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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 506

Brano: Settembre, Otto

a intervenire prioritariamente nel Mediterraneo per garantirsi un sicuro controllo di questa zona in funzione antisovietica e dei loro interessi imperialistici; e quelle americane, che invece non intendevano sottrarre forze all'operazione principale in Francia. Il compromesso tra queste posizioni venne raggiunto nell’agosto 1943, con la decisione di considerare lo scacchiere mediterraneo secondario rispetto all'operazione nella Manica (v. Overlord, Operazione).

Alla fine di agosto il re, Badoglio e il Comando Supremo avevano un quadro sufficientemente preciso, anche se non completo, delle intenzioni degli angloamericani. Questi erano disposti a riconoscere il governo Badoglio come valido interlocutore per la stipulazione dell'armistizio e ad effettuare a breve termine uno sbarco nel centro della Penisola, ma esigevano la resa incondizionata dell’Italia prima dello sbarco e ciò per l’ovvio motivo di evitare che tale operazione venisse in qualche modo ostacolata, oltre che dai tedeschi, dalle stesse truppe italiane. Per facilitare la trat[...]

[...]agosto il re, Badoglio e il Comando Supremo avevano un quadro sufficientemente preciso, anche se non completo, delle intenzioni degli angloamericani. Questi erano disposti a riconoscere il governo Badoglio come valido interlocutore per la stipulazione dell'armistizio e ad effettuare a breve termine uno sbarco nel centro della Penisola, ma esigevano la resa incondizionata dell’Italia prima dello sbarco e ciò per l’ovvio motivo di evitare che tale operazione venisse in qualche modo ostacolata, oltre che dai tedeschi, dalle stesse truppe italiane. Per facilitare la trattativa, essi si resero disponibili a fare alcune concessioni politiche: rendere noto solo l’“armistizio corto”, tenendo così nascoste le più dure condizioni previste da quello “lungo”, e la cosiddetta “dichiarazione di Quebec” che prevedeva un alleggerimento delle condizioni di resa dell'Italia qualora questa avesse fornito una effettiva collaborazione militare. Veniva quindi rifiutato il piano proposto dai dirigenti italiani, ma questo aspetto negativo per

il paese era l[...]

[...]lle stesse truppe italiane. Per facilitare la trattativa, essi si resero disponibili a fare alcune concessioni politiche: rendere noto solo l’“armistizio corto”, tenendo così nascoste le più dure condizioni previste da quello “lungo”, e la cosiddetta “dichiarazione di Quebec” che prevedeva un alleggerimento delle condizioni di resa dell'Italia qualora questa avesse fornito una effettiva collaborazione militare. Veniva quindi rifiutato il piano proposto dai dirigenti italiani, ma questo aspetto negativo per

il paese era largamente ripagato per Badoglio e la monarchia dai vantaggi politici che ricavavano dal loro riconoscimento come controparte nei negoziati di armistizio, primo e importante passo per garantire la continuità monarchica e di governo dopo la fine della guerra. Vinte le ultime incertezze, il 3 settembre l’armistizio “corto” venne firmato a Cassibile (v.), in Sicilia, (quello “lungo” sarà sottoscritto da Badoglio il 29 dello stesso mese a Malta).

L’8 settembre

Secondo interessate fonti ufficiali, le autorità italiane non sarebbero state in grado di attuare la resistenza antitedesca (che avevano deciso di fare) unicamente per colpa degli angloamericani che si sarebbero rifiutati di rivelare la località prevista per lo sbarco e che, per di più, avrebbero anticipato la data

di proclamazione dell’armistizio dal

12 all’8[...]

[...]ti da alcuni comandanti italiani, come il già ricordato generale Giacomo Carboni (v. Armistizio e difesa di Roma).

Questa versione, che mira solo a scagionare i principali responsabili del disastro dell’8 settembre, è stata però ampiamente confutata dalle ricerche e dagli studi apparsi in questi anni, nella linea dianzi esposta. Ma al gretto calcolo politico della Corona e della casta militare si aggiunsero altri elementi: in particolare, la sopravvalutazione delle forze angloamericane e la previsione, risultata poi erronea, di un ripiegamento “spontaneo” dei tedeschi sul fronte appenninico dopo là proclamazione e lo sbarco degli Alleati.

Il proclama letto alla radio da Badoglio I*8 settembre ordinava alle truppe di cessare « ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane » e di reagire « ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza ». Quest'ultimo passo, cui si richiamano le fonti ufficiali per sostenere l’esistenza di una precisa volontà antitedesca da parte delle autorità italiane, in realtà non era assolutamente sufficiente per orientare i Comandi periferici e i pochi ordini che erano stati emanati prima dell’8 settembre per apprestare l’apparato militare in pre[...]

[...] per decisione dei comandanti superiori.

Come “prova” di disposizioni emanate per “orientare” i Comandi italiani in senso antitedesco, le fonti ufficiali citano un « preavviso » verbale del 30 luglio e un « Foglio 111

C.T. » del 10 agosto, ma entrambi questi ordini (per ammissione dello stesso capo di Stato Maggiore dell'esercito, generale Roatta) non facevano che ribadire, aggiornandole, alcune disposizioni date prima del 25 luglio allo scopo di evitare scontri tra reparti italiani e tedeschi. Essi erano quindi di carattere tutt'altro che “antitedesco”, tanto è vero che le autorità italiane si erano premurate di informarne gli stessi Comandi germanici.

Ma l'ordine più importante, cui si richiamano molti autori per dare una tinta “patriottica” all’operato dei responsabili italiani nel disastro dell'8 settembre, è la famigerata Memoria O.P. 44 (v.), preparata dallo Stato Maggiore dell'esercito tra il 22 agosto e il 2.9.1943.

Il testo di questo documento non esiste, perché tutte le copie inviate al Comando Supremo e ai Comandi periferici furono distrutte subito dopo la ricezione e perfino l’originale, che era stato conservato presso l’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore dell’esercito, venne dato alle fiamme alle 6,30 del 9 settembre perché « in quel momento

premeva di non lasciar traccia di alcun pezzo di carta contenente notizie compromettenti ». (Gli ufficiali incaricati della consegna avevano il compito di ritirare come ricevuta l’ultima pagina della “Memoria”, ma anche queste parti del documento vennero distrutte il 9 settembre).

Sembra comunque accertato che la Memoria O.P. 44 desse disposizioni per prevenire le eventuali reazioni tedesche. Secondo il colonnello Torsiello, il documento non conteneva alcun accenno alle trattative in corso per l’armistizio e alla data in cui questo sarebbe entrato in vigore, ma faceva ritenere molto prossima e probabile l’aggressione germanica. A questo proposito, venivano dati a tutti i Comandi destinatari alcuni ordini generali (evitare sorprese, vigilare e tenere le truppe alla mano; rinforzare la protezione delle comunicazioni e degli impianti; sorvegliare i movimenti dei reparti; predisporre colpi di mano per impossessarsi dei loro depositi e dei loro centri di collegamento; ecc.) e compiti specifici di competenza di ciascun Comando. Le disposizioni previste nella “Memoria” avrebbero comunque dovuto essere applicate soltanto in seguito a un successivo ordine dello Stato Maggiore dell’esercito, ordine che sarebbe stato impartito trasmettendo [...]

[...] dal Comando Supremo (il quale provvide a “orientare” i Comandi subordinati solamente il 6 settembre), e neppure ai presìdi territoriali (ad esclusione di Milano e Bologna), direttamente dipendenti dal Ministero della Guerra. Infine l’ordine di applicazione, che avrebbe dovuto mettere in moto la reazione generale delle truppe italiane contro gli attacchi dei tedeschi, per decisione di Badoglio e del generale Ambrosio non venne mai trasmesso.

Dopo la firma dell’armistizio “corto” e a parziale integrazione della Memoria O.P. 44, il 6 settembre furono preparati due altri documenti: Promemoria n. 1 e n. 2.

Il Promemoria n. 1, diretto ai tre capi di Stato Maggiore, non parlava ancora delTarmistizio ma prevedeva esplicitamente il pericolo di atti di ostilità da parte dei tedeschi contro il governo e le forze arma

506



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 507

Brano: Settembre, Otto

Unità tedesche e forze larmate italiane nel territorio nazionale al momento dell'armistizio dell '8.9.1943

te italiane: di fronte a tale eventualità, i Comandi interessati avrebbero dovuto predisporre le necessarie misure, ma queste dovevano essere impartite solo verbalmente e, per mascherarne lo scopo, dovevano essere motivate come preparativi contro gli angloamericani. L’applicazione di queste stesse misure sarebbe dovuta avvenire in seguito a un ulteriore ordine del Comando Supremo o per iniziativa diretta dei Comandi locali qualora vi fosse stata interruzione dei colle

gamenti e in relazione alla situazione contingente.

Il Promemoria n. 2, indirizzato alle unità dipendenti dal Comando Supremo, prevedeva invece la possibilità di un armistizio italiano, ma invitava i Comandi locali a dire francamente ai tedeschi che, qualora non fossero state oggetto di aggressioni armate, le trupp[...]

[...]e ai tedeschi che, qualora non fossero state oggetto di aggressioni armate, le truppe italiane non avrebbero preso le armi contro di loro né avrebbero fatto causa comune coi “ribelli” o con gli angloamericani. Per la predisposizio

ne delle misure indicate e per la loro attuazione, era previsto lo stesso meccanismo del Promemoria n.

1. Il documento venne però consegnato soltanto al Comando dell’XI Armata, con sede ad Atene, mentre le altre copie, dirette al Comando del Gruppo Armate Est e al Comando Superiore Forze Armate dell'Egeo, non giunsero mai a destinazione.

Sempre il 6 settembre e con uguale procedura dell’O.P. 44 venne diramata dallo Stato Maggiore dell'esercito, agli stessi Comandi, la Memoria O.P. 45 che, secondo il colonnello Torsiello, dava le disposizioni necessarie affinché fosse organizzato il concorso dell’Esercito alle azioni della Marina e dell'Aeronautica contro i tedeschi.

Infine, oltre al Proclama di Badoglio trasmesso alla radio alle 19,45 del

18 settembre, si ricordano due documenti: il Telescritto n. 24202/0. P., diramato alle 0,20 del 9 settembre dal capo di Stato Maggiore generale e diretto ai tre capi di Stato Maggiore e alle forze dipendenti dal Comando Supremo, con il quale venne tra l’altro ordinato di « dare preavviso dei movimenti ai Comandanti germanici » e[...]

[...]re. I Comandi locali per lo più si arresero subito o vennero a patti con i tedeschi.

Il generale Zanussi, in un colloquio avuto a Roma il 9 settembre con il generale Roatta, capo di Stato Maggiore, il quale sosteneva che i comandanti periferici avrebbero potuto « reagire di iniziativa ad atti di violenza », gli ribattè: « Ma lei li conosce meglio di me i nostri comandanti. È già dubbio che dinanzi a un ordine perentorio uno su due obbedisca, soprattutto quando l'obbedire impegna non soltanto la propria responsabilità, ma rischia la propria testa. E, dopo di ciò, lei si illude che, lasciati liberi di optare tra un atto di forza che li compromette e un atto di rinuncia che li risparmia, essi scelgano l'atto di forza! Segnatamente poi quando si saprà qual è la scelta che abbiamo fatto noi ».

A Torino, dove il Comitato operaio aveva sollecitato il Comando militare affinché fosse organizzata la resistenza con l’aiuto delle masse



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 504

Brano: Settembre, Otto

alla nascita della Repubblica democratica.

I 45 giorni del governo Badoglio

II 25.7.1943 la monarchia e le alte gerarchie militari avevano escluso la possibilità di un ribaltamento immediato del fronte e di un accordo con gli angloamericani.

Contro questa scelta si esprimeranno nel dopoguerra diversi autori (tra i quali anche alti ufficiali, come il generale Francesco Fiossi, allora sottocapo di stato maggiore generale, e il generale Zanussi), sostenendo che il momento più propizio per denunciare l’alleanza con la Germania sarebbe stato proprio il 25 luglio, quando ancora si poteva sfruttare il vantaggio della sorpresa e in particolare i rapporti di forza con i tedeschi, assai più favorevoli allora che non 1*8 settembre. Altri invece spiegheranno tale scelta con la paura paralizzante dei tedeschi, che avrebbe impedito una più decisa azione del gruppo dei congiurati. Badoglio, ancora nel 1946, sosterrà che una dichiarazione unilaterale delI’Italia di ritirarsi dalla lotta avrebbe significato darsi mani e piedi legati in balìa dei tedeschi. Altri ancora individueranno i motivi nel timore di possibili reazioni da parte dei fascisti,[...]

[...]ce spiegheranno tale scelta con la paura paralizzante dei tedeschi, che avrebbe impedito una più decisa azione del gruppo dei congiurati. Badoglio, ancora nel 1946, sosterrà che una dichiarazione unilaterale delI’Italia di ritirarsi dalla lotta avrebbe significato darsi mani e piedi legati in balìa dei tedeschi. Altri ancora individueranno i motivi nel timore di possibili reazioni da parte dei fascisti, timore che avrebbe consigliato pertanto un’operazione in due tempi, dapprima sostituendo Mussolini e successivamente sganciandosi dalla Germania. Altri infine prospetteranno l’ipotesi che, al momento del colpo di stato, i responsabili italiani pensassero di potersi risparmiare un confronto con i tedeschi, sperando di ottenerne il consenso per il ritiro dell'Italia dall'alleanza o di uscire dalla guerra insieme alla stessa Germania.

In realtà l'intera operazione (sostituzione di Mussolini e uscita dalla guerra) aveva avuto come scopo principale la conservazione di un determinato assetto sociale. Avevano sicuramente influito nei piani dei congiurati il timore di rappresaglie tedesche e una sopravvalutazione del pericolo fascista, così come non erano mancate, nella esecuzione del piano, inettitudine e improvvisazione; ma il movente centrale dell’azione del re, di Badoglio e dei militari era la preoccupazione costante di evitare qualsiasi rischio che potesse compromettere l’operazione di conservazione che essi si proponevano. A questa impostazione di fondo si attennero Badoglio e i militari nella preparazione del 25 luglio e durante i quarantacinque giorni successivi fino all’8 settembre, impedendo la partecipazione delle masse popolari alla lotta contro il fascismo e adottando un atteggiamento che dilazionava nel tempo lo scontro ormai inevitabile con i tedeschi.

Dopo l’arresto di Mussolini, vennero emanate infatti le disposizioni affinché le autorità periferiche appli

cassero i piani O.P. (Ordine Pubblico), che prevedevano il passaggio dei poteri di polizia e dei poteri civili all’autorità militare e l’istituzione dei tribunali militari.

Il 26 o il 27 luglio, quando ormai fu chiaro che l’obiettivo principale non era perseguire i fascisti, ma al contrario reprimere le manifestazioni popolari e in particolare le agitazioni contro la continuazione della guerra, fu emanata ai Comandi periferici, su ordine del Comando Supremo, la “circolare Roatta” (v. Roatta, Mario) che dava durissime disposizioni per l’impiego della truppa.

Il 26 luglio, in seguito a scontri con manifestanti, ci furono 11 morti, 11 il 27 e 43 il 28. In totale nei quarantacinque giorni ci furono 93 morti, 536 feriti e 2.276 arresti. Nello stesso periodo i Tribunali militari irrogarono pene altissime. Il Tribunale di Torino (v. Adami Rossi, Enrico) giudicò 437 imputati, accusati di infrazioni al coprifuoco, o[...]

[...], la “circolare Roatta” (v. Roatta, Mario) che dava durissime disposizioni per l’impiego della truppa.

Il 26 luglio, in seguito a scontri con manifestanti, ci furono 11 morti, 11 il 27 e 43 il 28. In totale nei quarantacinque giorni ci furono 93 morti, 536 feriti e 2.276 arresti. Nello stesso periodo i Tribunali militari irrogarono pene altissime. Il Tribunale di Torino (v. Adami Rossi, Enrico) giudicò 437 imputati, accusati di infrazioni al coprifuoco, ostruzionismo al lavoro, manifestazioni sediziose, oltraggio, propaganda sovversiva e altre infrazioni alle norme sull’ordine pubblico; le pene detentive furono complessivamente di 429 anni, 10 mesi e 5 giorni. Vennero utilizzate per il servizio d’ordine pubblico 5 divisioni al completo e

6 parzialmente, sul totale di 17 divisioni presenti in Italia.

Il generale Roatta (v.), riferendosi alle divisioni inviate a Milano, Torino, Genova e Bologna, nel 1946 scriverà che le misure prese in questo senso, se « valsero ad assicurare la tranquillità, indebolirono enormente il dispositivo di difesa della Penisola, tanto più perché solo una parte delle unità di c[...]

[...]tilizzate per il servizio d’ordine pubblico 5 divisioni al completo e

6 parzialmente, sul totale di 17 divisioni presenti in Italia.

Il generale Roatta (v.), riferendosi alle divisioni inviate a Milano, Torino, Genova e Bologna, nel 1946 scriverà che le misure prese in questo senso, se « valsero ad assicurare la tranquillità, indebolirono enormente il dispositivo di difesa della Penisola, tanto più perché solo una parte delle unità di cui sopra potè in seguito essere disimpegnata dal servizio d’ordine ». E conseguenze non meno gravi ebbe certamente la particolare insistenza con cui, in tutti i quarantacinque giorni, le truppe furono spinte alla repressione di ogni manifestazione contro la guerra e i tedeschi.

Le disposizioni emanate dal ministero della Guerra e dagli Alti Comandi durante i quarantacinque giorni avevano principalmente due obiettivi:

— Innanzitutto, attivare il meccanismo dell’apparato militare (piani

O.P., circolare Roatta, ecc.), perfezionando tale apparato dove esso si era dimostrato insufficiente e chia[...]

[...]servizio d’ordine ». E conseguenze non meno gravi ebbe certamente la particolare insistenza con cui, in tutti i quarantacinque giorni, le truppe furono spinte alla repressione di ogni manifestazione contro la guerra e i tedeschi.

Le disposizioni emanate dal ministero della Guerra e dagli Alti Comandi durante i quarantacinque giorni avevano principalmente due obiettivi:

— Innanzitutto, attivare il meccanismo dell’apparato militare (piani

O.P., circolare Roatta, ecc.), perfezionando tale apparato dove esso si era dimostrato insufficiente e chiarendo, una volta superati i primi momenti di incertezza, che lo scopo principale del mantenimento dell’ordine pubblico era reprimere le manifestazioni popolari e antifasciste; (gli ordini che, secondo i responsabili militari, avrebbero dovuto “orientare” i Comandi periferici

in vista di un ribaltamento del fronte e di una lotta contro i tedeschi, furono invece pochi e di dubbia interpretazione; di certo la loro importanza fu esagerata — dopo la fine della guerra — da quegli stessi responsabili militari che volevano così coprire le loro colpe nel disastro dell’8 settembre).

— In secondo luogo, tali disposizioni miravano a “depoliticizzare” le forze armate, ristabilendo la loro autonomia e in particolare stroncando ogni forma di attività o propaganda politica tra i reparti che avrebbero potuto rendere impossibile il controllo della truppa. Insieme a misure tendenti a sottolineare il distacco tra le forze armate e il passato regime, fu ripristinato i! divieto assoluto per i militari di ogni grado di appartenere a partiti politici e l’obbligo di astenersi da qualunque attività o manifestazione a carattere politico. Circolari in questo senso si ebbero specialmente nei primi giorni dopo il 25 luglio, quando si verificarono diversi casi di partecipazione di soldati e anche di ufficiali alle manifestazioni popolari.

Di particolare rilievo era l’indicazione di stroncare la propaganda “comunista” verso i militari: contro di essa, i Comandi avrebbero dovuto rafforzare la disciplina dei reparti e organizzare una speciale « contropropaganda preventiva a mezzo di ufficiali particolarmente idonei allo scopo ».

Motivo frequente, nelle circolari del ministero della Guerra e degli Alti Comandi durante i quarantacinque giorni, era anche l’invito a rinsaldare la compattezza delle forze armate e a rafforzare l’unità intorno alle istituzioni monarchiche; dove il senso di questo appello si spiega non con la volontà di preparare l’esercito allo scontro con i tedeschi ma, al contrario, con la scelta da parte della monarchia e delle alte gerarchie militari di garantirsi un sicuro strumento per la propria politica interna.

Gli [...]



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol II (D-G), p. 231

Brano: Esercito e Resistenza

(« Attuare disposizione ordine pubblico Memoria 44 ») oppure anche per diretta iniziativa dei comandanti di grandi unità, qualora ciò fosse richiesto da situazioni d'emergenza. Nel pomeriggio del 6 settembre Roatta emanò il promemoria n. 1 diretto ai capi di stato maggiore delle tre Armi e confermante la Memoria O.P. 44. E in un promemoria n. 2, diramato subito dopo, fu fatto

il primo accenno esplicito aH’armistizio per indicare, sempre in modo generico, i compiti spettanti nel caso ai Comandi stessi, In sostanza, venne lasciata a ciascun comandante la responsabilità di assumere verso le forze germaniche l'atteggiamento più adatto alla situazione. L’unica direttiva concretamente formulata era quella di « dire francamente ai tedeschi che, se non faranno atti di violenza armata, le truppe italiane non prenderanno le armi contro di loro, non faranno causa comune con i ribelli, né con le truppe angloamericane che eventualmente sbarcassero ».

L'ordine [...]

[...] comandante la responsabilità di assumere verso le forze germaniche l'atteggiamento più adatto alla situazione. L’unica direttiva concretamente formulata era quella di « dire francamente ai tedeschi che, se non faranno atti di violenza armata, le truppe italiane non prenderanno le armi contro di loro, non faranno causa comune con i ribelli, né con le truppe angloamericane che eventualmente sbarcassero ».

L'ordine di applicazione della Memoria O.P. 44 non venne quindi mai impartito. Subito dopo la proclamazione dell'armistizio lo Stato Maggiore si preoccupò solo di seguire

il re nella fuga, abbandonando alle loro sorti i Comandi periferici, la maggior parte dei quali, di fronte all’esempio che veniva da Roma, non trovarono di meglio cheabdicare alle loro funzioni.

Secondo la testimonianza del generale Giacomo Zanussi, alla sollecitazione di diramare l’ordine di conferma della Memoria, Roatta avrebbe obiettato che i comandanti periferici potevano regolarsi sulla basé della disposizione finale che lasciava la facoltà di adottare contro i tedeschi le misure del caso. Al che Zanu[...]

[...]timonianza del generale Giacomo Zanussi, alla sollecitazione di diramare l’ordine di conferma della Memoria, Roatta avrebbe obiettato che i comandanti periferici potevano regolarsi sulla basé della disposizione finale che lasciava la facoltà di adottare contro i tedeschi le misure del caso. Al che Zanussi avrebbe risposto: « Ma lei li conosce meglio di me i nostri comandanti! È già dubbio che dinanzi a un ordine perentorio uno su due obbedisca, soprattutto quando l'ubbidire impegna non soltanto la propria volontà, ma il rischio delia propria testa. E dopo ciò, lei si illude che, lasciati liberi di optare tra un atto di forza che li compromette e un atto di rinuncia che li risparmia, essi scelgano l'atto di forza! [...] Segnatamente poi quando si saprà qual è la scelta che abbiamo fatto noi! ».

Privo di ordini, abbandonato dai suoi capi, l'Esercito italiano si disgregò nel volgere di poche ore. « Tutti a casa » fu la parola d'ordine generale e, chi potè, la mise in pratica raggiungendo la famiglia, mentre migliaia di soldati e ufficiali catturati dai tedeschi furono deportati in Germania.

Episodi di resistenza

Se questo fu il quadro generale non mancarono tuttavia esempi di

dig[...]

[...]li catturati dai tedeschi furono deportati in Germania.

Episodi di resistenza

Se questo fu il quadro generale non mancarono tuttavia esempi di

dignità e di valore che testimoniano di quale diverso epilogo avrebbero avuto le tragiche vicende di quei giorni se diverso fosse stato

il comportamento delle alte, gerarchie militari. Roma (v. Armistizio e difesa di Roma) venne difesa coraggiosamente da reparti che la presidiavano e da forze popolari a essi unitesi. Si combattè valorosamente in diverse località, ma si trattò generalmente di episodi circoscritti, i cui protagonisti furono per la maggior parte soldati semplici e ufficiali subalterni.

Sul confine orientale si accesero combattimenti in varie località della Carnia e del Friuli. A Tarvisio la Caserma « Italia » venne difesa co^ raggiosamente da reparti del XXIV Corpo d'armata. A Gorizia, lungo l'Isonzo, alla sella di Prevallo, a Piedicolle, alle Grotte di Postumia, reparti delle divisioni « Torino », « Julia », « Sforzesca » e « Re » impegnarono duri scontri con i tedes[...]

[...] Si combattè a Tortona, dove il generale Ranieri Cupini, comandante della I Squadra aerea da caccia, si rifiutò di arrendersi quando la sua base venne attaccata.

Le sentinelle ai ponti della camionabile a Serravalle Scrivia (Alessandria) e al viadotto ferroviario di Pontedecimo (Genova) si difesero con le armi e caddero ai loro posti. Militari del 43° Reggimento di fanteria combatterono a Manesseno, presso Bolzaneto (Genova), prima di essere sopraffatti. Reparti delle divisioni «Rovigo» e «Alpi Graie » opposero resistenza alla Spezia; unità di bersaglieri e di paracadutisti al Passo della Futa. A Fidenza, la sera dell'8 settembre un reparto di carristi disarmò un gruppo di soldati tedeschi; a Mantova il capitano Marabini, comandante di un posto di blocco alla ferrovia, non cedette le armi e fu eliminato con i suoi uomini. Il presidio di Piacenza, comandato dal generale Rosario Assanti, all'alba del 9 tentò di fronteggiare l'attacco tedesco:, caddero in combattimen

to 26 militari e 5 civili. Il presidio di Cremona, comandato dal generale Giacomo Fiorio, appoggiato da nuclei di patrioti resis[...]

[...]’Accademia militare di Modena, comandati dal generale Ugo Ferrerò (v.), resistettero asserragliati nel> palazzo ducale di Sassuolo sino all’esaurimento delle munizioni; una parte dei superstiti riuscì poi a porsi in salvo dandosi alla macchia.

A Livorno, reparti del 5° Reggimento artiglieria comandati dal maggiore Giampaolo Gamerra difesero alcuni caposaldi, in particolare quelli dell’Ardenza, dall'attacco di una colonna tedesca. A Piombino, dopo qualche esitazione iniziale, il generale Fortunato Ferni fece distribuire le armi alla popolazione e questa validamente contribuì, insieme a soldati, marinai, carabinieri e a un gruppo di carristi giunto da Siena, aH’affondamento di tutti i mezzi navali germanici nel porto e alla cattura di 200 tedeschi. A Orbetello (Grosseto) reparti del 6° Reggimento della 216a Divisione costiera attaccarono i tedeschi, costringendoli al ripiegamento. Anche l'isola d’Elba (v.) fu difesa da militari e da lavoratori che, insieme, respinsero un tentativo di sbarco tedesco. Alla Maddalena, marinai, soldati e gruppi di popolani, guidati dal capitano di vascello Carlo Avegno (v.) che cadde in combattim[...]

[...] carabinieri e a un gruppo di carristi giunto da Siena, aH’affondamento di tutti i mezzi navali germanici nel porto e alla cattura di 200 tedeschi. A Orbetello (Grosseto) reparti del 6° Reggimento della 216a Divisione costiera attaccarono i tedeschi, costringendoli al ripiegamento. Anche l'isola d’Elba (v.) fu difesa da militari e da lavoratori che, insieme, respinsero un tentativo di sbarco tedesco. Alla Maddalena, marinai, soldati e gruppi di popolani, guidati dal capitano di vascello Carlo Avegno (v.) che cadde in combattimento, costrinsero i tedeschi a riprendere il mare. Nella notte del 9, gruppi del 1° e del 3° Battaglione « Ravenna » opposero a Chiusi (Siena) tenace resistenza, costringendo i tedeschi a lasciare la città. Altri reparti resistettero a Radicofani, a Pian Castagnaio e ad Abbadia San Salvatore, contro i reparti tedeschi che puntavano su Siena. Qui un gruppo di bersaglieri, guidati dal modenese Danilo Barca, bloccò a lungo il nemico alle porte della città.

A Orte (Viterbo), nel pomeriggio del 9 settembre, reparti della V Armata agli ordini del generale Mario Caracciolo (v.) impegnarono combattimento contro una compagnia germanica che subì gravi perdite. La sera prima, una colonna mo

231



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol VI (T-Z e appendice), p. 395

Brano: Villamarzana

nente Mura), dopo di che i suoi camerati ripartirono in gran fretta, rendendosi conto di aver di fronte un problema ben più consistente di quello che avevano immaginato. Ugual sorte toccò a una squadra di

10 carabinieri mandata di rinforzo, che a sua volta venne fermata e catturata nei pressi di casa Poscio. La giornata si chiuse con un bilancio di vittoria, anche se era ben chiaro ai partigiani che dovevano aspettarsi un attacco in forze. Intanto Redimisto Fabbri, rimasto gravemente ferito dall’esplosione del suo vecchio fucile, dovette essere portato d’urgenza all'ospedale di Domodossola, cosa che con gr[...]

[...]10 carabinieri mandata di rinforzo, che a sua volta venne fermata e catturata nei pressi di casa Poscio. La giornata si chiuse con un bilancio di vittoria, anche se era ben chiaro ai partigiani che dovevano aspettarsi un attacco in forze. Intanto Redimisto Fabbri, rimasto gravemente ferito dall’esplosione del suo vecchio fucile, dovette essere portato d’urgenza all'ospedale di Domodossola, cosa che con grande coraggio fece Ugo Scrittori con la propria macchina. Tra gli insorti, oltre al giovane Baccaglio era caduto in combattimento uno dei giovani milanesi, di cui non si saprà il nome.

11 contrattacco nemico

La sera stessa dell’8 novembre, una colonna motorizzata tedesca partita da Gallarate raggiunse la periferia di Villadossola, ma dopo un breve scontro al posto di blocco partigiano, avendo avuto ancora due morti i tedeschi si ritirarono, fermandosi a pernottare nella vicina Vogogna.

All'alba del 9 novembre fu segnalato da un lato l'arrivo di un intero treno blindato carico di fascisti e, dall’altro, quello della autocolonna tedesca ripartita da Vogogna. Nel frattempo i partigiani e gli insorti, assai cresciuti di numero, avevano piazzato varie postazioni di mitragliatrici, disponendosi a difendere fino all'ultimo la città. Riuscirono infatti a bloccare nuovamente sia l'autocolonna tedesca che il treno carico di fascisti[...]

[...]ingendoli a ritirarsi.

Ma a questo punto i tedeschi fecero intervenire gli aerei: tre “Stukas” apparvero sul cielo di Villadossola e si gettarono in picchiata sulla città, scaricando le loro bombe, quindi iniziarono un micidiale mitragliamento. Colpita in pieno da una bomba, una casa vicina a Villa Lena (dove era stata posta una mitragliatrice) crollò seppellendo sotto le macerie 4 civili: Mario Bosi, Giuseppe Dall’Orto, Olga e Ines Zanotti. Dopo questo colpo apparve evidente che la continuazione della battaqlia avrebbe portato alla distruzione dell'intera città, con un numero incalcolabile di vittime. Ciò indusse i partigiani a sganciarsi e a riparare in montagna.

Le rappresaglie

Entrati a Villadossola e rastrellando i dintorni, tedeschi e fascisti riuscirono a catturare 15 combattenti, compreso Redimisto Fabbri ricoverato ail’ospedale di Domodossola. Concentrati i prigionieri presso l'AIbergo Italia, gli occupanti li sottoposero a sevizie con l’intenzione di fucilarli sul posto, ma il coraggioso intervento dell 'ing. Severino[...]

[...]nuazione della battaqlia avrebbe portato alla distruzione dell'intera città, con un numero incalcolabile di vittime. Ciò indusse i partigiani a sganciarsi e a riparare in montagna.

Le rappresaglie

Entrati a Villadossola e rastrellando i dintorni, tedeschi e fascisti riuscirono a catturare 15 combattenti, compreso Redimisto Fabbri ricoverato ail’ospedale di Domodossola. Concentrati i prigionieri presso l'AIbergo Italia, gli occupanti li sottoposero a sevizie con l’intenzione di fucilarli sul posto, ma il coraggioso intervento dell 'ing. Severino Cristofoli indusse i tedeschi a rilasciare alcuni degli arrestati, mentre Fabbri, Albino Valdrè, Giuseppe Preioni, Andrea Comina, Italo Finotto e Luigi Rossi vennero tradotti a Pallanzeno e fucilati sul posto. Prima deH'esecuzione furono costretti a scavarsi la fossa e, alcuni giorni dopo, le loro salme vennero ricuperate dai fratelli Scrittori e dal fratello del Fabbri.

La solidarietà della popolazione (compresi alcuni industriali che riuscirono a minimizzare agli occhi dei tedeschi e dei fascisti la reale portata degli avvenimenti, convincendoli che il paese non era insorto e neppure era stato occupato da partigiani, bensì da un gruppo di comuni “fuorilegge”), evitò che la rappresaglia immediata fosse, come era nelle tradizioni naziste, molto più ampia, ma il Comando tedesco ordinò ai fascisti di compiere più approfondite indagini.

li 6.12.1943 H comandante militare germanico di Domodossola inviò al podestà di Villadossola una minacciosa intimazione, scrivendo testualmente: « Ne[...]

[...] che questo sia reso noto a Villadossola, come pure in tutte le località circostanti. Non ho niente da obiettare se gli oggetti rubati saranno depositati in una forma qualsiasi nelle chiese ».

Nel corso delle loro indaqini e appoggiandosi a soie i fascisti la notte del 23 novembre catturarono nelle rispettive abitazioni 7 patrioti: Gino Arioli, Novello Bianchi, Enea Rinaldi, Rino Zanelli, Romualdo Casadei, Idilio Brandini e Diego Bertaccini. Dopo essere stati seviziati, i priqionieri furono tradotti a Domodossola, poi a Novara e il 12 dicembre sottoposti a processo dal Tribunale militare tedesco che li condannò tutti a morte. Fu tuttavia fucilato soltanto il Bianchi; gli altri 6

finirono deportati a Mauthausen, insieme a Pilade Bartolozzi, catturato pochi giorni più tardi. Un altro civile, Giuseppe Bianchetti, la cui unica colpa era stata di aver fatto da interprete fra i tedeschi catturati e gli insorti nel giorno della rivolta, fu processato e fucilato a Novara 1*8.2.1944.

Numerosi altri partigiani e patrioti, rastrellati nei dintorni di Villadossola nei giorni dopo la battaglia, furono ancora processati e condannati a morte. Tra [...]

[...]tuttavia fucilato soltanto il Bianchi; gli altri 6

finirono deportati a Mauthausen, insieme a Pilade Bartolozzi, catturato pochi giorni più tardi. Un altro civile, Giuseppe Bianchetti, la cui unica colpa era stata di aver fatto da interprete fra i tedeschi catturati e gli insorti nel giorno della rivolta, fu processato e fucilato a Novara 1*8.2.1944.

Numerosi altri partigiani e patrioti, rastrellati nei dintorni di Villadossola nei giorni dopo la battaglia, furono ancora processati e condannati a morte. Tra questi, 8 giovanissimi partigiani fucilati dai nazisti al Poligono di Novara.

Bibliografia: Bruno Francia, I garibaldini nell'Ossola, seconda edizione a cura dell’istituto storico della Resistenza in provincia di Novara “P. Fornara”, 1979.

Villamarzana

Comune di 1.500 abitanti (700 nel capoluogo) in provincia di Rovigo (v.), durante la guerra di liberazione Villamarzana fu teatro di una delle più efferate stragi compiute dai fascisti.

Nella zona operavano alcune formazioni partigiane guidate da Bellino Vali ero, Emi[...]

[...]ovanissimi partigiani fucilati dai nazisti al Poligono di Novara.

Bibliografia: Bruno Francia, I garibaldini nell'Ossola, seconda edizione a cura dell’istituto storico della Resistenza in provincia di Novara “P. Fornara”, 1979.

Villamarzana

Comune di 1.500 abitanti (700 nel capoluogo) in provincia di Rovigo (v.), durante la guerra di liberazione Villamarzana fu teatro di una delle più efferate stragi compiute dai fascisti.

Nella zona operavano alcune formazioni partigiane guidate da Bellino Vali ero, Emilio Bonatti, Giorgio Dall'Aglio, Severino Bolognesi e altri antifascisti. Per individuare e colpire tali formazioni vennero inviati sul posto certi Lucchesi e Zangarini che, fingendosi antifascisti, avrebbero dovuto raccogliere le informazioni necessarie. Certo Giuseppe Reale, un dipendente dell’Ufficio annonario del Comune di Villamarzana, non rendendosi conto di aver a che fare con delle spie, rivelò ai due parecchi nominativi di patrioti, mentre un partigiano di nome Prudenziato riconobbe il Lucchesi e avvertì del fatto il[...]

[...] mentre un partigiano di nome Prudenziato riconobbe il Lucchesi e avvertì del fatto il comandante Dall'Aglio. Questi non perse tempo e fece giustiziare quattro fascisti, ma intanto le due spie avevano compiuto il loro lavoro.

A Rovigo i repubblichini erano al comando del colonnello Vittorio Martelluzzi che ricorse subito alla rappresaglia, ordinando un rastrellamento, al quale parteciparono 120 repubblichini appartenenti alla I e II Compagnia O.P., nonché 60 elementi della Flak germanica (protezione contraerea), comandati dagli ufficiali Giorgio Zamboni e Armando Lorenzotti. Si aggiunsero alla spedizione forze della Brigata nera e alcuni reparti nazisti, fino a superare complessivamente i 500 uomini.

Il rastrellamento venne condotto con la massima durezza: 11 dei rastrellati, pure essendo disarmati, fu

395



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 375

Brano: Sardegna

assunto impegni precisi sul destino dell’Italia dopo la fine del conflitto. Tagliata fuori dalla Penisola per l’interruzione delle comunicazioni, la Sardegna si trovò nell'occhio del ciclone soprattutto a partire dal febbraio del 1943, quando, dopo lo sbarco in Africa settentrionale, gli Alleati prepararono l’assalto finale alla “fortezza Europa”. I bombardamenti, che fino a quel momento avevano toccato quasi esclusivamente obiettivi militari, puntarono ora sulle città portuali: Cagliari venne col' pita duramente tre volte nel febbraio 1943: il giorno 28, bersagliata da 538 grandi bombe che fecero oltre 200 morti e alcune centinaia di feriti (ma si tratta di cifre ufficiali che vanno largamente aumentate), la città fu trasformata in un deserto fumante. Meno tragiche sul piano delle perdite umane, ma non meno devastanti furono le conseguenze di un altro grande bombardamento subito da Cagliari il 13.5. 1943, quando venne distrutto qua[...]

[...] 70% dell'abitato. Il 19.5.1950 verrà conferita alla città la medaglia d'oro al valore militare.

Gli altri centri maggiormente danneggiati furono Porto Torres (colpita più volte), Olbia, Carloforte e Alghero. Fra il 13 e il 14.5.1943 la Sardegna fu attaccata da oltre 650 aerei e ad Alghero, nella notte fra il 17 e il 18 maggio, l’incursione fece

52 morti.

Non esistono statistiche ufficiali sulle perdite umane subite dalla Sarde

gna a opera dei bombardamenti alleati: accurate ricerche recenti hanno però calcolato in oltre 1000 i civili caduti, la cui morte è registrata nei pur lacunosi documenti ufficiali dell’epoca (Mara Coni e Francesco Serra).

La battaglia della Maddalena

Il 25 luglio 1943 non arrivò inaspettato. Testi di propaganda antifascista circolavano tra i militari e civili, mentre l’opposizione interna produceva in proprio altro materiale, come il giornale dattiloscritto Avanti Sardegna!, redatto fra il giugno e l’agosto 1943 dai sassaresi Mario Berlinguer, Michele Saba, Salvatore Cottoni, o come i volantini che, “stampigliati” dallo stesso Cottoni insieme ad Antonio Borio e a Giuseppe Dessi (già scrittore di rinomanza nazionale e, all’epoca, provveditore agli studi di Sassari), erano stati lanciati a Sassari nella primavera 1942.

Ma per gli Alti Comandi « la guerra continua ». L’8 settembre ebbe in Sardegna uno svolgimento unico fra tutti i tragici scenari cui l’armistizio diede vita in Italia e fuori d’[...]

[...]insieme ad Antonio Borio e a Giuseppe Dessi (già scrittore di rinomanza nazionale e, all’epoca, provveditore agli studi di Sassari), erano stati lanciati a Sassari nella primavera 1942.

Ma per gli Alti Comandi « la guerra continua ». L’8 settembre ebbe in Sardegna uno svolgimento unico fra tutti i tragici scenari cui l’armistizio diede vita in Italia e fuori d’Italia. Il generale Antonio Basso, interpretando molto estensivamente la Memoria 44 O.P. (v.) del Comando Supremo che dava disposizioni per opporsi alle prevedibili reazioni tedesche alla notizia deH’armistizio, accordò immediatamente ai tedeschi la garanzia che avrebbero po

tuto lasciare l’isola indisturbati. A quel momento cerano in Sardegna (secondo i calcoli di Bruno Anatra) 5.108 ufficiali e 126.946 soldati. Da parte loro, i tedeschi avevano concentrata nella zona centrale dell’isola la 90a Divisione corazzata al comando del generale Lungerhausen, composta dai resti di alcuni reggimenti dell’Afrika Korps di Rommel: in tutto circa 30.000 uomini, con un grande numero di carri (che il generale Basso calcolava, con larga appross[...]



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 208

Brano: Roatta, Mario

Scriverà Galeazzo Ciano nel suo “Diario” alla data 22.1.1942: « Ho ricevuto Roatta in visita di congedo. Era amareggiato ma dignitoso. [...] È contento del suo nuovo comando in Croazia: in primavera avrà molto da menare le mani, Roatta non è forse simpatico, ma è il generale più intelligente ch’io conosco ».

In Jugoslavia, Roatta “menò le mani” compiendo repressioni contro la popolazione civile (v. Rab), tanto da meritarsi la qualifica di criminale di guerra e, al termine del conflitto, una richiesta di estradizione inoltrata dal governo di Tito, peraltro non accolta dai governanti italiani dell’epoca. Nel marzo 1943, quando ormai la guerra volgeva al peggio, egli ottenne di essere richiamato in Italia e fu inviato in Sicilia, per comandare tutte le Forze armate dell'isola che, di lì a poco, sarebbe stata invasa dagli Angloamericani.

Sono passate alla storia le parole con le quali, nell'assumere il comando, egli si rivolse alla popolazione isolana: « Voi fieri citt[...]

[...]richiesta di estradizione inoltrata dal governo di Tito, peraltro non accolta dai governanti italiani dell’epoca. Nel marzo 1943, quando ormai la guerra volgeva al peggio, egli ottenne di essere richiamato in Italia e fu inviato in Sicilia, per comandare tutte le Forze armate dell'isola che, di lì a poco, sarebbe stata invasa dagli Angloamericani.

Sono passate alla storia le parole con le quali, nell'assumere il comando, egli si rivolse alla popolazione isolana: « Voi fieri cittadini siciliani e noi militari italiani... », un lapsus che ben rivelava la sua mentalità di esponente della casta militare sabauda oltreché fascista.

Nel giugno 1943 fu nominato capo di Stato Maggiore dell’Esercito. In questo nuovo ruolo, mantenutogli dal governo Badoglio dopo il 25 luglio, Roatta fu tra i maggiori responsabili delle sanguinose repressioni antipopolari perpetrate nei 45 giorni e infine della linea di condotta politicomilitare che consegnò l’Italia inerme in mano ai tedeschi: una conclusione quanto meno scontata (v. Memoria 44 O.P., Luglio, 25 e Settembre, 8) da Roatta che si preoccupò soltanto di mettersi personalmente in salvo, fuggendo al Sud con Badoglio e il monarca (v. Pescara, Fuga di).

Dopo la Liberazione

Nel giugno 1944 il fuggiasco ricomparve impudentemente a Roma liberata. A metà novembre, “invitato” a presentarsi all 'Alto Commissariato per la punizione dei crimini fascisti, si sentì contestare l’assassinio dei fratelli Rosselli e fu dichiarato in arresto. Intanto stava maturando anche l’inchiesta per la mancata difesa della Capitale (v. Armistizio e difesa di Roma) e Badoglio, ancora ai vertici del potere, pensò di poter scaricare sul suo complice le maggiori responsabilità attinenti a quei fatti; ma quando Roatta, messo sullavviso, gli fece sapere che in sede di giudiz[...]

[...]i a Roma, stimato in quegli ambienti militari e politici che potevano considerarsi suoi diretti eredi.

E.Ni.

Roberto, Bernardino

N. a Milano il 14.7.1886, ivi m. il 2.9.1966; commesso viaggiatore. Rimasto orfano di padre, trascorse l’adolescenza presso l’orfanotrofio

milanese dei “Martinitt”. Negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, legato di amicizia con il socialista e interventista Filippo Corridoni (18881915), profuse le proprie energie nella corrente massimalista del P.S.I., ma la posizione di neutralità assunta dal partito di fronte al conflitto lo trovò dissenziente. Abbandonate le file socialiste, si schierò nel primo Fascio rivoluzionario d’azione interventista, sorto nella sede milanese del Partito repubblicano.

Volontario nel 67° Reggimento di fanteria, di cui un’intera compagnia risultava composta di volontari mazziniani e sindacalisti, nell’ottobre 1915 venne gravemente ferito a fianco di Corridoni (colpito a morte) nella cosiddetta “Trincea delle frasche”. Dopo la ritirata di Caporetto (1917) Roberto [...]

[...]ronte al conflitto lo trovò dissenziente. Abbandonate le file socialiste, si schierò nel primo Fascio rivoluzionario d’azione interventista, sorto nella sede milanese del Partito repubblicano.

Volontario nel 67° Reggimento di fanteria, di cui un’intera compagnia risultava composta di volontari mazziniani e sindacalisti, nell’ottobre 1915 venne gravemente ferito a fianco di Corridoni (colpito a morte) nella cosiddetta “Trincea delle frasche”. Dopo la ritirata di Caporetto (1917) Roberto si dedicò a un Comitato d’azione, organizzato da Cipriano Facchinetti, che si era proposto di raccogliere in una associazione i mutilati e invalidi di guerra, nonché di organizzare iniziative in aiuto delle famiglie dei combattenti al fronte. Per iniziativa dello stesso Comitato, al termine del conflitto sorse a Milano la Lega italiana per la Società delle nazioni, impostata sui “14 punti” di Wilson.

Divenuto redattore del “Popolo d'Italia” neH'immediato dopoguerra, mentre andavano degenerando le polemiche tra « rinunciatari » e « nazionalisti » riguardo al Trattato di pace, in una tumultuosa manifestazione tenutasi alla Scala (nella quale il riformista Leonida Bissolati doveva illustrare il punto di vista dei «rinunciatari»), Roberto si scontrò con Benito Mussolini, direttore del giornale e portavoce dei « nazionalisti ». Quindi egli si dimise immediatamente dal quotidiano, che costituiva in quel momento l'unica sua fonte di sostentamento, e successivamente aderì al P.R.I.. Nel 1921 fu inviato di questo partito a Treviso, per organizzarvi la cam[...]

[...]ala (nella quale il riformista Leonida Bissolati doveva illustrare il punto di vista dei «rinunciatari»), Roberto si scontrò con Benito Mussolini, direttore del giornale e portavoce dei « nazionalisti ». Quindi egli si dimise immediatamente dal quotidiano, che costituiva in quel momento l'unica sua fonte di sostentamento, e successivamente aderì al P.R.I.. Nel 1921 fu inviato di questo partito a Treviso, per organizzarvi la campagna elettorale. Dopo le elezioni si trattenne nella Marca trevigiana per potenziare il movimento sindacale e cooperativo, collaborando tra l’altro a “La Riscossa”, giornale di denuncia delle ladrerie e dei soprusi consumati durante la guerra.

Il 14.7.1921 fu alla testa di una ventina di giovani postisi a difesa armata delle “Sedi Riunite” che ospitavano a Treviso le organizzazioni economiche e sindacali del Partito repubblicano, nonché la redazione della “Riscossa”, aggredite da centinaia di fascisti. Dopo una notte di fuoco i difensori dovettero fuggire

208



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 714

Brano: Porta San Paolo

derazione » degli Alleati. Roma fu il luogo dove si espresse una prima forma di riscatto da parte di un popolo deciso a prendere in mano il proprio destino e fu il primo « laboratorio » della Resistenza. Fu anche il luogo in cui, nella carenza delle autorità statuali, la Resistenza si fece governo, attraverso il Comitato centrale di liberazione nazionale (modello ispiratore degli analoghi comitati locali) e dove i partiti antifascisti sperimentarono i loro ancora sparuti drappelli, che diventeranno poi !’« esercito » della Resistenza.

La preparazione

Nei 45 giorni del governo Badoglio la città, per la concomitante preoccupazione di garantire l’incolumità e la sicurezza della monarchia, del papato, del governo, era stata quasi « [...]

[...] papato, del governo, era stata quasi « fortificata », dotata di una specie di « cintura di sicurezza », costituita da numerose Divisioni. (« Piave », « Ariete », « Piacenza », « Granatieri »), ulteriormente rafforzata nei primi giorni di settembre con unità ritirate da fronti esterni e qui concentrate (Si veda Armistizio e difesa di Roma).

In più, tra la fine di agosto e i primi di settembre, con l’avallo di Badoglio, i partiti di sinistra, soprattutto

il P.C.I. ma anche il P.d’A. e il P:S.I., avevano cominciato a darsi a Roma una prima organizzazione militare, singolarmente e poi anche comune.

Il 30 agosto era nata la Giunta militare, in cui Luigi Longo, Mauro Scocci mar ro e Giorgio Amendola rappresentavano il P.C.I.; Riccardo Bauer, Ugo La Malfa ed Emilio Lussu

il P.d’A., Pietro Nenni e Giuseppe Saragat il P.S.I..

C’erano stati anche i primi addestramenti militari ed era stato trascritto sulla carta il potenziale militare antifascista. Longo aveva steso per il Comitato delle opposizioni un « promemoria », in cui si es[...]

[...]zione militare, singolarmente e poi anche comune.

Il 30 agosto era nata la Giunta militare, in cui Luigi Longo, Mauro Scocci mar ro e Giorgio Amendola rappresentavano il P.C.I.; Riccardo Bauer, Ugo La Malfa ed Emilio Lussu

il P.d’A., Pietro Nenni e Giuseppe Saragat il P.S.I..

C’erano stati anche i primi addestramenti militari ed era stato trascritto sulla carta il potenziale militare antifascista. Longo aveva steso per il Comitato delle opposizioni un « promemoria », in cui si esprimeva la necessità di « formare e armare 'unità popolari »; si erano stabiliti contatti fra il generale comandante del Corpo d’armata motocorazzato di Roma, Giacomo Carboni, e i rappresentanti dei partiti antifascisti. Insomma era in corso nella Capitale un serio tentativo, da parte degli antifascisti, non soltanto di presentarsi come forza sollecitatrice e proponitrice a livello politico (contro i ritardi, le incertezze e la politica sostanzialmente antipopolare del governo Badoglio), ma anche di prevedere l’immediato corso degli eventi e di prepararsi allo scontro armato con i

tedeschi. Gli antifascisti, addestratisi negli anni della clandestinità, dell’esilio e della guerra di Spagna vedevano ben oltre la « piccola » politica di Badoglio.

La battaglia

All’alba del 9 settembre il re, il governo e le autorità militari abbandonarono Roma, preoccupati unicamente delle loro persone e fecero spostare le Divisioni « Ariete » e « Piave » su Tivoli, con il chiaro intento di essere protetti nella fuga (v. Pescara, Fuga c/i). Essi lasciarono i l[...]

[...]a

All’alba del 9 settembre il re, il governo e le autorità militari abbandonarono Roma, preoccupati unicamente delle loro persone e fecero spostare le Divisioni « Ariete » e « Piave » su Tivoli, con il chiaro intento di essere protetti nella fuga (v. Pescara, Fuga c/i). Essi lasciarono i loro diretti collaboratori senza ordini, dimenticando di confermare persino le vaghissime indicazioni di lotta antitedesca prefigurate nell’ambigua circolare O.P. 44 del 2 settembre, unico frutto della inerte e colpevole strategia degli Alti Comandi.

Alla periferia di Roma i soldati combatterono per due giorni, fino alla mattina del 10 settembre. Poi, intorno a Porta San Paolo, dopo una disperata quanto vana resistenza tentata dalla Divisione Granatieri intorno al ponte della Magliana, nonché nel popolare quartiere della Montagnola e al Forte Ostiense, fra un susseguirsi di ordini e contrordini, i soldati si opposero ancora ai tedeschi.

A Porta San Paolo si attestarono i superstiti della Divisione Granatieri che combattè ininterrottamente dalla notte del 9, sostenuta dai Lancieri del Genova Cavalleria, da reparti della Divisione « Sassari », da militi della P.A.I. (Polizia Africa Italiana) e da truppe dei depositi, tutti giunti peraltro tardivamente.

Intorno alle antiche mura, al riparo di vetture tranviarie rovesciate, dietro barricate erette con pietre divelte dal selciato, accanto ai soldati si trovarono lavoratori e militanti antifascisti di varia estrazione.

Militari e civili si appres[...]

[...]vamente.

Intorno alle antiche mura, al riparo di vetture tranviarie rovesciate, dietro barricate erette con pietre divelte dal selciato, accanto ai soldati si trovarono lavoratori e militanti antifascisti di varia estrazione.

Militari e civili si apprestano a resistere ai tedeschi a Porta San Paolo. A destra, in borghese: Raffaele Persichetti (10.9.1943)

Al comando d’un plotone si trovò il professore Raffaele Persichetti (v.) che fece proprie le armi di un caduto. Tra i dirigenti del movimento antifascista, furono a Porta San Pao

lo i comunisti Longo, Antonello Trombadori, Fabrizio Onofri; gli azionisti Lussu, Cencio Baldazzi, La Malfa; i socialisti Sandro Pertini, Eugenio Colomi, Zagari, Achille Corona, i cattolici comunisti Romualdo Chiesa e Ossicini; il dirigente sindacalista Bruno Buozzi e tanti altri. Ma, accanto a questi, furono la parte migliore della classe operaia, popolani, studenti, soldati non inquadrati. Lungo gli antichi bastioni venne improvvisato un fronte di resistenza.

Il plotone di Persichetti si dispose a ridosso delle Mura aureliane, a difesa della via Ostiense, fino ai Mercati generali. Uno squadrone del Reggimento Genova Cavalleria, agli ordini del tenente colonnello Enzo Nisco, si schierò insieme a una trentina di cavalleggeri guidati dal tenente colonnello Franco Vannetti Donnini. Un altro reparto, al comando del tenente Francesco SaintJust, si attestò come in una trincea sulle alture di San Saba, mentre alcune decine di granatieri del ca[...]

[...] via Ostiense, fino ai Mercati generali. Uno squadrone del Reggimento Genova Cavalleria, agli ordini del tenente colonnello Enzo Nisco, si schierò insieme a una trentina di cavalleggeri guidati dal tenente colonnello Franco Vannetti Donnini. Un altro reparto, al comando del tenente Francesco SaintJust, si attestò come in una trincea sulle alture di San Saba, mentre alcune decine di granatieri del capitano Giulio Gasparri sbarrarono l’accesso al popolare quartiere di Testaccio, difeso anche dai carri leggeri e dalle camionette del capitano Camillo Sabatini.

Sulla linea del fuoco arrivarono i civili, armati nei modi più disparati. La storia dell'accanita caccia alle armi dei giorni precedenti (armi prima concesse dal generale Carboni e accantonate in depositi, poi sequestrate, infine riprese dagli antifascisti) fu un aspetto non secondario del contraddittorio modo di procedere delle varie autorità militari, strette fra condiscendenza ad armare un « esercito » popolare e paura di una iniziativa popolare armata. Alcuni civili arrivarono [...]

[...]nette del capitano Camillo Sabatini.

Sulla linea del fuoco arrivarono i civili, armati nei modi più disparati. La storia dell'accanita caccia alle armi dei giorni precedenti (armi prima concesse dal generale Carboni e accantonate in depositi, poi sequestrate, infine riprese dagli antifascisti) fu un aspetto non secondario del contraddittorio modo di procedere delle varie autorità militari, strette fra condiscendenza ad armare un « esercito » popolare e paura di una iniziativa popolare armata. Alcuni civili arrivarono a piedi, altri su camion superando gli ostacoli incontrati anche durante il percorso (due camion carichi di socialisti furono fermati dai carabinieri a Piazza Venezia e i patrioti dovettero insistere parecchio per non essere disarmati).

La difesa di Roma era però condannata, prima ancora che dalla inferiorità numerica dei difensori, dallo spontaneismo e dalla mancanza di coordinamento. L’anziano marescial

lo d’Italia Enrico Caviglia (v.) che, nell’assenza di tutti i Comandi, si era arrogato una sorta di « diritto di supplenza » militare ottenendo da[...]



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 674

Brano: [...]9, sono alle isole 698. Sfido chiunque a smentire l’attendibilità di queste cifre ».

Il discorso si concludeva con la riaffermazione della preminenza dei prefetti sulle autorità provinciali del partito e con il riconoscimento della ormai avvenuta fine del

lo squadrismo.

Mussolini aveva tutte le ragioni per essere contento della situazione del paese, sotto il profilo del dissenso politico e dell'ordine pubblico: arrestati e confinati gli oppositori, sciolti i partiti e le associazioni non « in regola » con il regime, chiusi e normalizzati i giornali, il paese si avviava verso un tunnel lungo quasi un ventennio, nel quale non vi sarebbe stato spazio per alcuna opposizione. Per le rare manifestazioni di dissenso politico organizzato (facenti capo soprattutto ai comunisti), era più che sufficiente il Tribunale speciale; per il « mugugno » quotidiano, bastavano le commissioni di confino.

Va rilevato, a questo proposito, che era stata reintrodotta dal fascismo una prassi non nuova nella storia d'Italia, vale a dire l’invio al confino degli imputati prosciolti dal Tribunale speciale. Si sviluppò infatti la « consuetudine » che questi, una volta conclusosi il processo a loro carico con una sentenza assolutoria, venissero spesso trattenuti in carcere a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza, in attesa che questa decidesse se fosse il caso di adottare nei loro confronti provvedimenti di polizia, tra i quali appunto il confino.

Che la situazione, quanto meno sotto il profilo dell'ordine pubblico[...]

[...]nfino.

Che la situazione, quanto meno sotto il profilo dell'ordine pubblico, non destasse alcuna preoccupazione, lo si può desumere anche dalla circostanza che nel 1938 il generale Baistrocchi, allora sottosegretario di stato alla Guerra, aveva scritto una lettera alla Direzione generale di pubblica sicurezza, nella quale, muovendo dalla premessa che la ipotesi di un turbamento dell’ordine pubblico fosse ormai diventata anacronistica, aveva proposto che i piani O.P. (Ordine pubblico), in luogo di essere aggiornati, fossero distrutti. Nonostante qualche opposizione, la proposta venne accolta ed i piani in questione furono soppressi.

L'attività poliziesca

Come si è detto all’inizio, sotto il regime fascista la polizia non subì modifiche di rilievo, rispetto allo

Stato prefascista, per ciò che concerneva struttura, composizione e metodi.

Il primo capo della polizia sotto il nuovo regime fu il quadrumviro £milio De Bono (v.).

Come ha scritto Guido Leto, il De Bono, prendendo « possesso della sua carica, non rivoluzionò nulla: tenne come capo di gabinetto Umberto Ricci (che sarà poi ministro dell’interno nei 45 giorni del governo Badoglio) e nominò suo sostituto il prefetto Dante Almansi, israelita, bur[...]

[...] al cui servizio essi in precedenza erano stati.

Ancora una volta ha ragione Leto, quando esclude che soltanto la polizia possa essere « imputata », ad esempio, per l'uso abnorme del confino. In questo, infatt'^ avevano mano l’Arma dei carabinieri, i prefetti, la Milizia e la magistratura.

La « filosofia » che stava dietro una tale « indifferenza » dei burocrati pubblici nei confronti del tipo di Stato al cui servizio essi erano chiamati a operare, è chiaramente enunciata da uno dei massimi funzionari di polizia sotto il regime fascista, Carmine Senise, succeduto a Bocchini come capo di questa: « lo vi [l’interlocutore è BuffariniGuidi~\ debbo confessare che non sono mai stato fascista, neanche antifascista, mi sento soltanto un servitore dello Stato e non ho che un credo: il giuramento prestato allorché entrai neH’amministrazione ed al quale soltanto ho tenuto e tengo fede. Ho servito tutti i governi che si sono succeduti al potere: sono stato nei gabinetti di Giolitti, di Salandra, di Orlando, di Nitti, di Bonomi, di Facta; ho s[...]

[...]che diverse e questo è potuto accadere perché sentivo di servire soltanto lo Stato. I governi sono per me un fatto transitorio: perciò ho servito e servo il governo fascista, non perché io sia fascista e pensi di servire il regime, ma unicamente perché Mussolini è al governo del mio paese [...] ».

In verità le alte dichiarazioni di principio nascondevano quasi sempre una adesione politica alle istanze del movimento prima, del regime fascista dopo. È lo stesso Senise a riconoscerlo, qualche pagina più avanti, quando scrive che il Partito fascista era stato al suo sorgere accolto con favore, se non dalla generalità della popolazione, dalle classi medie (con le quali egli di

chiara di identificarsi); che il primo Mussolini aveva enunciato principi, ai « quali si poteva onestamente aderire »; e che la colpa della « involuzione » successiva del regime era stata tutta dei nazionalisti che si erano fusi con i fascisti (?).

In verità, da tutta la pubblicistica sulla polizia nello Stato fascista (quasi sempre proveniente da ex personaggi ufficiali, in genere dalle più alte gerarchie di questo apparato coercitivo dello Stato) emergono fatti che depongono pesantemente a sfavore del regime e dei suoi servitori: dalla[...]

[...]a segreta », il cui rifiuto da parte ójeW'Arpinati « cominciò subito a inimicargli i colleghi»), alla partecipazione dei vertici della polizia ai giuochi di potere tra le varie cosche familiarpolitiche in cui il regime si suddivideva (Ciano contro Buffarmi; Ciano contro Mussolini; traffici del clan Petacci ecc.; v. Corruzione fascista), alla condiscendenza spesso mostrata a livello periferico verso le autorità locali del fascismo, alla durezza adoperata contro il dissenso politico, durezza che, se pur voluta da Mussolini, non di meno ebbe a trovare un valido appoggio nell'apparato statale.

La camera di Bocchini

La dimensione qualitativa della polizia nel periodo mussoliniano si chiarisce ulteriormente se ci si sofferma su Arturo Bocchini (v.), suo capo incontrastato per quasi quindici anni. Tutti coloro che si sono occupati di lui, ne hanno fornito una descrizione che, anche quando vuole essere laudativa, mostra così la corda da non lasciare alcun dubbio sulla reale natura del personaggio.

Distintosi come prefetto di Bologna pe[...]

[...]i quindici anni. Tutti coloro che si sono occupati di lui, ne hanno fornito una descrizione che, anche quando vuole essere laudativa, mostra così la corda da non lasciare alcun dubbio sulla reale natura del personaggio.

Distintosi come prefetto di Bologna per aver escogitato un sistema di controllo (!) dei singoli voti alle elezioni del 1924, l’attentato Lucetti fu il suo primo trampolino di lancio al posto prestigioso di capo della polizia. Dopo questo attentato, infatti, nel campo dei dirigenti fascisti più in vista era scoppiata una vera e propria « insurrezione » contro il Viminale, contro Federzoni, contro Crispo Moncada (fino ad allora capo della polizia) e contro l’intera alta burocrazia della Direzione generale di pubblica sicurezza, accusata in blocco di non aver



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 637

Brano: Comunista italiano, Partito

90 per cento dei carcerati politici e dei confinati, furono rilasciati soltanto dopo la minaccia di G. Roveda di dimettersi da Commissario (v.) alle organizzazioni sindacali: Longo, Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Di Vittorio e Terracini poterono giungere a Roma solo la notte del 20 agosto.

Contro il governo Badoglio

Longo, Secchia e Scoccimarro, che costituivano il direttivo comunista del confino, in parte assolvente anche alla funzione di. centro interno essendo collegato con numerose organizzazioni comuniste, specie dell'Italia centromeridionale e delle Isole, prima di lasciare Ventotene avevano provveduto a predisporre collegamenti sicuri con tutti i comunisti che,[...]

[...]di. centro interno essendo collegato con numerose organizzazioni comuniste, specie dell'Italia centromeridionale e delle Isole, prima di lasciare Ventotene avevano provveduto a predisporre collegamenti sicuri con tutti i comunisti che, da quell’isola, stavano per raggiungere le rispettive località di origine.

Il 29 e il 30 agosto ebbe luogo a Roma una riunione alla quale parteciparono Longo, Scoccimarro, Secchia e i componenti della direzione operante sino a quel momento nel paese (Amendola, Massola, Negarville, Novella, Roveda, Roasio).

I convenuti decisero di formare una direzione provvisoria del partito, chiamando a farne parte anche Girolamo Li Causi. In quel periodo i collegamenti con Togliatti, che risiedeva nell’Unione Sovietica, erano incerti, casuali e infrequenti, ma per tutti egli rimaneva il capo indiscusso del partito. La nuova direzione decise di intensificare la mobilitazione popolare contro il governo Badoglio, per una pace immediata e una totale libertà nel paese, promuovendo in tutti i luoghi di lavoro Comitati d[...]

[...]no a quel momento nel paese (Amendola, Massola, Negarville, Novella, Roveda, Roasio).

I convenuti decisero di formare una direzione provvisoria del partito, chiamando a farne parte anche Girolamo Li Causi. In quel periodo i collegamenti con Togliatti, che risiedeva nell’Unione Sovietica, erano incerti, casuali e infrequenti, ma per tutti egli rimaneva il capo indiscusso del partito. La nuova direzione decise di intensificare la mobilitazione popolare contro il governo Badoglio, per una pace immediata e una totale libertà nel paese, promuovendo in tutti i luoghi di lavoro Comitati di fronte nazionale.

Visto l’aggravarsi delle cose, il 30 agosto la direzione del partito preparò (tracciato da Longo) un « Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi », che fu presentato al governo e al Comitato delle opposizioni. II documento, insieme a una piattaforma politica elaborata d’intesa col Partito socialista e col Partito d'Azione, provocò una[...]

[...]o il governo Badoglio, per una pace immediata e una totale libertà nel paese, promuovendo in tutti i luoghi di lavoro Comitati di fronte nazionale.

Visto l’aggravarsi delle cose, il 30 agosto la direzione del partito preparò (tracciato da Longo) un « Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi », che fu presentato al governo e al Comitato delle opposizioni. II documento, insieme a una piattaforma politica elaborata d’intesa col Partito socialista e col Partito d'Azione, provocò una discussione nella quale fu vivamente criticata l’inattività del Comitato stesso. Al termine della riunione i partiti decisero di intervenire energicamente presso il governo e di . lanciare contemporaneamente un appello al popolo per chiamarlo alla lotta (il testo deirappello non fu invece pubbli

cato per intervento di Badoglio). Nella stessa giornata i rappresentanti del P.C.I. (Longo e Amendola), del P.S.I. (Nenni e Saragat) e del Partito d’Azione (Lussu e Ugo La Malfa) nominarono Una giunta militare composta da Sandro Pertini, Riccardo Bauer e Luigi Longo. Quest’ultimo, che si occupava specificatamente dell’organizzazione armata, si mise in contatto con il generale Carboni (v.) e con altri ufficiali dello stato maggiore per assicurare l’armamento popolare. Badoglio, che non aveva formalmente respinto il prome[...]

[...]rvento di Badoglio). Nella stessa giornata i rappresentanti del P.C.I. (Longo e Amendola), del P.S.I. (Nenni e Saragat) e del Partito d’Azione (Lussu e Ugo La Malfa) nominarono Una giunta militare composta da Sandro Pertini, Riccardo Bauer e Luigi Longo. Quest’ultimo, che si occupava specificatamente dell’organizzazione armata, si mise in contatto con il generale Carboni (v.) e con altri ufficiali dello stato maggiore per assicurare l’armamento popolare. Badoglio, che non aveva formalmente respinto il promemoria elaborato da Luigi Longo, sembrava voler concedere qualcosa, ma in realtà il contrasto tra quel piano di lotta popolare e il famoso « Memoria O.P. 44 » emesso in extremis dal governo prima della fuga, apparve stridente.

Nella Guerra di liberazione

Con il sopraggiungere dell’8.9.1943 i diversi comitati d’azione o di fronte nazionale si trasformarono in Comitati di liberazione nazionale (v.). I comunisti furono i primi promotori di molti di essi è, attivamente presenti in tutti, ne costituirono la forza principale. In realtà, dopo decenni di studio, di lavoro politico, di lotte e di sacrifici in Italia e in Europa, il Partito comunista si presentava all'impegno della Guerra di liberazione nazionale come una formazione politica di primissimo ordine, con una carica ideale, una preparazione, una esperienza diretta e un gruppo dirigente unito e affiatato quali nessun’altra formazione politica italiana poteva avere.

Dopo i combattimenti del 910 settembre e l’occupazione tedesca di Roma, la direzione del P.C.I. decise di dividersi in due gruppi: l’uno (responsabile Scoccimarro), con sede nella Capitale che si presumeva sarebbe stata rapidamente liberata; l’altro (responsabile Longo), con sede a Milano per assicurare la direzione politica e militare nell’Italia occupata dai tedeschi e prendere l’iniziativa della costituzione delle Brigate d’assalto Garibaldi tv.).

Alla testa della lotta armata

Il primo e più tenace ostacolo che i comunisti dovettero abbattere per dare ampiezza e slancio alla resistenza a[...]

[...]lla testa della lotta armata

Il primo e più tenace ostacolo che i comunisti dovettero abbattere per dare ampiezza e slancio alla resistenza armata era costituito dall’attesismo (v.) nelle sue molteplici forme, da quella che esplicitamente si richiamava agli interessi dei ceti conservatori, alle altre for

se angora più insidiose, sostenute da liberali, democristiani e da correnti dello stesso Partito socialista. Dall’8.9.1943 il P.C.I. si propose come attività principale, se non esclusiva, quella della resistenza da svilupparsi in due forme principali, attraverso la lotta armata partigiana e per mezzo degli scioperi delle grandi masse lavoratrici nelle città e nelle campagne. In coerenza con tale linea il partito emanò fin dal primo momento le direttive « Mobilitazione generale per la guerra di liberazione », « Tutto per il fronte » e « Agire subito » (ottobrenovembre 1943), e impartì alle sue organizzazioni la disposizione (equivalente a un ordine) di inviare nelle formazioni partigiane almeno il 30 per cento degli iscritti e il 15 per cento dei quadri. L’esempio fu fornito dall’alto: tutti i membri della direzione del partito furono chiamati a svolgere, unitamente al rispettivo lavoro politico, una [...]

[...] francese: Ilio Barontini, Vittorio Bardini, Vittorio Ghini, Francesco Leone, Z. Martinelli, Pietro Paletta (Nedo), Giuliano Pajetta, Giuseppe Roda, Egisto Rubini e decine di altri che, come le, centinaia di ex garibaldini di Spagna provenienti da Ventotene, avrebbero costituito gran parte dei Comandi delle « Garibaldi ».

1 comunisti sostennero con forza in seno ai C.L.N. la necessità di condurre la lotta anche mediante le agitazioni e gli scioperi nelle fabbriche: lungi daN’indebolire, come taluni sostenevano, l’unità nazionale, questa lotta l’avrebbe rafforzata, dando alla Guerra di liberazione un contenuto sociale. La lotta di classe doveva essere l’anima e il cemento della lotta nazionale. Fu ancora il P.C.I. a proporre, malgrado il diffuso scetticismo e la

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Grazie ad un complesso algoritmo ideato in anni di riflessione epistemologica, scientifica e tecnica, dal termine O.P., nel sottoinsieme prescelto del corpus autorizzato è possible visualizzare il seguente gramma di relazioni strutturali (ma in ciroscrivibili corpora storicamente determinati: non ce ne voglia l'autore dell'edizione critica del CLG di Saussure se azzardiamo per lo strumento un orizzonte ad uso semantico verso uno storicismo μετ´ἐπιστήμης...). I termini sono ordinati secondo somma della distanza con il termine prescelto e secondo peculiarità del termine, diagnosticando una basilare mappa delle associazioni di idee (associazione di ciò che l'algoritmo isola come segmenti - fissi se frequenti - di sintagmi stimabili come nomi) di una data cultura (in questa sede intesa riduttivamente come corpus di testi storicamente determinabili); nei prossimi mesi saranno sviluppati strumenti di comparazione booleana di insiemi di corpora circoscrivibili; applicazioni sul complessivo linguaggio storico naturale saranno altresì possibili.
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