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tipologia: Analitici; Id: 1472389


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo (Nove domande sullo stalinismo) Gabriele Pepe
Responsabilità
Pepe, Gabriele+++
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Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
GABRIELE PEPE
Primo quesito. Tra i problemi storiografici che più a lungo ho fatto materia di insoddisfatta meditazione c'è stato quello che io qualche volta ho chiamato il problema dell'oc evemerismo » politico. Secondo Evemero gli dei sarebbero stati uomini di eccezionale potenza che avrebbero imposto il culto di se stessi (mi sia permesso rinviare il lettore alle prime pagine del mio libro su Carlomagno).
In una società organizzata socialisticamente e in vista di una organizzazione comunistica il mito agiografico della personalità creatrice di storia si giustifica assai difficilmente sia sul piano storiografico che su quello politico-ideologico. E un luogo comune, ripugnante però al buon senso, quello di dire che socialismo e comunismo sono fenomeni religiosi: resta soltanto il fatto che in URSS si era creata quasi una agiografia politica assolutamente incompatibile col carattere tutto terrestre del marxismo. Ma prima di condannare questa mitizzazione, bisogna cercare di capirne le ragioni: l'esigenza di onestà storiografica ci impone di capire perché lo stesso ambiente che ieri adorò oggi condanna.
Non si tratta di una contraddizione o di una ingratitudine verso i morti. Il culto della personalità é connesso alle tragiche esperienze di un trentennio di storia della rivoluzione russa: la gigantesca lotta contro uomini e natura non ha potuto svolgersi attraverso una idillica democrazia ma solo attraverso una sanguinosa dittatura. A uomini che lottavano contro forze economiche, militari, culturali, a uomini che vedevano però tradursi in realtà quelli che sembravano sogni utopistici, si impose per la forza stessa delle cose un'ammirazione e una fiducia per i creatori della nuova società. Tale fiducia trascinava nell'azione a un'ubbidienza assoluta a pochi uomini.
La seconda rivoluzione, quella che coincide con la seconda
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guerra mondiale, portò al culto di Stalin. Possiamo noi dire in coscienza che ai mille e mille partigiani che in tutto il mondo combattevano contro il nazismo, venisse imposto il culto di Stalin? Furono le circostanze, cioè la Storia a significarlo come la più completa figura di liberatore. Sbagliarono questi partigiani. Certamente no; a essi Stalin appariva come l'anima della Resistenza, cosí come ai pubblicisti democratici apparivano idealizzate le figure indubbiamente colossali di Roosevelt e di Churchill.
Tenuto conto quindi del fatto che il culto della personalità pericoloso nella storiografia è invece suscitatore di energia nella vita politica; tenuto conto che l'opera di Stalin fu degna di o eve-merizzazione », c'è da rispondere al quesito del perché si sia cosí bruscamente passati alla «damnatio memoriae ». Veramente, prima di pronunciare un giudizio su questa damnatio sarebbe opportuna una raccolta di fonti più ricca e più genuina di quella che possediamo. Inoltre la propaganda antirussa ha saputo sfruttare l'episodio creando equivoci e confusioni. Sarebbe interessante rievocare ciò che dissero i giornali borghesi quando Lenin inaugurò la NEP per rendersi conto come sia tendenziosa ogni interpretazione dei grandi eventi politici sovietici.
Sgombrato l'animo nostro da ogni sentimento di preconcetta ostilità, ci sembra che la causa prima della condanna del culto della personalità sia da ricercare in un cambiamento di politica estera. Se Parigi valse bene una messa per Enrico IV, il riavvicinamento dell'URSS alla Jugoslavia e per il suo tramite alla grande fascia di stati neutrali, vale bene una condanna di Stalin. Se si riflette che gli ultimi due scritti di Stalin per il problema del linguaggio e quello sulle questioni del socialismo indicavano chiaramente nell'ultimo Stalin una impostazione aperta verso uno storicismo meno rigido e consequenziale del suo tradizionale, si deve concludere che della damnatio siano stati esclusivi i motivi politici. Non si nega la dittatura del proletariato, ma si attenua la diffidenza che ebbe la Russia di Stalin per il mondo occidentale. La politica e la propaganda staliniana erano state troppo potenti per-
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ché altrettanto potente e sbalorditiva non ne dovesse essere la condanna.
Al secondo quesito non saprei cosa rispondere perché non sono troppo informato sulle correnti esistenti in URSS circa le istituzioni che regolano la grande federazione di Stati in URSS.
Al terzo quesito occorrerebbe una risposta troppo più impegnativa di quanto non lo siano le mie capacità, come quello che concerne la fonte della legittimità del potere. Per me la legittimità coincide con l'esercizio stesso del potere che legalizza le sue origini. Comunque la volontà popolare é stata sottoposta a tante critiche che ne hanno svelato il carattere spesso puramente ideologico e opportunistico. Si pensi che per alcuni studiosi il mito della «volontà popolare» si riporta all'esperienze religiose di gruppi di pionieri americani. Bisogna tener conto anche del carattere farisaico che attribuisce alla volontà popolare quelle decisioni che giovano solo a pochi gruppi plutocratici o militari o religiosi. Una volta si diceva che nel regime democratico la libertà consisteva anche nella difesa da parte della maggioranza dei diritti delle minoranze. Come invece oggi la volontà popolare trasferita nei governi miri esclusivamente a togliere i diritti difesi dalle minoranze é esperienza quotidiana in tutto il mondo.
Al quarto quesito io risponderei che più corretto mi sembra parlare non «di diversità di linguaggio politico» ma di una confusione che fa molto comodo ai governi di ogni stampo di politica e ideologia. Oggi non si parla di altro che di civiltà (cristiana, occidentale, orientale, liberale, socialista) di eticità e via dicendo, e si dimentica che ciò che caratterizza i regimi é l'azione politica più o meno ammantata di fini nobili. Gli stati socialisti dell'Oriente usano con più spregiudicatezza i termini politici che i termini etici o religiosi. Ciò porta a una certa reazione degli stati occidentali più abituati al linguaggio farisaico. Così piglio ad esempio il caso Beria: che egli fosse condannato a morte per tradimento politico è un triste evento, ma per nulla diverso dall'esecuzione dei Rosenberg. Come i Russi trovarono buone ragioni per giustificare la esecuzione di Beria, cosí gli USA trovarono buone ragioni per la
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esecuzione dei Rosenberg. Ma la coscienza degli uomini non politici ha reagito in ambedue i casi, perché ha sentito immediatamente che l'una e l'altra esecuzione avevano ubbidito a sole esigenze politiche.
Al quinto quesito non so rispondere perché mi sembra più metafisico che storico-politico il concetto di tradizione russa in una classe dirigente che ha fatto sua la tradizione, se mai, del Robespierre, del Machiavelli, di Marx. Ho l'impressione che si parli un po' a casaccio di tradizione, dimenticando che la politica é fatta non del passato, ma del presente.
Sesto quesito. Indubbiamente non solo la dittatura personale di Stalin, ma tutta la quarantennale dittatura del proletariato ha tenuto presente l'esperienza Robesperriana, che aveva inaugurato una razionalità di misure eccezionali che col nome di terrore portò per la prima volta alla luce della storia il quarto stato. Ma quando si parla di terrore si dimentica che in confronto al terrore di Robespierre il terrore bianco della Jeunesse dorée teimidoriana fu assai più sanguinoso e crudele. La rivoluzione russa é stata anche essa sanguinosa; ha conosciuto guerre, fame, torbidi interni; ma tutto ha superato con il suo «terrore ». Se di un errore si può parlare nella rivoluzione russa, esso non consiste nella difesa armata della rivoluzione fino al 1945, ma nell'aver prolungato uno stato di sospetto e di persecuzione che non si confaceva ai tempi mutati. Questo forse fu l'errare di Stalin, il quale però aveva non poche ragioni di temere che ancora la rivoluzione dovesse difendersi.
Settimo quesito. A questo quesito credo che si possa rispondere solo considerando il fascino che l'opera di Stalin esercitava sui comunisti di tutto il mondo.
Ottavo quesito. Mi sembra che questo quesito sia imperfettamente formulato, come quello che presuppone la «consultazione popolare » su un problema di carattere ideologico. La consultazione popolare concerne solo la politica: un voto solo di maggioranza obbliga a una data politica; ma anche il 99% di voti non serve a definire o a mutare un problema di carattere culturale come quello del culto della personalità.
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Quesito nono. Non solo la critica del culto della personalità, ma tutto il nuovo corso della politica russa porterà a un cambiamento di rapporti tra l'URSS e le democrazie popolari e forse tra il P. C. russo e gli altri partiti comunisti. Credo che meno sensibile sarà il mutamento dei rapporti tra l'URSS e il movimento operaio internazionale: l'URSS può rinnegare, anche se non l'ha fatto esplicitamente, l'opera tutta dell'ultimo Stalin, ma non può rinunziare alla direzione del movimento operaio internazionale.
GABRIELE PEPE
 
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in: Catalogo KBD Periodici; Id: 32280+++
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Area unica
Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1956 Mese: 5 Giorno: 1
Numero 20
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1956 - 5 - 1 - numero 20


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