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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 1

Brano: A

Abbazia, Patto di

Abbazia (oggi Opatija e appartenente alla Jugoslavia), cittadina istriana a 12 chilometri da Fiume (v.), diede il nome al patto di resa ivi firmato il 31.12.1920 dai rappresentanti delle milizie di Gabriele D’Annunzio (v.).

Dopo la conclusione del trattato di Rapallo (12.11.1920) tra l’Italia e la Jugoslavia, il governo italiano aveva incaricato il generale Enrico Caviglia di dirigere le operazioni militari contro i legionari che, capeggiati dal D’Annunzio, dal 12.9.1919 avevano occupato Fiume e alcune isole della costa istriana, istituendovi la cosiddetta « Reggenza italiana del Quarnaro » onde assicurarne con atto di forza il possesso all’Italia. Le trattative tra Caviglia e D'Annunzio ebbero luogo T1.12.1920 e, dopo lunghe tergiversazioni, non ottemperando D[...]

[...]ie di Gabriele D’Annunzio (v.).

Dopo la conclusione del trattato di Rapallo (12.11.1920) tra l’Italia e la Jugoslavia, il governo italiano aveva incaricato il generale Enrico Caviglia di dirigere le operazioni militari contro i legionari che, capeggiati dal D’Annunzio, dal 12.9.1919 avevano occupato Fiume e alcune isole della costa istriana, istituendovi la cosiddetta « Reggenza italiana del Quarnaro » onde assicurarne con atto di forza il possesso all’Italia. Le trattative tra Caviglia e D'Annunzio ebbero luogo T1.12.1920 e, dopo lunghe tergiversazioni, non ottemperando D'Annunzio all’ordine di ritirare i suoi uomini, nonostante l’accordo concluso a Rapal

lo tra i due Stati, per ordine del governo italiano la sera del 24 dicembre Caviglia fece sparare da una nave da guerra alcune cannonate sul palazzo dove il « poetasoldato » aveva posto il Comando. Seguirono scontri a Fiume, a Zara e in altre località, con alcuni morti e feriti. Si parlò di « Natale di sangue » e le scaramucce tra legionari e soldati dell'esercito regolare continuarono ancora per pochi giorni, finché d’Annunzio sembrò persuadersi che quella non sarebbe stata la migliore occasione per incontrare una morte gloriosa, come scrisse in un proclama del 26 dicembre:

« La mia vita non vale la pena di gettarla oggi in servizio di un popolo che non si cura di distogliere

neppure per un attimo dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia ». Tre giorni dopo (29.12) egli infatti rassegnava i poteri al « Podestà e al popolo sovrano di Fiume ».

Alle 16.40 dell'ultimo giorno dell’anno, presso il Comando della 45a Divisione dell’esercito italiano in Abbazia, veniva firmato il patto di resa. Esso diceva: « Il generale Carlo Ferrarlo, Comandante della 45a Divisione, per incarico di S.E. il generale d’Esercito Enrico Caviglia, Comandante delle R. Truppe della Venezia Giulia, da una parte; e i sigg. Nino Host Venturi, Comandante delle milizie fiumane, e capitano Riccardo Gigante, Podestà di Fiume, rappresentanti della città di Fiume per incarico del Consiglio Comunale, dall'altra; premesso che: lo Stato di Fiume subisce, per forza e per evitare ogni azione militare contro la città, l’applicazione del trattato di Rapallo; che S.E. Caviglia accorda garanzie disciplinari complete, fatta eccezione per i reati comuni e per le mancanze disciplinari estranee al passaggio a Fiume e alla lotta conseguente; che le basi dell’accordo sono: a) uscita dei legionari dalla città; b) evacuazione dal porto di Fiume di tutto il naviglio da guerra e commerciale comunque irregolarmente trattenuto; c) sgombero delle isole di Veglia, Arbe e Scoglio di S. Marco da parte dei legionari; convengono quanto segue: ... » (seguivano le modalità previste per l'evacuazione dei legionari dalla città di Fiume e dalle altre località, operazione che ebbe inizio il 5.1. 1921).

Gran parte dei legionari fiumani finirono poi nelle squadre d’azione fasciste e, più tardi, nella milizia del regime; ma una piccola mino

ranza passò dalla parte dell’antifascismo attivo. Tra questi ultimi, il capitano di artiglieria Mario Magri (v.).

Abbiati, Giulio

N. a Lodi (Milano) il 5.11.1906; meccanico. Membro dell’organizzazione comunista clandestina, nel 1932 fu condannato dal Tribunale speciale a 2 anni di reclusione per attiv[...]

[...]ola mino

ranza passò dalla parte dell’antifascismo attivo. Tra questi ultimi, il capitano di artiglieria Mario Magri (v.).

Abbiati, Giulio

N. a Lodi (Milano) il 5.11.1906; meccanico. Membro dell’organizzazione comunista clandestina, nel 1932 fu condannato dal Tribunale speciale a 2 anni di reclusione per attività antifascista. Fu poi confinato a Ponza e a Ventotene.

Dopo I’8.9.1943 è stato tra gli organizzatori della Resistenza milanese; comandante di un distaccamento dei « Gruppi di azione patriottica », fu arrestato e deportato a Mauthausen.

Abbio

Località della Valsassina sopra Biandino (Lecco); all’alba dell’11.10.1944 il distaccamento « Benedetto Croce » della 55a Brigata « Fratelli Rosselli », operante in Valsassina, nella Valvarrone e nella bassa Valtellinq al comando di Ugo Cameroni, vi fu sorpreso e decimato nel corso di un grosso rastrellamento compiuto da reparti di S.S. italiane, da militi della Guardia Nazionale Repubblicana e da gruppi di camicie nere. L’attacco faceva parte di una più vasta operazione di accerchiamento coinvolgente l’intera 55a Brigata, allora attestata in vai Biandino.

Ad Abbio caddero, oltre al comandante Ugo Cameroni (n. a Derviò I'8.1.1912), i partigiani Gianni Ferrari, n. a Milano il 18.12.1926; Mario Acerboni, n. a Vendrogno il 30. 4.1926; e[...]



da Contro ogni ritorno : dal fascismo alla Costituzione repubblicana : Provincia di Firenze, 2 giugno 1972 / \a cura di Claudio Galanti, Paolo Tinti, Giovanni Verni!, p. 10

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I Fotti di (XìontespeFtol;

SPEDIZIONE DI MONTESPERTOLI

La prima spedizione in provincia, dello Squadrismo fiorentino, fu dedicata alla chiantigiana Montespertoli.

Partimmo su invito di Livio Cigheri, io, Attilio Paoli, Giacinto Fani, Amerigo Dumini e si aggiunsero a noi Lionello e Averardo Mazzuoli che come impiegato della S.I.T.A. faceva il servizio di autista sulla linea FirenzeMontespertoli. Lo scopo era quello di imporre ai trionfanti pussisti che avevano conquistato quel Comune, di inalberare anziché il cencio rosso, la glorosa bandiera tricolore.

Arrivammo la sera, e dopo una refezione offertaci dall’amico Cigheri, ci recammo nel caffè principale, covo di comunisti, ove'attaccammo senz’altro a voci spiegate 1 "Inno degli Arditi. Qualcuno sgusciò fuori zitto zitto; molti vollero opporsi al nostro canto con offese volgari. Volarono pugni e bastonate, finché avemmo ragione degli avversari inviandoli a letto.

Alla notte, una bella notte stellata, al posto del vessillo rosso, salì sul palzzo del Comune, ad opera nostra, baciata dalla brezza notturna, il Tricolore. Credo che in quella ascesa vi fosse il germe della redenzione, di poi avvenuta, di Montespertoli.

Il giorno dopo dovemmo picchiarci e forte contro gli awersarii; spari da ogni parte, controbattuti da noi, finché ci asserragliammo nella caserma dei carabinieri. Furono chiesti rinforzi a Firenze, ma questi non poterono passare perché furono tesi i cordoni nello stradale che porta a Montespertoli.

Unici rinforzi Luigi Zamboni, Uva Enrico e Gino Arbaci, che poterono giungere con due giornalisti a bordo di un’automobile, facendosi passare per giornalisti anche loro. Chi potè giungere tranquillamente furono due depu

tati, socialista l’uno e comunista l’altro, i quali credettero opportuno rimproverarci dell’oltraggio da noi recato alla... Russia! Rispondemmo con l’inno degli Arditi e col giuramento di tornare a Montespertoli e fi[...]

[...]
Unici rinforzi Luigi Zamboni, Uva Enrico e Gino Arbaci, che poterono giungere con due giornalisti a bordo di un’automobile, facendosi passare per giornalisti anche loro. Chi potè giungere tranquillamente furono due depu

tati, socialista l’uno e comunista l’altro, i quali credettero opportuno rimproverarci dell’oltraggio da noi recato alla... Russia! Rispondemmo con l’inno degli Arditi e col giuramento di tornare a Montespertoli e finirla per sempre. Fra i carabinieri ripartimmo, dopo avere, e non è vanagloria, rasentata tutti la morte. Al nostro giungere a Firenze, avendo la spedizione fatto molto rumore, fummo congratulati da Pietro Galardini, Lodovico Moroni, Guido Carbonai e Ezio Lascialfare, allora Segretario dei Fasci.

L’anno dopo tornammo a Montespertoli in occasione dell’inaugurazione del Gagliardetto di quel Fascio e fummo accolti con le più deliranti feste dai camerati che ormai erano legione. In quel giorno si aggiunse a noi Giovanni Luporini e tenne il discorso inaugurale Averardo Mazzuoli.

Quanto cammino era stato fatto in un anno! Già il Fascismo dilagava e trionfava, ma mi piace ricordare come il seme era stato, l’anno innanzi gettato nel solco da noi cinque, e aveva già dato un ricco germoglio di operosità fascista.

Al momento di licenziare alle stampe le presenti pagine e precisamente tre giorni dopo il quattordicesimo annuale dello squillo di battaglia lanciato all’Italia e al mondo da Piazza San Sepolcro, alla presenza di S.E. il Prefetto di Firenze e di Alessandro Pavolini, Montespertoli, in una fulgida gloria di sole e di tricolori, ha voluto ricordare con me, la pattuglia di punta dello squadrismo fiorentino, ed in una cerimonia vibrante del più alto entusiasmo, mi ha donato una pergamena ed una medaglia d’acciaio.

La pergamena a ricordarmi il lontano giorno, la medaglia come simbolo eroico che mi seguirà nella tomba insieme all’effigie del DUCE Romagnolo e Romano, restauratore d’Italia, scintilla e faro del mondo!

[da: Bruno Frullini, op. cit.]

Il settimanale socialista empolese con la notizia della aggressione fascista a Montespertoli (foto 8)

Squadra in partenza per una “spedizione ’ (foto 9)

Case del popolo e sezioni socialiste devastate dai fascisti nei dintorni di Firenze (foto 10, 11, 12, 13)



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol VI (T-Z e appendice), p. 340

Brano: [...]nfino di polizia).

I confinati destinati a Ventotene venivano imbarcati nel porto di Gaeta su un vecchio piroscafo chiamato “Santa Lucia” che, giunto a Ventotene, attraccava al molo, vecchio di duemila anni e chiamato appunto porto Romano. Uscendo dalla stiva ammanettati e carichi dei propri bagagli personali, i confinati percorrevano un tratto del molo, inerpicandosi quindi faticosamente (per via delle manette e delle valigie) per i cinque o sei tornanti a larghi gradini che portavano a sbucare in una piazzetta dominata dalla chiesa. Accanto a questa stava la palazzina della milizia confinaria, nella quale i prigionieri venivano minuziosamente perquisiti. Riforniti poi del “Libretto di permanenza”, venivano accompagnati entro una fatiscente costruzione di tufo chiamata “Granili”, dove sarebbero rimasti fino a quando non si fosse liberato un posto letto nei camerani della cosiddetta “città confinaria”. Prima che fossero costruiti i cameroni, i confinati venivano rinchiusi in un edificio chiamato “Castello”. La parte inferiore di tale costruzione, risalente al secolo scorso, era opera dell'architetto Carpi che aveva lavorato per ordine del re di Napoli. Essa aveva tutto l’aspetto di un fortilizio medioevale ed era riservata alla Milizia: aveva forma quadrata e possenti mura perimetrali, circondate da un largo fossato entro cui dovevano trascorrere l’ora giornaliera di passeggio quei prigionieri che il Comando fascista non intendeva far uscire dal Castello; la parte superiore, divisa in cameroni, era invece destinata ai confinati.

Nel 1937 funzionava da direttore della colonia confinaria un commissario di pubblica sicurezza di nome Giuseppe Guarino, particolarmente zelante.

II commissario Guarino

Per citare un solo esempio, il 15.9.1937 detto Guarino fece arrestare e deferire al Tribunale speciale 9 confinati (Calogero Barcellona, Vincenzo Baldazzi, Didio Cesarini, Giovanni Roveda, Nestore Cattani, Enrico Giavazzi, Renato Giachetti, Dazio Pascucci e Marino Cesari) rei di « propaganda sovversiva e offese a S.E. ii Capo del governo ».

In una lettera indirizzata il 5.10.1937 al Procuratore generale presso il Tribunale speciale, ii Guarino precisava: « Pregiomi ri

ferire alla E.V. che dalle ulteriori indagini praticate è emerso che costoro, tutti indistintamente, nonostante la legge per la difesa dello Stato ed il provvedimento di polizia che avrebbe dovuto servire di remora per essi, hanno, ciò non pertanto, voluto far sentire in questa Colonia una certa efficienza del partito comunista, attraverso l’esaltazione della propria fede, l'occulta propaganda e le riunioni clandestine in cui si denigrava il fascismo e il regime ».

Ma dove potevano tenere le riunioni “clandestine” quei prigionieri? Lo spiega lo stesso poliziotto: « L’attività stessa si estrinsecava soprattutto nelle riunioni clandestine che i predetti confinati tenevano in una delle camerette del dormitorio “Castello”, approfittando del sistema labirintico della costruzione di esso... ». Cosa mai si potessero confidare i 9 imputati nella cameretta del dormitorio, che non potessero dirsi durante la giornata, costretti come erano a stare continuamente insieme, il poliziotto lo illustra con queste parole: « Oggetto delle riunioni erano le spiegazioni del sistema di lotta, di propaganda e di metodo antifascista, oltre l’esaltazione della Russia dei Soviets, del piano quinquennale bolscevico e le possibil ità del l'avvento comunista in Europa ». Infine il Guarino assicurava: « Quanto sopra è il risultato degli accertamenti da me esperiti personalmente ». Insomma,

il direttore della colonia era rimasto a origliare, nascosto da qualche parte. Per oltre due mesi i nove ma[...]

[...]ia dei Soviets, del piano quinquennale bolscevico e le possibil ità del l'avvento comunista in Europa ». Infine il Guarino assicurava: « Quanto sopra è il risultato degli accertamenti da me esperiti personalmente ». Insomma,

il direttore della colonia era rimasto a origliare, nascosto da qualche parte. Per oltre due mesi i nove malcapitati, peraltro ben noti per la loro mai nascosta fede ideologica e appunto per questo confinati, dovettero in seguito a tale denuncia penare nelle sovraffollate carceri di Napoli. Ma quando il Procuratore del Tribunale speciale Ji interrogò, dovette riconoscere di non doversi procedere nei loro confronti per assoluta insussistenza di reato. Infatti i nove ammisero che si erano davvero riuniti nella stanzetta del dormitorio, ma solo per farsi in santa pace una mangiata di risotto e pollo arrosto. Da quel momento il commissario Giuseppe Guarino venne indicato come il poliziotto del “processo dei polli”.

Dopo il condono fascista del 1932,

i confinati politici che si trovavano nell’isola di Lipari (v.) e che non godevano dell’indulto vennero trasferiti in parte a Ventotene e in parte a Ponza (v.). Poi, nel 1939, anche Ponza venne svuotata e i confinati vennero tradotti tutti a Ventotene, dove cominciò ad aversi la più grande concentrazione di dirigenti politici antifascisti mai realizzata in Italia. Per di più, dal 1940, cominciarono a giungere anche gli ex combattenti delle Brigate Internazionali, che dalla Spagna av[...]

[...]totene e in parte a Ponza (v.). Poi, nel 1939, anche Ponza venne svuotata e i confinati vennero tradotti tutti a Ventotene, dove cominciò ad aversi la più grande concentrazione di dirigenti politici antifascisti mai realizzata in Italia. Per di più, dal 1940, cominciarono a giungere anche gli ex combattenti delle Brigate Internazionali, che dalla Spagna avevano cercato rifugio in Francia, erano stati internati dalle autorità francesi e infine consegnati alla polizia italiana: si trattava di centinaia di uomini, per la massima parte comunisti. Venne così a trovarsi nell’isola una massa di esponenti di vari partiti, una vera élite politica in grado di analizzare, discutere e prevedere gli sviluppi della situazione italiana assai meglio di quanto sapessero fare i governanti fascisti. Erano anche riusciti a stabilire numerosi contatti con l’esterno, dove facevano giungere i loro documenti e i suggerimenti su ciò che gli antifascisti in libertà avrebbero dovuto e potuto fare.

Fu in quella situazione che, come avrà a scrivere Arturo Colombi nel suo libro autobiografico “Nelle mani del nemico”, « l’isola di confino era stata trasformata in Università proletaria: teoria, esperienze politiche e conoscenze culturali venivano elaborate e trasmesse. Si formavano i caratteri, si rafforzava la fede e l’entusiasmo proletario. Si forgiavano quei quadri[...]

[...]sciti a stabilire numerosi contatti con l’esterno, dove facevano giungere i loro documenti e i suggerimenti su ciò che gli antifascisti in libertà avrebbero dovuto e potuto fare.

Fu in quella situazione che, come avrà a scrivere Arturo Colombi nel suo libro autobiografico “Nelle mani del nemico”, « l’isola di confino era stata trasformata in Università proletaria: teoria, esperienze politiche e conoscenze culturali venivano elaborate e trasmesse. Si formavano i caratteri, si rafforzava la fede e l’entusiasmo proletario. Si forgiavano quei quadri che qualche anno più tardi saranno gli organizzatori e I dirigenti della Resistenza e del l’insurrezione nazionale ». Un giovane intellettuale come Giaime Pintor (v.) parlerà di quel grup

I “cameroni” costruiti per i confinati a Ventotene (1939)

340



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 241

Brano: Opera Nazionale Balilla

Mameli, composto nel settembre 1847, un verso del quale dice: « I figli d'Italia si chiaman Balilla ». 1 fascisti ripresero il nome, strumentalizzandolo nel quadro del loro ricupero del Risorgimento. Nel corso della Guerra di liberazione non pochi partigiani e anche qualche formazione ligure si chiamarono Balilla. La canzone di Mameli è diventata, dal 1946, inno ufficiale della Repubblica italiana.

Nel 1922 l'organizzazione dei Balilla dipendeva dalla Avanguardia giovanile fascista e contava 35 federazioni provinciali, 6 delegazioni regionali e 800 sezioni. Nel loro primo congresso nazionale, tenutosi a Firenze il 21.12.1922, le Avanguardie giovanili furono poste sotto l’ispettorato generale dell’onorevole Italo Capanni e assunsero carattere di milizia. Il 13.10.1923 il Gran Consiglio del fascismo nominò Asvero Gravellì segretario generale dell’organizzazione. L’anno successivo ne fu deciso il passaggio alle dirette dipendenze del P.N.F.. Postasi, con l’affermarsi del regime fascista, l’esigenza di coordinare organicamente queste formazioni giovanili, la legge del 3.4.1926 istituì l’Opera Nazionale Balilla e, l’anno successivo, con un d.l. del 9.4.1927 fu vietato a qualsiasi altra organizzazione di porsi le medesime finalità. Questo divieto era rivolto principalmente a sottrarre i giovani alle organizzazioni dirette dalla Chiesa (Esploratori cattolici, Associazione Scoutistica italiana) e lar

II Balilla del [...]

[...]nza di coordinare organicamente queste formazioni giovanili, la legge del 3.4.1926 istituì l’Opera Nazionale Balilla e, l’anno successivo, con un d.l. del 9.4.1927 fu vietato a qualsiasi altra organizzazione di porsi le medesime finalità. Questo divieto era rivolto principalmente a sottrarre i giovani alle organizzazioni dirette dalla Chiesa (Esploratori cattolici, Associazione Scoutistica italiana) e lar

II Balilla del 1746 e quello del 1926 secondo l’iconografia fascista

gamente diffuse. (Si veda la voce Azione Cattolica e fascismo).

Nel 1929 l’O.N.B. passò alle dipendenze del Ministero dell’Educazione nazionale e le venne affidato, nell’ambito del sottosegretariato per l’Educazione fisica, l’insegnamento di tale disciplina in tutte le scuole del regno. Con un successivo decreto, il sottosegretario per l'Educazione fisica diventò presidente di diritto dell’O.N.B., avocando a anche le organizzazioni delle Piccole Italiane e delle Giovani Italiane, già facenti parte dei Fasci femminili.

Organizzazione

Amministrata da un Consiglio composto da un presidente, un vicepresidente e 24 consiglieri, l’O.N.B. aveva la sua sede centrale a Roma e operava alla periferia tramite comitati provinciali e comunali. L’iscrizione era obbligatoria per tutti i ragazzi che frequentavano le scuole pubbliche e comportava il versamento di una quota annua (Lire

5 negli anni Trenta) che doveva essere pagata insieme alle tasse scolastiche al momento dell’iscrizione ad ogni tipo di scuola. Le attività dell’ente venivano finanziate, oltre che con i contributi obbligatori degli iscritti, con uno stanziamento annuo previsto nel bilancio ministeriale.

Soci dell'O.N.B. (benemeriti, perpetui o temporanei) potevano diventare anche gli adulti, qualora avessero contribuito congruamente con lasciti o donazioni al conseguimento dei fini istituzionali dell’ente, prodigo di medaglie e diplomi con i più meritevoli,

I giovani reclutati nell’O.N.B. assumevano il nome di Balilla dagli 8 ai 14 anni, di Avanguardista (v.) dai 14 ai 18. A 18 anni il giovane passava ai Fasci giovanili di combattimento. Quest’organizzazione, costituita l’8.10.1930, era alle dirette dipendenze del P.N.F. e doveva completare, sul piano politico e militare, la fascistizzazione del giovane avviata negli anni precedenti. A 21 anni il Giovane fascista entrava nel partito.

L'inquadramento degli iscritti all’O.N.B. seguiva il modello del[...]

[...]. assumevano il nome di Balilla dagli 8 ai 14 anni, di Avanguardista (v.) dai 14 ai 18. A 18 anni il giovane passava ai Fasci giovanili di combattimento. Quest’organizzazione, costituita l’8.10.1930, era alle dirette dipendenze del P.N.F. e doveva completare, sul piano politico e militare, la fascistizzazione del giovane avviata negli anni precedenti. A 21 anni il Giovane fascista entrava nel partito.

L'inquadramento degli iscritti all’O.N.B. seguiva il modello della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (v.). La struttura era: squadra (10 giovani più 1 caposquadra), manipolo (3 squadre), centuria (3 manipoli), coorte (3 centurie), legione (3 coorti).

Le legioni di Balilla e avanguardisti, ordinate su base provinciale, prendevano il nome da caduti fa

scisti o da eroi del Risorgimento. Esse erano comandate da ufficiali della M.V.S.N. che, nel caso dei Balilla, venivano scelti normalmente tra i maestri elementari.

In pochi anni la « pupilla del regime », come Benito Mussolini definì l'O.N.B., assunse notevole consistenza: tra il 31.1.1932 e il 31.1.1933, i Balilla salirono da 798.544 a 836.354; gli avanguardisti, da 235.828 a 243.936; le Piccole Italiane, da 632.732 a 719.012. Nel 1934 gli iscritti all’O.N.B. vennero fatti ascendere, secondo i dati ufficiali, a circa tre milioni e mezzo. Nel 1934 il presidente dell’O.N.B. Luigi Ricci istituì il reparto « prebalillistico » dei Figli della Lupa, per i bambini dai 6 agli 8 anni, estendendo così alla prima infanzia la militarizzazione della gioventù. Nelle file dell’O.N.B. veniva incoraggiata la partecipazione volontaria dei giovani alla guerra.

Vanta uno scritto apologetico del 1935: « L’Opera Nazionale Balilla ha pronti centomila nuovi Avanguardisti volontari: questa notizia, data da S.E. Ricci in Roma, durante un rapporto dei presidenti provinciali, è la prova di una conqu[...]

[...]34 il presidente dell’O.N.B. Luigi Ricci istituì il reparto « prebalillistico » dei Figli della Lupa, per i bambini dai 6 agli 8 anni, estendendo così alla prima infanzia la militarizzazione della gioventù. Nelle file dell’O.N.B. veniva incoraggiata la partecipazione volontaria dei giovani alla guerra.

Vanta uno scritto apologetico del 1935: « L’Opera Nazionale Balilla ha pronti centomila nuovi Avanguardisti volontari: questa notizia, data da S.E. Ricci in Roma, durante un rapporto dei presidenti provinciali, è la prova di una conquista spirituale definitiva, che pone l'Opera Balilla all'ordine del giorno della Nazione. Conquista che ha del miracoloso, se si riflette sulla estenuante marcia di questa Organizzazione attraverso sentieri ben ardui, sostenuta dalle sole energie di una fede magnifica [...] Ecco il suo primo spettacoloso frutto: centomila Avanguardisti pronti per le prime necessità interne della guerra. Un autentico smisurato esercito, Inquadrato, armato, organizzato con un patrimonio morale formidabile. Nessuna nazione al mondo potrebbe offrire tale esempio alla sua gioventù ».

Concorrenza con le organizzazioni cattoliche

Il monopolio fascista sull’educazione fisica e morale della gioventù, attuato con l'istituzione dell’O.N.B., provocò la reazione delle organizzazioni cattoliche italiane, preoccupate di mantenere la propria influenza diretta sulle masse giovanili. Lo scioglimento d’autorità di alcuni nuclei di « giovani esploratori » accese la polemica. Le rivendicazioni cattoliche furono parzialmente soddisfatte dal decreto legge del 9.1.1927 che ammetteva gli « esploratori » nei Comuni superiori ai 20.000 abitanti, a condizione però che aggiungessero alle loro insegne il fascio littorio e le iniziali O.N.B..

Tre mesi dopo, la Federazione delle associazioni sportive cattoliche italiane si vide costretta a deliberare il proprio scioglimento per non entrare in conflitto con il Comita

241



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol III (H-M), p. 585

Brano: Mascagni, Pietro

Uomo deI regime

Eletto accademico d’Italia nel 1929, rappresentò l’ala più conservatrice del regime, che sul piano artistico si schierò contro il novecentismo. La sua rozzezza culturale lo indusse a deridere pesantemente e a bollare come « degenerazione » e « ciarlatanismo » ogni nuova manifestazione artistica, dalle esperienze mitteleuropee all’interesse per il jazz, dalla rinascita strumentale italiana al neoclassicismo di A. Casella.

Lungi dall'individuare la componente mistificatrice del modernismo italiano del periodo fascista, Mascagni rifiutò questo movimento culturale come pericoloso sovvertitore dei concetti di bellezza e di modernità.

L'aspra polemica condotta da Casella contro Mascagni nel libro 21 + 26 è indicativa del ruolo rispettivamente svolto dai due compositori durante il ventennio fascista: entrambi convinti assertori e propugnatori degli ideali fascisti, Casella rappresentava l'élite intellettuale del regime di quegli anni, mentre Mascagni era portavoce del più vieto e arretrato provincialismo nazionale. Non era quindi difficile per Casella, nutrito di una fervida e ottimistica fede nell'arte modernista dei tempi nuovi, contestare l'anziano superstite di una concezione musicale ormai superata e soprattutto quando il Mascagni, in un discorso pronunciato al l'inaugurazione del Congresso nazionale delle Arti popolari, lamentava che « l'arte moderna degli ultimi anni sempre più offende gli occhi e offende le orecchie », e che « le giovani generazioni di ogni Paese sono ormai abituate a un sentimento e a una comprensione entrambi contrari alla natura umana ».

L'atteggiamento di Mascagni nei riguardi dei giovani era quello del conservatorismo più ottuso: « La gioventù attuale — continuava nel suo discorso *— non conosce, non visita i musei, ma accorre a tutte le esposizioni di arte novecentista, ma riempie i locali dove risuona la lacerante musica del jazz; non alza gli occhi di fronte ai palazzi che dal '300 al '700 hanno adornato le grandi città europee, ma guarda e forse ammira le casupole sporche e rachitiche di stile modernissimo; ignora che tra le arti più belle c'è anche la danza, magnifica espressione di arte plastica, ma conosce a perfezione i balli moderni che preparano alla degenerazione fisica e spirituale ».

A conclusione del suo discorso Mascagni ricordò come Mussolini aveva creato l'Accademia d’Italia (v.) « per coordinare il movimento intellettuale italiano e conservare puro il carattere nazionale secondo il genio e la tradizione della stirpe ». Parole che Casella dichiarò di sottoscrivere, con ciò confermando di trovarsi, nonostante le apparenze, coinvolto a fianco di Mascagni in un unico processo involutivo che, per più di vent'anni, avrebbe sottratto la musica italiana a quella revisione e a quel rinnovamento del linguaggio in atto negli altri paesi europei (v. Musica e fascismo).

Bibliografia: Alfredo Casella, Lettera aperta a S.E. Pietro Mascagni, in « 21 + 26 », RomaMilano 1931.

R.Fu.

Mascalucia, Rivolta di

Comune di circa 3.000 abitanti in provincia di Catania, sulle pendici dell’Etna, nei giorni dello sbarco alleato in Sicilia (estate 1943) fu teatro di una rivolta popolare contro la soldataglia tedesca.

Il 2 agosto (3 giorni prima della liberazione di Catania) circa 2.000 tedeschi in ritirata dal fronte sul Simeto invasero la zona. Alcuni di essi, imbattutisi in un bersagliere motociclista, lo costrinsero con la forza a consegnare loro la motocicletta. La notizia di questa soperchieria giunse a Mascalucia, tra i numerosi militari italiani che vi stazionavano. L’eco di altre prepotenze e di razzie avvenute nelle frazioni circostanti indusse un gruppo di popolani ad armarsi. Si dice che un artigiano abbia convinto la sentinella tedesca di un deposito di munizioni a consegnare una cassetta con

50 bombe a mano, dandogli a intendere che sarebbero servite alla popolazione per battersi contro gli angloamericani in arrivo.

Quasi contemporaneamente tre tedeschi, penetrati nella villa di Giovanni Amato, un facoltoso armaio

10 locale, aggredirono e uccisero

11 padrone di casa, ferendo inoltre gravemente un suo nipote. Per reazione, i familiari distribuirono tra i compaesani tutte le armi di cui disponevano.

Gli episodi cruenti si susseguirono: un tedesco ubriaco irruppe nella villa di certi Savarese, ferendo a morte il soldato italiano Giuseppe La Marra, postosi a difesa delle donne di casa. Un altro militare italiano, sopraggiunto, ferì a sua volta

il tedesco che fu infine abbattuto presso la chiesa di S. Vito.

Due soldati italiani disarmati che tentavano di fermare un tedesco armato, ne vennero improvvisamente aggrediti a colpi di pistola. Un italiano rimase ucciso, ma il tedesco a sua volta fu finito dalle schioppettate di un civile. Fu questo il segnale della rivolta in massa. Centinaia di armati, appostati nelle case, dietro i muri, agli angoli delle strade e sul campanile della Matrice, cominciarono a sparare su ogni tedesco che osasse mostrarsi in giro. Soldati, vigili del fuoco e carabinieri si unirono ai popolani nella lotta. Quando, a un certo momento, arrivò in piazza una macchina tedesca proveniente da Catania con tre militari a bordo, fu accolta da una grandine di fuoco che abbatté i tre tedeschi. Un’autoblinda armata di 4 mitragliatrici e giunta sul luogo un quarto d’ora più tardi fu rapidamente costretta a ripiegare.

In tutto l’abitato continuò la caccia ai tedeschi. Tre di costoro, che a bordo di una motocarrozzetta attraversavano Mascalucia diretti a Catania, furono uccisi dai soldati italiani. Altri vennero d[...]

[...]’abitato continuò la caccia ai tedeschi. Tre di costoro, che a bordo di una motocarrozzetta attraversavano Mascalucia diretti a Catania, furono uccisi dai soldati italiani. Altri vennero disarmati nel corso dei combattimenti per le strade. Nei pressi del cimitero, tedeschi che avevano sparato con un cannone contro il centro abitato furono messi in fuga.

Nel pomeriggio alcuni ufficiali italiani e tedeschi (compreso un generale) entrarono in paese preceduti da una bandiera bianca. Attorniati dalla folla, cominciarono a discutere sulla piazza.

Testimoni oculari affermano che il generale nazista gridò: « Per ogni tedesco ucciso, dieci italiani!». Ma un ufficiale italiano gli avrebbe risposto: « Per ogni italiano, cento tedeschi! ». Poi tutto finì in un momentaneo accordo.

Negli scontri erano rimasti uccisi

12 tedeschi e 3 italiani. Poi i nazisti si scatenarono ovunque: il 5 agosto, a Vaiverde, uccisero frate Arcangelo; il 7 agosto ferirono gravemente l’ingegnere Guido Cuoco; alcuni giorni dopo massacrarono un giovane contadino d[...]

[...] bandiera bianca. Attorniati dalla folla, cominciarono a discutere sulla piazza.

Testimoni oculari affermano che il generale nazista gridò: « Per ogni tedesco ucciso, dieci italiani!». Ma un ufficiale italiano gli avrebbe risposto: « Per ogni italiano, cento tedeschi! ». Poi tutto finì in un momentaneo accordo.

Negli scontri erano rimasti uccisi

12 tedeschi e 3 italiani. Poi i nazisti si scatenarono ovunque: il 5 agosto, a Vaiverde, uccisero frate Arcangelo; il 7 agosto ferirono gravemente l’ingegnere Guido Cuoco; alcuni giorni dopo massacrarono un giovane contadino di Tremestieri e l’il agosto, a Calatabiano, uccisero il figlio quindicenne del capostazione Quagliata. Ma il peggio si sarebbe avuto il 12 agosto a Castiglione di Sicilia (v.)f dove furono trucidate 16 persone.

Mascetti, Eugenio

N. a Parò (Como) il 19.9.1906; motorista. Per la sua attività antifascista, nel 1931 fu condannato dal Tribunale speciale a 3 anni di reclusione.

Dopo I’8.9.1943 prese parte alla Guerra di liberazione, nelle file della Resistenza, commissario politico della Divisione Garibaldi « Bassa Brianza ».

Mascherpa, Luigi

Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. N. a Genova nel 1893, m. a Parma il 24.5.1944; contrammiraglio.

Uscito dall’Accademia navale di Livorno nel 1911, partecipò alla Prima guerra mondiale come pilota di idrovolanti. Successivamente, promosso capitano di corvetta (1926), comandò il Battaglione « San Marco ». Nel 1931, promosso capitano di fregata, divenne sottocapo di stato maggiore del Comando Marina della base di Pola. Nel 1942 f[...]

[...].

Mascherpa, Luigi

Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. N. a Genova nel 1893, m. a Parma il 24.5.1944; contrammiraglio.

Uscito dall’Accademia navale di Livorno nel 1911, partecipò alla Prima guerra mondiale come pilota di idrovolanti. Successivamente, promosso capitano di corvetta (1926), comandò il Battaglione « San Marco ». Nel 1931, promosso capitano di fregata, divenne sottocapo di stato maggiore del Comando Marina della base di Pola. Nel 1942 fu nominato governatore e comandante mi

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