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tipologia: Analitici; Id: 1472154


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Tipologia Periodico
Titolo Rutilio Cateni, Quella volta che venne il Federale
Responsabilità
Cateni, Rutilio+++
  autore+++    
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
QUELLA VOLTA CHE VENNE IL FEDERALE
Venne la sera, con le stelle e ogni cosa. La Pavana era alla sua
finestra a prendere frescura.
Disse Libertario: « Non vorrei andare ».
Ma la Pavana andò alla credenza, apri un cassetto. Prese il fez
nero e glielo mise in testa senza guardarlo.
« Vai — gli disse. Per la nostra casa, per il nostro campo... ».
Libertario, così vestito di nero, si sentiva pesare. E sentiva di recare offesa alla casa e alla Pavana che non osava di guardarlo.
« Non bere », disse lei sottovoce.
Libertario apri lentamente la porta e usci sulle scale. Era stanco. Una stanchezza fatta di noia. Gli occhi infossati, la barba nera di quattro giorni. Senti la voce della Pavana che diceva: «Buonanotte. Non ti posso accendere la lampada sulle scale. È fulminata ». Una voce che sapeva di nebbia. « Quanto siamo stanchi io e lei! », disse piano Libertario e pensò a tante cose e anche alla cena silenziosa che avevano consumata. Una di qua e uno di lá dalla tavola. Il rumore improvviso del pane fresco che si troncava, dell'acqua che scendeva nei bicchieri. Lei che metteva la minestra nel piatto. Il fumo odoroso della minestra e lei che troncava il pane. Lei che empiva i bicchieri. E, infine, il gatto che miagolava solitario. E anche la casa era stanca.
Sul pianerottolo del primo piano, c'era il vecchio. Il vecchio detto Giolitti, per i baffoni bianchi che aveva.
« Giolitti disse Libertario — date un'occhiata alla mia donna,
lassù. Io e lei siamo molto stanchi e io devo uscire ».
« Per gli ascari! — disse Giolitti — sei più nero del nero ».
È buio qui », fece.
«k la divisa », disse il vecchio.
« Ah! Questa qui... ».
« Ai miei tempi non si portava », disse Giolitti.
« Anche a me dá noia ».
« Fa sudare — disse Giolitti. — È una camicia di forza ».
« È puzzolente! », disse forte Libertario.
Giolitti mise il naso vicino alla sahariana.
QUELLA VOLTA CHE VENNE IL FEDERALE 105
« E vero. Puzza ».
Libertario cominciò a scendere le scale. Tuttavia disse ancora al
vecchio: «Puzza di cane bastardo! ».
E il vecchio dall'alto gli gridò: « Puzza di canaglia! ».
« Ma io la devo portare — disse Libertario — io ho una casa e
un campo... ».
«Non importa. Ma sei italiano? Sei per l'Italia? ».
Libertario era al pianterreno e disse nella tromba delle scale: « Io
sono per la mia casa, per il mio campo e per la mia donna ».
• E il vecchio disse: « E codesta non è l'Italia? che cosa credi che sia l'Italia? Io ho girato un po' il mondo, ho visto tutto così: una casa, un orto... ».
Poi Libertario fini di scendere l'ultimo gradino e non senti piú nulla, ma la voce tremante del vecchio Giolitti rimbombava ancora nella tromba delle scale. Diceva che l'Italia era anche una donna oltre che un orto e un campo. Una Pavana dentro a una casa. Una Pavana che nessuno offendeva.
E la Pavana senti il suo nome e si affacciò sull'uscio di casa. Disse: « Mi chiamate, Giolitti? ».
« Dicevo che una donna come . te può essere l'Italia ».
« Ah! — fece lei — Un'Italia povera e stanca... ».
«E Cristo non era tutto pelle e ossa? Non era povero e stanco? », disse il vecchio.
« Ma si fece buggerare e si fece ammazzare ».
« Ma poi risuscitò — disse il vecchio — e fece tanti miracoli ».
« E i miracoli li ha mangiati il vento » disse la Pavana.
« Il vento non può mangiare tutti i miracoli. La terra è terra e quella non s'ingoia! ». E intanto batteva il piede per far sentire che qualche miracolo c'era rimasto.
« La terra sola non dice niente », disse la Pavana.
Ma Giolitti si indispettì e cominciò e sputare saliva dalla voragine dei baffi a parafango. «No — disse — la terra dice tante cose. È il più grande miracolo che ci sia. La terra é più bella del mare, del cielo e del Paradiso. E c'è gente che la insulta! ».
« Io no! — disse lei — Io non la insulto di certo. Per me la terra é pane! ».
« E l'Italia cos'è? — disse Giolitti. — E tutta campi e orti... ». Ma la Pavana non sapeva capire quelle cose e allora si trovò sconcertata.
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« Sara così », disse ed entrò nuovamente in casa senza sapere perché lei poteva essere l'Italia. Anche il vecchio entrò nella sua casa perché la nipote Regina, sbucata per caso, lo stava tirando per un braccio.
«Che c'é, piccoletta? », disse.
« La cena », disse Regina. Dalla casa veniva un adore di minestra calda.
« Minestra di manzo? », disse il vecchio.
« Fagioli e patate ». Il vecchio Giolitti fece un sospiro.
Libertario camminava spedito verso la casa del fascio. Molta gente era chiusa dentro le case. Non sapeva niente della visita del federale. E lui, invece, doveva andare perché sapeva che il federale sarebbe venuto e avrebbe fatto una lunga predica-.con la voce arrabbiata. Eppure, adesso, non pareva possibile che dentro alla casa del fascio, in mezzo a questa quiete, ci fosse uno che potesse rompere questa quiete con la voce da cane, potesse rompere il beato silenzio della campagna oscurata. Arroventare gli animi. Eccitare gli animi per qualcosa d'indefinito come la conquista di un'Abissinia lantana da casa nostra. Fatta in un'altra maniera da come é fatta la nostra terra. Con gli uomini che hanno un altro colore e vedono un cielo diverso con un sole diverso. E mangiano formiche e ragni e scorpioni.
Un gatto, sopra un cornicione, miagolava ai sette venti.
« Non si sa perché piange quello II. Non si sa se piange per l'amo- rosa o per questa serata tranquilla o per la fame che ha in corpo. Ma certo non piange per la venuta del federale. Non sa niente di queste cose. Sta in cima al cornicione, e dei dolori e delle pene degli uomini se ne frega. Che gli importa se uno ha un campo e rischia di perderlo? E se poi uno' ha una donna che gli hanno disonorato? E se poi uno ha le corna? E se poi uno deve vestirsi di nero e andare al fascio a fare il saluto romano? E se poi uno va in un posto dove non vuole andare? A lui che gli importa? Lui aspetta l'amorosa. Aspetta che la serata venga diversa, con un po' di rumore, con un po' di vento, con un po' di luna tappata. Aspetta che un pezzo di pane gli entri nello stomaco e lo sazi di tanta fame arretrata. E dopo, tutto finisce. Viene giù dal cornicione e cammina sulle quattro zampe. E va in un cortile dove non ci sia a far guardia un cane ringhioso. Si sdraia ai piedi di un pagliaio e dorme la sua nottata senza timore e rancore. Che gli importa, dunque, di tante cose a quel gatto che sta in cima al cornicione? Che gli importa di me, della Pavana, del nostro
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campo, della nostra casa da poveri, di Mangione che é entrato in que-
sta casa col frustino e mi ha incoronato? ».
Senti un vocio confuso. Era davanti alla casa del fascio. Li fuori
c'erano: Quattro Tèmpora (poeta ufficiale); Bucaneve (ruffiano); Man-
gione (segretario politico). E c'erano gli altri. Discutevano, ad alta voce,
sulla stagione e sui raffreddori estivi.
Il primo ad accorgersi di lui fu Bucaneve.
« Buona sera camerata — disse — non si salutano gli amici? ».
«« Sono stanco », disse Libertario.
Mangione intervenne. Prese subito le sue difese.
« Ha ragione. Lavora più di tutti noi. Va a fare il bracciante e
lavora il suo campo. Non ha un minuto di riposo, poveretto ».
Ci sarebbe la notte, — disse Bucaneve - ma la notte l'amico
non si riposa ».
Quattro Tèmpora tirò fuori la sua parola di poeta.
« FA l'orgia — disse — l'orgia notturna ».
Bucaneve ridacchiò e osservò che l'orgia è la virtù dei grandi e
degli eletti. Sulla storia romana c'è un'orgia dietro l'altra.
Libertario non sentiva. Aveva gli occhi addosso a Mangione. Sen-
tiva il cuore battere forte e il sangue correva su e giù per le vene.
Una cosa che faceva impressione. Mangione se ne accorse e cercò di
non guardarlo, ma Libertario insisteva. Lo seguiva da ogni parte. An-
che dietro l'albicocco. Anche dietro il muro di cinta. Allora, Man-
gione si fece coraggio e gli si avvicinò. Gli parlò con voce calma,
suasiva. Da angelo custode.
« Tu l'hai con me! » disse Mangione. Libertario non rispose.
« Fu uno scherzo — disse Mangione — uno scherzo e nulla più,
te lo posso giurare. Tua moglie non l'ho neppure toccata ».
« Gli hai anche sputato addosso! » disse Libertario. II fiato alla gola
lo strozzava.
Mangione avrebbe avuto piacere che questa frase non fosse stata
detta ad alta voce. Così. Di fronte agli altri. Ma tant'è. Bisognava ri-
mediare.
« Queste donne che inventiva! — disse — La Pavana mi dette un
bicchiere d'aceto e io sputai fuori dalla finestra ».
« Io ho del vino buono », fece l'altro.
« Tua moglie sbagliò il fiasco ».
« Maiale! » disse Libertario.
Mangione gironzolò. Fece finta di nulla. Scambiò quattro chiacchie-
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re con un tale che si chiamava Lentini. Libertario stava per andargli sul muso ma la pancia enorme di Quattro Tèmpora si interpose.
«Conosci Achille? — disse Quattro Tèmpora — Achille era protetto dagli dèi ».
« È un maiale. Ha rovinato la mia famiglia! ».
« Dalle rovine nasce la santità — disse Quattro Tèmpora. — Rassegnati. Coraggio ».
Bucaneve ridacchiava in un crocchio a parte e non scopri nulla di queste manovre. Stava spiegando dei misteri osceni sulla Sacra Famiglia. D'un tratto si senti il rombo violento di un motore. Era una motocicletta. Si fermò proprio li, davanti alla casa del fascio. Il fanale acceso illuminava un pezzo di strada. Mangione si avvicinò subito e domandò al conducente se c'era niente in vista. Intanto, Bucaneve, infilò una sequela di moccoli perché il motore non smetteva di rombare. Allora il conducente spense il motore, si allargò la giubba di pelle e disse di tenersi pronti: la macchina del federale aveva lasciato la strada cilindrata e stava dirigendosi verso il paese a velocità moderata. Tutti zittirono. Allora Mangione disse:
« Il gagliardetto. Presto! Fate presto! » Bucaneve si mosse come un fulmine e andò a prendere il gagliardetto. Tornò quasi subito.
« La bandiera! » urlò Mangione.
Bucaneve consegnò il gagliardetto a un tale e corse a prendere anche la bandiera.
La motocicletta si allontanò rombando.
Disse Quattro Tèmpora: «Peccato che il federale non abbia voluto una bella adunata coi fiocchi! La serata è bella. Avremmo fatto una bellissima figura ».
Mangione disse che bastavano loro. La crema del paese. Allora, Quattro Tèmpora, squadrò bene tutte le teste intervenute e si considerò capo spirituale di quella claque.
Intanto si misero in fila indiana e aspettarono impazienti l'arriva del federale. Le sigarette bruciavano l'aria. Quattro Tèmpora si mise accanto a Libertario perché non commettesse qualche sciocchezza.
La voce di un uomo (doveva essere quella di Lentini) disse: « A me le visite pastorali mettono sempre un tremore addosso ».
« Anche a me — disse un altro. — Ma è questione della prima impressione. Quando si è baciato l'anello, tutto finisce ».
« Che anello! — disse Bucaneve. — Non è mica un arcivescovo! ». «Portavo un paragone », disse quell'altro.
QUELLA VOLTA CHE VENNE IL FEDERALE 109
Finalmente stava arrivando l'automobile. Era una vecchia « Ba-
lilla ». A prima vista sembrava che reggesse l'anima coi denti.
« Eccola! — disse Mangione — state pronti! ».
Difatti l'automobile svoltò e inforcò direttamente la via del paese. Pareva che lasciasse una scia di fumo. Invece era polvere sollevata
dall'impeto della corsa. Quando i fanali scoprirono, lungo il ciglio della strada, la fila indiana dei fascisti, l'auto rallentò, e frenò proprio all'imbocco dell'ingresso alla casa del fascia. L'auto dondolò un poco sulle vecchie molle arrugginite, poi corse subito Mangione. Aprì lo sportello. Gridò: « A...ttenti! ».
I piedi batterono in terra e spolverarono.
« Per il signor federale, eia! eia! ».
E il coro compatto: «Alalà! ».
Il signor federale scese comodamente dall'auto. Si irrigidì sull'attenti e salutò romanamente (forse rise con un labbro). Poi volle dare lui stesso il riposo e la fila si sciolse con precauzione. Il federale si rivolse all'autista: « Beniamino, vai a bere qualcosa alla bottega. Fra un'ora partiamo ».
« Come! — disse Mangione. — Non rimanete a casa mia a pren- dere un boccone? ». Il federale disse di no con la testa.
« Questa é la sede — disse allora Mangione — e questi sono gli uomini. Fidati. Fidatissimi ».
« Vedo », disse il federale. E difatti guardò casa e uomini. Entrarono. Lo stanzone era pulitissimo. Pavesato di bandiere tricolori. Il tavolino era ricoperto di un panno nero. Sul davanti aveva un bel fascio dorato che spiccava alla luce della lampada. Sopra al tavolino, una bottiglia con l'acqua e il bicchiere. Il federale andò in cima alla stanza e si siedé comodamente dietro al tavolino. Accanto a lui c'era Mangione. Alle parti: Bucaneve, Quattro Témpora e qualche altro.
Il federale era un uomo massiccio. Alto. Impettito. Con un berretto a visiera che gli tappava i sopraccigli folti e la testa calva e schiacciata. Chiacchierò un po', sottovoce, con Mangione guardando davanti a sé. Poi, con un sospiro, si alzò dalla sedia appoggiando le mani al tavolino.
Bucaneve subito gridò: « A...ttenti! ». La sua voce fu molto spettacolare. Tutti si irrigidirono. Allora parlò Mangione: «La parola al camerata Tarquinio Andò, nostro amatissimo federale ». Scoppiò un uragano di applausi. Erano cinquanta e parevano mille. La stanza rimbombava furiosamente. Bucaneve si avvicinò a Mangione. Gli disse:
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« Il rimbombo! » e Mangione alzò gli occhi al cielo e in cuor suo schiacciò un moccolo grosso come una casa. Non c'era niente da fare. I1 rimbombo c'era e ci stava. Quando si fu schiarita la gola, il federale, fece la sua predica. Cominciò a parlare con un tono piuttosto calmo e sottomesso. Allora Bucaneve disse a Quattro Tèmpora: «Va bene. Su questo tono va bene ». E l'altro disse: «Se parli per il timbro di voce, ti avverto che il bello ha da venire. Quando si fa una predica ci vuole il suo periodo di combinazione, di riscaldamento. Se invece vuoi riferirti al fatto che Tarquinio è un meridionale spaccato... ».
Ma il federale esigeva, giustamente, che tutti ascoltassero quello che diceva, cosicché tutti ascoltarono. Compresi Bucaneve e Quattro Tèmpora.
« Non vi farò un discorso — disse il federale. — Vi illuminerò un poco sulla situazione politica attuale. Guerra d'Africa. Santissima guerra d'Africa. Eppoi sono tra voi per un'altra faccenda. Una faccenda che vi fa disonore... ». Mangione allibì. Dette un'occhiata di traverso a Bucaneve che gliela restituì pari pari. Pensava: « Chi può essere stato ad avvertire il federale? A chi ha potuto interessare quella benedetta storia di corna? ». Aspettò il resto del discorso e allora si rinfrancò. I1 federale diceva: «Infatti: quanti volontari ci sono in questo paese? Quanti fascisti di questa sezione sono andati a combattere in terra d'Africa? ». Mangione era come estasiato.
« Dico a voi, segretario politico! » urlò il federale.
« Nessuno » disse allora Mangione con un gentile soffio di voce.
Il federale, di fronte a questa laconica risposta, s'incattivì. Gli occhi gli diventarono gialli come tuorli d'uovo. Era la bile che faceva il suo corso. « Mi fate schifo tutti quanti! — disse. — Siete una massa di smidollati! ».
La stanza rimbombava. « Siete una massa di somari! ».
Mangione si fece piccino piccino: « Anche qui c'è da lavorare.. Siamo gente operosa ».
« Gente inutile! » gridò il federale. — Gente che si sta a grattare
i coglioni dalla mattina alla sera. Che cosa ci fate qui, tappati in questo paese? In questo paese puzzolente? Bisogna andare dove la Patria chiama ».
« Ci andremo » disse Mangione per consolarlo.
« Alzi una mano chi vuol partire! ». Ma nessuno alzò una mano. « Fiato sprecato! » disse il federale sudando.
QUELLA VOLTA CHE VENNE 1L FEDERALE 111
« Parlate più piano, federale. La gente si impaurisce... » azzardò Bucaneve.
Il federale cominciò a parlare più calmo per via del sudore. Parlò di un sacco di cose. Poi si mise a sedere e tornò calmo.
Disse: « Se c'è qualcuno che vuol fare qualche domanda... Dico: c'è qualcuno che vorrebbe sapere qualcosa sulla situazione attuale del mondo? ».
« Vorrei fare una domanda sulla giustizia» disse Libertario.
« Vieni avanti camerata — disse il federale. — E una domanda originale e interessante ». Libertario andò li, davanti al federale. Fece il saluto romano. «Riposo! » disse l'altro. E lui rimase sull'attenti e fissò intensamente e senza paura gli occhi di Mansione. Tutti capirono il perché di quella domanda. Erano li. Incantati di vedere Libertario che aveva chiesto la parola, che si era staccato dal loro gruppo ed era distante quattro passi da loro. Già una barriera. Anche Quattro Tèmpora disse: «Però é coraggioso ». Ma Bucaneve si sentiva rodere dentro e Mangione tremava impercettibilmente, con la paura addosso che lo ghiacciava.
«Allora? » disse il federale, bonario.
« Ecco... » Non trovava le parole adatte. Si sentiva confuso. Eppure vedeva negli occhi di Mangione (ah! com'erano quegli occhi!) l'immagine piangente e indifesa della Pavana. La carne di lei. L'ombelico. Il pube... Tutti aspettavano con ansia che lui continuasse a parlare. E allora si fece forte e disse nel grande silenzio: « Signor federale, quanti anni di galera diamo a quel farabutto di Mangione? ».. Mangione si irrigidì, colpito da quell'offesa gridata e improvvisa. Il federale si alzò di scatto dalla sedia. Gli altri tacevano. Impalati come statue. Allora Quattro Tèmpora, con una calma studiata, si mosse dal posto. Si avvicinò al tavolino. Disse: « È un minorato » e si batté una mano, sulla fronte. Il federale stava quasi per cedere, ma la pancia di Quattro Tèmpora si muoveva. Urtò nel tavolino. La bottiglia cadde e versò l'acqua sui pantaloni del federale. Mangione disse: «Signor federale, questo è un nostro poeta. E un genio. Ha scritto una poesia su donna Rachele ».
Ma il federale urlò: « Lasciatelo parlare! ». E Quattro Témpora. si allontanò di nuovo con le mani pigiate sulla pancia.
Allora Libertario rimase ancora li. Fermo e muto. E tutto intorno era un sussurare soffocato. Un ronzio di mosche e di libellule_ Lo guardavano. Lo scrutavano. Lo ingoiavano con gli occhi per quella
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sua posizione di privilegio. Era il padrone assoluto della stanza. Ma proprio per questo si senti come stringere l'anima in una morsa, come soffocare. Quel coraggio che aveva avuto si andava annebbiando. (E dopo? Dico: dopo cosa accadrà a me, alla casa, al campo, alla Pavana?). Eppure, nel briciolo di coraggio che gli rimase, legato proprio fra la gola e lo stomaco, disse ad alta voce (e la voce era troncata): « Federale. Mangione é entrato in casa mia. Ha preso con la forza la mia Pavana. E poi le ha sputato addosso ». Il federale aspettava queste parole. Ormai conosceva già da molto tempo Mangione e sapeva di lui vita e miracoli.
Disse: «Camerata, ci vogliono le prove! ». Il federale, chissà perché, sperava in cuor suo che le prove ci fossero. Quel Mangione ne stava combinando troppe. Ma Libertario era ormai troncato. Si guardò intorno, notò i quattro passi che lo distanziavano dagli altri ed ebbe le vertigini di quell'abisso. Si cercò le mani e se le strinse. Piagnucolò: « Federale io... sono cornuto! ».
« Ma le prove, le prove ci sono? » disse ancora il federale.
Non rispose. Non rispose piú. La testa gli girava per via di quella barriera oltrepassata. Allora, per la stanza, cominciò a girare la pancia di Quattro Témpora. Voluminosa. Potente. Entrava in mezzo ai fascisti. Strusciava le altre pance. Le cozzava. Le comandava come una regina. Ci fu una pausa. Una lunga pausa. Il federale aspettava. Dopo un pezzo, la voce di Quattro Témpora. Calma. Grave. Veniva di fondo alla stanza e" sembrava sprofondata in un pozzo.
« Potete giudicare voi stesso, federale. Interrogate. Domandate a questa gente... ».
Quattro Témpora, a questo punto, troncò il meraviglioso incantesimo della voce. Allargò le braccia. Fece un lungo sospiro. Si fermò vicino a un finestrone. Guardò la notte al di là dei vetri. Una notte regale e taciturna.
« Camerata! — disse il federale. — Se non ci sono le prove... ». Si mosse dal tavolino. Andò accanto a Libertario e gli parlò paternamente. « Sei stanco figliolo... Hai la barba lunga. L'uniforme scomposta. Hai bisogno di riposo, di calma... ». Gli mise una mano sulla spalla. Gli disse: « Coraggio. Ci sono passato anch'io ». Come se lui avesse avuto le corna. Ma Libertario era già lontano coi pensieri. Già diviso da quella gente. Era dentro alla casa accanto alla Pavana. O nel campo a frullanare il fieno. Qualunque cosa dicessero, qualunque cosa facessero, non lo riguardava più. La vera vita da vivere, da accettare
QUELLA VOLTA CHE VENNE IL FEDERALE 113
come sofferenza vera, era un'altra. Al di lá di quelle mura. Subito al di lá. Dove c'erano la luna, la notte, le case del paese, i campi addormentati, i grilli canterini, le rane, i muggiti di vacche partorienti. Tutte cose attaccate all'anima e alla carne.
Qualcuno lo prese per le spalle, dolcemente. Gli sussurravano parole e parole. Lo misero in un angolo e lo dimenticarono. Il federale riattaccò discorso con . gli altri. Un discorso feroce. Africa, Addis Abeba, Negus Neghesti. Ma poi la stanza si vuotò. Un'automobile portò via il federale (forse la Pavana, dalla finestra, vide la strada cilindrata illuminata dai fanali).
Rientrarono quasi tutti nel grande stanzone. Anche questa volta ignorarono Libertario. Parlarono un poco di lui. Così. Di sfuggita. Poi la bocca di Mangione si aperse. Disse: « In Abissinia ci manderemo Libertario ». E nessuno pensò di ridere. Anzi Quattro Témpora disse: « Volontario ». E fece un poco di rima.
RUTILIO CATENI
 
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1953 Mese: 7 Giorno: 1
Numero 3
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1953 - 7 - 1 - numero 3


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