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tipologia: Analitici; Id: 1471806


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Tipologia Periodico
Titolo Nicola Chiaromonte, Inchiesta sull'arte e il comunismo. Arte e comunismo
Responsabilità
Chiaromonte, Nicola+++
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Trascrizione Non markup - automatica:
ARTE E COMUNISMO
Stalin, agl'inizi del suo potere, enunciò quella sua famigerata definizione dell'artista: «ingegnere delle anime », cioè funzionario propagandista specializzato, tecnico soggetto come gli altri agli ordini e alle ordinazioni dello Stato. La questione dell'arte comunista era esaurita. Il «realismo socialista» era nato, insieme al totalitarismo assoluto.
Quando si discute di questo problema a dir vero insussistente: il rapporta fra la creazione artistica e l'ideologia comunista, si dimenticano molte cose, fra cui che il problema nasce da un atto preliminare: l'accettazione del fatto compiuto bolscevico. La quale accettazione si esprime nell'idea che non solo la questione del socialismo (con tutto il suo contenuto di problemi politici, intellettuali e morali), ma, insieme ad essa, ogni questione essenziale dell'esistenza umana, si riduce ormai a quella di un corso d'azioni rigorose dirette a «costruire» il socialismo, a «trasformare» integralmente il mondo esterno e quindi la coscienza individuale e collettiva. Il corso delle azioni è deciso dallo Stato; il socialismo é la direzione in cui marcia lo Stato, ciò che dev'esser tenuto per giusto, per vero, e per bello, si deduce da questa direzione. Come potrebb'essere altrimenti? Non potrebbe. Ma un'idea di questo genere non inizia, anzi termina, ogni questione propriamente spirituale.
Il problema dell'arte e del comunismo fu discusso con qualche autenticità fra il 1925 e il 1935. L'intellettuale che lo discusse con più intelligenza e delle esigenze del comunirno e di quelle dell'arte fu André Malraux. Malraux ammetteva senz'altro che, nell'universo comunista, non si trattava di discutere in astratto sulla libertà, dell'artista o d'altri. Che alla libertà, fino a nuovo ordine, bisognasse rinunciare, era dato e concesso; che si dovesse aderire di tutto cuore al regime e al partito prima di avere il diritto di
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fare o dire una cosa qualsiasi, era un assioma primo. L'universo comunista era totalitario, sì, ma in nome die una grande idea, un'idea che s'identificava col solo compito etico escogitato dal pensiero moderno: l'umanizzazione visibile del mondo. Il comunismo poteva ben essere un'ideocrazia come Bisanzio era stata una teocrazia. Bisanzio aveva creato l'arte cristiana; perché da Mosca non sarebbe venuto l'esempio dell'arte comunista ? Il comunismo era imperioso e dogmatico, ma anche la Chiesa di Roma era stata imperiosa e dogmatica; ciò non aveva impedito né Giotto, né Dante, né il Greco; dall'oc agape » cristiana era nato un nuovo significato del mondo; perché dalla o fraternità virile» dell'azione comunista non sarebbe nata una nuova figura dell'uomo?
Nell'universo comunista, non si trattava di rimasticare il vecchio problema romantico della libertà dell'artista individuo. Si trattava del rapporta fra l'individuo e la collettività, fra l'artista e una nuova fede unanime. Rimaneva dunque legittimo un solo problema: quello di sapere che cosa significasse, per il comunista, l'atto di aderire al comunismo; che cosa, in particolare, l'artista e il oo chierico» potessero fare del nuovo principio una volta aderitovi; quale nutrimento potessero ricavarne; quale fosse la sostanza della nuova fede accolta la quale essi potessero sentirsi autorizzati a viverla e ad esprimerla e, sacrificando ad essa le vecchie idee e le antiche passioni, per questa via di disciplina e di fermezza interiore, diventare non già liberi di fare a proprio talento, ma liberi di essere comunisti: comunisti e liberi. Se la libertà cristiana era stata, perché non poteva essere la libertà comunista? E se questo era possibile, tutto il resto era secondario.
Né Malraux si fermava a mezza strada. Egli vedeva bene che il comunista militante non si confronta col mondo nella contemplazione, ma nell'azione. Ora, nell'azione — egli argomentava — l'uomo risoluto si trova faccia a faccia con una necessità che lo sorpassa infinitamente: il Destino. Che si manifesti nella fatalità della battaglia, o sotto forma di comando che impone di accettare la propria disfatta morale, al Destino non si sfugge con gli argomenti. Il comunista é l'uomo che, di fronte alle necessità dell'azione, é pronto a far gettito non solo della propria esistenza fisica,
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ma anche della propria coscienza d'individuo, o, per meglio dire, del proprio modo di concepire la logica degli eventi. Ma, nell'abnegazione totale, c'è una realtà alla quale il comunista non può rinunciare, ed é la realtà della coscienza. Perché la coscienza è data all'uomo come gli é data il destino: inesorabilmente. Ora, la coscienza della verità di quello che gli accade, il militante, nella lotta, può soltanto averla, non esprimerla; spetta — sosteneva Malraux — all'artista comunista di darle parola, forma e . figura. Li, in quell'opera che non poteva essere se non pienamente responsabile e dunque pienamente libera, si sarebbe affermata la libertà comunista: il senso del comunismo. Altrimenti, l'azione comunista sarebbe rimasta per sempre separata dalle regioni dove l'esistenza umana attinge un significato durevole. I comunisti avrebbero forse conquistato il mondo, ma se lo sarebbero dïmen-ticato via facendo, come i Mongoli di Voltaire.
Ma l'argomento di Malraux era puramente intellettuale. La sua domanda si riduceva a quella se la fede comunista fosse, in senso proprio, una fede comune, oppure un'insegna di comando, pertinenza esclusiva delle supreme gerarchie. A questa domanda, la risposta era già: venuta, era negli atti e nei fatti, nonché negli argomenti impiegati a giustificare gli atti e i fatti: la fede comunista — se di fede si poteva parlare —. era da riporre nei fatti compiuti e da compiere; li era la certezza, non nel regno vano delle « idee ». Le idee erano, per così dire, già avvenute, e servi- vano, una volta per sempre, a rendere inflessibile il corso dell'azione, a consacrare i fatti. Il comunismo, per sua dichiaratissi-ma essenza, era volontà d'organizzazione e d'imperio. In esso, fede, dogma e disciplina erano una stessa e medesima cosa. La sua ortodossia riguardava gli atti e il comportamento, non un'inconcepibile realtà intellettuale superiore ai fatti e agli atti. Per l'artista e per il o chierico », come per ogni altro suddito, non c'era quindi altro da fare che eseguire con infinita sollecitudine gli ordini e le ordinazioni che scendevano per via gerarchica. Nessuna autonomia, nessun potere proprio, poteva esser riconosciuto, nell'universo comunista, alle idee, alla coscienza, alla fede comunista essa stessa. Tanto meno, dunque, alla fantasia creatrice.
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Quanto all'analogia col Cristianesimo, era un'ipotesi astratta. Astratto era ragionare come se, per il cristiano, fede e dogma fos-sera la stessa cosa, e anzi la fede nascesse dal fatto compiuto del dogma. Astratto pure era il parallelo con Bisanzio. Se Bisanzio era una « teocrazia », gli é perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vi avevano un potere reale e temibile infinitamente superiore a quello del «basileus» suo assoluto mandatario. Rappresentanti di quel potere erano gli orgogliosi «uomini di Dio », monaci e vescovi che rivendicavano il diritto non solo di vivere e pensare la fede cristiana, ma, appunto perché il' potere era « teocratico», di sorvegliare il potere. Ma, nell'« ideocrazia » comunista, a chi é affidata il potere dell'Idea? Allo Stato comunista. E qual é la norma del potere comunista? La Necessità Storica. E chi giudica della Necessità Storica? Lo Stato comunista.
* * *
La discussione che si trascina oggi, sull'arte comunista, é la ripetizione stracca di quella terminata, per mancanza di oggetto, venti anni fa.
Nel frattempo, é diventato sempre più chiaro che l'universo comunista non ammette né credenti né martiri, solo strumenti e vittime. Sulle tombe dei forzati morti di stenti nelle miniere di Siberia c'é la stessa scritta che potrebbe commemorare il sacrificio di qualsiasi militante: «Caduto nella latta per la Costruzione Socialista ». Nel frattempo anche, il mondo comunista ha imposto alla nostra attenzione l'esempio della più alta forma di eroismo morale che esso ammetta: l'abiura. L'abiura, s'intende, non a questa o a quella idea, ma alla propria personalità tutta intera. L'accettazione della morte morale, oltre che della morte fisica, é certamente l'atto estremo e supremo della coscienza comunista. Atto grandiosamente negativo, al quale é dovuto l'omaggio della nostra totale repulsione. Ma atto nel quale tutto muore, e dal quale nulla può nascere, tranne vantaggio per il potere.
Di che si discute, dunque?
Se il comunista fosse un rivoluzionario e non, com'è, il soldato di un potere ideocratico, di fronte all'arte egli dovrebbe sa-
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per ripetere l'oltraggio dei rivoluzionari russi del 1860: cc Meglio un ciabattino che Shakespeare ». Chi si è dedicato alla redenzione degli oppressi, può anche disprezzare l'arte, o non curarsene. Ma quell'oltraggio era una sfida e un atto di fede, oltre che una negazione. Il comunista non può permettersi gesti così inconsulti. Tutto può giovare al potere, e il contrario di tutto. Quindi sola é permessa al buon comunista la convinzione che l'aspetto ufficiale delle cose è l'unico vero, che il mondo, cioè, è popolato di oggetti da manipolare, o da eliminare. L'imitazioné inflessibile della verità ufficiale è il canone della sua etica come della sua estetica.
Dice Hegel che, nel Medio Evo, anche un pittore miscredente avrebbe potuto dipingere una Madonna; tanto irrefutabile per la mente, tanto chiara, tanto obbiettivamente vera per tutti e, si direbbe, tanto desiderosa di nuovi aspetti, era, nella comunità e per la comunità, l'immagine della Madre di Dio. Ma il pittore sovietico che si cimenta a dipingere le parvenze di Stalin dipinge nell'evidente irrefragabile terrore di dipingere altro che la piega dei suoi baffi e quella dei suoi pantaloni, nella cura infinita di evitare ogni accenno a uno Stalin comunque vero. Onnipresente attorno a lui, il Sommo Gerarca non é presente alla sua mente ma la occupa, come un esercito occupa un paese. Così, quello sciagurato facente funzione di artista ci obbliga visibilmente a constatare due fatti: la sua totale incapacità di credere all'esistenza reale dell'uomo Stalin e l'indifferenza non solo, ma l'altissimo inesorabile sospetto di Stalin lui medesimo per la sua propria figura e natura di uomo, nonché per la natura umana in genere. Tali sono le vie del o realismo socialista ».
***
Naturalmente, queste considerazioni sembreranno non solo eccessive, ma anche fanaticamente ostili, ai molti che, in Occi- dente, credono ancora possibile conciliare l'ideocrazia comunista con quella libertà interiore, intrinseca e sostanziale senza la quale nesuna opera umana (tranne quelle del tutto meccaniche e servili) è concepibile e la quale può in teoria persistere anche nell'assenza di ogni libertà pubblica e formalmente riconosciuta.
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Quello che qui si nega è precisamente che il comunismo qual è oggi in realtà, in termini di vera e non immaginaria espe-rienzay il comunismo, insomma, preso sul serio, lasci adito alla libertà della prima specie, quella sostanziale. Questa non tanto a causa della disciplina. Si può immaginare una stretta disciplina delle azioni la quale non intacchi alla radice la libertà spirituale (cioè quella distanza viva e variabile fra la mente e il mondo che è essenziale alla visione interiore). Si può (anche più facilmente) immaginare una forte disciplina dell'ordine dei pensieri che lasci libero il lavoro creatore, e anzi lo sostenga. Ma una disciplina dei pensieri imposta in funzione di un'inflessibile disciplina degli atti e la quale non dico lasci libera l'opera dell'artista, ma semplicemente viva la coscienza, è impensabile. Una tale disciplina, e l'idea che la giustifica, non offrono, infatti, all'individuo dei temi di vi- sione, di riflessione o di azione morale, ma degli oggetti obbliga- tori a proposito dei quali la sola libertà che gli sia concessa è quella di trovare il modo di muovere determinati affetti in un senso anch'esso determinato.
La Natività, la Passione, la Resurrezione sono temi della libertà cristiana; il Sacro Cuore, la Madonna Addolorata, le virtù esemplari dei Santi della controriforma sono oggetti della devozione cattolica. Così, i temi della rivolta si trovano spontanei in tutta la letteratura e l'arte del secolo XIX, da Stendhal a Tolstoi, da Goya a Van Gogh, e non hanno bisogno di esser classificati « socialisti » per nutrire quel rifiuto del mondo « così com'è » che è uno dei grandi motivi della coscienza moderna. Ma l'Operaio, la Costruzione Socialista, la Pace, il Popolo, eccetera, sono gli oggetti (mutevoli, per giunta) della devozione comunista. Il comunismo stesso, per trovarlo visto, descritto, amato, odiato, vissuto come esperienza e come tema, bisogna ricorrere ai libri degli ex-comunisti: Malraux, Silone, Koestler, Orwell. Se l'ideocrazia comunista avesse potuto ammettere altro che la retorica edificante, la propaganda e la bigotteria, essa sarebbe forse riuscita a trattenere quegli uomini irrequieti nella sua orbita, così come il cristianesimo seppe, per lungo tempo, tollerare e dominare non solo l'anticlericalismo, ma anche una grande quantità di elementi perfettamente estranei al-
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l'ispirazione cristiana. Senonché, gli oggetti di devozione non sono soltanto dei temi prescritti: é prescritto, in essi, anche il senso in cui devano essere sentiti e interpretati, e quindi il modo di trat- tarli. A questo punto, per quanto si dica e si faccia, non c'è piú posto che per una più o meno abile accademia: la mente, infatti, si trova in stato di paralisi forzata. Certo, l'accademia si può ridurre a dare un titolo «devoto» a oggetti artistici del tutto «profani ». Ma il sotterfugio, allora, denuncia, insieme alla costrizione, anche l'intenzione di eluderla. Non é precisamente un omaggio alla «fede ».
L'edificazione e la propaganda dei gesuiti si fondavano deliberatamente sul classicismo opportunamente edulcorato, ed eran sostenute dalla tradizione retorica e pedantesca del Cinquecento e del Seicento: mancavano di sostanza, ma non di struttura. I comunisti credono di poter far servire a scopi analoghi la tradizione «naturalistica» del secolo decimonono, sommariamente in-terpretatá e definita. Ma l'equivoco non potrebbe essere maggiore. Usata a tal fine, la tradizione naturalistica (dato che corrisponda a qualcosa di preciso) si trasforma immediatamente in «poncif », e non può servire che alla produzione di « bestsellers ». La ragione é che é impossibile ridurre a un qualsiasi denominatore comune una «tradizione» che comprende Balzac e Gogol, Dickens e Manzoni, Tolstoi e Melville, Goya e Courbet, Delacroix e Renoir, Daumier e Van Gogh. Il solo punto d'incontro di artisti così diversi, dato che sia lecito formularlo, non è né nello «stile» né nel (( soggetto», ma nella temeraria avventura del reale, nella libera interrogazione, nel rifiuto preliminare delle forme stabilite, nella solitaria ricerca del (( significativo». Formulare questo in una «regola» qualsiasi, estetica, sociale o morale, significa rendere obbligatori i postulati del filisteismo, elevare a dignità di modello i (( valori» formali e sostanziali dell'arte borghese della fine del secolo: l'imitazione amorfa, il conformismo e il rispetto delle «convenienze ».
E ben certo che molti militanti, specie giovani, non sono oggi comunisti perché accettano in coscienza tutto quanto il partito fa, ordina e proclama, ma perché, di fronte a un mondo che non li
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soddisfa, vedono nel partita il solo strumento efficace di un cambiamento radicale. E anche certo che molti di questi giovani si piegano alla disciplina per una stoica, amara, e quasi disperata, decisione: a causa dell'assenza di un altro centro di fede operante, piuttosto che per spontanea e positiva adesione dell'animo alla «linea »; mossi più dal disprezzo per tutto il resto che dall'amore per la potente compagnia cui sono aggregati. Una tale adesione fredda, voluta, e «negativa », è anzi caratteristica dei partiti comunisti del dopoguerra, e costituisce forse il fondo della loro tenacia come della loro debolezza.
Si può pensare che, per questi giovani, arte comunista significhi in sostanza — e astrazion fatta dalle prescrizioni ufficiali — un'arte di realismo corrosivo, che descriva e denunci la corruzione del mondo borghese, additando così, implicitamente o esplicitamente, i «valori sani» da istaurare. Questo sarebbe, all'incirca, il senso profondo del «realismo socialista ».
Ma qui c'è una madornale ingenuità, e un grossolano errore di prospettiva. S'immagifia, cioè che il realismo aspro e negatore, la poesia della denuncia e dello « svelamento spietato che è uno dei filoni più profondi dell'arte moderna, possa più facilmente accordarsi con le intenzioni prestabilite e con l'ortodossia, ed esiga insomma una libertà meno illimitata di punto di vista che, poniamo, l'arte estetizzante, sensuale, o formalistica. Naturalmente, è vero il contrario. Negare, in senso autentico, non significa inveire; negare significa vivere la negazione e patirla; soffrire la nausea e l'orrore del reale; cercare, nel mondo così com'è, un senso e non trovarlo; sentirsi prigioniero ¿lell'incubo e del grottesco, vittima. di una libertà intollerabile, ossesso: solo. Insomma, i mostri di Goya sono veri mostri, e l'universo di Kafka una spaventosa assenza; ma l'inferno dei Padri Gesuiti, per paura che faccia ai ragazzi, rimane profondamente scemo.
Se poi si parla di «realismo» nel senso in cui è lecito dire che Omero, Velazquez e Tolstoi sono dei grandi realisti, allora siamo lontanissimi da ogni passione negatrice o polemica, in una: zona che è forse la zona suprema dell'arte: quella dell'armonia spontanea fra gli oggetti del mondo e la pienezza del significato.
INCHIESTA SULE ARTE E IL COMUNISMO
Comunque la si giri e rigiri, la questione dell'arte e del comunismo appare senza oggetto. Ciò, tuttavia, non vuol dire che non abbia una raglan d'essere. C'è, per cominciare, il fatto ovvia che l'arte contemporanea implica un tale relativismo del gusto (a, se si vuole, una tale libertà) che, seriamente parlando, non si sa più che cosa sia e che cosa non sia arte, e in ogni caso qualsiasi norma o definizione generale è perfettamente aleatoria. In queste condizioni, certo, non c'è discussione astratta che non sia in qualche modo giustificata. Al tempo stesso, riaffiora naturalmente la tentazione moralistica. Ma, (panda si fa della morale a proposito d'arte, o si insiste che l'arte dev'essere utile alla società, quel che si dimentica non é tanto la libertà dell'artista quanta il fatto assai più elementare che l'artista e il suo lavoro sono anch'essi fatti sociali, non più gratuiti né capricciosi degli altri. S'immagina un'assurda libertà d'indifferenza per cui l'artista, invece di fermarsi a quello che gli appare significativo, e cioè a quelle sole cose che egli sa e può fare, dovrebbe (con un pa' di volontà) potere, per esempio, spostare leggermente la sua attenzione e «vedere» gli oggetti « morali» invece di quelli « immorali », il « lato positivo» invece di quello «negativo» delle cose. Così ragionano (e non solo a proposito d'arte) fanatici, filistei e burocrati, gente alla quale lo sforzo dell'individuo per perseverare nel proprio essere appare necessariamente come (a dir poco) un'ostinazione sospetta. Qui, però, non si nega la libertà (la quale, anzi, si presume data nel modo più vacua e «idealistico »), ma le condizioni proprie di ogni lavoro umano.
In fondo a simili pretese, c'è sempre la stessa stortura: l'idea che gli oggetti della mente: forme, immagini, emozioni e pensieri, non hanno una realtà propria e una propria necessità, non sono, cioè, parte integrante del reale, ma quasi delle emanazioni nebbiose che conviene riportare a forza di volontà nei limiti del concreta, del proficuo e del decoroso. Tali limiti sarebbero quelli asse- gnati dalla ragione scientifica (o da un sistema d'idee assunto come « scientifico ») alla quale spetta organizzare razionalmente la società, e quindi risolvere in pratica il problema morale attraverso istituzioni appropriate.
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Questa è la stortura del razionalismo utilitario, ed ha radici abbastanza profonde nel pensiero moderno per avere in vari modi e a più riprese fomentato il tentativo di ottenere finalmente il dogma, l'ortodossia, la Chiesa in cui sistemare l'uomo moderno. Il tentativo contraddice sia la ragione che la scienza, ma ha un fascino inevitabile su quelli appunto i quali non possono ammettere una ragione e una scienza che non siano assolutamente efficaci, che non affermino, cioè, il loro impero sulla vita umana tutta quanta.
Non è sicuro che sia esatto parlare di « religione comunista ». Quel che è certo, però, è che l'ortodossia comunista ha bisogno, per giustificarsi, di una struttura logica che è essenzialmente quella del razionalismo utilitario. Questa, infatti, è l'unica (o ultima) idea moderna che offra, se non una spiegazione del mondo, almeno la possibilità di una morale dogmatica e volgarizzatile. D'altra parte, i razionalisti di questa specie, che sono legione, giacché è appunto la volgarizzazione della cultura moderna che li ha formati, trovano naturalmente nel comunismo quella religione e chiesa atea della quale soltanto possono accontentarsi. Nell'uno come nell'altro sistema, l'arte in generale, e l'essere umano in particolare, hanno forse una «funzione utile », ma non veramente un posto. Senonché, malgrado tutto, la vita del mondo si svolge altrove.
NTCOLA CHIAROMONTE
 
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Testata/Serie/Edizione Nuovi Argomenti | Prima serie diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci | Edizione unica
Riferimento ISBD Nuovi argomenti : Rivista bimestrale. - N.1 (1953)-. - Roma [distribuzione Torino] : [s.n., distribuzione Einaudi], 1953-. - v. ; 23 cm (( La periodicità è variata più volte: la prima serie esce con periodicità irregolare, dal 1976 trimestrale. La prima serie si conclude con il n.69/71 (Luglio-Dicembre 1964 ma pubblicato nel marzo 1965), nel 1966 inizia la nuova serie che termina con il n.67 68 (1980), nel 1982 la terza serie che termina con il n.50 (apr. giu. 1994) ed inizia la quarta serie con il n.1 ... {Nuovi argomenti [rivista, 1953-]}+++
Data pubblicazione Anno: 1953 Mese: 3 Giorno: 1
Numero 1
Titolo KBD-Periodici: Nuovi Argomenti 1953 - 3 - 1 - numero 1


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