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tipologia: Analitici; Id: 1465202


Area del titolo e responsabilità
Tipologia Periodico
Titolo Michele A. Cortellazzo, Noterelle e schermaglie. Il guitto Marco. Appunti per un ritratto linguistico di Pannella
Responsabilità
Cortellazzo, Michele A.+++
  autore+++    
Area della rappresentazione (voci citate di personaggi,luoghi,fonti,epoche e fatti storici,correnti di pensiero,extra)
Nome da authority file (CPF e personaggi)
Pannella, Marco+++   Titolo:oggetto+++   
Area della trascrizione e della traduzione metatestuale
Trascrizioni
Trascrizione Non markup - automatica:
NOTERELLE E SCHERMAGLIE
IL GUITTO MARCO
APPUNTI PER UN RITRATTO LINGUISTICO DI PANNELLA
1. « ... I vostri sorrisi, le vostre risate saranno domani ritenute come manifestazioni un po' plebee dinanzi al guitto Marco... »: cosí, nel suo intervento al 21° Congresso del Partito radicale, Giacinto Pannella detto Marco, indiscutibilmente il leader del partito (anche se da tempo non ricopre la carica di segretario, né quella di capogruppo alla Camera), ha ironizzato sui giudizi che la stampa della nuova sinistra avrebbe probabilmente dato sulle reazioni del pubblico al suo discorso. In questa autodefinizione, polemica naturalmente, di « guitto » c'è un fondo di verità, se vi leggiamo un riferimento a quella disposizione culturale alla teatralità del personaggio politico, necessaria, pare, alla propaganda attraverso i mezzi di comunicazione di massa e mancante ai nostri politici, con pochissime eccezioni (« e viene in mente solo Pannella », notava Umberto Eco nel-l'« Espresso » del 6 aprile 1980, p. 81).
L'uso dei mass media e la capacità di creare attraverso di essi l'immagine di sé sono capitali in un partito atipico come quello radicale, che non dispone di una organizzazione capillare di tipo tradizionale, fatta di federazioni, sezioni ecc., che ha un numero di iscritti bassissimo in rapporto ai consensi elettorali ottenuti, che sviluppa battaglie su singoli temi fortemente caratterizzanti; e che supplisce a questa debolezza organizzativa e alla mancanza di una strategia generale di trasformazione proprio con la creazione di una catena di radio private e con un uso accorto degli spazi spettantigli nella televisione ufficiale. Ed è capitale, all'interno di una propaganda fondata sull'uso della comunicazione di massa, la qualità dello strumento linguistico, che dovrà essere rappresentativo di questa atipicità, voluta, del Partito radicale e dovrà dare il proprio contributo — fondamentale, se si pensa alla centralità del linguaggio verbale rispetto agli altri linguaggi — alla costruzione e al consolidamento della immagine del partito.
Pannella, portavoce principe del radicalismo italiano (è il suo volto che illustra nei momenti cruciali della propaganda televisiva, ad esempio in tutti gli « appelli agli elettori », le posizioni del partito) ed emblema fra i piú noti del Partito radicale (è lui, assieme a pochi altri radicali « della prima ora » a rappresentarne la specificità e ad impersonarne la contii.aità), può essere considerato una fonte esemplare del linguaggio radicale.
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2. L'elemento che caratterizza tutte le forme di comunicazione dei radicali è il mancato rispetto delle regale del gioco (di cui una manifestazione plateale, probabilmente derivata da precedenti americani mostrati anche nel film Sindrome cinese, è stato, nel 1978, un comizio televisivo muto, quando regola fondamentale della presenza ad una « tribuna politica » è quella di dire qualcosa). Sul piano linguistico il fenomeno si attua con la violazione delle convenzioni che stanno alla base della lingua comune, di cui Pannella forza le regole, creando con il materiale offertogli dalla lingua italiana una lingua « diversa ». Si vedano alcuni brani dell'appello agli elettori per le politiche del 1979:
Da quando avete, da quando abbiamo votato, l'ultima volta ... hanno assassinato per cinquantacinque giorni Aldo Moro, hanno assassinato Giorgiana Masi, hanno se non assassinato — io spero di no — ferito le vostre speranze, le nostre speranze ...
Votiamo per gente che è scomparsa da questa Repubblica e che pure vive: non solo i poliziotti assassinati, grazie a quella legge Reale che assassina con l'illegabilità (sic) di polizia l'innocente, lo scippatore, il cittadino distratto, ma anche coloro che hanno abrogato.
Affinché voi possiate dare a voi stessi, ai nipoti o ai nonni, agli handicappati
e agli abrogati un giorno diverso, un giorno un po' piú lungo di speranza nella ragione, nella non violenza e nella verità.
In questi contesti notiamo un'estensione dell'uso dei verbi assassinare e abrogare: il primo, che designa una azione momentanea, è utilizzato da Pannella come verbo continuativo; il secondo, che ha un ambito d'uso limitato (si può riferire solo a una classe determinata di oggetti inanimati, del tipo « legge »,
« norma » ecc.), rinvia qui ad un soggetto animato, ad una persona ed è utilizzato, nel secondo esempio, in una forma altrettanto inusuale (il participio passato sostantivato; neppure nella sfera d'uso abituale del termine, quella giuridica, si dice « le abrogate » intendendo « le leggi abrogate » o sim.). Pannella contravviene, dunque alle regole d'uso dei due termini. Ma perché? C'è certamente una volontà di differenziarsi sotto ogni aspetto dalla tradizione comune a tutti gli altri partiti, il desiderio di sottolineare a tutti i costi, anche sul piano linguistico, la alterità del Partito radicale; e c'è anche la volontà di caratterizzare la propaganda radicale attraverso l'uso di alcune parole-chiave che possano considerarsi per cosi dire proprietà privata dei radicali: è il caso di abrogare, parola sconosciuta al grande pubblico prima del referendum sul divorzio, parola quindi intimamente legata all'istituto del referendum, strumento di azione politica privilegiato dai radicali (nella propaganda del partito sono germinati altri usi estensivi del termine; ad es. nelle elezioni politiche del 1976 lo slogan « abroghiamo la DC » o affermazioni come « si è fatto di tutto per abrogarci », « questo tentativo di abrogarci, di cancellarci da questa campagna elettorale »).
Ma c'è di piú; ed è lo stesso Pannella, nell'intervento all'assemblea dell'agosto 1979, a spiegarlo con chiarezza: « ... dobbiamo smettere di dire "la fame nel mondo"; no "la fame nel mondo", "lo sterminio nel mondo" perché nelle parole è inclusa tutta la nostra possibilità di vincere o di essere sconfitti, nel verbo, nella precisione di questo... ». È dunque la volontà di offrire una visione
e una interpretazione dei temi politici che siano alternative, già nella loro formu-
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lazione linguistica, rispetto a quelle di tutti gli altri partiti. Questo procedimento di dilatazione del significato delle parole tocca soprattutto quelle tematiche o quelle pratiche politiche caratteristiche dei radicali (quali ad esempio l'ostruzionismo parlamentare), per le quali essi vengono stigmatizzati dalla maggior parte degli altri partiti.
Si assiste quindi ad un allargamento polemico dell'ambito d'uso di parole anche tecniche (come, appunto, ostruzionismo), allo scopo di ribaltare le accuse: « [esistono] dei giornalisti che dimenticano esattamente questo: che l'ostruzionismo è contro l'ostruzionismo, che noi ci siamo mossi contro l'ostruzionismo per il quale, per vent'anni, non si mandano in Parlamento delle leggi; per il quale la riforma della P.S. era da sei anni bloccata. L'ostruzionismo nei corridoi, questo è il vero ostruzionismo di regime » (conferenza stampa del 27 maggio 1980).
Un tema ripreso in altri interventi, come nel discorso alla Camera del 4 gennaio 1980, ma qui nella forma piú convenzionale e meno incisiva della figura etimologica: « La verità, colleghi, amici, signor rappresentante del governo, è che qualcosa fa ostruzione a questa comune nostra volontà ... Si tratta di individuarle per rimuovere, non l'ostruzionismo, ma l'ostruzione oggettiva ... ».
Nuove realizzazioni del fenomeno si riscontrano ad ogni scadenza propagandistica e coinvolgono quelle che di volta in volta sono le parole-chiave della singola campagna; nelle recenti elezioni regionali la posizione dei radicali, centrata sull'invito all'astensione o all'annullamento del voto, ha imposto un mutamento di referente alle espressioni « voto nullo », « nullità del voto » ed al loro contrario « voto valido », « voto efficace ». Dalla già citata conferenza stampa televisiva:
Ed ecco che questo partito chiede un voto — gli altri diranno nullo, noi diciamo l'unico che conta, contro la nullità dei voti tradizionali...
Ebbene, io son sicuro che se questa volta noi, delle schede non nulle — son nulle, collega Magnani, le altre schede, quelle per abitudine, che daranno solo qualche voto in piú agli uni o agli altri...
Quindi la mia risposta è questa: io mi auguro profondissimamente che questo voto efficace, il voto bianco, il voto cosiddetto nullo, l'astensione, sia grande, perché aiuta tutti i partiti, tutti!
La casistica potrebbe moltiplicarsi e con gli esempi le sfere semantiche toccate; nell'intervento al 21° Congresso Pannella afferma che « chiunque sia come si dice giuridicamente indipendente, costui è in realtà dipendente »; nell'assemblea straordinaria dell'agosto 1979, marijuana, hashish, canapa indiana sono definite « l'antidroga in termini di pericolo sociale », mentre una piú confusa ridefinizione tocca la parola droga. Si noti, tuttavia, la diversità qualitativa fra gli esempi con cui è stato introdotto il discorso (assassinare e abrogare) e quelli successivi: nei primi il significato non usuale dei termini è ricavabile dal contesto e non da una esplicazione dell'oratore; la ridefinizione delle parole si presenta già in atto; lo scarto rispetto alle norme convenzionali tocca non solo il livello semantico, ma anche quello formale; il fenomeno mostra, in conclusione, una realizzazione ad un grado piú alto di arbitrarietà.
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Alla base di tutti i fatti linguistici fin qui descritti sta la figura del paradosso, che permette di rappresentare una sorta di mondo (istituzionale) alla rovescia; un procedimento che viene utilizzato spesso dalle opposizioni. Lo si ritrova, per fare un excursus esemplificativo nella stampa socialista della fine dell'Ottocento, in una corrispondenza da Roma del giornale cremonese « L'Eco del popolo » del 29 novembre 1891 (« Col decreto reale che stabilisce l'aggravio sui dazi d'introduzione e sulle tasse di fabbricazione, gli anarchici che ci governano hanno messo sotto i loro piedi lo Statuto ... patrio »; poche righe sopra si era parlato di un processo agli anarchici); lo si ritrova, in misura rilevante e in maniera diffusa, nell'odierna opposizione violenta allo stato democratico (tanto nella forma del terrorismo, quanto in quella dell'illegalità di massa); nei documenti di costoro troviamo una serie di sostituzioni fisse (esproprio è sostituito a rapina o furto; esecuzione ad assassinio o omicidio o uccisione; covo a sede di partito; inoltre, nel corso di rapimenti, si parla di prigionieri, interrogatori, processo e cosí via).
Sono però evidenti le diverse modalità di attuazione dello stesso fenomeno linguistico nel « partito armato » e in quello disarmato e non violento radicale (anch'esso in opposizione globale all'attuale gestione dello stato, ma con presupposti ideologici e metodi d'azione completamente differenti): nei primi il processo di sostituzione riguarda una serie definita di parole, il corrispondente utilizzato proviene invariabilmente dal lessico giuridico-istituzionale, il procedimento di sostituzione è sistematico. Si tratta, cioè, del risvolto linguistico di quel tentativo del partito armato di porsi come `altro' stato, contrapposto a quello istituzionale, ma del tutto speculare ad esso, tanto da presentare il movimento terrorista — per utilizzare una felice immagine di Silvio Lanaro — come una « scimmia del potere »; e del potere statuale scimmiotta, per quel che riguarda la nostra visuale, anche una parte del lessico (ovviamente invertendone il segno). In confronto a tutto questo, il partito radicale adotta un procedimento di riformulazione semantica piú complesso (perché riguarda un arco diversificato di sfere concettuali), ma meno sistematico (molto legato tra l'altro ad alcuni temi contingenti), come del resto c'è da aspettarsi da un partito che non possiede un progetto generale di governa della società.
Questa operazione attuata da Pannella attraverso la lingua e sulla lingua richiede una valutazione; c'è da chiedersi se vada interpretata come una forma di svelamento dei veri meccanismi che regolano la vita politica e la società, mascherati dall'organizzazione della realtà operata dal codice linguistico dominante (un modo cioè di « usare l'arma democratica della parola per cercare di far scaturire nella vita di ogni giorno un dato di verità », secondo un'enunciazione di Pannella nel contraddittorio con Almirante) o piuttosto come un tentativo di porre sullo stesso piano entità diverse, un modo di confondere le acque e non di fare chiarezza. Ogni risposta a questi quesiti sarebbe opinabile, dal momento che il discorso politico, per sua natura, non è sottoponibile a prove di falsifica-bilità; una valutazione può riguardare però il grado di comprensione della realtà che fenomeni come questo consentono.
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3. Piú sicuri elementi di giudizio ci possono venire allora da un'altra caratteristica della retorica pannelliana: il frequente uso del verbo alla terza persona plurale senza precisazione del soggetto. In alcuni casi è preminentemente orgogliosa sottolineatura non solo della diversità del proprio partito, ma anche della sua unicità nel panorama politico italiano (« noi siamo l'unico partito davvero diverso », intervista del 30 maggio 1980), che porta ad un'opposizione noi (radicali) / loro (tutti gli altri partiti):
Piú o meno lo stesso gioco delle tre o cinque o sette carte che vi hanno proposto a lungo nei Parlamenti nazionali e che abbiamo messo in crisi, per quel che riguarda l'Italia, nel '76 quando per la prima volta è stato possibile quel voto diverso che, portando nel Parlamento italiano i quattro deputati radicali, secondo il riconoscimento di tutti ha consentito un rinnovamento del Parlamento e ha consentito, in qualche misura, il tornare a rispettare le regole del gioco democratico parlamentare (appello agli elettori, elezioni europee).
Brani come questi, o come l'atto d'accusa con il voi pronunciato durante la prima seduta del Parlamento europeo (« ... vi siete attribuiti del denaro che non vi spettava...; vi siete impossessati di denaro pubblico...; avete escluso dalle televisioni e dalle radio pubbliche...; avete ... impedito che sedessero tra noi persone legittimamente deputate ... a sedervi »), possono inserirsi nel solco della tradizione del discorso polemico e risultare quindi scarsamente significativi; l'uso della terza persona plurale senza soggetto esplicito diventa sicuramente caratterizzante quando ha la funzione di mettere in luce (contro una supposta generale menzogna o omertà) un « dato di verità », e cioè l'esistenza di un sostanziale accordo fra tutti gli altri partiti. Una convinzione espressa anche mediante segnali lessicali tipici dei radicali: regime (« Tutti d'accordo, comunisti, socialisti, attraverso le sceneggiate. Sul divorzio sei stato d'accordo con il regime », contraddittorio con Almirante); ammucchiata (« questi partiti delle varie ammucchiate, comunque si suddividano », intervista al Tg2).
In questi casi si può affermare, con buone possibilità probatorie, che (indipendentemente dalle intenzioni di Pannella) il risultato non è quello di far conoscere una verità nascosta, bensì quello di appiattire in accuse indeterminate l'analisi delle cause e dei responsabili dei fatti trattati (mi riferisco soprattutto all'uso di forme verbali vicine all'impersonale), di precludere, proprio a causa delle scelte linguistiche adottate, le possibilità di distinguere e quelle stesse, concrete, di capire. Parole come ammucchiata, regime danno una visione schematica e generica della realtà; soprattutto la mancanza di qualificazioni impedisce molto spesso di risalire al referente di questi segni. Nel corpus esaminato, forse solo una volta la parola regime è specificata da dei determinanti: « ... il potere vero nei comuni e nelle regioni con questo regime partitocratico e romano non conta assolutamente nulla, per la qualità della vita » (intervista del 30 maggio 1980). Altrimenti il termine è usato in forma assoluta: « interv.: C'è un fatto, cioè voi continuate a battervi in un certo senso contro il sistema. Pannella: Per il sistema repubblicano contro un regime » (ibidem); o come secondo elemento in sintagmi come forza di regime, gente di r 'gime: « Ma non è cosí, perché ci sono
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10 milioni, 12 milioni di comunisti che non sono forza di regime, che sono forze democratiche di classe, che votino radicale o che votino comunista » (intervento all'assemblea di ferragosto, 1979).
Una conferma della genericità e della flessibilità di queste parole è data dalla risposta ad una domanda puntuale di Claire Sterling (di « Washington Post ») durante la conferenza stampa del 27 maggio (« dov'è che finisce un governo e comincia un regime? »), che nella parte finale suona cosí:
Quindi la mia risposta è che non si è uomini o donne di regime a seconda che si sta solo nel governo o meno, ma coloro i quali stanno dividendo con la politica stalinista, dopo trent'anni, ancora adesso l'Italia e la sinistra perché vogliono l'unità con la DC, vogliono l'ammucchiata, coloro che rivendicano qualche volta un ruolo di opposizione, sono i veri uomini di regime. Sono quelli appunto che non garantiscono in Italia l'alternativa di sinistra, l'alternanza destra-sinistra, la fisiologia democratica. Quelli anche se non sono ministri, quelli sono sicuramente gente di regime.
Una risposta nella quale i tratti per identificare gli « uomini o donne di regime » possono essere riferiti esclusivamente ai dirigenti del Partito comunista, entrando in contraddizione con altre occorrenze di regime (ad es. nel contesto « regime partitocratico e romano » citato poco sopra, che rinvia ad un referente diverso da quello del passo appena riportato).
Il rischio della confusione è quindi possibile; ma quello dell'impedimento puro e semplice della comprensione è in molti casi certo. Si ritorni ai brani dell'appello agli elettori riportati all'inizio del paragrafo precedente e si esamini la frase « hanno assassinato per cinquantacinque giorni Aldo Moro », tenendo presente che il passo in questione è quello iniziale dell'appello e non rimanda quindi ad un contesto precedente; risulta impossibile comprendere quale sia il soggetto, implicito, del verbo, capire a chi si riferisca Pannella: a « loro », i partiti di « regime », quelli che non hanno voluto aprire una trattativa con i rapitori, o « loro », i terroristi, gli « uomini delle Brigate rosse » per usare la nota espressione di Paolo vi? Il contesto non consente di decidere né in un senso né nell'altro; solo la lettura di un altro testo di Pannella, ancora una volta la conferenza stampa del 27 maggio, con la consapevolezza, verificabile sul corpus esaminato, che con una certa frequenza temi, argomentazioni e addirittura tessere linguistiche rimbalzano pressoché identiche in discorsi di data anche lontana, permette di optare per la prima soluzione: « Quello che non meraviglia di certo è che coloro che siedono al vertice di uno stato che molto spesso ha tutelato il disordine pubblico, che vuole leggi fasciste, che rappresenta la putrefazione, che ha lasciato assassinare Moro, come lo ha lasciato assassinare, solo perché era divenuto un uomo inerme e non violento, e secondo la loro ideologia — solo chi ha il potere conta — lo hanno lasciato massacrare in quel modo ».
Considerazioni analoghe possono essere svolte a proposito di « coloro che hanno abrogato » dell'esempio successivo, la cui corretta comprensione (« coloro che sono stati abrogati ») è permessa solo a chi sappia della frequenza d'uso della terza persona plurale indefinita in Pannella, mentre la decodificazione corrente farebbe di « coloro che » il soggetto (e non l'oggetto, come in realtà) di « hanno
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abrogato ». In altre parole solo la conoscenza, che non è di tutti, delle consuetudini linguistiche di Pannella e di un corpus ampio di suoi discorsi rende possibile, in certi casi, la stessa comprensione letterale dei suoi testi; lo scarto dalle forme linguistiche usuali, voluto forse per evidenziare aspetti non palesi della realtà, finisce certamente per porsi come ostacolo alla comunicazione nei confronti dell'ascoltatore comune (qual è, ad esempio, quello presupposto dagli appelli agli elettori).
Nonostante i limiti che mi pare di aver documentato, i fenomeni descritti in questo paragrafo fanno parte delle tecniche di propaganda di altri uomini politici: si ritrovano, in realizzazioni in gran parte coincidenti, concentrati nella parte iniziale dell'appello di Giorgio Almirante per le regionali del 1980:
Elettrici ed elettori. Io non vi rivolgo un appello; mi permetto soltanto di rivol- gervi qualche buon consiglio prima del voto. E il mio consiglio fondamentale è uno: non li prendete sul serio. Quando dico non « li » prendete sul serio, mi riferisco ai partiti del regime, indiscriminatamente; e non rimproveratemi se dico i partiti del regime, perché un regime c'è: io vi parlo da una televisione di regime, da un servizio di stato che voi siete obbligati a pagare con i vostri denari e che qualche giorno fa, durante la campagna elettorale, vi ha sbattuto in faccia la sigla del regime, perché qualche giorno fa è stato nominato, dall'alto!, il nuovo Consiglio di amministrazione della Rai-Tv, che li comprende tutti quelli che non dovete prendere sul serio quando recitano le sceneggiate elettorali al vostro cospetto.
Allo stato attuale delle conoscenze documentate sulla lingua politica contemporanea è impossibile determinare chi ha copiato da chi (azzardo che, per quel che riguarda la connessione fra alcune scelte lessicali — regime, sceneggiata — e l'uso della terza persona plurale indefinita, l'inventore sia Pannella e l'imitatore Almirante; ma suppongo che la paternità di questo uso di regime vada fatta risalire al fascismo in doppiopetto di Almirante, tramite quel fenomeno di ribaltamento polemico delle parole politiche illustrato nel par. 2); il dato significativo è che gli stessi usi linguistici sono funzionali tanto alla linea propagandistica del Partito radicale, quanto a quella del Movimento sociale e, per quel che mi consta, solo a loro.
4. Dalle osservazioni precedenti si ricava che caratteristica di fondo della lingua del Partito radicale (di cui artefice principale è certamente Pannella) è un uso atipico di forme linguistiche tolte dal loro contesto abituale ed inserite in un insieme che si caratterizza come nuovo proprio per la compresenza di tessere provenienti dagli ambiti piú diversi. In questo senso bisogna ancora segnalare, perché frequente e perché significativo, l'innesto di parole della sfera sentimentale o morale in sequenze di termini politici (con la formazione di unità come governare i sentimenti, i dieci referendum della speranza ecc.; piú in generale si noti, anche sulla base degli esempi citati in precedenza, la frequenza d'uso delle parole speranza e verità) e soprattutto l'uso senza remore di parole politiche appartenenti a diversi filoni politici, poste spesso in successione nello stesso contesto, come nel seguente esempio particolarmente emblematico: « Abbiamo da lottare sul fronte democratico di classe, dell'alternativa e della difesa della
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vita » (intervento al 21° Congresso); dove democratico di classe, sintagma ricorrente in Pannella, unifica la tradizione liberal-democratica con quella marxista, alternativa rinvia soprattutto alla linea (di una parte) del Partito socialista, difesa della vita richiama slogan cattolici.
L'estensione del fenomeno è assai vasta, sia dal punto di vista della frequenza, sia da quello dell'ampiezza dei settori politici da cui si attingono forme lessicali: si va da delazione, parola oggi tipica dï Autonomia operaia (utilizzata da Pannella, nel sintagma delazione di massa, nelle conclusioni al 21° Congresso) a triplice come designazione, originariamente tipica della destra (dal MSI al « Giornale Nuovo »), della federazione sindacale CGIL-CISL-UIL, che viene ripetutamente nominata con questa etichetta nell'intervento di Pannella all'assemblea di ferragosto del 1979.
La tendenza ad utilizzare apporti di matrice cosí diversa si spiega principalmente con la necessità di un partito che punta programmaticamente ad un uditorio vasto e composito (« Noi siamo un partito abituato a guidare o interpretare lotte che non sono lotte del 2 o del 3 per cento, ma del 60 o del 40 per cento », intervista del 30 maggio 1980) di richiamare l'attenzione dei propri possibili sostenitori con segni linguistici già noti ad ognuno di loro.
5. L'immagine teatrale con cui la nota si è aperta e da cui riceve il titolo è dunque giustificata dalla valenza spettacolare che, in misura maggiore o minore, la propaganda politica tende ad assumere nei paesi occidentali e che in Italia pare essere accolta, con accortezza ed abilità, dal solo Pannella, mentre gli altri uomini politici restano saldamente ancorati ad una retorica unicamente verbale di tipo tradizionale. È questa disponibilità spettacolare ad esigere una lingua appariscente, ma nello stesso tempo a consentire a questa lingua di reggere con successo l'impatto sul pubblico.
Ma c'è chi suggerisce abbinamenti diversi. Nell'invito del vice-presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro durante un battibecco nella seduta del 4 gennaio 1980 (« Onorevole Pannella, soltanto i predicatori di grido annunciano prima il tema. Lasci parlare l'onorevole Tessari e, prima del suo quaresimale, avvertirà ») è nascosta una indicazione di ricerca, cui la diretta conoscenza del mondo cattolico da parte di chi l'ha pronunciato conferisce autorevolezza. La mancanza di analisi linguistiche della predicazione cattolica italiana (oltre alla sommarietà di questo primo approccio alla retorica di Pannella) impedisce di verificare l'attendibilità, dal punto di vista linguistico, della traccia. Certo, un riesame dei discorsi di Pannella da quest'ottica mostra che le connessioni non mancano: l'indeterminatezza nella identificazione di cause e responsabili dei mali sociali, il recupero e l'assemblaggio di termini di tradizioni disparate, l'unione di parole della sfera morale e sentimentale con quelle della sfera politica e sociale, e soprattutto la cadenza dell'oratoria pannelliana (non indagata in questa sede per la mancanza di strumenti d'analisi adeguati) sono tutti tratti comuni anche alla predicazione cattolica aperta al problema sociale (a parte quella del dissenso) .
Un approfondimento della questione potrebbe portare allora nuovi elementi
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alla storia di quella interferenza della lingua religiosa su quella politica che Leso aveva segnalato tempo fa come uno degli aspetti notevoli della lingua politica moderna (a partire dal Settecento) e che da tempi piú recenti si attua anche nel senso inverso. Un processo che si va accentuando nel momento attuale, in cui i modi e la lingua del pulpito e della tribuna (ed anche del palcoscenico) entrano in contatto in maniera sorprendente sebbene ancora contraddittoria: nell'intreccio concorde dei tre elementi tipico delle uscite pubbliche di Giovanni Paolo ii, o nel contrasto fra il linguaggio e i temi del pulpito e quelli della tribuna che ha caratterizzato la cerimonia funebre per le vittime della tragedia di Bologna in questo agosto.
MICHELE A. CORTELAZZO
COSTITUZIONE DEL CORPUS - Il corpus utilizzato è formato da tre gruppi di discorsi di Pannella del biennio 1979-80, rappresentativi dei diversi aspetti della sua attività:
a) Attività di partito: intervento al 21° Congresso straordinario (31 marzo 1979), la conclusione dello stesso congresso (2 aprile 1979), l'intervento all'assemblea straordinaria di ferragosto (19 agosto 1979), una telefonata da Strasburgo alla Radio radicale (25 settembre 1979). I testi, nella forma utilizzata nelle citazioni, provengono da una mia trascrizione delle registrazioni fornitemi dalla efficientissima Radio radicale di Roma.
b) Interventi alla Rai-Tv: gli appelli agli elettori per le elezioni politiche del 1979 (1 giugno), per quelle europee (8 giugno), per quelle regionali del 1980 (6 giugno); un'intervista al Tg2 (3 aprile 1980); i contraddittori a « Tribuna politica » con Valerio Occhetto (28 marzo 1980) e con Giorgio Almirante (3 aprile 1980); gli interventi a « Tribuna elettorale » 1980 (conferenza stampa del 27 maggio, intervista del 30 maggio, tribuna flash del 3 giugno). Mi sono servito delle trascrizioni redazionali del settore « tribune e accesso » della Rai (gentilmente fornitemi, con una prontezza di cui desidero dargli pubblicamente atto, dal direttore del settore, Jader Jacobelli). Si tratta di testi stenografici rivisti dalla redazione « dal punto di vista strettamente letterario ». Per questo li ho confrontati, ogni volta che mi sia stato possibile, con registrazioni in mio possesso. Il testo dell'intervista al Tg2 è interamente di mia trascrizione. Avrei voluto occuparmi anche dell'apparizione di Pannella alla trasmissione « Grand'Italia », che suppongo rappresentativa di un registro meno formale rispetto agli altri interventi televisivi; ma la perseveranza del conduttore della trasmissione, Maurizio Costanzo, nel non rispondere alle mie ripetute richieste l'ha impedito.
c) Attività parlamentare: gli interventi alla Camera dei deputati nel dibattito sulla fame nel mondo (20 settembre 1979, 4 e 8 gennaio 1980) e quelli alla seduta inaugurale del Parlamento europeo (17 luglio 1979). I discorsi parlamentari sono citati sulla base dei resoconti stenografici ufficiali e sono filologicamente e linguisticamente i meno affidabili: non solo sui discorsi dei parlamentari viene operata automaticamente e regolarmente una revisione forni-1- che cancella le false partenze, i lapsus e tutti gli altri accidenti che capitano nel parlato, ma, in nome della decorosità del linguaggio parlamentare, vi viene effettuata una censura (incredibile nel 1980!), sia pure limitata a singole parole « inaccettabili » e segnalata dai puntini. Per es. un brano del deputato radicale Roccella nella seduta del 4 gennaio 1980, cosí trascritto: « Ho sentito uno sfogo culturale che fa veramente onore al Parlamento. L'onorevole
Pochetti mi dà dello soltanto perché gli ho detto ... (Vive, generali proteste) »,
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impegna il filologo in un'operazione di integrazione congetturale destinata, almeno nel secondo caso, a rimanere senza esito.
Devo comunque ringraziare le collaboratrici del gruppo radicale della Camera che hanno mostrato una grande disponibilità nel procurarmi i resoconti. Un ringraziamento particolare va poi a Gianluigi Melega, deputato radicale, che mi ha utilmente indirizzato tanto al gruppo parlamentare quanto alla Radio radicale. Per quel che riguarda il Parlamento europeo ho potuto casualmente utilizzare i resoconti provvisori, che contengono il testo stenografico degli interventi, non ancora rivisti dagli oratori, nella lingua in cui sono stati pronunciati. Come mi ha cortesemente ma fermamente precisato L. Lockefeer, Capo della divisione dell'edizione, della distribuzione e della diffusione del Parlamento europeo, tali resoconti (preziosi tra l'altro per studiare l'interazione linguistica all'interno dell'aula parlamentare, perché danno conto del plurilinguismo in essa operante) « non sono oggetto di una distribuzione esterna ». Da tutto questo si ricava non solo l'inattendibilità filologica degli strumenti che abbiamo a disposizione per ricostruire l'andamento dei dibattiti parlamentari (tanto a Roma quanto a Strasburgo), ma anche l'impossibilità per ogni elettore di venire mai a conoscenza di quello che i suoi rappresentanti hanno veramente detto nelle aule parlamentari.
PIUS JULIUS
(ossia dall'uomo del Guicciardini all'uomo della D.C.)
C'è un'immagine vulgata di Giulio Andreotti: quella di un Talleyrand « nazionale », ministro di tutti i governi e politico di tutte le politiche — di centro destra, di centro, di centro sinistra, di unità nazionale — perché scettico e sornione celebrante di un'esclusiva religione mondana, quella del potere per il potere. Un incrocio, insomma, tra l'uomo del Machiavelli riciclato dalla Controriforma e l'uomo del Guicciardini di desanctisiana memoria. A voler condensare in una formula il cliché vulgato, si potrebbe dire di lui, con qualche lieve ritocco del giudizio desanctisiano, che il nostro uomo non è « uno stoico né un epicureo; anzi è piuttosto un amabile cinico ».
E c'è, a riscontro, un'immagine prevenuta e faziosa della politica democristiana in questo trentennio soprattutto per ciò che concerne i rapporti tra Stato e Chiesa. Un'immagine di subalternità devota, di cedimenti e di indebite interferenze, messa in campo da frammassoni, vecchi radicali (quelli D.O.C., naturalmente, i « visi pallidi » del Mondo, sopravvissuti a se stessi), azionisti allo stato brado, anticlericali d'ogni risma: i relitti storici, insomma, del laicismo e del giacobinismo italiano. Ed è un'immagine che resiste persino ai grandi incontri — « storici » e liberatori — di questo fausto trentennio, alle politiche di centrosinistra prima, di unità nazionale poi, che della D.C. hanno collaudato la laica disponibilità al « confronto » e al dialogo con gli infedeli, e dei partiti della
sinistra storica la salutare liberazione dagli antichi integralismi ideologici e classistici.
Ebbene, di queste due immagini strumentali e in certo senso complementari dell'uomo e del sistema, fa ora giustizia l'ultimo libro di Andreotti, A ogni morte
 
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Riferimento ISBD Belfagor : rassegna di varia umanità [rivista, 1946-2012]+++
Data pubblicazione Anno: 1980 Mese: 11 Giorno: 30
Numero 6
Titolo KBD-Periodici: Belfagor 1980 - novembre - 30 - numero 6


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