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ALBERO INVENTARIALE


ANTEPRIMA MULTIMEDIALI

tipologia: Analitici; Id: 1472151


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo Giovanni Pirelli e Piero Malvezzi (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza europea
Responsabilità
Pirelli, Giovanni+++   curatore+++   
Malvezzi, Piero+++   curatore+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
NUOVI ARGOMENTI
N. 3 Luglio-Agosto 1953
LETTERE DI CONDANNATI A MORTE
DELLA RESISTENZA EUROPEA
Nei primi due o tre anni dopo la Liberazione vi è stata in Italia una grande fioritura di scritti sulla Resistenza. Salvo poche eccezioni si trattava, come logico, di memorie e di opuscoli celebrativi, scarsamente efficaci come ,contributi alla storia della Resistenza, preziosi tuttavia, nel loro insieme, per- ché offrono un mosaico di testimonianze particolari ed un quadro del clima in cui si svolsero gli avvenimenti di quegli anni. Pochi di quei, testi, anche fra i buoni e gli ottimi, ebbero larga diffusione. Per quanto sappiamo, negli altri Paesi dell'Europa Occidentale (ad eccezione della Francia dove si é dato grande rilievo alla rivincita popolare sull'invasore tedesco) la pubblicistica sulla Resistenza ha avuto in quegli anni caratteristiche analoghe olla nostra. Poco sappiamo dei Paesi dell'Europa Orientale, dove risultano essere stati raccolti i documenti che testimoniano gli orrori dell'occupazione tedesca e comprovano la connivenza delle vecchie classi dirigenti con la politica hitleriana.
Dal '48-'49 è calato in Italia un sipario di silenzio, rotto ogni tanta dalla tardiva apparizione di qualche memoria, da qualche romanzo (fra i quali, di grande popolarità, L'Agnese va a morire di R. Viganò), saggio, o articolo della stampa di sinistra. È mancata da parte governativa ogni iniziativa (fa eccezione il breve periodo in cui funzionò l'Ufficio Storico della Presidenza del Consiglio) tendente a promuovere la sistematica raccolta ed elaborazione di documenti, la diffusione dei libri sulla Resistenza nelle pubbliche biblioteche, l'educazione degli scolari e studenti ai valori che animarono il Movimento di Liberazione in Italia e negli altri Paesi e, in genere, la conoscenza di quel momento della nostra vita nazionale che fu l'atto di nascita della Repubblica Italiana. È mancata da parte degli studiosi ed artisti una elabo-iazione dei fatti e dei temi di quei tempi, ostando, fra molte cause spcci-
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fiche e generiche, lo scoraggiamento degli editori, anche fra i più democratici, di fronte al disinteresse del mercato librario per i testi sulla Resistenza. Il solo Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia ha rappresentato, pur nella estrema limitatezza dei mezzi finanziari a disposizione, una certa continuità negli studi e nella raccolta di documenti. E ciò proprio nel periodo in cui avveniva la fioritura delle memorie degli ex-gerarchi fascisti e repubblichini. Analoga vicenda sembra aver subito la pubblicistica degli altri Paesi dell'Europa Occidentale e una parallela fioritura di memorie di nazisti (ultime della serie quelle di Kesserling) si è verificata nella Germania di Bonn.
Recentemente, invece, vi è stata da noi una ripresa delle iniziative legate ai temi e valori della Resistenza, ripresa che risulterebbe sorprendente se non la si mettesse in relazione al rinnovato impegno degli studiosi ed alla vivace reazione di larghi strati della società di fronte al maturare di una situazione interna ed internazionale di cui il riaffermarsi di un movimento fascista in Italia e nazista in Germania non è che un particolare aspetto. Ci sembra di poter dire che d è aperta una seconda fase degli studi sulla Resistenza, in cui si affronta con miglior prospettiva storica e si elabora con maggior senso critico i temi abbandonati nel '47-'48, e di cui l'ultima manifestazione è la pubblicazione della Storia della Resistenza Italiana di R. Battaglia e l'interesse da essa suscitata fin dal suo prima apparire.
In tale ripresa occupa un posto particolare la raccolta di Lettere di Condannati a morte della Resistenza Italiana (di cui riteniamo di poter parlare, pur essendone stati i curatori, senza apparire presuntuosi, dato il lavoro modesto, quasi burocratico, che abbiamo compiuto e, d'altro canto, il numero grandissimo di persone ed enti che vi hanno collaborato). Questo documento ha potuto rompere, in una misura che superava le più ottimistiche previsioni, la cerchia angusta delle polemiche e l'indifferenza, reale o apparente che fosse, di tanta parte dell'opinione pubblica italiana. Studiosi e critici, anche esponenti di ideologie o correnti politiche ormai lontane dalla Resistenza, o ad essa ostili o nemiche, si sono trovati impegnati ad un riesame dei valori espressi in quegli anni di lotta. Le reazioni furono, come logico, varie, riflettendo l'evoluzione, dopo circa un decennio, delle correnti che della Resistenza erano state protagoniste e dei partiti che avevano formato i Comitati di Liberazione Nazionale; ma furono nel loro insieme, (ignorandosi qui volutamente gli insulti di una parte della stampa neofascista) serie e impegnate. Perciò ci parve di essere su di una buona strada e di dover fare, su di essa, un passo avanti.
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Dapprima pensammo ad una seconda raccolta di lettere di partigiani, non più limitata al tema dei condannati a morte. Ne facciamo qui cenno perché è una ricerca che qualcuno dovrà compiere (e subita, prima che altro materiale vada disperso!) rifacendosi al lavoro che l'Omodeo compi sulle lettere dei combattenti della prima guerra mondiale e da cui emerge, sia pure limitatamente ai ceti intellettuali borghesi, la storia morale delle generazioni che in quella guerra si sacrificarono. Noi ci orientammo invece verso un lavoro che fosse la diretta estensione delle Lettere italiane e iniziammo, d'accordo con l'Editore Einaudi, le ricerche per una raccolta di Lettere di Condannati a morte della Resistenza Europea.
Le ragioni di questa ricerca sono evidenti e si collegano strettamente alle ragioni ed ai risultati di quella condotta nell'ambito nazionale. E anche i criteri informativi ed il metodo sono i medesimi. Si tratta di procedere allo spoglio di pubblicazioni sulla Resistenza che possano contenere lettere scritte in punto di morte dai patrioti «giustiziati » e di organizzare una rete di collaboratori che conducano le ricerche nei vari settori. C'è da superare la difficoltà rappresentata dalla lingua, c'è da interessare alla iniziativa persone lontane, studiosi, direttori di istituti storici o di uffici culturali, responsabili di associazioni di ex-partigiani, esponenti politici, ex-cappellani di carceri, per i quali il nostro solo biglietto di presentazione è il lavoro da noi precedentemente compiuto in Italia. L'esito delle ricerche è percid ampiamente condizionato alla buona volontà e comprensione delle persone a cui ci rivolgiamo e che agiscono nelle situazioni storico-politiche le più diverse. Talvolta interviene il caso che ci fa scoprire un titolo o un nominativo grazie al quale il problema di un intero settore giunge rapidamente ad una felice conclusione. Possiamo dire di essere attualmente, dopo un anno circa dall'inizio, a tre quarti del nostro lavoro. Restano da superare, tuttavia, i problemi più difficili.
1 documenti che presentiamo sono una scelta di quelli finora raccolti e tradotti. Solo una parte dei Paesi in cui vi fu Movimento di Liberazione vi sono rappresentati. Da altri attendiamo il materiale che si sta raccogliendo e per altri ancora, come per l'Olanda, "la Rumenia, la Bulgaria, non abbiamo ancora trovato il giusto canale. Un caso a sé è quello della Polonia dove i patrioti (i polacchi in genere) furono vittime di eccidi di massa, senza tri-, bunali e senza preavvisi, ed intere famiglie, anzi, intere comunità, furono sterminate; malgrado le ricerche compiute dallo Zwiazek Bojownikow di Varsavia, la sola Lettera finora reperita (che qui presentiamo, di ignota presumibilmente polacca, ci proviene da un archivio berlinese). Presentiamo
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anche alcune delle lettere italiane che nell'antologia europea faranno parte del capitolo Italia.
Quanta l'Europa sia divisa, ce ne rendiamo ben conto attraverso questa esperienza di lavoro. Non ci riferiamo, s'intende, alla cosidetta cortina di ferro. Ci riferiamo alla difficoltà di scambi culturali fra Paese e Paese, alle difficili relazioni fra i gruppi culturali di diverse ideologie nei singoli Paesi. La ricerca intrapresa potrà avere anche questa ragione: di aver portato il suo contributo all'abbattimento delle barriere che ci dividono.
PIERO MALVEZZI e GIOVANNI PIRELLI
IGNOTA
Presumibilmente polacca. II documento originale si trova presso l'archivio del VVN-Verlag di Berlina che lo ha pubblicato in lingua tedesca nella raccolta « Briefe von Antifascisten geschriebenen vor Ihrer Hinrichtung ».
Tarnopol, 7 aprile 1943
Miei cari,
prima che me ne vada da questo mondo, vorrei, miei carissimi, lasciarvi qualche riga. Quando un giorno questa lettera vi raggiungerà, io e noi tutti non esisteremo più. La nostra fine si avvicina. Lo si sente, lo si sa. Tutti, come gli altri ebrei inermi e innocenti che già sono stati giustiziati, siamo condannati a morte. Tra brevissimo tempo sarà la volta del piccolo residuo che finora é sfuggito alle uccisioni in massa. Per noi non cë scampo da questa orribile tremenda morte.
Subito al principio (nel giugno 1941) furono uccisi circa 5000 uomini, fra i quali anche mio marito. Dopo sei settimane, quando ebbi cercato per cinque giorni fra i cadaveri (gli uomini venivano uccisi davanti alla fabbrica di mattoni e trasportati poi al cimitero), trovai anche il suo. Da quel giorno la mia vita è cessata. Non avrei potuto augurarmi un compagno migliore e più fedele nemmeno nei miei più bei sogni di quando era ragazza. Soltanto per due anni e due mesi mi é stato concesso di essere felice. E ora ? Stanchi di fru-
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gare fra i cadaveri, si era «contenti» di aver trovato quello che si cercava: ma si può esprimere in parole un simile strazio?
...Davide é stato « liquidato ». Ah, beato lui! Per lui é finito. Noi invece attendiamo ancora la pallottola della morte. Il 31 agosto ha avuto inizio la grande azione. Allora perdemmo la nostra cara, buona, generosa madre. Occorrevano 3000 vittime. Avevano escogitato un altro nuovo trucco. Alle persone che lavoravano ed alle loro famiglie furono messi sui libretti di lavoro dei timbri speciali della polizia. Fu detto loro che in quest'azione sarebbero state risparmiate. Come in marzo, si sarebbe dovuto trattare di persone inabili al Iavoro e di bambini. Furono ancora i nostri stessi sorveglianti ebraici che vennero a cercare le loro vittime nelle abitazioni e nei nascondigli. Bubi ed io andammo a lavorare. Mamma e papá restarono a casa, avevano il « timbro per la vita ». Allo sbarramento non ci fecero passare. Bubi ed io fummo condotti al piazzale delle vittime ed eravamo convinti che non ne saremmo usciti vivi. Molti furono fucilati sul luogo stesso. Noi ci demmo alla fuga e riuscimmo a salvarci. Fortunatamente arrivai all'Ufficio. Eccomi dunque seduta li, mentre lá fuori migliaia di persone attendevano la morte. Ah, come posso descrivervi ciò? Nel pomeriggio venni a sapere che mamma e papá erano stati visti sul piazzale. Dovevo continuare a lavorare, non potevo aiutarli. Ho creduto di impazzire. Ma non si impazzisce. Poi seppi che le donne che non lavoravano, le semplici donne di casa, non le si poteva salvare. Ora, dovevo piangere e lamentarmi per aver perduto la mamma, o rallegrarmi di aver salvato il papa? Non lo sapevo. Si può concepire una cosa simile? La si può comprendere ? Non sarebbe normale che il cervello e il cuore scoppiassero?
Così continuammo a vivere senza la mamma, la nostra cara e fedele mamma, il buon cuore di mamma...
Intanto continuavano le preoccupazioni quotidiane, la dura lotta per l'esistenza che era diventata stupida, priva di senso.. Si dovette cambiare casa ancora una volta, il ghetto doveva essere ancora ristretto. Infatti le case degli uccisi erano venute libere. E si continuava a vivere.
Il 5 novembre era domenica. Improvvisamente, alle undici del
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mattino, il ghetto fu circondato ed il ballo ricominciò. Io fui, quella volta, particolarmente «fortunata ». Senza che avessi alcun sospetto d'una imminente azione, esattamente dieci minuti prima che il ghetto fosse circondato, ero uscita. Col tempo ci si abitua a tutto. Si diventa così ottusi. Anche se si perdeva qualcuno degli amici o parenti più prossimi, non si reagiva quasi piú. Non si piangeva, non si era più esseri umani, si era di pietra, senza più sentimenti, nessuna notizia ci faceva più impressione. Ci si avviava alla morte, anzi, con calma assoluta. La gente sul piazzale era indifferente e tranquilla.
20 aprile 1943
Sono ancora viva e vi voglio raccontare cosa è avvenuto dal
7 aprile ad oggi: dunque, dicono che ora toccherà a tutti. Vogliono liberare l'intera Galizia da tutti gli ebrei. E soprattutto vogliono che il ghetto entro il 1° maggio sia liquidato. Negli ultimi giorni sono state fucilate altre migliaia di persone. Il nostro lager era il centro di raccolta. Di lì venivano scelte le vittime umane. A Petrikow la cosa si presenta così: dinnanzi alla fossa si è spogliati nudi, ci si deve inginocchiare e si attende il colpo. Le vittime stanno in riga ed attendono il loro turno. Intanto devono sistemare ordinatamente i primi, i fucilati, nelle fosse, in modo che lo spazio sia ben sfruttato e ci sia ordine. L'intera procedura non dura molto. Dopo una mezzoretta gli indumenti dei fucilati sono di nuovo nel lager. Finita l'azione il consiglio degli ebrei ha ricevuto un conto di 30.000 zloty per pallottole consumate, da pagare... Perché non possiamo gridare, perché non ci possiamo difendere ? Come si può veder scorrere tanto sangue innocente e non dire nulla, e non fare nulla, e aspettare ciascuno la medesima morte ?
Così, miseri e senza pietà dobbiamo finire. Credete forse che vogliamo finire così, morire così ? No! No! Non vogliamo! Nonostante tutte queste esperienze, l'istinto di conservazione sembra diventare più forte, più intensa la volontà di vivere quanto più s'avvicina la morte. Non si riesce a comprendere nulla.
Miei cari, David giace al cimitero ebraico. Non so dove giac-
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cia la mamma, l'hanno portata a Balaec. Dove sarò sepolta io, non lo so. Se forse verrete qui dopo la guerra, qualche conoscente vi dirà dove sono stati condotti i trasporti dei lager. Non è facile dire addio per sempre. Addio, addio...
JULIUS FUGÍK
Cecoslovacco, nato a Smikhov, sobborgo di Praga, il 23 febbraio 1903. Studente in Filosofia vive facendo il fattorino, l'allenatore sportivo, il muratore e infine il redattore del « Rude Pravo a. Studioso e scrittore, nella clandestinita organizza una rete di giornali e riviste ed é membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Ceco. Arrestato nella primavera del 1942, viene processato a Berlino nell'agosto 1943 ed impiccato l'8 settembre 1943. (Lettera tratta dalla raccolta «Poslední Dopisy », Svoboda, Praga, 1946)
Miei cari,
come forse già saprete ho cambiato abitazione. Il 23 agosto aspettavo una vostra lettera a Bautzen e ho ricevuto, invece, l'ordine di trasferimento a Berlino. Il 24-8 passavo già per Goerliz e Cottbus, il 25-8, di mattina, iniziò il processo e a mezzogiorno era già finito. E andato secondo le aspettative. Ora sono, con un compagno, in una cella a Ploetzensee, incolliamo dei sacchetti, cantiamo ed aspettiamo che venga il nostro turno. Rimangono alcune settimane, a volte si aspetta anche dei mesi. Le speranze cadono silenziosamente e dolcemente, come foglie secche.
L'inverno sfronda l'uomo come un albero. Credetemi: nulla, proprio nulla di ciò che è successo ha potuto togliermi la gioia che è in me e che ogni giorno si annuncia con qualche motivo di Beethoven. L'uomo non diventa più piccolo anche se viene accorciato della testa. E vi prego caldamente, quando tutto sarà finito, di non ricordarvi di me con tristezza, ma con quella gioia con la quale io ho sempre vissuto. (Seguono alcune parole cancellate dalla censura) ...nasce. Queste sono idee così, lo so che fareste voi stessi tutto il possibile. Ma se anche non riuscirete a nulla, non disperatevi per questo, né siate infelici. Una volta o l'altra dietro ad ognuno si chiude la porta. E per quanto riguarda papà pensateci sopra, se sia il caso di non dirgli nulla o di fargli capire qualcosa.
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Meglio sarebbe di non angustiare con niente la sua vecchiaia. Decidete voi, siete, ora, più vicini a lui e alla mamma.
Scrivetemi, vi prego, che ne è di Gustina e mandatele i miei più affettuosi saluti. Che sia sempre forte e coraggiosa e che non rimanga sola col suo grande amore, che io sento continuamente. Vi è in lei ancora tanta giovinezza e sentimento perché possa avere il diritto di rimanere vedova. Volevo che fosse felice e vorrei che lo fosse anche senza di me. Dirà che non è possibile. Ma è possibile. Nessun uomo è insostituibile. Nel lavoro, come nei sentimenti. Ma tutto questo ancora non 'scriveteglielo. Quando ritornerà, se ritornerà.
Voi, ora, vorreste forse sapere (vi conosco!), come vivo. Viva del tutto bene. Anche qui ho del lavoro, libri e giornali ed oltre a ciò non sono solo in cella, cosicché il tempo passa... anche troppo presto, come dice il mio compagno.
Il trattamento qui è molto buono, come dappertutto dove sono stato finora in Germania. A Bautzen, per esempio, ogni settimana arrivavano da casa dei pacchi con il mangiare, che si conservava, malgrado la lunghezza del viaggio (pane, zucchero, mele, lardo, ecc.). Non si poteva scrivere in proposito, ma a tutti venivano consegnati i pacchi. Sapete che in me non c'è mai stato rancore per il popolo tedesco e le mie esperienze qui niente (seguono alcune parole cancellate dalla censura) ...è svanito. Ma naturalmente: c'è
ancora la guerra. Julius Fucík
JOSEF MATUgEK
Cecoslovacco, minatore di Slezská Ostrava. Lavora nel movimento sindacale operaio e diventa Segretario della Federazione dei minatori e redattore del giornale « Havir ». Arrestato dalla Gestapo ad Ostrava, è imprigionato, torturato, condannato a morte a Berlino ed ivi suppliziato il 12 ottobre 194'3. (Lettera tratta dalla raccolta a Poslední Dopisy x, Svoboda, Praga, 1946)
Pankrác.
Cara Hedvika,
il 17 agosto sono stato condannato a morte. La faccenda durerà ancora tre lunghi mesi. Se sarà mio destino morire, non c'è
LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
nulla da fare. La rasa nasce con le spine. Ma nel tuo cuore e nel pensiero della o nera» Ostrava non morirò mai, poiché ho sempre fatto solo del bene ed ovunque ho portato l'amore e la gioia. Oggi muoiono gli uomini migliori. Sembra che per l'amore verso la classe operaia e la nazione io debba pagare un tributo: la mia testa. Sembra che per un bene immortale io debba dare del sangue mortale. Le vie della resurrezione sono lastricate con i nostri carpi, le porte della nuova primavera sono costruite con le nostre teste. Cara nazione boema, caro papà Josef ! Noi alld fine, malgrado tutto, vinceremo. E tu, Hedvika, ed anche tu terra di Ostrava avrete nel cuore il mio monumento, con su incise queste parole: Ricordo eterno e gloria agli eroi! Noi due abbiamo intrapreso una strada spinosa, ma nobile. Tu arriverai fino alla fine di questa strada, io no. Io sarò caduto alcuni passi prima della méta. Per l'idea muoiono, nella Unione Sovietica, centinaia di migliaia di persone, muoiono an- che per noi. Salutami tutta Ostrava e tutti i conoscenti, soprattutto la fedele Slezká Ostrava. Sono convinto che, così come ho fatto io, anche tu — moglie di un comunista trucidato — ed anche' tutte le altre donne alle quali la Gestapo ha preso gli uomini, vi porrete al posto dei vostri mariti ed appoggerete il Partito Comunista e lavorerete per esso.
Hedvika, sulle nostre nozze d'argento é piombata una nube nera. Io, però, ringrazio il destino per i 25 anni trascorsi al tuo fianco. Questo é stato per me il più bel regalo. Questo é stato il mio più bel sogno, la favola della mia vita. E già svanita. Mi sembra non sia trascorso molto tempo dall'epoca in cui, a, mezzogiorno, ti venivo incontro in via Josefska, quando andavi a pranzo. Mi sembra non sia trascorso molto tempo dall'epoca in cui prima di sposarci, in maggio, sedevano sulle rocce e la silenziosa notte ci portava, da Zarubek, il suono della canzone: o Quando il destino ti porta il dolore e la malinconia t'entra nel cuore ». Canto quella canzone che cantavamo pulendo le piume e anche quell'altra: o Arriva la primavera, arriva, di nuovo verrà maggio ». Sii coraggiosa, non piangere, soltanto l'uomo debole dispera di sé. In occasione delle nostre nozze d'argento ti ringrazio per il tuo amore
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verso di me, per tutto ciò che hai fatto per me. Che la vita ti dia
ancora raggi di sole dorato e il profumo delle rose!
Sarò felice, Hedvika, di ricevere ancora tuoi scritti. Sii forte
e coraggiosa.
Tuo
Josef
ANTONIE BEJDOVÄ
Cecoslovacca, operaia, moglie del redattore del giornale giovanile « Mladé Gardy » Karel Elsnic. Lavora nella Segreteria dei Sindacati Rossi di Moravská Ostrava e continua tale lavoro durante l'occupazione nazista e dopo che, nell'autunno del 1941, il marito viene suppliziata dai tedeschi. Nel luglio 1943 viene arrestata perché sospettata di spionaggio a favore dell'U.R.S.S., condannata a morte e suppliziata a Berlino il 9 settembre 1944. (Lettera tratta dalla raccolta « Poslední Dopisy », Svoboda, Praga, 1946)
Berlina - Ploetzensee, 8.9.1944
Mio caro Kájus"ka,
mi ricordo di te, passerottino mio caro, e ti penso, ti penso, ma ormai non posso mai più ritarnare da te. Debbo lasciarti, per quanto ti abbia voluto tanto bene. Ma tu non essere triste, la tua mamma sta ormai molto bene e (seguono 2 righe cancellate dalla censura).
Una sola cosa desidero da te: studia bene, in modo da comprendere tutto bene e da diventare alla fine un uomo tutto d'un pezzo. Di me anche ti ricorderai certamente, come di tua papà, che ha dovuto morire, sebbene non lo volesse. Káia, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non ho potuto fare altrimenti, la vita é stata dura e crudele, rimpiango solo di non esser morta assieme al papà. Tu, Kájusenka caro, sta con la zia e voglile bene, come hai voluto bene a me, poiché anche la zia e gli altri ti vogliono tanto bene. Sta sempre con loro, quella é la mia seconda casa. Io, fino all'ultimo momento, penserò a te e ti ricor-
LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA 11
derò. Kájuska, ti auguro una vita felice e la tua dovrà essere vera-
mente gioiosa e felice.
Ciao, mio piccolo!
La tua mamma
JAN (:ERNY
Cecoslovacco, nato nella Moravia Meridionale il 15 giugno 1912. Funzionario del «Komsomol» in Moravia e quindi a Praga, Commissario politico del battaglione « Dimitrov » nella guerra di Spagna. Rientrato a Praga attraverso la Francia ed il Belgio, é aggregato al Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco e lavora con Fucík e Zika alla Direzione del Partito. Arrestato nel 1942, viene tradotto di prigione in prigione e suppliziato a Brandemburgo nel maggio 1944. (Lettera tratta dalla raccolta « Poslední Dopisy », Svoboda, Praga, 1946)
Potsdam 5. 3. 1944
Miei cari tutti,
sono contento di aver ricevuto, come tutti gli altri, della carta da lettera e di potervi così scrivere di nuovo. Oggi é una bellissima domenica, un bel sole ha brillato tutto il giorno, il firmamento era azzurro e non c'era neppure una nuvola. Si sentiva in pieno la primavera, che già si annuncia lentamente, anche se fa ancora freddo. Quando ci sono delle belle giornate così, si diventa subito piú allegri per via del sole.
Oggi, miei cari, vi siete forse ricordati di me, ed io pure di voi.
Ho guardato le fotografie, che mamma mi ha mandato il 14.1 (le ho ricevute però solo 1'1.3 dopo il giudizio), mi sono intrattenuto con voi tutti, ed anche con te, Emilka, lo sai che non mi sono mai dimenticato di te. Penso a voi tutti, nessuno escluso delle nostre grandi famiglie, ogni giorno. Appena mi alzo il mio o buon giorno » é anzitutto rivolto a voi tutti, miei cari, e quando vado a dormire i miei ultimi pensieri, prima di addormentarmi, e la mia t( buona notte » sono rivolti ancora a voi. Caro Karlik, la tua lettera mi ha fatto molto piacere, ma mi ha fatto anche
12 LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
ridere talvolta. Certo, ragazzo caro, se non vi fossero queste tribolazioni! Ma devi sempre ricordarti che molta gente sta anche peggio e che si debbono superare le prove più difficili. Guarda quante preoccupazioni hanno dovuto passare con noi i nostri genitori, ebbene... le hanno superate. E così, miei cari, penso di poter ricevere da voi ancora qualche lettera, che forse é in viaggio. Ne avrei molto piacere. Da qui, tra due o tre giorni, verrò trasferito in una prigione dove aspetterò, soltanto aspetterò. Oggi indosso ancora abiti civili, poi sarò vestito da carcerato. Potete continuare a scrivermi finché non vi ritornino indietro le lettere.
Salutate Emilka, ma non ditele nulla di come sono andato a finire. Portate i miei cordiali saluti anche a Lojzík, alla zia, a tutti i vicini e conoscenti. Ora ho molto tempo per i ricordi. Uno può ora rivivere di nuovo tutta la sua vita, ora vede assai meglio di prima i suoi lati buoni, ma soprattutto anche le sue insufficienze e gli errori.
Se si potesse ritornare, dopo tali prove vitali, si sarebbe certamente migliori di quanto si sia stati prima. Ma nella vita succede così: dobbiamo continuamente imparare e prima che si riesca a imparare perfettamente, viene la fine. Ma tuttavia il domani sarà sempre migliore del ieri, forse tutto migliorerà e la gente vivrà sempre meglio. Potesse ciò essere vero, miei cari! Bene, io auguro a tutti voi che la vostra vita sia bella come questa giornata, che vi sia in essa molto sole e pochissime nuvole, oppure che vi siano solo quelle che portano la rugiada.
Così, miei cari, ed anche voi più piccini, ricevete tutti un gran bacio (a voi piccoli anche un buffetto sulla guancia per ognuno, in aggiunta) e un caldo abbraccio. A tutti i conoscenti una stretta di mano. State tutti bene.
Vostro
Jan
gig
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LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA 13
IVAN VLADKOV
Bulgaro, nato a Drjanovo il lo gennaio 1915, impiegato di Tribunale Dipartimentale, poi licenziato per la sua attività nel movimento operaio. Sorpreso nel maggio 1943 come operatore di una radio trasmittente clandestina, viene fucilato il 22 novembre dello stesso anno. (Lettere e pagine di diario tratte dalla raccolta « Poslednata im Duma », Edizioni del Partito Comunista Bulgaro, Sofia, 1952)
Prigioni Centrali di Sofia
Caro Rumjanco,
negli ultimi minuti della mia vita mi sforzo di ricordare il tuo bel visetto ridente e di mandarti un bel bacio.
Caro, domani eseguono la mia sentenza, mi fucilano. Non puoi attenderti pietà dal nemico. Ho vissuto in povertà, non ricordo gioie. Nella mia famiglia non si sentivano canti di gioia e domani il dolore visiterà ancora mia madre, mia sorella, mio fratello.
Con le lacrime e con il pianto soffocato la tua mamma ti abbraccerà...
Amo la vita, il lavoro tranquillo, la tua mamma. Ma la lotta é lotta, il nemico é nemico.
L'ultima mia gioia, Rumjanco e Marusja, é questa, che vedo la piena disfatta del fascismo.
So che vivrai con difficoltà senza papà e che dovrai penare. Ma il socialismo, nel nome del quale io muoio, verrà e vi metterà in ottime condizioni di vita.
Sii un combattente anche tu e ama la giustizia. Ama tua madre, figliolo caro, essa sarà per te una difesa nella vita.
Bacio te, tua mamma, i fratelli, le sorelle e il nonno.
Tuo padre
Vanío
21 novembre 1943
L'unico desiderio che ho è di vivere.
Qualcosa ti soffoca, ti porta via, ti toglie lentamente la coscienza; lo spazio della cella diventa stretto, la cella sembra senza aria. Eppure, avere tanto desiderio di vivere!
14 LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
E il bambino! Caro il mio figliolo, che fin da adesso sente la mancanza del suo papà. Sono ancora commosso delle sue parole: « Papa, quando vieni mi compri un tramvaiuccio, il trenino, le scarpe ».
Mio figlio sente la mia mancanza, ha nostalgia di me, della carezza e del pensiero del papà. Quando gli ho risposto che non mi lasciavano andare da lui, mi ha detto: «Ma allora se non vuoi venire vuol dire che non mi vuoi bene, papà ». Che puro amore infantile, che grande amore racchiude il suo animo!
Ma questi che ci hanno condannato a morte non hanno forse bambini? Non capiscono gli errori, non hanno compassione? Certo per se stessi trovano sempre unn giustificazione, ma quando, se non altro per i nostri figli, dovrebbero mitigare la condanna, essi dicono che la legge non lo permette. Che sciocchezze! Ma forse non sentono un amore altrettanto forte per i propri figli? Perché, se lo sentissero, agirebbero in altra maniera. Mi ricordo le parole del generale Koco Stojanov che mi ha detto: « I giudici pensano ai bambini ». E adesso non posso capire né forse lo capirò mai: come si può dire che pensano ai bambini quando pronunziano delle sentenze simili?
« Il governo é forte e può affrontare tutto ». Ma se questo é vero perché mi fucilano?
21 novembre 1943
Una nottataccia inquieta, e come può essere quieta quando ti aspetti che in mezzo al silenzio ti vengano a prendere. Oh queste sanguinose fucilazioni, non finiscono mai. Gli altri prigionieri mi guardano con un sorriso, si sforzano di calmare, di confórtare, che altro possono fare? L'incertezza sopratutto rende inquieti, ma il desiderio di vita é tanto grande. Vorrei essere di nuovo al mio lavoro, sento il bisogno di lavorare, di una stanchezza fisica, di ripensare, la sera, buttato sul letto pulito, al lavoro fatto. Come ti senti bene quando vedi che il lavoro ti riesce bene. A me il lavoro dá alla testa come il profumo dei lillà.
LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA 15
21 novembre 1943
Marusja, Rumjanco, zio Kolo, mamma, Stefano, Vladko, papà, arrivederci, oggi mi fucilano. Vi amo, siate forti. Vi bacia il vostro
Vanío
NICOLA NISOV OPOV
Bulgaro, nato il 7 novembre 1912 a Salonicco (Macedonia), assistente in uno stabilimento di cioccolato a Sofia. Prima della guerra è Segretario dell'Associazione degli operai dell'industria dolciaria. Durante la clandestinità organizza gruppi di resistenza facendoli figurare come organizzazioni sportive e prende parte all'attività di gruppi di sabotaggio. Ferito e catturato il 27 settembre 1941, il 18 ottobre viene condannato a morte ed il 15 novembre impiccato. (Lettera tratta dalla raccolta u Po-slednata im Duma », Edizioni del Partito Comunista Bulgaro, Sofia, 1952)
12/XI/1941
Non penso alla morte, penso a te e ai bambini. Beka, tu devi vivere, per i bambini e per te stessa. Botuscev mi ha mostrata la fotografia dei suoi figlioli: come li ama! E io non argo meno la mia famiglia.
Katja, Nivko, figli miei, vostro padre vi ama tanto e pensa solo a voi. Ma bisogna morire. Un giorno voi saprete perché vo- stro padre ha dovuto morire. Ricordate che vostro padre, oltre a voi, ha amato altrettanto il suo popolo e nel suo popolo vedeva voi. Io muoio perché voi possiate vivere, miei cari.
Vi bacio Nicola Sopov
ISTVÁN PATAKI
Ungherese, nato a Budapest nel 1914. Operaio metallurgico e capo dei giovani metallurgici, è uno degli organizzatori dell'insurrezione armata del 1944. Arrestato con numerosi compagni il 23 novembre 1944 nella fabbrica Manfred Weisz, oggi Mattia Rákosi, di Csepel, viene con essi suppliziato, il 24 dicembre 194', nella prigione di Sopron-Köhida. (Lettera inedita avuta dall'Associazione Ungherese Combattenti della Libertà)
Miei cari,
sono assolutamente tranquillo e sereno. Ho sempre detto che non sarei vissuto oltre i trent'anni, ma voi non volevate credermi.
16 LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
Mi hanno condannato a morte. I miei ultimi pensieri sono per voi.
Mia piccola Margit, un addio particolare a te. Sei mia sorella minore, ma sei sempre stata anche il mio modello. Sei un carattere forte, non ti abbattere nemmeno ora. Prosegui sulla via che hai iniziato e lotta a denti stretti per lo scopo della tua vita: perché ne vale la pena.
Lo dico anche ora: ne vale la pena.
Mamma, non piangerei! Io ti ho procurato molte ore amare, ma ora perdonami, e pensa con affetto a tuo figlio che era tanto ansioso di affetto. Da voi ho ricevuto tutto quello ch'era possibile. Vi ringrazio di avermi tanto amato e di essere stati tanto premurosi per me.
Emike, sorellina mia, pensa, nella tua vita, che hai avuto un fratello che ti ha voluto tanto bene ed è morto per una idea: perché era degna che si morisse per lei.
E tu, Laci mio, cerca di mitigare agli altri il dolore che io ho causato con la mia morte.
Babbo, vecchio mio! So che mi hai voluto tanto bene e che tu soffri che io me ne vada. Ti consoli il sapere che hai una famiglia per la quale merita vivere e lavorare. Fa' per la famiglia, anche in avvenire, tutto quello che puoi. Vogliatevi bene, perché solo l'affetto dá senso alla vita.
Perdonatemi se sto filosofeggiando, ma credetemi, io sento così, mi fa bene dirvi questo per l'ultima volta e mi pare di essere tra voi e di conversare e parlare con voi.
Mi congedo da tutti: non mi sarebbe possibile nominarli uno a uno.
Mia adorata mamma, babbo, sorelle mie, vi abbraccio con caldo affetto.
Pista
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LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
ZOLTÁN SCHOENHERZ
Ungherese, nato a Ko"síce nel 1905. Segretario del Partito Comunista Ungherese, dopo quattro anni di attività clandestina viene arrestato, il 6 luglio 1942, e consegnato alla Gestapo ungherese. Condannato a morte il 29 settembre 1942, il 9 ottobre viene suppliziato. (Lettera inedita avuta dall'Associazione Ungherese Combattenti della Libertà)
Budapest, 8 ottobre 1942
Mio adorato Gyuri, figlio mio, mia adorata moglie,
caro piccolo figlio mio, quando riceverai fra le mani queste righe io non sarò più. Muoio nel giorno stesso in cui tua madre ti partorì con dolore. Muoio nel giorno del tuo compleanno. Questa è l'eterna legge della vita, la natura. Tutto quello che nasce deve anche morire. Io muoio, ma in te sta sorgendo nuova forza che continua la vita: u ...der Weg, die brennende Strasse geht weiter, wenn auch dein Weg, wenn auch mein Weg Kamarade zu Ende geht ». Ancora tu non puoi capire quello che sta succedendo intorno a te. Quando sarai grande, tua madre, . e anche altri, ti racconteranno come era tuo padre, cosa fece, e che grande guerra c'è stata. Giá, cara Márta, questa guerra è orrenda. Sono convinto che, tra poco tu potrai continuare la tua vocazione, interrotta dalla tua malattia e da altri motivi. Ma intanto cerca di procurarti un lavoro che ti assicuri una indipendenza economica. Trovo naturale che tu, se credi, ti sposi nuovamente. Spero che Gyuri possa avere un padre che gli voglia bene e che lo educhi bene.
Bisogna cercare che Gyuri venga educato all'indipendenza e non venga viziato da un esagerato affetto, che non abbia una educazione esclusivamente intellettuale, ma anzi severa, affinché possa tenere bene il suo posto nella vita. Molte cose di Freud sulla educazione dei bambini erano sbagliate. A questo proposito é apparso un interessante articolo nell'opera intitolata Dialettica di Jas-senskij. È l'ultimo saggio. Leggilo.
Mi congedo da te e da Gyuri. Rivedo nel ricordo molte cose belle che avemmo in comune: Praga, la Slesia, la visita a Bruna, Praga VII, Pilsen, Kosice, ecc. ecc. Ma terminando questa lettera non voglio commuovermi ed essere sentimentale. Ti auguro
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di camminare sempre sulla retta via e che tu abbia ancora molta felicità nella vita. Quanto a me, sto qui, incrollabile come in tutta la mia vita, ed é così che muoio. Saluta i miei amici. Vi abbraccio con affetto.
Il vostro Zoli
Miei cari genitori, mio tesoro, sorella mia Klára,
mi si stringe il cuore se penso quanta tristezza ho causato e causo a voi. In una cartolina ho scritto che speravo di potervi rendere tutto l'affetto e tutte le cure di cui mi avete circondato. Purtroppo non posso adempiere quello che desideravo. Non pensate però a me con cuore risentito per le tante tristezze che vi ho causato. Non ho potuto agire diversamente da come ho agito. Quando mi sono reso conto del pericolo che minacciava i miei prossimi in Ungheria, non ho potuto tacere, non ho potuto fare diversamente. Come disse Lutero davanti al Sinodo « Hiere stehe ich und kann nicht anders! ».
Non muoiono per-6 tutti quelli che vengono sulla terra. Ho lavorato molto e muoio con la convinzione che continuerò a vivere nel mio lavoro: So che il mio lavoro non é stato inutile. Se nascessi un'altra volta, e potessi rivivere, non potrei vivere diversamente. Come ho vissuto, così muoio.
Spero che potrete trovare un certo conforto in mio figlio Gyu-ri. Non lo viziate, educatelo severamente, perché possa sostenere il suo posto nella vita in ogni circostanza.
Spero che gli ultimi giorni della vostra vita non trascorrano nella tristezza e siano ancora dorati dalla gioia. Mia sorella, mio zio e la sua famiglia potranno ancora arrecarvi gioia.
Cara sorellina, io ti penso ancora molto spesso come quando eri ancora piccola piccola, a sei anni, come quando si giocava ancora insieme. Poi la .vita ci ha separati.
Ancora davanti a te c'é una vita meravigliosa. Ti auguro che sia la più bella possibile e forse potrai servirti ancora dei consigli che ti diedi l'altra volta. Tesoro mio, Klára sorella mia.
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GERTRUD SEFT.F
Tedesca, nata nel 1923, infermiera. In seguito all'attività da lei svóka a favore degli ebrei perseguitati, viene arrestata, condannata a morte e, il 12 gennaio 1945, suppliziata. (Lettera tratta dalla raccolta « Briefe von Antifascisten geschriebenen vor ihrer Hinrichtung u, VVN Verlag, Berlin-Potsdam, 1948)
Mia cara piccola figlia Michaela,
oggi la tua mammina deve morire. Ho da chiederti due cose soltanto mia piccina: tu devi diventare una donna buona e coraggiosa e dare tante soddisfazioni ai nonni. Ti auguro ogni bene per il cammino della tua vita e ti prego di volermi sempre bene e di non dimenticarmi mai. Io piango calde lacrime per te e per
i genitori. l
Addio, mia piccola amata figliolina. Nei mie pensieri ti abbraccio e ti bacio.
La tua disperata mammina
ALFRED SCHMIDT
Tedesco, nato a Schlegel (Sassonia), maestro di scuola elementare ed insegnante di musica a Lipsia, suppliziato il 4 aprile 194'3. (Stralci di lettere alla moglie tratti dal volume di memorie del cappellano H. Poelchau, « Die Letzten Stunden )), Verlag Volk und Welt, Berlino)
Questo lo scrivo il lunedì 8 marzo. Anche i terribili minuti verso le ore 13, quando vengono a prelevare dalle celle le vittime per la sera, e quando tutta la casa trattiene il respiro, anche questi minuti sono per oggi trascorsi e la giornata può essere registrata come un'altra giornata guadagnata...
21 marzo 1943
Domani é di nuovo una giornata critica di prim'ordine, e nessuno può sapere se tra ventiquattr'ore sarò ancora in questa cella, se fra trenta ore sarò ancora vivo. Ma alla morte é tolta ogni amarezza, non la tristezza, naturalmente, ma non é forse que-
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sta quasi dolce? Proprio ora lo sento fortissimo, ora che da una indefinibile e profonda unione con te ritrovo la via verso le parole, le idee.
Donde ci verra questa cosa che con magica forza tocca i nostri animi e li unisce? Perché questa sorgente non sgorga sempre? Sedevo sul duro sgabello della mia cella, come cento e cento ore prima d'allora, e mi trovai profondamente immerso nel tutto: nella natura, nell'uomo, nell'arte. La differenza fra la vita e la morte era scomparsa in un'unica gioia, quella d'esistere...
28 marzo 1943
Mezzogiorno e trenta. In questo momento quattro compagni di martirio sono stati prelevati dalla cella... Così, due o tre volte la settimana, mi conducono sull'orlo dell'abisso, e mentre mi costringo di guardarvi dentro con calma, aspetto la piccola spinta che basterà a farmi precipitare...
4 aprile 1943
Di nuovo mi avvicino a un crepuscolo... é il crepuscolo che annuncia la mattina ed il nuovo giorno. Non riesco ad immaginarmelo se non con te, accanto a te, in te... Sono trascorse cinque ore, mi hanno appena trasferito al numero sette, questa sera cioè, tra altre cinque ore, sarò giustiziato.
Ho in me una grande pace, una grande leggerezza. Ogni gravame é caduto! E mai ho avuto più puro, immacolato, intimo, l'amore tua e degli altri. Sono inspiegabilmente felice. Ricordami cosí...
ERIKA VON BROCKDORF
Tedesca, nata in Pomerania il 13 febbraio 1910, assistente sociale. Insieme al marito Cay, arrestato con lei ma poi liberato, partecipa all'attività cospirativa del gruppo Schulze Boysen-Harnack. Arrestata a Berlino dalla Gestapo, alla fine di agosto del 1942, insieme a tutti i dirigenti del
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gruppo, é la sola, insieme alla moglie americana di Harnack, a non essere condannata a morte. In seguito all'annullamento della sentenza decretato da Himmler, viene decapitata a Berlino-Ploetzensee, il 13 maggio 1943, con altri 8 patrioti. (Lettera tratta dalla raccolta a Briefe von Antifascisten geschriebenen vor ihrer Hinrichtung », VVN Verlag, Berlin-Potsdam, 1948)
Mio Cay,
quante preoccupazioni devi aver avuto per me in questi giorni. Io ho pensato forse più a te che a me stessa. So che se tu avessi dieci vite, le daresti tutte per me. Ma qui davvero nessuno mi può aiutare. Questo cammino dobbiamo tutti percorrerlo soli.
Il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto rivederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile, così non ho nemmeno inoltrato la domanda di grazia, dato che la mia morte é comunque un fatto deciso.
Sono a colloquio con te, mio caro. In questo momento ti ho fatto promettere che non resterai troppo a lungo triste, perché mi toglieresti la tranquillità degli ultimi giorni, che mi é necessaria per quando devo attraversare la porta oscura.
Nessuno dovrà poter dire di me, senza mentire, che io abbia pianto, che sia stata attaccata alla vita e che per essa io abbia tremato. Ridendo voglio concludere la mia vita, così come l'ho amata ridendo, e ancora l'amo.
Mio caro Cay, adesso voglio dirti addio. In questa pena non ci sono rimasti altri amici fuorché il coraggio ed una rapida morte. Ti saluto per l'ultima volta, mio caro. Ti ripeto adesso in questa ora estrema: la mia vita senza di te era nulla, solo per opera tua ha avuto un significato ed un contenuto. E questo adesso mi aiuta. Pensa ogni tanto a me, ma non essere triste. Sono serena e molto tranquilla. Mi sento consolata perché comprendo che é necessario.
Ogni bene per te, per il tuo avvenire
la tua Erika
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HERMANN LANGE
Tedesco, nato a Leer (Ostfriesland) il 16 aprile 1912. Cappellano della comunità di Lubecca, svolge attività cospirativa nei locali gruppi giovanili cattolici. Arrestato a Lubecca il 15 giugno 1942, viene decapitato ad Amburgo, il 10 novembre 1943, insieme ad altri due cappellani cattolici e ad un pastore protestante. (Lettera inedita avuta dalla Redazione del periodico «Die Tat » di Francoforte sul Meno)
Quando riceverete questa lettera io non sarò più fra i vivi! Ciò che da molti mesi ormai ha continuamente occupato le nostre menti senza lasciarci un minimo di tregua, sta per avverarsi. Mi dispiace immensamente, dopo tutto, di non aver più visto P. che avevo atteso con molta certezza per oggi. D'altra parte é bene che sia a casa proprio in questi giorni, così potrete consolarvi a vicenda. Se mi chiedete come mi sento, posso soltanto rispondervi: sono serenamente commosso e pieno di una grande attesa. Con oggi ha termine per me ogni sofferenza, ogni miseria terrena, e «Dio detergerà ogni lacrima dai loro occhi ». Quale consolazione, quale mirabile forza emana dalla fede in Cristo che ci ha preceduto nella morte. In Lui ho creduto, in Lui credo oggi più fermamente e so che non sarò distrutto. Come tante volte, vorrei anche oggi citarvi San Paolo. Rileggete i seguenti versetti: 1 Cor. 15/43 e Romani 14/8. Ovunque ci si guardi attorno, ovunque troviamo giubilo per la grazia di essere figli di Dio. Cosa mai può capitare ad un figlio di Dio? Cosa avrei da temere? Al contrario: rallegratevi. Ancora vi ripeto: rallegratevi!...
Ora a voi! Io so il vostro stato d'animo. Se penso a voi, il cuore mi diventa greve. Era duro il peso che si é abbattuto sulle vostre spalle negli ultimi mesi, e più dura é questa fine. E bene che ora ci sia P ... Voi tutti mi darete una grande gioia se saprete sopportare questo dolore virili e forti, da veri cattolici. Offritelo dunque a Colui che ha sofferto per noi e sopportato la più grande di tutte le pene. In Lui tutto possiamo sopportare. Vedete, i legami dell'amore che ci uniscono non sono spezzati dalla morte. Pensate a me nelle vostre preghiere, che io possa essere sempre con voi, ora che per me non esisteranno più limiti di tempo e di spazio. Il tempo passerà veloce anche su questa vostra grande sofferenza.
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Papà e mamma, vi prego di cuore, non abbattetevi, non abbandonatevi a pensieri malinconici. Non dimenticate che avete ancora altri figli i quali hanno diritta alle vostre cure. Io sin dall'inizio ho posto tutto nelle mani di Dio. E se Egli ora mi chiede questa fine, ebbene, la sua volontà sia fatta! Arrivederci lassù, dal Padre della Luce!
Il vostro felice
Hermann.
FItAN'Z MAGER
Austriaco, nato nel 1895, tramviere, capo dell'Associazione dei tram-vieri di Vienna e, nella clandestinità, Segretario dell'Associazione dei trasportatori. Arrestato a Vienna e condannato il 23 novembre 1942, è suppliziato il 26 febbraio 1943. (Lettera tratta dall'opuscolo a Unsterbliche Opfer », Kommunistische Partei Oesterreichs, Vienna)
Vienna, Carcere Dipartimentale, cella 120
Con spaventosa velocità sta trascorrendo il breve tempo che mi é concesso come cosiddetto « periodo di grazia » prima che la sentenza venga eseguita. Non c'é da contare sulla grazia e, secondo le esperienze fatte sinora, non c'é nemmeno da contare su di una revisione del giudizio, devo concludere la mia vita e su questi fogli vòglio dirti i miei ultimi pensieri e desideri. Cucirò questi fogli in un materasso e spero che qualche uomo giusto e buono li trovi un giorno e che pervengano in buono stato, sia pure con un certo ritardo, nelle tue care mani. Quando li avrai, se ciò avverrà mai, tutto sarà già comunque chiarito. Vari prigionieri condannati a pene minori, che sopravviveranno a me, ti racconteranno più estesamente di me e delle mie cose, del mio destino e del mio con- tegno. La morte non é in definitiva così orribile come generalmente la si pensa. Una volta che ci si è rassegnati al proprio destino e se si tiene conto dello stato in cui qui vegetiamo, essa é una vera liberazione. Ognuno si augura che venga subito, eppure tutti temono le ore estreme, l'angoscia della morte prende ogni uomo ed ogni nervo si ribella contro la morte violenta. Con tutta
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la rassegnazione esteriore e nonostante una continua preparazione spirituale, è sempre una terribile prova per i nervi quando, dalla propria cella o da quella vicina, dei prigionieri vengono prelevati per essere giustiziati. In ogni giorno in cui le esecuzioni hanno luogo, in gènere il mercoledì, giovedì e venerdì, già si è presi dallo spavento quando si sente l'avvicinarsi dei passi alla cella e lo stridere dei catenacci alla porta. La nostra condizione è indescrivibile. Fra la vita. e la morte, senza diritti, simili a bestie destinate al macello. Abbiamo soltanto gli indumenti indispensabili, fornitici dalla prigione, pantaloni, blusa, berretto e zoccoli, i ¡pantaloni guarniti di una larga striscia nera, il segno dei condannati a morte, camicia, mutande, fazzoletto, asciugamano e pedalini. Di nostra proprietà personale solo lo spazzolino da denti. I capelli sono rasati a zero, ci viene fatta la barba una volta ogni due settimane. La Iuce rimane accesa tutta la natte. Di notte dobbiamo lasciare i nostri vestiti in corridoio, davanti alla porta della cella. Mi hanno messo nella cella il 23 novembre 1942, c'erano già due candidati alla morte. I miei compagni erano Franz Scholle, telegrafista capo a St. Poelten (giustiziato il 25 novembre) e Leopold Bill (se ne andò il 6 gennaio). Il 26 novembre al pasto di Scholle venne un altro candidato alla morte, Walter Rosporka. E un muratore di Leobersdorf, delle mie parti. Ha 35 anni ed è stato condannato a morte per aver pagato ed incassato dei contributi del Partita Comunista! Dalla mia cella finora due sono stati condotti all'esecuzione, da una delle celle attigue pure due, da un'altra ancora uno. Dal 23 novembre 1942, nei 55 giorni cioè che mi trovo qui, sano state giustiziate circa 110 persone. Visto che il « periodo di grazia n dura circa 90 giorni, secondo le supposizioni delle vittime designate, qui in questa cella ci si sente relativamente sicuri. Dico relativamente, perché alcuni sono stati giustiziati dopo neanche 40 giorni. Tutti questi dati sono mere supposizioni. Nessuno sa niente di preciso. Non udiamo e non vediamo nulla del mondo. Meno di tutto sappiamo dei nostri affari personali. E poiché anche i nostri parenti non sanno nulla, ci tocca aspettare, aspettare, finché la cella si apre e saremo condotti alla esecuzione. Il nostro solo mezzo di informazione è il tubo del cesso. Al secondo piano e sopra an-
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cora vi sono dei prigionieri che hanno diritto all'acquisto di un giornale e che ci forniscono le più importanti notizie della giornata.
Dal 26 novembre eravamo compagni di cella noi tre, Bill, Rosporka ed io. Il 6 gennaio Bill fu giustiziato; noialtri ne abbiamo molto sofferto. Ci fu difficile superare questo colpo. Eravamo insieme da sette settimane. Già dal 7 settembre era stato condannato a morte e si trovava nella cella. Era maturo da molto tempo. Durante i temuti giorni delle esecuzioni egli se ne stava spesso ore ed ore davanti alla porta e cercava di capire se e quanti venivano condottii alla esecuzione. E poi, il 6 gennaio, del tutto inatteso venne il suo turno. Nel bel mezzo del lavoro, senza sospetto, sperando in qualcosa di meglio, lasciò sorridendo la cella senza un addio. Da allora siamo Walter ed io soli.
In due si sta meglio, per l'aria e perché ci figuriamo sempre di essere in tanti. Walter sarebbe stato uno dei migliori con cui costruire un nuovo mondo di pace. Pur sentendomi triste al pensiero che non potrò vedere la pacifica ricostruzione che seguirà questa guerra spaventosa, mi consola tuttavia il pensiero che essa vi libererà dal bisogno e che non dovrete peroccuparvi del vostro futuro benessere.
Nella serena attesa della mia morte imminente ho spesso riflettuto sulla mia vita passata e l'ho riesaminata. Il cappellano delle carceri mi ha molto gentilmente voluto dare in lettura un Nuovo Testamento che mi ha evitato molte ore di tedio pauroso e mi ha permesso di fare delle considerazioni molto interessanti,. pure senza cambiare minimamente i miei principi sulla religione. Comunque la religione é un fatto meramente personale, privato, ed il rispetto per gli altrui sentimenti religiosi é dovere elementare di un uomo educato e perbene. Anche dal punto di vista nazionale non mi sento colpevole. Non ho mai concepito l'internazionale come un fattore ostile, avverso al nazionalismo, ma come una intesa ragionevole dei vari interessi nazionali nell'interesse di un fecondo sviluppo di tutta l'umanità. Mi sono sempre riconosciuto come parte della mia Patria e del mio popolo, perché considero popolo e nazione non come qualcosa di artificioso e casuale, ma come fenomeno naturale, storicamente determinato. La mia posi-
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zione democratica mi conduce verso il socialismo internazionale che unisce i popoli.
Sono una vittima di questi tempi terribili, come molte, molte migliaia prima e dopo di me. Devo morire perché la solidarietà umana mi é filtrata nel sangue e nell'animo, perché stimo superiore alla mia salvezza personale il rispetto verso il mio prossimo, verso i miei compagni di lavoro.
I più affettuosi, caldi saluti e baci d'addio dal vostro
papà
LEOPOLD BRTNA
Austriaco, nato a Vienna il 31 marzo 1921, falegname ed autista. Dall'età di sedici anni partecipa all'attività, poi divenuta clandestina, di varie organizzazioni giovanili comuniste. Arrestato dalla Gestapo a Urfahr i1 3 dicembre 1942, viene tradotto ed interrogato nella locale sede della Polizia, quindi inviato nel campo di concentramento di Mathausen ed ivi fucilato, senza processo, il 18 settembre 1944. (Lettera avuta dalla madre del caduto per il tramite del KZ. Verband di Vienna)
Landesgericht II, 7.III.1944
Miei amatissimi genitori,
a te, mia cara mamma, mio caro papà, così duramente provati! Sento quale dolore e quale pena state sopportando, non avevate meritato di dover essere caricati di un tale destino alla vostra grave eta! Dal vostro grembo io sono nato, dalle vostre mani patite sono stato allevato ed ora in galera debbo finire! Che questa sia una vergogna? No, no, cari genitori, non piangete, vostro figlio é hero di vivere in una tale scia, e all'occorrenza di morirvi. La vostra fierezza consista nel poter dire un giorno: mio figlio ha lottato per una vita più degna, ed é -morto nella consapevolezza di aver sacrificato la sua vita al socialismo.
E se forse continuate a nutrire dei lievi dubbi: io sono convinto che il domani apparterrà all'operaio. Perciò sopporto piil facilrhente il mio destina. Avreste dovuto sentire la nostra solidarietà nella prigione, vi sareste resi conto che un tale movimento
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non può perire. Questo stendardo rosso sangue, cui é legata la vittoria, riordinerà il mondo e merita che si lasci la vita per esso. Invero, nessuno di noi muore volentieri, perché avremmo ancora molti compiti da risolvere; ma se così deve essere, allora avvenga con ferrea decisione.
Visto che ora sono dunque un delinquente, non dovete tuttavia disperarvi: il basto non è ancora spezzato. E necessario restare forti fino all'ultimo respiro. Mostrate che il dolore, la sofferenza, la vecchiaia, il terrore non vi possono spezzare. I genitori da cui sono nati figli di questo genere, sono lottatori anche essi. Ed é anche per questo che sono fiero di voi! Vi ringrazio tante e tante volte del bene che mi avete fatto, nonostante la vostra povera. Tutto ciò non lo si può pagare nemmeno con l'oro; e così ve ne ringrazio con ciò che ho di piú alto, con il mio spirito proletario. E tutto ciò, cari genitori, che vi posso offrire in questo momento.
Nel Landesgericht II ho vissuto con molta solidarietà, e il compenso per questo dritto modo di vivere l'ho sentita quando mi sono congedato dai miei compagni di sofferenza... Certo, ho pianto quando li ho salutati, ma si trattava di lagrime di gioia, perché mi accorsi che essi avevano approvato il mio contegno. Ciò mi ha rafforzato nella mia convinzione che la mia posizione non era perduta. Chi dei borghesúcci può immaginarlo che oggi dei giovinetti, ragazze e ragazzi, alcuni di nemmeno diciassette anni, affrontano la morte sorridendo? Ecco il nostro movimento: fedeli al motto: non curatevi dei sacrifici, della dura sorte, avanti, sia il vostro detto, libertà o morte!; essi si avviano al patibolo, convinti nella loro vittoria. Un sol desiderio ci anima tutti: la libertà. A questo fine sacrifichiamo tutto. Ma la nostra morte richiede che voi continuiate ad essere forti, fino ad incassare il debito che ancora deve essere saldato, oggi. Vi posso assicurare che nemmeno il vostro Poldi si nasconde dietro i nostri eroici caduti, e non rimpiange in nessun modo la sua vita perché ora vogliono la sua testa! No, per me c'é solo un avanti, e non una vergognosa diserzione della bandiera. So cosa mi attende, ed aspetto con animo sereno quella giornata.
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Già il mio avvocato mi ha fatto un quadro del mio nuovo ambiente, cioè nel suo intimo- mi ha dato per perduto. Io sapevo e conoscevo la mia posizione sin dalla prima giornata del mio arresto, ma non mi volevo arrendere, per quanto Kohim avesse rivelato tutto. Il mio motto era: guadagnare tempo vuol dire guadagnare mezza vita. Ma, se quest'ultimo atto non mi sarà risparmiato, lo saprò sopportare da combattente.
La mia vita l'avevo già conclusa il 3 dicembre '42, e non ho perciò desideri, soltanto vi pregherei di una cosa: Anni, finché se lo merita, consideratela come mia moglie. Essa è giovane, forse non mi ha capita, ma ci siamo amati, e se il destino non ci avesse toccato così duramente, forse sarebbe diventata più saggia. Essa, dopo tutto, è stata tirata su in un altro mondo. Il suo destino mi addolora molto, e sono triste perché non sono stato in grado di aiutarla.
Era mio destino essere lottatore, e non l'ho mai dimenticato. Voglio ancora salutare tutti i conoscenti qui, i Leder, anche essi mi comprenderanno e ciò fa bene. Salutami anche Prinz, le mie zie, i miei zii e le cugine. Peperl mi resterà sempre in un felice ricordo, per me era più di un cugino. Se nella mente faccio passare la fila dei parenti, mi rimangono ben pochi che mi abbiano compreso. I nostri nonni, Dada e Babi, quei deliziosi vecchietti, come piangeranno quando l'irrequieto Poldi non verrà più, ah si, Babi, egli è morto perché voleva vivere umanamente. Perciò lo chiamano traditore ecc. ecc. Ma consolati, cara nonna, muoio per una buona causa e sono felice. Ma migliaia e migliaia di persone si dissan- guano e non sanno perché. Non sono triste, so che la nostra morte coopererà ad un più felice avvenire di molti.
E con ciò, cari genitori, voglio terminare. Su con la testa, se no non potrete vedere le stelle e il rosseggiare del mattino, si, si avvicina con passi giganteschi la giornata in cui i proletari di tutto il mondo si riuniranno per marciare sotto il sole dolce di maggio. Non camminate curvi! Anche a voi sorriderà il raggio di sole sulla mia bara. Vi chiamo coraggiosi genitori: siate coraggiosi e fieri: voi avete posto le fondamenta e la gioventù costruirà su di esse. Così il nostro stendardo non si ammaina mai, ed è questo
LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA ' 29
ciò che vogliamo. Vi auguro salute ed una tarda età perché possiate vedere il compimento della nostra opera. Con fierezza per i miei coraggiosi genitori termino con un forte: Evviva il Fronte Rosso.
Vostro figlio Leopold
P. S. - Vi prego, salutate anche la coraggiosa mamma di Franzl Reingruber, e ringraziatela per il suo grande aiuto. Anche il suo dolore é un ammonimento per il movimento, anche a lei bisognerà porgere ringraziamenti perché per lei la vita é stata durissima. La saluta uno dei suoi figli.
Leopold
ELEF'E1'IRIOS CHIOSSÈS
Greco, nato al Pireo nel 1923, studente in lettere e filosofia. Appartenente ad una formazione partigiana che affiancava l'opera dell' EAM, viene arrestato al Pireo, il 19 febbraio 1942, mentre stampa un giornale clandestino, e fucilato al Pireo il 5 giugno 1942, con otto ex-ufficiali della R. Marina greca. (Lettera inedita tradotta da amici greci dall'originale esistente negli archivi dell'Arcivescovado di Atene)
'Cara mammina, papà e sorelline,
oggi 5.6.42 ci fucileranno. Affrontiamo la morte per la nostra Patria da veri uomini. Non soffro per niente e così non voglio che voi soffriate. Non voglio pianti né lacrime. Abbiate pazienza. Vi auguro tanta felicità e non vi addolorate per me. Saluti di cuore a tutti. Siamo degni dei nostri avi e della Grecia. Non tremo affatto e vi scrivo dritto in piedi. Respiro per l'ultima volta la profumata aria ellenica sotto l'Imetto. E una mattina splendida. Abbiamo fatta la comunione e ci siamo tutti spruzzati con acqua di colonia che un nostro compagno aveva in tasca.
Addio Ellade, madre di eroi.
Addio, miei cari. Addio. Sappiate tutti esser degni di me. Addio sorelline. Addio papà. Addio dolce mammina. Coraggio. Viva la Patria.
Vi bacio con amore
Leftéris
30 LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
ANGHELOS e MARINOS BARKAS
Greci, fratelli, nati entrambi ad Aghiios Ioannis, sobborgo di Atene, meccanico il primo e studente liceale il secondo. Membri di una organizzazione in collegamento con l' EA/A, svolgono azione di sabotaggio it primo nello stabilimento Malcini6tis che produceva motori da aeroplano, ed il secondo agli impianti telefonici ad Atene e nell'Attica. Arrestati i! 12 gennaio 1942, nella casa del padre che pure viene arrestato e condannato a dieci anni di reclusione. Fucilati al medesimo palo a Kessariani (Atene) il 26 maggio 1942. (Lettera inedita tradotta dall'originale da amici greci)
martedì 26.5.42
Carissimi genitori,
ricevete questa nostra ultima lettera e non vi addolorate. Così voleva Iddio.
Papà, ti preghiamo di prendere la mamma e di andare a Liva-nátes per passare lá la vostra vecchiaia.
Papà ti consegnamo la mamma, curala tu dopo che noi non. ci saremo piú. E tu, povera mammina, non dimenticarci. Venite a trovarci. Mammina e papà, vi abbracciamo e vi diciamo addio per l'ultima volta. Non vi amareggiate; date i nostri ultimi saluti ai parenti, agli amici e ai vicini. Iddio onnipotente ha voluto prenderci vicino a sé così giovani. Mammina e papa, vivete voi per vedere giorni migliori, se per noi era destino di non vedere questi giorni buoni.
Chiediamo per l'ultima volta la vostra benedizione. Perdonateci. Se potete sapere in quale cimitero ci seppelliranno, allora vi aspettiamo. Venite ad accendere la nostra piccola candela.
Vi mandiamo tutta la nostra roba e siamo certi che giungerà nelle vostre mani. Non vi agitate! Non é poi una gran cosa. Per l'umanità sono stati uccisi milioni di giovani. Forse loro non avevano una mamma ? Questo pensiamo e non sentiamo tanta pena. Non abbiamo altro da dirvi perché non ci viene in mente nulla_
Vi abbracciano i vostri figli
Marinos Anghelos
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KIM MALTUE-BRUN
Danese, nato ad Edmonton (Canada) l'8 luglio 1923. Nel 1944 interrompe la carriera nella Marina Mercantile per dedicarsi alla lotta clandestina. Nel dicembre dello stesso anno é arrestato dalla Gestapo e suppliziato nell'aprile successivo. (Lettera tratta da u Kim P, Thaning e Appels Forlag, Copenaghen, 1945)
Cella 411, 4 aprile 1945
Cara mamma,
con Jt rgen, Niels e Ludvig sono stato condotto davanti al tribunale militare. Siamo stati condannati a morte. So che sei una donna forte e che ti rassegnerai, ma non ti devi limitare a rassegnarti, devi anche rendertene conto. Io non sono che una piccola cosa, ed il nome sarà presto dimenticato, ma l'idea, la vita e l'ispirazione che mi pervasero continueranno a vivere. L'incontrerai ovunque, sugli alberi in primavera, negli uomini sul tuo cammino,. in un piccolo e dolce sorriso. Incontrerai ciò che ebbe un valore per me, l'amerai e non mi dimenticherai. Crescerò e diventerò maturo, vivrò in voi, i cui cuori ho occupato, e voi continuerete a vivere, perché sapete che mi trovo davanti a voi e non dietro voi, come forse eri portata a credere. Ho scelto una strada di cui non sono pentito, non sono mai venuto meno a quanto era nel mio cuore, ed ora mi sembra di vedere una certa correlazione. Non sono vecchio, non dovrei morire, ma tuttavia mi pare naturale e semplice. E soltanto il modo brusco che ci spaventa in un primo momento. Il tempo é breve, i pensieri sono molti. Non capisco il perché, ma il mio animo é sereno. Vorrei esser stato un Socrate, ma il pubblico é mancato. Sento la sua stessa calma, e vorrei che ve ne rendeste completamente conto.
In fondo é assai strano esser seduto qui, intento a redarre questo documento per la vita. Ogni parola resta impressa, non può esser modificata, mai mutata.
J¢rgen scrive di fronte a me, abbiamo vissuto insieme, ora moriamo insieme, due compagni. Sono stato con Poul, avevamo molte opinioni differenti, ma egli sa cos'ho in me e cosa posso dare. Senti come una lama che ti taglia l'animo, é il dolore, si dice, ma
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guarda l'infinito, dobbiamo morire, e né io né te possiamo dire se sia bene o male che il mio trapasso avvenga un po' prima o un po' dopo. Ricordati, ti giuro che è vero, che agni dolore si muta in gioia, ma solo pochi vorranno riconoscerlo di fronte a se stessi. Si sono avvolti nel dolore e l'abitudine fa credere loro di esser sempre avvolti nel dolore. La verità è che dopo il dolore giunge la profondità e dalla profondità sorge il frutto.
A me niente taglia l'animo, è così, e te ne devi render conto. Ho qualcosa che vive e arde in me, amore, ispirazione, chiamala come vuoi, tuttavia qualcosa che non riesco ad esprimere. Ora muoio, e non so se ho acceso una piccola fiamma nell'anima di qualcuno, una fiamma che mi sopravviverà, ma sono ugualmente sereno, perché ho visto e so che la natura è ricca, nessuno nota se un germe viene calpestato e muore, perché dovrei dunque rattristarmi io, (panda vedo tutta questa ricchezza che vive ?
Ci sono poi i bambini, che mi sono sentito vicini in queste ultime ore, ero felice di rivederli e di vivere nuovamente con loro. Ho sentito il mio cuore palpitare al pensiero di loro, e spero che cresceranno da uomini che sanno guardare oltre gli argini della via. Spero che il loro animo possa svilupparsi liberamente e mai sotto un'influenza unilaterale. Salutameli, il mio figlioccio e suo fratello.
Vedo che svolta prendono le cose nel nostro paese, ma ricordati, e ve ne dovete ricordare tutti, che il sogno non deve essere di tornare ai tempi primi della guerra; i1 sogno per voi tutti, giovani e vecchi, deve esser di creare un ideale per noi tutti che non sia unilaterale. Il nostro paese tende verso una grande méta, qualcosa a cui anche il piccolo contadino aspirerà, mentre con gioia sente che il suo lavoro e la sua lotta hanno fatto suo questo c< qualcosa ».
In fine c'é lei che é mia. Falle capire che le stelle brillano an- cora ed io non era che una pietra miliare. 'Aiutala, ora potrà diventare molto felice. In fretta, tuo figlio maggiore = ed unico
Kim
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LEIF DINES PEDERSEN
Danese, nato a Copenaghen il 3 dicembre 1921, studente in Agraria. Organizzatore di un gruppo di guastatori e ricercato dalla Gestapo, riprende l'attività clandestina a Silkeborg, dove viene arrestato dopo l'azione contro le officine di Darr e suppliziato nel marzo 1945. (Lettera tratta dalla raccolta « De Sidste Timer », Berlingske Forlag, Copenaghen, 1946)
13 marzo 1945
Cara mamma e papà,
questa mia lettera sarà dunque il mio ultimo saluto a voi. Oggi ho saputo la mia condanna. La pena capitale. Molto probabilmente avrete già saputo cosa ho fatto. Ho partecipato a varie azioni di sabotaggio e sono corresponsabile dell'uccisione di un ufficiale tedesco, ed ora é finita. Il pensiero non mi preoccupa eccessivamente, perché, da (panda partecipavo a quelle cose, ero preparato alla possibiltà che il peggio si verificasse.
Mi dispiace soltanto di non avervi avvertiti, quando mi recavo da voi in ferie, ma ogni volta pensavo che sarebbe andata bene, e non c'era dunque ragione di informarvene. Per quanto riguarda il motivo che mi ha spinto ad agire come ho agito, non mi resta che dire che ho obbedito alla mia convinzione, e l'avvenire mostrerà se era giusto o no.
Non mi é facile coordinare i pensieri, volevo dirvi tante cose, ma non trovo le parole.
Non pensatemi come morto, pensate alle belle ore che abbiamo passato insieme, e perdonatemi il male che vi ho fatto. Nelle seguenti pagine ho annotato varie cose, un paio di saluti
• ,che vi prego porgere e qualche informazione circa le mie questioni personali, tra l'altro circa il debito contratto per ragioni di studio, debito che purtroppo non posso più liquidare.
Innanzi tutto vi prego salutare le zie Elsa e Margrete e rin- graziarle per ciò che hanno fatto per me durante la mia infanzia e gioventù. Seguono due indirizzi a Silkeborg. Uno é il mio domicilio in Thorsgade 46 (il padrone di casa si chiama Jensen); l'altro é un certo salumiere Skou, Ornsovej 93, dove mi recavo a
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mangiare. Egli vi aiuterà certamente a procurare e ad inviarvi
quanto mi appartiene.
In fine, i più cari saluti e grazie ancora per tutto ciò che avete
fatto per me durante la mia infanzia e gioventù.
Perdonatemi.
Leif
CHART J'S APPELMAN
Olandese vissuto in Belgio, nato a Villers-le Bouillet, fucilato alla cittadella di Liegi il 26 novembre 1943. (Lettera avuta dall'Armée Belge des Partisans)
Miei cari fratelli e cari compagni,
vi scrivo questa lettera, 7 ore e 50 prima della mia morte.
Paul, quando Jean ritornerà dalla Germania gli dirai che non mi é dispiaciuto di morire perché da quando ho lasciato casa sapevo quello che facevo. Non prendermi per un bugiardo, ma andremo alla fucilazione cantando, perché noi non moriremo come molti nel letto, ma per la nosta libertà, per il Belgio, per la nostra Patria. Mio caro fratello Jean, quando ritornerai io sarò già morto, ma è una morte difficile da guadagdarsi in tempo di pace, ma facile da guadagnarsi in tempo di guerra.
Jean, fatti coraggio e soprattutto tieni alto il morale, perché un giorno non ci si vedrà sulla terra, ma in cielo.
Mio caro Paul, la tua pipa l'ho regalata ad uno dei miei migliori amici, che mi ha dato da mangiare e me ne ha data un'altra, con la quale ho molto fumato, è molto buona, conservala come mio ricordo. Sebbene sia un tedesco mi ha abbracciato, aveva le lacrime agli occhi. Mio caro Paul, mi saluterai i compagni Adrien, Edgar, Paul Delise e sua moglie e Willy, Pauline e madrina, Arturo Jacques, mi saluterai pure il signor Jacques, Allaert, Laruelle, il signor Vicario ed il signor Curato. Pregate per noi, questo vi farà del bene.
Ecco un verso che abbiamo composto nell'ultima nostra ora:
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LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
« Il sole si alza all'orizzonte, ma la mia vita è al suo declino Perché lassù noi vivremo, cantando con gioia le lodi di Dia ». Miei cari fratelli, compagni, addio! Addio!
Sono nato olandese. Ho lavorato olandese. Ho pregato in olandese. Sono stato prigioniero olandese. Muoio olandese.
Viva Cristo! Viva il Belgio! Viva l'Olanda! Viva la libertà!
Charles Appelman
JACQUES GUY
Belga, nato a Veviers, fucilato alla cittadella di Liegi il 29 febbraio 1944. (Lettera avuta dall'Armée Belge des Partisans)
Caro papà e cara Mamy,
eccovi una seconda lettera nella quale vi racconto come tutto é andato. Siamo stati traditi. Arrivato alla Piazza Vieuxtemps, mi sono visto circondato di Feldgendarmes. Da quel momento ho capita che tutto era finito. Alla Kommandantur mi hanno interrogato, hanno voluto farmi parlare. Sono stato battuto, legato ad un tavolo, con fustigate che cadevano come la pioggia. Ma mai, davvero mai, ho fatto il nome di nessuno. Avrei potuto salvare la mia testa, ma ho preferito nulla fare e nulla dire che potesse tradire la patria.
Ti renderai conto che dopo tutto questo ho il coraggio sufficiente per essere fucilato. Che è una bagatella in confronto a tutto quello che ho sopportato.
Parecchie persone debbono ringraziarmi per non aver fatto il loro nome. Ed ora sono fiero di me, perché ho resistito a tutto ed ho salvato molte vite.
Vi sarò riconoscente di far conoscere questo resoconto a Gilberte così come alle associazioni di cui facevo parte.
Il mio corpo resterà nel cimitero militare di Liegi e morirò da vero belga. Viva. il Belgio!
Guy Jacques
sempre belga
morto per la Patria
JV LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
(Biglietto trovato negli abiti di Jacques Guy dopo la sua morte)
Un'ultima parola per dirvi che per parte mia non ho mai denunciato o incolpato alcuno, malgrado le numerose fustigate che ho ricevuto per farmi parlare.
Avrei potuto salvare la mia testa in molti modi. Ma ho preferito essere fucilato che tradire, in questo modo muoio da uomo in gamba e fiero di me.
Guy Jacques
FERNANDE VORRAL
Belga, nata a Charleroi, decapitata a Wolfenbuttel il 7 agosto 1944. (Lettera avuta dall'Armée Belge des Partisans)
Mia piccola mamma,
ho una notizia ben triste da darti, sii coraggiosa ti prego, sono stata condannata a morte. Forse stasera sarò giustiziata. Tu devi pensare a mio fratello e sopportare tranquillamente questa prova. Sono molto calma, mia piccola mamma. Lo vedi anche tu, ho la coscienza tranquilla. Ho agito conformemente ai miei iprincipi. Non è una morte triste quando si ha questa consolazione. Credo di essermi sempre comportata degnamente. Ho moltò,pensato a te, dopo che sono in prigione. Mia piccola mamma, erediti conto pure tu, non devi troppo piangermi, ero giovane e libera, non lascio bambini.
Per quanto riguarda mio fratello, digli che cerchi di essere un uomo, questo é tutto quanto gli chiedo. Presto il mondo sarà libero, e sarà pure per lui, il mio caro piccolo Claudio, che avrò lottato. Digli di cercare di ben comprendere la vita, avrei tanto voluto fargliela scoprire. Ho pensato enormemente anche a lui, in prigione. Ti chiedo di abbracciarmi Maria. Dille che lei è uno dei miei più bei ricordi. Sono veramente felice di aver incontrato sulla mia strada una persona cosí buona e cosí onesta. L'amo molto e le sono molto riconoscente per avermi dato un po' della sua amici-
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zia. Chiedo scusa a tutti per il dolore che vi arreco ma sento che voi mi perdonerete. La causa che difendo é giusta, é sacra. Che i miei compagni sappiano che non ho mai dubitato del suo trionfo. Ho anche l'autorizzazione a scrivere ad Alberto. Gli scriverò indirizzando a sua sorella. E molto giovane, sarà libero quando ritornerà, si rifarà una nuova vita, l'altra non ha contato. Da sposati siamo rimasti cinque giorni insieme!
Mia piccola mamma, ho lasciato della roba da mia cognata. Vedi di riprenderla. Vorrei che tu dessi a Maria quella bomboniera tanto bella ch'essa mi aveva dato tempo fa. Sarà un ricordo per lei. A te, lascio il mio orologio che si, deve trovare a St. Gilles. Disgraziatamente, non lascio molto. Vedi mia piccola mamma ti amo molto e ti domando di portare su Claudio tutto il tuo amore materno. Credo che dopo questa guerra s'inizierà una vita di felicità. Vi chiedo di approfittarne, tutti. Ho anche una grande consolazione: nessun amico mi ha seguito in prigione. T'assicuro che questo mi dà una grande forza. Ti prego di informare una delle mie vecchie compagne di prigione, Antoinette Delmazière di Cour-riéres o di Henin-Liétart, sulla Manica. Non lo ricordo più con esattezza, ma indirizza alle due località, la lettera giungerà certamente senza altre indicazioni. Lei ti parlerà di me. E stata molto buona con me. Dille che ho pensato a lei sino alla fine. Le mie vecchie compagne di prigione verranno certamente a prendere mie notizie. Tu dirai loro che ho saputo accettare la mia sorte con calma e che mi sono mostrata degna fino alla fine. Ho mantenuto le mie convinzioni sino alla fine, sono sempre rimasta atea. Oggi é una giornata bella e calda, questo per me è un simbolo dell'aurora che vedo spuntare. Approfittatene.
La prigione non mi ha cambiato moralmente, salvo per rendermi migliore.
Ed ora dico addio a te, mia piccola Mamma, ed a tutti quelli che mi hanno voluto bene. Ancora una volta, coraggio. Ti lascio, ahimé, per sempre.
La tua «grande» figlia Fernanda
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P. S. - Di ai miei amici che non rimpiango nulla di ciò che ho fatto, che ricomincerei la mia vita sulla stessa via che ho seguito, per quanto riguarda il mio lavoro.
Ti abbraccio un'ultima volta.
F.
PAUL THIERRET
Francese, arrestato il 18 maggio 1942, fucilato il successivo 21 otto-lyre. (Lettera tratta dalla raccolta « Lettres de fusillés », Éditions France d'Abord, Paris, 1946)
Ottobre 1942
Alla mia cara moglie, alla mia famiglia, ai miei amici.
Fui condotto alla Brigata Speciale dove subii un primo interrogatorio, ma non risposi nulla. Fui incatenato e custodito da tre guardie, isolato in una stanza.
L'indomani, nuovo interrogatorio con la minaccia di punizioni, uno di quelli che erano stati arrestati avendo detto che io gli avevo consegnato una rivoltella. Risposi che era un romanzo d'appendice e fui ricondotto nella mia cella con la promessa che mi avrebbero ben fatto parlare. Nel frattempo avevo visto mia moglie che portavano alla antropometria.
L'indomani, 20 maggio, venivo condotto al deposito. Tornarono a riprendermi venerdì 22 maggio per la scena più terribile che ebbi a subire. Infatti dalle 2 alle 5, tre poliziotti si alternarono nel picchiarmi due alla volta. Fu durante questa seduta che un colpo di manganello mi fece saltare l'occhio destro. Malgrado tutto, non una parola usci dalle mie labbra, dovettero riportarmi via. Mi gettarono in una cella dove, non so come, passai la natte. Un mese dopo ero ancora tutto nero dal collo ai polpacci, in seguito ai colpi, ricevuti; non so quante volte svenni.
Lasciai il deposito (dove avevo avuto la gioia e insieme il dolore di vedere la mia cara moglie, non ancora liberata) il 10 giugno, per raggiungere la Santé, dove mi trovo da quella data. Do-
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LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
vevo subire l'interrogatorio da parte dei tedeschi 1'11 e il 17 giugno, poi il 14 luglio. Non fu peggiore di quello che avevo dovuto subire da parte dei francesi. Quelli, almeno, hanno la scusa di difendersi, ma cosa dire dei poliziotti francesi?
Il vero supplizio é che dal 10 giugno al 1° ottobre ho avuto giorno e notte le mani legate dietro la schiena: se volete aggiungere quanto ero martoriato nella mia carne (sotto i colpi le mie natiche s'erano talmente gonfiate che i calzoni si sono spaccati), mi era quasi impossibile sdraiarmi. Solo, senza notizie, senza niente e la pancia vuota, ho tuttavia tenuto duro...
Vi sono state 18 condanne a morte su 24.
Dopo la fine del processo ci hanno tolto le manette e ci prestano dei libri e soprattutto grazie a voi ho dei pacchi. Vi dico mille volte grazie. Noi ora non attendiamo più che un prossimo pomeriggio quando, verso le 16, noi moriremo molto coraggiosamente.
Alla mia cara moglie, alla mia famiglia, ai miei compagni, a tutti, addio.
A tutti voi affido mia moglie, amatela, aiutatela, io l'amo tanto.
Paul
JEAN CAMUS
Francese, nato a Gonesse (S.-et-0.) il 25 matzo 1926, fucilato i1 25 aprile 1944. (Lettera tratta dalla raccolta ((Lettres de fusillés », Editions France d'Abord, Paris, 1946)
Fresnes, 25 aprile 1944
Cará mammina cara,
perdonami, mia cara mamma, di averti già dato tante pene, ma oggi te ne dò una più dolorosa di tutte: fra due ore, cioè alle quindici di questo pomeriggio, sarò fucilato dal plotone d'esecuzione.
Sono stato condannato a morte 1'11 aprile e sarò fucilato a 18
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anni ed un mese giusto: muoio da valoroso che ha la coscienza di non aver fatto che il suo dovere. Voglio proprio, cara mamma, che tu non ti faccia del cattivo sangue per tuo figlio, perché io non sono più da compiangere, parto per raggiungere il regno di Dio dove sari) molto felice: quelli che sono più da compiangere siete voi, tu ed il mio amato papá.
Prima di morire, domando perdono a tutte le persone a cui ho fatto del male e perdono tutte le persone che mi hanno fatto del male..
Tu andrai a trovare Clémence, Léon, i miei cugini, le mie cugine, così come Henriette e tutta la sua famiglia. Voglio anche abbracciare Antoine e Renée, così come la nonna e Huguette. Andrai da Suzanne e abbraccerai tutti, questa è la mia ultima vo-lontá. Soprattutto, soprattutto, mammina mia cara, reagisci e riprendi il corso della vita normale.
Dopo la guerra, fa riprendere il mio corpo o i suoi resti e falli mettere vicino al mio povero nonno Désiré Camus: va a trovare il Signor T... e digli che il suo vecchio allievo lo abbraccia di tutto cuore.
Ti lascio, cara mamma, per mangiare un poco e per non morire a stomaco vuoto. Per adesso ti dico arrivederci, cara mamma, ma t'invito a credere che solo ora vedo ciò che tu rappresentavi per me
Jean Camus
JEAN ARTHUS
Francese, studente al Liceo Buffon di Parigi. Arrestato con altri quattro studenti nel corso di una manifestazione al liceo, il 10 marzo 1942, viene con essi fucilato, l'8 febbraio 1943, al Mont-Valerien (Parigi). (Lettera al padre tratta dalla raccolta «Lettres de fusillés n, Éditions France d'Abord, Paris, 1946)
8 Febbraio 1943
Mio carissimo,
non so se tu t'aspettassi di rivedermi: io me lo aspettavo. Ci hanno detto stamattina ch'era finita, allora addio. So che è un col-
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po molto duro per te, ma spero che tu sia abbastanza forte e che saprai continuare a vivere, avendo sempre fiducia nell'avvenire.
Lavora, fa questo per me, continua ad occuparti dei libri che volevi scrivere, pensa che io muoio da Francese per la mia Patria..
T'abbraccio forte.
Addio, carissimo jean Arthus
VALERIO BAVASSANO
Italiano, nato a Genova il 14 gennaio 1923, operaio elettromeccanico. Partigiano nella III Brigata Garibaldi « Liguria », il 17 aprile 1944 viene catturato nel corso di un rastrellamento, tradotto di carcere in carcere e più volte seviziato. Fucilato al Colle del- Turchino, il 19 maggio 1944, con altri cinquantasette patrioti. (Lettera inedita avuta dalla famiglia per il tramite di Calisto Saettone di Genova)
Carceri 16/5/1944
Mammina carissima,
un triste presentimento mi dice che oggi é stata l'ultima volta che ci siamo visti.
Mammina cara, il destino continua ad essere crudele con te.
Questa mia vita che insieme abbiamo contesa tante volte alla morte, credo stia per sfuggirmi. Ti sia di conforto il pensiero che io sarò forte fino all'ultimo.
Certamente paura non ne sento. L'unica grande spina del mio cuore é il sapere che tu e Milli resterete sole al mondo.
Ho volñto seguire la mia idea e adesso mi domando se di fronte a te avevo il diritto di farlo.
Perdonami, mammina, se ti cagiono questo grande dolore. Ti avevo pur detto che mi sembrava poco naturale restar vivo solo io fra tanti compagni morti.
Adesso andrò con loro. Doveva finire così.
Ancora una volta, mammina, perdonami.
Anche Milli deve perdonarmi e dille che se spesse volte ci si bisticciava, era proprio perché ci volevamo bene.
Quando il dolore ti sembrerà insopportabile, rifugiati in lei, ti sarà di grande sollievo.
42 LUTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA EUROPEA
Ricevi da tuo figlio il più affettuoso abbraccio e tanti, tanti
baci, anche per Milli. Per l'ultima volta perdonatemi.
Vostro
Valerio
PAOLA GARELLI
Italiana, nata a Mondovì (Cuneo) il 14 maggio 1926, pettinatrice. E collegatrice e rifornitrice di viveri e materiale per le formazioni partigiane operanti nella zona di Savona. Arrestata nella notte fra il 14 ed il 15 ottobre 1944, il successivo lo novembre viene fucilata alla Fortezza di Savona con altri cinque patrioti tra cui due donne. (Lettera tratta dalla raccolta «Lettere di condannati a morte della resistenza italiana », Einaudi, Torino, 1952)
Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre agli zii che t'allevano, amali come fossi io.
Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonni e gli altri, che mi perdonino il dolore che dò loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi
la tua infelice mamma
GUGLIELMO JERVIS
Italiano, nato a Napoli il 31 dicembre 1901, ingegnere. E uno dei primi organizzatori delle formazioni partigiane della Valle d'Aosta e commissario delle formazioni G. L. nelle valli Pellice, German asca e Chisone. Arrestato ai primi di marzo 1944, tradotto nelle carceri Nuove di Torino, più volte seviziato viene fucilato nella notte fra il 5 e il 6 agosto 1944 nella piazza principale di Villar Pellice (Torino). (Messaggio scritto con uno spillo sulla copertina d'una bibbia e ritrovato nei pressi del luogo dove fu fucilato. Dalla raccolta « Lettere di condannati a morte della resistenza italiana », Einaudi, Torino, 1952)
Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un'idea.
 
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1953 Mese: 7 Giorno: 1
Numero 3
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1953 - 7 - 1 - numero 3


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