi vuoti con noi. Abbiamo saccheggiato tutti gli alberi di arancio della zona. Ma, che vuole, eravamo giovani e non ci davano abbastanza da mangiare. Le bucce ci toccava nasconderle sotto terra perché non si trovava più un arancio in paese e, se ci beccavano, erano guai. Uno che é stato preso a rubare un cavolo ha avuto due mesi di carcere e lo volevano denunciare all'alta corte. Poi, per fortuna, si sono ricordati che era solo un cavolo e l'hann.o lasciato libero. Il nostro comandante, invece, in quel periodo, faceva il contrabbando.
Di mestiere faccio l'alesatore, in una ditta che fabbrica macchine utensili. E da tre anni e mezzo che lavoro in Svizzera. Prima lavoravo a Modena, la mia città. Ho fatto fino alla quinta industriale poi sono entrato a lavorare alla FIAT. Ma dopo la guerra di Abissinia il lavoro diminuì, così mi licenziai ed andai a lavorare da un'altra ditta. Poi scoppiò la guerra ed andai militare. Ero in uno dei reparti pompieri dell'esercito e lavoravo nel carro attrezzi, ma non sono mai stato un buon militare. Ho sempre detto a tutti che facevo parte del battaglione « lepre » (o « scappa »). A quei tempi ero giovane, non pensavo che a mangiare, quando avevo la pancia piena ero contento. Mi ricordo che una volta, quando ci si trovava sempre in Sicilia, andammo ad aiutare un proprietario a fare dei lavori. Quando si ebbe finito ci portò un piatto grandissimo di tonno all'olio, del pane e del vino. Spazzolammo tutto, tanto avevamo fame. E facevamo spesso dei piccoli lavori usando gli utensili del carro officina: non chiedevamo soldi ma roba da mangiarsi: riparavamo ferri da stiro, piccoli mulini per macinare il grano, rubinetti, insomma tutti quei piccoli lavori di meccanica o di elettricità che può fare un artigiano in un paesino.
Finita la guerra tornai a Modena, ma ero in incognito, per non essere richiamato dai fascisti, allora c'era la Repubblica di Salò; e così, per un po' di tempo, dovetti arrangiarmi a fare tutti i mestieri, per vivere. Ho pulito mosti, poi sono entrato in una bottega per riparazioni di macchine da scrivere. Siccome non ero dichiarato non avevo tessere per i viveri e non ce la facevo, avevo sempre fame. Alla fine decisi di rientrare alla FIAT dove cercavano degli alesatori; non l'avevo mai fatto, ma, con la mia esperienza di tornitore, non mi ci volle molto ad impararlo. Intanto ero entrato in contatto con il movimento di liberazione ed avevo cominciato a leggere cose serie; mi erano capitati tra le mani due opuscoletti di Giustizia e Libertà
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che mi influenzarono moltissimo: uno di John Stuart Mill sulla libertà, l'altro era l'ultimo discorso di Matteotti alla Camera. Mi piacquero tutti e due ma il primo mi colpì particolarmente. C'era come una unità tra quello che trovavo scritto e quello che sentivo io. Li feci leggere, tutti e due, ai miei amici. Dopo poco fui richiamato dai repubblicani ma mi detti alla macchia ed entrai in un gruppo di « Giustizia e Libertà ».
Non ho partecipato a veri e propri combattimenti, ma andavo sempre in giro a distribuire manifesti di propaganda ed a discutere con la gente. Vede, ho come una avversione interna verso tutto quello che è violenza, come un senso di nausea, una cosa istintiva contro le armi. Forse è anche un poco di paura, chi non ne ha, io ne ho avuta e ne avrò ancora, ma è qualche cosa di più che mi fa aborrire tutti gli strumenti di guerra. Così preferivo fare l'altro lavoro.
Alla fine del '44 lasciai il movimento G.L. e cominciai a lavorare con il P.C.I.: credevo che quest'ultimo lavorasse più in profondità e creasse più che ogni altro le condizioni di un rinnovamento totale dell'Italia. Ero capocellula. Ero molto attivo: quasi tutte le sere facevo qualche riunione. Nel frattempo ero rientrato alla FIAT. Restai nel partito un anno. Ma c'era qualcosa che non mi andava. Si facevano le riunioni, per esempio, e non è che si chiedesse alle persone presenti di discutere su un problema. Ognuno avrebbe potuto portare la sua esperienza e ne sarebbero venute fuori delle cose importanti. Alla fine, semmai, avremmo potuto leggere cosa dicono, su quel problema, i grandi del marxismo. Arrivava invece uno scritto, di una o due pagine, con sopra quello che il partito pensava su quell'argomento. Si leggeva il biglietto alla gente ed alla fine si faceva un sermoncino in cui si diceva che ognuno poteva prendere la parola per dire ciò che pensava sull'argomento, ma, che se c'erano critiche da fare, queste dovevano essere costruttive e non disgregatrici o della vuota accademia. La gente ascoltava e non aveva il coraggio di parlare. Pensava « Dice bene il Partito », « Sono d'accordo » e così via e la vera discussione non c'era. Ed io sentivo sempre più che quella libertà che mi era così cara e di cui parlava Mill, nel partito non c'era. Trovai un anarchico che mi accompagnò ad una loro riunione. Non vi era alcun freno alla discussione, ognuno si accalorava, si accaniva quasi a sostenere il suo punto di vista ma poi si mettevano tutti d'accordo sul da farsi. Nella lettura dei loro giornali e nei loro libri trovai ciò che sentivo confusamente in me, spiegato in modo chiaro e trovai in quelle idee una etica ed un senso di libertà che da tanto tempo cercavo. E da allora sono restato anarchico, mi ci trovo bene perché ognuno può pensare come crede, mi sento libero nei miei pensieri e mi sento qualcuno.
Nel '55 alla FIAT di Modena ci furono i famosi licenziamenti, 200 circa. Dissero che non erano politici ma intanto licenziarono tutte e due le commissioni interne al completo. Io non c'ero più, ne avevo fatto parte qualche anno prima, subito dopo la guerra; ero molto attivo, allora. Ero
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stato anche a Torino per una riunione di tutte le commissioni interne. Ne avevo approfittato per visitare anche la FIAT centrale. A quei tempi esisteva anche il consiglio di gestione ma, nella nostra fabbrica, ha sempre avuto poco valore. I dirigenti lo chiamavano ogni tanto, solo per dargli informazioni su qualcosa di secondario, ma non ha mai avuto un valore effettivo. In quel tempo, però, i padroni avevano ancora bisogno degli operai e si dimostravano gentili con loro. Ci dicevano « Noi non siamo nemici, dobbiamo collaborare insieme per ricostruire la fabbrica, abbiamo bisogno l'uno dell'altro » e così via. Ma a poco a poco che la fabbrica era rimessa su hanno incominciato ad essere sempre più duri ed a dire: « Se vi va è così, altrimenti fuori! ». Così si arrivò ai licenziamenti. Noi l'avevamo saputo e, per impedirli, occupammo la fabbrica. Stavamo nei refettori, volevamo impedire che i nostri compagni fossero licenziati. Dopo tre giorni arrivò la polizia; erano le sei del mattino, noi sfollammo ed i licenziamenti furono fatti ugualmente.
Io non fui mandato via, ma dopo un po' me ne venni via da solo perché non mi ci trovavo più bene. Avevo lavorato dodici anni in quella fabbrica. Avevamo lottato e sperato di dar vita ad un mondo migliore. Avevamo fatto gli scioperi del '44 per difendere dei compagni di lavoro che i tedeschi volevano mandare in Germania a lavorare; ricordo bene i comizi con le promesse e le minacce che ci tennero i repubblichini; ma si tenne duro, ed i compagni non andarono in Germania. Nel '55 invece non fummo capaci di difendere le nostre libertà ed il lavoro dei licenziati; avevamo dichiarato sciopero a tempo indeterminato ma è durato pochissimo, ci siamo arresi quasi subito. Avevo perduto così la fiducia nei miei compagni di lavoro e non potevo più restare, vedevo in molti la paura ed in altri un conformismo ed un quieto vivere che toglieva loro, agli occhi miei, ogni dignità. Inoltre la sorveglianza .cui eravamo sottoposti era diventata sempre peggiore. Ci controllavano dappertutto. E tutte le volte che si usciva si doveva passare la visita. C'era un vero esercito, per spiarci. E se si doveva andare da un reparto all'altro, anche per lavoro, si doveva essere accompagnati o avere il permesso del caposquadra. Ci sono delle guardie con tanto di berretto. Il loro comandante, un ex-maresciallo dei carabinieri, era un tizio che si vantava, almeno così mi hanno detto, di avere trattato duramente i partigiani. E la situazione non è molto cambiata. Sono stato ultimamente a casa ed ho potuto parlare con vari amici che lavorano sempre li. Hanno paura di aprirsi ma, dopo un po' che eravamo insieme, hanno cominciato a parlare ed ho potuto rendermene conto. Mi hanno raccontato anche che, ultimamente, è stato licenziato un nostro amico che ora è in causa con la ditta. Lo chiamavamo « La resistenza ». È un tipo bassotto, balbuziente, ma che sa il fatto suo. Durante la Resistenza era addetto al trasporto delle armi. Una volta, per farle passare, riempi di armi una botte che si usa per il concime. La copri con uno straccio tutto
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pieno di questa roba, ma non si era accorto che mancava il coperchio e che si vedeva dentro. Ha attraversato tutta una cittadina in quelle condizioni. Fu un vero miracolo se non fu preso. Ci raccontava sempre questo episodio, per questo lo chiamavamo « La resistenza s. Ultimamente l'hanno chiamato da parte in seguito ad un suo litigio con un altro operaio, gli hanno fatto fare una visita dal loro medico ed hanno detto che era inabile al lavoro. Così l'hanno licenziato dopo 17 anni di lavoro nella fabbrica. Probabilmente gli dava noia, per le sue idee politiche. Lui si è fatto visitare da un altro medico e sta facendo causa. Forse riuscirà solo ad ottenere qualcosa di più, come liquidazione.
Visto quel clima decisi di partire. Avevo già pensato di emigrare in Svezia, qualche anno prima, poi ci avevo rinunciato per non lasciare soli i miei vecchi. Nel frattempo, però, erano morti. Un mio amico che era venuto a lavorare qui mi scrisse che si trovava bene e che cercavano operai. Anzi, un giorno mi fece sapere che la ditta dove lavoro attualmente cercava degli alesatori e che avrebbe mandato un suo rappresentante in un albergo a Varese per intervistare i candidati. Mi presentai e fui accettato.
Da allora lavoro in questa ditta. È una delle più grandi di questo genere e molto conosciuta, anche all'estero. Ci trattano bene. Siamo quasi il 10% circa di italiani, da Modena, Varese, dal Trentino e da altre zone. Qui non è come da noi che tengono sempre le vecchie macchine e sfruttano l'operaio più che possono. Qui ci sono tutti macchinari moderni ed anche la paga è buona: 4 franchi l'ora, ma lavoro a cottimo e posso prendere anche di più. E ci considerano molto più che da noi. Per esempio quando si lavora mi portano un disegno di un nuovo pezzo. Io lo guardo e dico « Io lo farei così ». Loro ascoltano e mi dicono solo se sbaglio o se c'è un metodo migliore per farlo, ma in caso contrario mi fanno fare a modo mio. Da noi invece ci portavano un disegno e ci dicevano: «Devi fare così e così ». Ed avevi voglia a dire che, magari, in un altro modo sarebbe venuto meglio! Non volevano intendere ragione; ci toccava fare a modo loro.
Poi, per quanto riguarda il macchinario, in Italia cercano sempre di utilizzare quello vecchio, che tante volte non funziona più e col quale é molto più difficile lavorare. Vede, per esempio, se devo fare un foro di una certa grandezza, qui ci sono tutti i ferri delle varie misure, e messi in ordine. Prendo quello segnato per la misura che mi occorre e sono sicuro che va bene, perché ogni tanto fanno il controllo e se è consumato lo cambiano. In Italia invece li lasciano sempre 11 e sempre tutti in disordine. Così, per fare lo stesso lavoro devo fare le prove finché non trovo il ferro adatto; si perde un sacco di tempo in più senza concludere niente. Inoltre molto spesso i dirigenti non sono capaci di organizzare bene il lavoro; per questo talvolta le nostre ditte vanno male e devono fare tutti quei licenziamenti. Dovrebbero venire qui ad imparare!
Perd, per quanto riguarda le assicurazioni sociali, la Svizzera é il paese
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dove ce n'è di meno. Per la Cassa Malattie, per esempio, ogni ditta ha la sua solo per l'operaio. Se si ammala qualcuno della famiglia non c'è niente. Oppure bisogna fare una assicurazione privata, come ce n'è moltissime, `ma che si ingrassano sugli operai. Io ho le stesse assicurazioni degli svizzeri, tranne quella contro la disoccupazione. Se resto senza lavoro e non ne trovo un altro entro quindici giorni, mi fanno rientrare in Italia. Ed il contratto scade ogni anno e non si è mai sicuri se sarà rinnovato o meno. E pago anche molte tasse, perché non sono sposato. Ho a carico una sorella vedova che ha un figlio che sta ancora studiando. Gliel'ho dimostrato con le ricevute dei soldi che mando, all'ufficio tasse, ma non ne hanno tenuto quasi conto; le hanno solo diminuite un pochino.
Al sindacato non sono iscritto. Volevo farlo, ma poi successero i fatti di Ungheria e mandarono fuori dai posti dirigenti tutti i comunisti. Ed io in un sindacato dove non c'è libertà non ci voglio entrare. Inoltre il sindacato non fa quasi nulla, non può neppure fare scioperi. Firmò un patto con i padroni, qualche anno fa, dove si impegnavano a non farli. La chiamano « pace sindacale », la chiamano.
Io, una volta al giorno, mangio in un ristorante di fronte a casa mia. I padroni sono italiani ed hanno una buona cucina. L'altro pasto lo prendo invece alla mensa della fabbrica, é cucinato alla svizzera, non è molto buono, ma meglio che niente.
Per la camera ho avuto fortuna: pago solo 55 franchi al mese. Per una camera cosí chiedono, di solito, 100 franchi ed anche piú. Ma c'è il cimitero, qui davanti, per questo il prezzo è basso. Ma a me i morti non danno noia, stanno sempre zitti. Sembra che ci sia seppellito anche Calvino, che era protestante. Io però non l'ho sentito protestare mai!
Ogni tanto, nelle ore libere, mi metto a disegnare. Che vuole, è un passatempo! Tempo fa mi sono anche comprato un giradischi. Di dischi ne ho pochi ma spero di farmene di più. L'altro giorno, per caso, ho comprato la quinta di Bethoven. Cercavo il disco di una musica che avevo sentito in un film: il «Crepuscolo degli dei » di Wagner. Non ce l'avevano e mi hanno dato questo. Non l'avevo mai ascoltato, prima: è magnifico, così forte, mi prende tutto. E stata una vera rivelazione per me. Appena posso mi voglio comprare anche le altre sinfonie.
Mi piace molto anche il cinema. Sono iscritto al cine club universitario. Ultimamente hanno dato « La terra trema », di Visconti. Che film! L'ho rivisto tre volte e mi piace sempre di piú. È difficile capire il dialogo, con quel dialetto, ma come film è stupendo.
Leggo anche molto. Ora sto leggendo Proust: « Un amore di Swann »; scrive molto bene. Compro libri usati sulle bancherelle, oppure me li faccio prestare da amici che hanno delle buone biblioteche. Ora mi piacerebbe leggere « Inchiesta alla Fiat », che hanno pubblicato su Nuovi Argomenti. Ma qui non si trova. Potrebbe procurarmela in Italia?
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III
In un bar alla periferia di Ginevra, nella zona industriale, ho fatto la conoscenza di un operaio italiano. E un tipo di circa 35 anni, basso, un poco calvo. Lavora come meccanico in una grande fabbrica, da circa 8 anni. Viene da una cittadina del Nord Italia, dove lavorava alla Breda. Ecco il suo racconto:
« Durante la guerra, la Breda della nostra città è stata completamente distrutta. Fu il Comitato di liberazione che decise di ricostruirla e convertirla in produzione di pace. Creò un consiglio di gestione che era incaricato della direzione: era formato pariteticamente dai reppresentanti degli operai e da quella della direzione. Ne ho fatto parte per tre anni. Siccome i locali erano tutti distrutti occupammo una vecchia caserma. Si misero i primi macchinari che riuscimmo a trovare e iniziammo il lavoro. Allora al governo c'erano anche i social-comunisti e l'ordine era di rimettere in piedi le fabbriche distrutte. E così facemmo. Il consiglio di gestione studiò varie possibilità di produzione e, dopo aver visto il pro e il contro, si decise per alcune di esse. Facemmo una moto-bicicletta che è stata la prima sul mercato del suo genere ed è andata piuttosto bene. Un telaio per calze, dei calibri ed altre cose. Eravamo 6000 operai e riuscimmo a mantenere il lavoro per tutti, anche se a quei tempi, secondo la legge, se non c'era lavoro per lui, l'operaio aveva diritto ugualmente a buona parte della paga. Ma c'era l'entusiasmo e tutti lavoravamo alla ricostruzione. Lo stesso è successo nelle altre fabbriche Breda ».
« Anche alle Reggiane, dove lavoravo io — aggiunge un altro italiano presente all'intervista — è successa esattamente la stessa cosa, siamo noi che le abbiamo rimesse su ».
« C'era un consiglio di gestione centrale — riprende il primo operaio — ed a questo erano collegati tutti gli altri delle diverse fabbriche della stessa ditta. C'era un poco di caos, ma in complesso abbiamo fatto delle buone cose. Abbiamo potuto mantenere il lavoro a tutti gli operai, la produzione è andata avanti e la conversione in prodotti di pace, prima la Breda faceva soltanto materiale bellico, è avvenuta. C'erano delle riunioni periodiche per discutere sull'andamento della produzione e sul bilancio; in queste si decidevano tutte le questioni della fabbrica. Ed ogni anno c'erano le elezioni per rinnovare il consiglio. Io, nei tre anni che ha funzionato, sono sempre stato rieletto. Nell'idea di Gramsci il consiglio di gestione era uno strumento di educazione della classe operaia che, studiando i problemi della produzione e dell'industrializzazione, si preparava al momento in cui queste leve sarebbero state completamente nelle sue mani. Con questo spirito c'eravamo gettati li dentro e l'abbiamo sempre fatto con impegno. Oltre il consiglio di gestione c'era anche la commissione interna. Lavoravano spesso insieme, ma qualche volta si trovavano in contrasto. Se c'era, per esempio, da discu-
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tere su dei licenziamenti, la commissione interna ci si opponeva per principio; noi, del consiglio di gestione, dovevamo invece studiare se il licenziamento di un certo numero di persone non avrebbe potuto migliorare le condizioni della fabbrica per poi permetterci, dopo qualche mese, di riassumere i licenziati.
Le cose sono andate avanti tosi fino a dopo il '48. Con la venuta di De Gasperi dell'America e la cacciata dal governo dei comunisti e dei socialisti, tutto è cambiato completamente. I consigli di gestione sono stati eliminati in tutte le industrie e, dopo poco, sono cominciati i licenziamenti e le riconversioni di molte industrie in produzioni di guerra. Così è successo pure da noi. Nel '49 ci sono stati i primi licenziamenti. Millecinquecento persone, tra cui tutti i partecipanti dei consigli di gestione e tutte le persone che più o meno erano state attive nella vita interna della fabbrica. Tra i licenziati c'erano 500 comunisti e 250 socialisti: una vera e propria epurazione politica. Noi decidemmo l'occupazione della fabbrica, continuammo pure a mandare avanti la produzione, finché c'era materiale all'interno, e solo un mese dopo circa ci decidemmo allo sgombero. Era venuto un intero reparto dell'Esercito e Polizia, con carri armati, cannoni, e tutto il resto. Non potevamo resistere: o fare la guerra civile o cedere. E abbiamo ceduto v.
Da noi — riprende l'altro operaio — l'occupazione della fabbrica, per evitare i licenziamenti, è durata quasi tre mesi, ma poi anche noi abbiamo dovuto cedere ».
cc Altri licenziamenti furono fatti nel '51 — continua il primo operaio —. Ora la Breda fa solo materiale da guerra per la NATO, proiettili e simili. La ditta dove lavoro attualmente seppe dei licenziamenti e come aveva bisogno di operai venne a cercarci. Fummo in cento assunti dalla mia ditta. Ci fecero la morale, ci dissero che ci davano del lavoro ma che ci si sarebbe dovuti comportare bene, che potevamo parlare di politica a casa nostra, ma che dentro la fabbrica era proibito, e così via. E venimmo a Ginevra. Prima del nostro arrivo c'era stata una questione per il nostro contratto. L'abbiamo saputo dopo. Qui la paga è fissata insieme dai rappresentanti del sindacato con quelli degli imprenditori, e con l'arbitraggio di un ufficio speciale dello Stato. Gli imprenditori volevano darci 20 centesimi l'ora meno del minimo sindacale, ma il sindacato si è opposto ed è riuscito a spuntarla. Così siamo entrati col minimo. Quando l'abbiamo saputo abbiamo pensato che era giusto partecipare anche noi alle lotte del sindacato e ci siamo iscritti.
Nei primi tempi il salario era buono, avevamo un cottimo discreto. Ma poi è stato cambiato e ora non si riesce più a restare nei tempi. Bisogna dire che è anche colpa degli operai; per guadagnare di più si sforzavano di fare 50 invece di 30 in un'ora. Visto questo la Ditta ha pensato di approfittarne. Ha ridotto i tempi e ora ci tocca fare 50 con la stessa paga con cui prima si faceva 30. E non ce la facciamo quasi piú.
Anche qui si costruisce materiale bellico come alla Breda. Fa parte, più
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o meno, dello stesso cartello. Io sono amico di quello che rappresenta gli italiani in seno al sindacato, ma non lo lasciano parlare; solo una volta, per una questione importante, ha potuto parlare per quasi mezz'ora. Ma è raro; molti italiani, perché hanno alzato troppo la voce, sono stati rimandati in Italia con la scusa che facevano della politica. Il nostro sindacato, la FOMH, fa parte dei sindacati liberi. Qualche anno fa firmò, con i padroni, la cosiddetta «pace del lavoro». Si impegnava a non fare piú scioperi. Ma ebbe anche dei vantaggi, per). Per esempio fu allora che furono riconosciute legalmente le Commissioni interne. Gli italiani non ne possono far parte ma ci sono dei loro rappresentanti che sono consultati dalla commissione interna per questioni che li riguardano. Prima, nel nostro sindacato, c'erano anche dei membri del partito del lavoro. Ma dopo i fatti di Ungheria sono stati buttati fuori.
Sono sposato ma non ho bambini. Mia moglie vive qui con me. Ma queste sono questioni personali, non hanno importanza.
Uno dei problemi principali, per gli italiani che lavorano a Ginevra, è quello degli alloggi. Quando entriamo in Svizzera mettono sul permesso di soggiorno un timbro con scritto sopra: « non può affittare un appartamento ». Cosi siamo costretti a prenderli in subaffitto e si paga molto più caro. Oppure si prende una camera in qualche famiglia, ma spesso non vogliono i bambini e tosi molti italiani non possono richiamare i loro familiari. Nella mia ditta si sta un poco meglio perché lo Stato ha dato dei sussidi alle fabbriche per degli appartamenti a buon mercato per operai. A noi non li danno, non ne abbiamo diritto, ma spesso gli svizzeri che ci vanno ci lasciano le loro vecchie case. Ma altri italiani vivono ancora in baracche o in condizioni orribili.
Inoltre non possiamo cambiare lavoro. Anche questo è scritto sul permesso di soggiorno. Perciò, anche se non ci si trova bene in una fabbrica, non si può andare in un'altra sotto pena di essere rispediti in Italia. In teoria, sarebbe possibile, se il padrone desse il permesso; ma in realtà non lo danno, perché hanno bisogno di noi, e se non ci fossimo noi a fare certi lavori, non troverebbero nessuno. E molte volte abbiamo insegnato a lavorare anche agli svizzeri. Qui sono meglio di noi come macchinari, hanno roba più moderna, ma come lavoro spesse volte i migliori siamo noi. Hanno voglia a dirci che ci fanno un favore a tenerci qui: in realtà si dà più di quello che abbiamo. Se uno della nostra ditta vuole cambiare, il nostro capo, che è nella commissione che decide i cambiamenti, scancella il suo nome e lui è costretto a restare li. Ma se la ditta resta senza lavoro ci può licenziare e non abbiamo nemmeno un sussidio. Eppure, coi soldi che mandiamo a casa, il nostro governo si arricchisce. Potrebbe pure pensare a darci un sussidio quando torniamo a casa, senza lavoro. Oh non abbiamo lavorato anche noi! La ditta fa contratti ogni tre mesi, per prova, e poi per sei mesi, e se dopo non ha lavoro ti licenzia. Ultimamente volevano licenziare un certo numero di operai. Noi avevamo fatto uno studio dove si dimostrava che molti dei li-
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cenziati avrebbero potuto ancora avere del lavoro. La commissione interna si è opposta ai licenziamenti facendo vedere questo studio. Cosi, quando c'è stata una riunione per discutere sui licenziamenti, i rappresentanti del governo che si interessano delle commesse alle ditte — c'è un ufficio apposito collegato al Ministero del lavoro — ci hanno dato ragione e hanno impedito una buona parte dei licenziamenti.
L'altro fatto che non va, per noi italiani, è quello della visita medica. Quando ci fanno entrare, ci fanno tanto di visita, per vedere se siamo sani. Ma quando si esce non fanno niente, e se ci siamo presi una malattia e cadiamo ammalati in Italia, la cassa malattie di qui non paga una lira. Specie per gli stagionali: muratori, manovali, minatori, che ogni anno devono rientrare in Italia per qualche mese, questo fatto è gravissimo. Se prendono qualche malattia professionale, la silicosi, per esempio, per i minatori, e cadono ammalati in Italia, sono rovinati.
Quelli che lavorano nelle costruzioni, inoltre, se hanno famiglia in Italia, non hanno assegni familiari. E se hanno a carico i genitori o i fratelli gli tolgono pochissimo dalle tasse. Ma questo anche per le altre categorie.
Inoltre c'èé la questione della difesa militare. Perché a noi italiani ci tocca pagare per la difesa nazionale svizzera? I francesi hanno ottenuto di non farlo. Tempo fa, alla Cappella italiana, è venuto a parlare un nostro ministro. Quando ha finito, ho chiesto il contraddittorio e gli ho domandato perché il governo non facesse niente per farci togliere questa tassa. Ha cominciato a rispondere un sacco di belle cose, dicendo che, per amor della patria, era giusto che si pagasse per la difesa delle altre patrie contro l'aggressione. Io non ci ho visto più ed ho gridato: « Ma che patria e patria, il portafoglio! ». E diventato livido e bianco come un cencio, ma intanto il governo si ingrassa alle nostre spalle. Sono miliardi che ogni anno entrano in Italia con le rimesse degli emigrati, e i consolati, per ogni operaio italiano, prendono un tanto. Ma se si va da loro a chiedere qualcosa, non muovono un dito. L'unica cosa che ci hanno data, quella del passaporto gratis per tre anni, l'abbiamo ottenuta con le nostre lotte. Quante petizioni non abbiamo fatte?!!
Nella mia ditta gli italiani sono 54 su 700. Una buona parte di loro, il 30-35%, ha la malattia dell'oro. Non pensano che al denaro. Non lavorano che per accumulare un po' di soldi per comprarsi la casetta in Italia e poi poter tornare li, anche se saranno pagati di meno, tanto non avranno da pagare l'affitto. Sono loro che, quando i dirigenti dicono qualcosa, sono i più servili. Non pensano che a guadagnare di più e non gliene importa niente delle condizioni degli altri operai. Gli altri no, hanno invece una dignità. Ma quasi tutti noi pensiamo di ritornare in Italia. Siamo ancora italiani e speriamo che tra qualche anno le condizioni saranno cambiate e ci sarà lavoro anche per noi. Ci prepariamo per quel momento, non può mica continuare sempre così! ».
 
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in: Catalogo KBD Periodici; Id: 32296+++
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1960 Mese: 1 Giorno: 1
Numero 42
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1960 - 1 - 1 - numero 42


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