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tipologia: Analitici; Id: 1472155


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Tipologia Periodico
Titolo Vasco Pratolini, Una promessa di matrimonio
Responsabilità
Pratolini, Vasco+++
  • ente ; ente
  autore+++    
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Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
UNA PROMESSA DI MATRIMONIO
Era una bambina ancora, qualche anno prima, con le trecce legate a cercine come un'educanda, e cosí gli occhi e il viso; un velo nero su quei capelli neri, al funerale del padre. Una bambina cresciuta presto, le sottane alla caviglia le conferivano intera la sua altezza, lei sorreggeva sua madre per il braccio e dava la mano al fratellino. Era l'autunno del 1897, ottobre novembre, bisognerebbe frugare nella memoria. Metello si ricordava col solino sotto il collo, il vestito della domenica, i'l cappello in mano. Tirava un gran vento, le foglie sopravanzavano il corteo lungo i viali. C'era la bandiera degli anarchici, c'era il gagliardetto rosso della prima Lega tra i muratori - e loro uomini pensavano piìi ad affrontare i soldati per via di quelle bandiere (si aspettavano di vederli sbucare di crocicchio in crocicchio) che non al morto, chiuso ormai nella sua bara - in testa al corteo. Non era stato un gesto loro, non una provocazione di anarchici e socialisti, ma il padre di Ersilia l'aveva chiesto, dopo ch'era precipitato dall'impalcatura e prima di spirare all'ospedale. «Portatemi via con la bandiera. Viva Cafiero! D. (Cose che a ricordarle, non pare di averle vissute; e ci si stupisce a non ritrovarle sui libri di lettura). Poi aveva voluto i due figlioli al capezzale: «Ricordatevi che io, vostra madre, è come l'avessi sposata ». E lei, Ersilia: « Lo so, babbo. Erano le tue idee », e sembrava una bambina che ripetesse una lezione, ma anche una donna, la quale tranquillizzava suo padre moribondo e mentalmente, forse, diceva una preghiera. Metello era vicino a quel letto, e la guardava. La guardava camminare davanti a sé pochi passi, nel corteo, quando, come ci si aspettava, risuonò uno squillo di tromba e irruppe il plotone dei soldati. Volarono chepì e saltarono diversi gemelli dai solini, fu sparata in aria una scarica di fucileria. II carro funebre era scomparso, siccome la pariglia aveva preso la mano al cocchiere; l'indomani si seppe che il carro aveva urtato di fianco un omnibus a cavalli e la bara era rimasta scoperchiata al
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vento, nel mezzo del viale. Dal tafferuglio, le sole a uscirne intatte, erano state le bandiere che gli alfieri, protetti dai compagni alla prima ondata, avevano messo in salvo ancora sventolandole, fuggendo, di lontano. Metello e qualcun altro, dovettero trascorrere la notte in guardina: il Delegato a cui erano stati consegnati, e che «non era un boja », mosche bianche ma ce n'era, ce n'é sempre state, li rilasciò all'alba, in tempo perché chi aveva da lavorare non perdesse la giornata.
Ersilia lo aspettava davanti al cantiere; non era ancora sparita dalla strada la macchia di sangue lasciatavi da suo padre. Gli andò incontro e gli porse la mano.
« Grazie anche a lei per tutto, e per la colletta. Come ho detto anche agli altri, l'impresario ci ha aggiunto di suo cinquanta lire ». « Così potete tirare avanti per quanto? D.
Non era digiá più una bambina, ota se ne accorgeva; fosse o no il busto, le sporgeva il seno; il suo sguardo era triste, ma fiero.
« Speriamo fino a ché sono necessari », ella disse, ebbe un sorriso che non contrastò per nulla col suo dolore. Ed egli dové fare uno sforzo e ripetersi ch'essa era la figlia dell'anziano compagno morto sul lavoro per non guardarla in un certo modo e non sviare la conversazione.
«Una brutta nottata, in gattabuja, vero? ».
«In cinque anni di ferma che ho fatto, da soldato, ne ho macinata di cella. Ci hanno perfino lasciato i lacci e le cinture ».
Era suonata la sirena, in fretta si salutarono.
Presto, Metello si sarebbe dimenticato perfino il nome di Ersilia. Egli aveva sì «la testa alla politica» (tuttavia ce lo dovevano tirare le circostanze, e il fatto che su dodici mesi se ne lavorava ormai meno di sei) ma anche all'amore. Né poteva dire di essersi impegnato, appunto perché gli piaceva prendere e lasciare, «una per cantonata ». Era un bel giovane operaio, e non gli mancava la parlantina.
***
Fu per lui un brutto inverno, con nemmeno mezzo toscano nel corso di una giornata; e una primavera in cui s'incominciò e
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si lasciò in tronco un lavoro in Villamnagna. Quindi, erano accaduti i moti di quel maggio del '98 ai quali, sempre cosí fino da allora, Metello si trovò in mezzo e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ma uscire di casa, il martedì 6, e approvare chi gridava «pane! », fu spontaneo, come spiccia l'acqua dalla sorgente e le labbra pronunciano le parole: dopo mesi di disoccupazione, non più soltanto mezzo sigaro gli mancava, ma giusto anche per lui era questione di pane, e di fitto arretrato, di debiti da pagare, di loggione per l' Aida promesso alla fidanzata del momenta, sempre che non lo animassero degli ideali. Poi, trovarsi in prima fila, negli scontri di Piazza Vittorio, venne di conseguenza, sarebbe stato assurdo il contrario. E questa volta non se la sarebbe cavata con una notte di guardina.
La sera successiva l'arresto, erano già stati condotti al carcere e ristretti nel camerone; ci fu di certo come una tregua, un accorda tra le guardie e quelle donne che da ore vociavano dalla strada. Loro si arrampicavano a turno sulle sbarre del camerone. D'un tratto, si fece silenzio e una delle donne gridò:
«Arrestati d'ieri, ascoltatemi. Abbiamo ottenuto di potervi salutare una per volta, ma voi non rispondete se no ci mandano via con la forza. Non possiamo darvi nemmeno notizie di casa, se no dicono che c'é dell'intesa ».
I prigionieri avevano fatto gruppo sotto le sbarre, erano una trentina e la più parte l'uno all'altro sconosciuto; si mordevano la lingua per trattenere il fiato e le parole.
Incominciò, nel gran silenzio, la chiama.
((Io sono la moglie di Monsani Federigo », gridò la stessa voce. «Diteglielo se lui non ha sentito. Ghigo Monsani, sua moglie lo saluta» .
«Io sono la moglie di Baldinotti Armando. Baldinotti Armando, sono la Gina » gridò la seconda.
E la terza: «Martini Pisacane, sono tua moglie Lidia ».
«Gemignani Mariotto, sono Annita », gridò la quarta.
Nel camerone, a ogni nome, un agitarsi di teste, un improvviso vuoto nella calca perché l'uomo potesse arrampicarsi sulle sbar-
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re, da dove tuttavia non si arrivava a vedere la strada, ma il tetto dirimpetto e le poche stelle in cielo.
« Qui c'é una vecchia che non ha abbastanza voce », tornò a gridare la moglie di Ghigó Monsani. «È la mamma di Pananti Sergio... », s'interruppe: «Pananti. Pananti Sergio, fa. il fornaio ».
Metello si teneva da un lato, siccome nessuno l'avrebbe chiamato; non certo sua madre, di cui era figlio unico, e che gli era morta prima ch'egli andasse soldato; non qualcuna delle sue belle, non ci sperava; non la signora Assunta, infine, presso la quale egli stava «a dozzina ».
« Sono la moglie di Fioravanti il tornitore. Fioravanti Giuseppe, il tornitore D.
«Giulio... Giulio Corradi », gridò una voce, si senti il pianto che la strozzava.
«Sestilio! Sono Rosina! ».
«Pantiferi Omero, sono la figliola di Pantiferi Omero. C'é anche la moglie che lo saluta ».
Ora, tra i carcerati, alla sorpresa, al primo impeto di gioia, era succeduto una tensione nervosa, resistevano sempre meno a lasciare senza risposta quei richiami, si capiva che prima o poi qualcuno avrebbe ceduto; già il grosso Monsani aveva dovuto intervenire di prepotenza con la mano sulla bocca di Corradi, il quale davvero non c'entrava con la « rivoluzione », e da due giorni piangeva, le lacrime scendevano a bagnare i suoi baffi di impiegato della Prefettura: «Attraversavo Piazza Goldoni per andare in ufficio e m'hanno preso. Non ho ancora trent'anni e la carriera rovinata. Il Generale Sani mi conosce, ho uno zio capitano, nessuno mi crede », ripeteva, né si rendeva conto che coteste benemerenze poco lo aiutavano ad affiatarsi nella convivenza tra cui si trovava. Tante teste, ora, l'una accanto all'altra; voltati di fianco, per tendere l'orecchio; tanti visi, nella poca luce, visti di profilo; e attenti, pronti a scattare su per le alte sbarre del camerone.
« Sono ancora io, Antonietta Monsani. Parlo a nome della moglie di Lucarelli Egisto. Sta bene, ma per via degli anni non ce la fa coi polmoni ».
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Quindi, come anticipando il proprio turno, fu questa l'impressione, precipitosa, si annunciò una giovane e chiara voce.
« Salani Metello, sono Ersilia. Salani Metello, lo saluta Ersilia ».
E subito dopo, uno scalpitare di cavalli, ordini bruschi sulla strada, intimidazioni, urla, invettive, gridi, sui quali, potente, carica di collera e di offesa,, dominò un attimo ancora la voce di Antonietta Monsani. « Carogne, sbirri... Uomini, hanno messo lo stato d'assedio... Ghigo, mi portan via anche me ». E come un'eco sola, si innalzarono gli insulti, le bestemmie, le grida del camerone, infine esploso con tutti i suoi uomini aggrappati alle sbarre.
« Antonietta ».
« Gina ».
« Lidia ».
«Rosina ».
« Ersilia.... Ersilia ».
Finché, tornato il silenzio, sopito anche l'uggiolio del Corradi, notte alta, nel tanfo già spesso del camerone, forse Metello fu il solo a vegliare. Era l'alba, ed egli si diceva:
« Esco e la sposo ».
Quando ci vogliamo spiegare certe circostanze, decisive per la nostra vita, ci si risponde che é destino, che é successo non sappiamo spiegarci come. Simile al bosco, d'estate: c'è una gran quiete, gli alberi riparano dal solleone, é un refrigerio, e d'un tratto il bosco, tanto fresco e -ombroso, s'accende, e col vento che si leva, d'albero in albero, diventa una fiamma sola; cosí, un sentimento é entrato dentro di noi: é legna verde e d'improvviso brucia.
Ersilia non aveva dimenticato né il suo viso, né il nome; ella ricordava Metello, con simpatia diciamo, ignara che il proprio cuore viveva nella sua aspettazione. Tuttavia, in quei giorni, ella prometteva a se stessa un diverso destino. Nel Laboratorio dove da qualche tempo lavorava (erano una diecina di donne, confezionavano i fiori finti, lei era la più giovane, era bella perché aveva diciotto, venti anni e «l'argento vivo addosso» come dicevano coloro che la conoscevano) il padrone se ne era invaghito, la voleva sposare. Co-
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stui era un uomo di quarant'anni, educato, sapeva farsi apprezzare, la moglie gli era morta in seguito ad un aborto, e la sua casa,
grande, comoda, chiedeva una donna che tornasse ad abitarla. Ersilia si era lasciata persuadere, ma ancora non le riusciva di chiamarlo Lorenzo, « signor Roini » le veniva più naturale.
Erano andati a « dar parola » in Municipio, cotesta mattina, allorché incontrarono un gruppo di dimostranti che gridavano « pane », e agitavano i bastoni; era gente di Sanfrediano, del suo quartiere, Ersilia li conosceva. Gente che davvero aveva fame, anche se c'erano dei teppisti in mezzo a loro. C'era Lucchesi, un ladro, uscito da poco di galera, un affamato pure lui. Ma accanto a Lucchesi, c'era Befani, c'era Mariotto, c'era Fioravanti il tornitore, tutti amici di suo padre.
«Milano é in mano al popolo », gridavano.
« Alla Prefettura! Alla Prefettura! ».
«Pane! Pane! ».
« Sfruttatori del popolo, é venuta la vostra ora D.
Ersilia pensò, fu un attimo, che guardando bene, mentre le sfilavano davanti, scalmanati, forse avrebbe potuto scorgere suo padre; e subito, fu un attimo appunto, quasi le sembrò di doversi consolare che suo padre fosse lontano di li, ormai e per sempre al sicuro.
Il suo futuro sposo l'aveva strappata per un braccio e fatta riparare dentro un portone. « Ci vorrebbe la forca », aveva esclamato.
Tra i dimostranti, c'erano i più giovani, assieme agli anziani. C'era Sante Piazzesi, un fornaciaio, che l'aveva corteggiata e poi era sembrato essersi messo l'animo in pace, proprio (panda avrebbe avuto più tempo per starle attorno, siccome era rimasto senza lavoro. E le donne, per poche che ve ne fossero, erano le più eccitate, Miranda le capeggiava. Era una sua amica, Ersilia non si stupì di vederla: dacché le avevano mandato il padre al domicilio coatto, Miranda era stata «morsa dalla tarantola », come si diceva in San-frediano. Tale adesso le appariva, un fazzoletto rosso le fasciava la fronte, aveva le maniche della camicetta rimboccate.
« Miranda », ella chiamò.
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Il Roini la spinse dentro l'atrio dov'erano riparati. cc Sei pazza ? », le chiese. « Era da tanto che covavano questa uscita. Delinquenti! », egli commentò.
« Non è vero », ella disse. « Hanno ragione ».
«Io sono un uomo che ama la pace, e tu, bambina, dimenticati l'ambiente in cui sei cresciuta, siamo intesi? D.
Ella non gli poté rispondere. Alle loro spalle era sopraggiunto un uomo che intendeva chiudere il portone. « È il '48, cinquant'anni giusti, non ve n'accorgete? Prego, prego », diceva. Aveva la barba brizzolata, un tocchetto nero in testa, era alto e un po' curvo. « Via, via », li sollecitò. La strada era improvvisamente deserta, coi negozi serrati, e le finestre chiuse; all'orizzonte, là dove cominciava Ponte Vecchio, in quella luce e in quel silenzio, si potevano immaginare delle barricate. Sbucò un landeau da via delle Terme, coi cavalli sferzati dal cocchiere, e le tendine abbassate. «È la rivoluzione », disse l'ebreo chiudendo il portone. « Hanno colto le Autorità di sorpresa ».
«Ma non andranno lontano », disse il Roini, trascinando quasi Ersilia per la mano. « Su, svelta, faremo in tempo a raggiungere il Laboratorio ». Ella si libere) dalla sua mano che la stringeva. Non sono dei delinquenti », ripeté.
cc Ascolta bene, Ersilia. Ti conviene ubbidire. Non. soltanto 4o sono ancora il tuo principale, ma è come se fossi digiá tuo marito, abbiamo fatto proprio ora le pubblicazioni D.
«Oh », ella esclamò, e gli rise in viso. «Valle a scancellare, perché tu, te lo puoi togliere dalla mente, di diventare mio marito ».
E fu in cotesto preciso momenta, si possono mai spiegare certe reazioni? che vivo, parlante, come fosse il terzo tra loro, ella si era ricordata di Metello, gli parve addirittura di udire la sua voce: « Ci hanno perfino lasciato i lacci e le cinture D.
***
Finché Metello rimase alle Murate, Ersilia si parti ogni giorno dal suo quartiere di Sanfrediano per raggiungere via Ghibellina, col pranzo chiuso dentro il tovagliolo. Poi, siccome non essendogli

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parente, le avevano negato il permesso di raggiungerlo in parla- torio, ella tornava a casa, si rileggeva l'ultima lettera di Metello e gli rispondeva.
«La strada per via Ghibellina non mi é nuova. Capitava ogni tanto anche a mio padre. Non faceva nulla di male, ma l'avevano preso di mira per via ch'era stato implicato nei fatti del '74... Io a quell'epoca non ero nata, sono dell' '80, ho diciotto anni compiuti ».
« Io nacqui l'inverno dopo, nel dicembre dello stesso '74, ma quei fatti li conosco come ci fossi stato. Fu tutta una provocazione; proprio tuo padre me ne parlò un giorno che pioveva e si era dovuto sospendere il lavoro... Tu pensa che appena esco ti sposo» .
«Aspetta a dire esco e ti sposo, potrebbe essere un progetto sprecato... Seppi che ti avevano arrestato, me lo disse la moglie del Fioravanti il tornitore-: `lo sai che hanno arrestato quel giovanotto che si dette tanto daffare per la colletta quando mori tuo padre ?', allora venni a salutarti a quel modo. Mi ci portò l'istinto, ma può darsi fosse soltanto della compassione... Non sono ancora sicura di volerti bene perdavvero ».
« Ogni tua parola ti sbugiarda. Tu mi vuoi lo stesso bene che ti voglio io. Siamo fatti su misura, mi bastò sentire la tua voce... Più i giorni passano, e sono lunghi qua dentro quarantott'ore, più me ne persuado. Arrenditi all'evidenza, é come quando si é coperto il tetto, e uno volesse sostenere che siamo arrivati appena al prima piano ».
«L'evidenza é proprio questa, che tu sei costà dentro e io a malapena mi ricordo il tua viso ».
Era un dialogo, con lettere scritte poi anche di più lontano, mezza Italia e una striscia di mare, siccome egli dové scontare il domicilio coatto a cui lo avevano assegnato. Ella aveva lasciato il Laboratorio di fiori finti per staccarsi definitivamente dal Roini, era entrata come «faticante» all'Ospedale.
Così trascorsero mesi e mesi, tanti perché ella compisse vent'anni, e una mattina, era la vigilia dell'Epifania, il 5 gennaio del 1900, una data impossibile da dimenticare, Ersilia aveva fatto il turno di.
s.

122 VASCO PRATOLIN!
notte e usciva d'Ospedale. Erano le sette di mattina, già nell'atrio il freddo tagliava il viso; fuori, il cielo era buio, come se l'alba non si decidesse a spuntare; i lampioni a gas erano ancora illuminati sulla piazza e sotto il porticato, a metà del quale degli uomini stavano attorno a un falò acceso dagli spazzini. Di nuovo, il cuore le salì in gola, prima ancora di pater dire a se stessa la ragione. Me-tello dava le spalle al falò, le mani dietro il dorso; indossava un cappotto marrone col bavero tirato fin sulla bocca, un cappello dalla tesa grande calata, ma 10 stesso, quando egli si mosse, già ella lo aveva riconosciuto. Egli dové avanzare di qualche passo, prima di pronunciare il suo nome. Ersilia gli sorrideva, e il suo affanno si era improvvisamente placato, aveva voglia di piangere tanto le cantava il cuore. Si dettero la mano, fu come se lui la volesse aiutare a scendere i tre gradini del portone, e allorché si parlarono, sembrò riprendessero un colloquio appena allora interrotto.
« Sono sorprese da fare? ».
« Arrivavo prima io della lettera, anche se te lo scrivevo. Mi hanno condonato sei mesi, era Santo Stefano quando arrivò la comunicazione, per fortuna il giorno 30 c'era il postale ».
« Sicché sei a Firenze... ».
« Da tre giorni, ma mi hanno lasciato libero soltanto un'ora fa. Il tempo di arrivare in Sanfrediano e sapere da tua madre che facevi il turno di notte ».
Camminavano fianco a fianco, e lui disse: «Dunque, ora che mi hai visto in viso, ti sei decisa? ».
« Sei dimagrito », ella disse. « Sei bianco che fai paura, non ti sei nemmeno fatta la barba ».
E spontaneamente, un gesto tuttavia ardito, ella lo prese a braccetto.
Egli disse: ((Ti accompagno, debbo tornare comunque in San-frediano, ho da portare notizie a più di una famiglia. Alla moglie e alla figliola di Fioravanti in particolare. E ammalato grave e con l'età che ha, chissà se lo rivedono D.
Ma prima entrarono nel caffè di Piazza Piattellina; lei prese un « corretto », lui un grappino. Gli mancava un centesimo, e lei lo soccorse. Uscendo, egli disse:
ÚNA FROMESSA DI MATRIMONIO 123
« Ho un bel coraggio a chiederti di sposarmi. Ma tu devi avere fiducia. E stata un'esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno, ma di cui non ti posso dire di essermi pentito. Si torna di laggiil con una rabbia addosso, tu sapessi. Riuscirò a smaltirla ».
« Non giurare », ella lo interruppe. « Mio padre non c'è mai riuscito ».
Si erano fermati un momento, poco distanti dal caffè, egli la tratteneva alle braccia.
« Ora voglio soltanto trovare lavoro e metter su casa. Ci sistemeremo magari in camera ammobiliata, i primi tempi ».
«In quanto a questo », ella disse, e lo guardava decisamente in viso, «i primi tempi corrono fino da ora. Tu dormirai in salotto con mio fratello, ha quindici anni, ormai è un uomo. E quando ci saremo sposati, la mamma ci cederà la sua camera matrimoniale, se n'è già parlato ».
Era giorno chiaro e via del Leone desta della sua umanità infreddolita; apriva il suo fondaco il noleggiatore di barroccini; il falegname digiá era al lavoro; passe), con la vanga e la zappa bilanciate sulle due spalle, uno sterratore: era un uomo anziano, adusto nella persona, in testa aveva un berretto di cencio, e una sciarpa di lana incrociata sotto la giacca, era uno spirito allegro e disse ad alta voce:
«Su con la vita, gente, stanotte arriva la Befana! ».
VASCO PRATOLINI
 
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in: Catalogo KBD Periodici; Id: 32265+++
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1953 Mese: 7 Giorno: 1
Numero 3
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1953 - 7 - 1 - numero 3


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