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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol II (D-G), p. 38

Brano: Decima M.A.S.

Un'impresa della Decima: giovane partigiano impiccato nel Novarese

di aprile si arrese senza sparare un colpo.

Dopo la Liberazione il principe Borghese venne processato come criminale di guerra, ma dopo breve periodo di prigione, fu lasciato libero di riprendere il suo posto nel movimento neofascista.

G.Bo.

Le imprese della « Decima »

Il processo iniziato a Roma l’8.2. 1948 contro Junio Valerio Borghese portò a conoscenza deM’opinione pubblica nazionale alcuni dei servizi più significativi resi dalla « Decima » agli invasori tedeschi.

Nella sentenza di rinvio a giudizio le imputazioni erano, tra l’altro, di aver compiuto « continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti in genere, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che di solito concludevansi con la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e la uccisione degli arrestati, e tuttociò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori.

Episodi di Vaimozzola con uccisione di dodici partigiani in combattimento ed esecuzione sommaria di altri otto partigiani catturati; Crocetta del Montello con uccisione di sei partigiani e sevizie efferate di altri arrestati. Uccisione in Castelletto Ticino di cinque ostaggi. Uccisione in Borgoticino di dodici ostaggi [...] ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere, ciò che il più delle volte si risolveva in un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni ».

Col Borghese vennero imputati 16 dei suoi accoliti, di cui solo 5 presenti al processo, e tra questi il suo fido Ongarillo Ungarelli che si era part[...]

[...] un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni ».

Col Borghese vennero imputati 16 dei suoi accoliti, di cui solo 5 presenti al processo, e tra questi il suo fido Ongarillo Ungarelli che si era particolarmente distinto nel seviziare le vittime.

Sull’eccidio di Borgoticino (v.) si ebbero numerosi particolari: tra l’altro fu messo in evidenza che, quando dovevano compiere azioni di rappresaglia, gli uomini della « Decima » indossavano uniformi tedesche, dal che si può desumere che altre stragi genericamente attribuite ai « tedeschi » venissero in realtà perpetrate dal Borghese e dai suoi uomini su mandato germanico. Si seppe inoltre che, dopo l'uccisione dei 12 giovani eseguita per ordine diretto del generale tedesco Valdemar Krumhar, l’abitato di Borgoticino fu fatto sgomberare e gli uomini della « Decima », da vere truppe mercenarie, poterono abbandonarsi al sistematico saccheggio.

A Castelletto Ticino (v.), dove il

2.11.1944, in seguito alla cattura di un ufficiale della Decima M.A.S., per rappresaglia furono trucidati 5 giovani garibaldini, I’Ungarelli volle che questi fossero fucilati alla schiena e uno per uno, in modo che gli ultimi assistessero alla morte dei primi. L’intera popolazione presente fu obbligata a partecipare allo « spettacolo punitivo ».

Via via che un partigiano cadeva, un ufficiale gli dava il colpo di grazia. All’inizio di quel massacro le vittime gridarono tutte insieme: « Viva l'Italia, viva i partigiani! ». Quando venne la sua volta, il giovane Luigi Barbieri (che era stato catturato in una baita, dove si trovava infermo) chiese: « Spa

ratemi al cuore perché voglio essere riconosciuto dopo morto ». L’Ungarelli gli rispose scaricandogli il colpo di grazia sul viso. Poi proibì agli abitanti del paese di dar sepoltura alle salme.

Il processo di Roma confermò inoltre come gli 8 partigiani fucilati il

17.3.1944 a Vaimozzola (v.) fossero stati crudelmente seviziati dagli uomini del Borghese, degni emuli delle

S.S. naziste.

Mario Galeazzi, sopravvissuto alla strage (venne salvato all'ultimo momento dalle dichiarazioni dei compagni), potè testimo niare: « Fummo condotti al comando di Pontremoli e quindi interrogati uno alla volta. Venimmo fatti spogliare completamente nudi con le mani legate ed uno alla volta introdotti in una stanza ove vi erano sette uomini della Mas e due della guardia nazionale repubblicana. Costoro frustarono i nostri corpi punzecchiandoli anche con le punte dei pugnali. Ci applicarono una corda intorno alla testa e la strinsero con la lama di un pugnale. Tutte queste torture misero in opera per farci confessare nomi e dati della lotta partigiana. Successivamente il giorno 17 fummo condotti nei pressi della stazione di Vaimozzola e quindi il maggiore De Martino voleva fucilarci lungo i binari della linea ferroviaria: il capostazione però si oppose, per cui il De Martino ci fece portare su una coll inetta ».

Da notare che gli 8 partigiani fucilati non avevano nulla a che vedere con l’attacco di Vaimozzola (dov’era rimasto ucciso, qualche giorno prima, un ufficiale della Decima M.A. S.) e i fascisti lo sapevano bene, in quanto li avevano sorpresi e catturati sul Monte Barca, in una località distante parecchie giornate di marcia. Quell’uccisione rivestiva quindi carattere esclusivamente terroristico. Il 1920 marzo il Comando della Decima M.A.S. fece affiggere a La Spezia e provincia un truculento (quanto sgrammaticato) manifesto, firmato « Principe Valerio Borghese », nel quale annunciava la strage compiuta e, per colmo di impudenza, concludeva: « Noi non vogliamo lo spargimento di sangue italiano, nostra unica meta, nostro unico scopo, sono di battersi per l’onore e per la vittoria! ».

Sulla nobile morte di quei partigiani e del giovane che li guidava, (Ubaldo Cheirasco, studente del 3° anno di Chimica all’Università di Pisa), di fronte alla ottusa ferocia dei capi e dei gregari della Decima M. A.S., esiste la testimonianza commossa del sacerdote don Marco Mori di Pontremoli (« Cronache militari della Resistenza in Ligu[...]

[...]erio Borghese », nel quale annunciava la strage compiuta e, per colmo di impudenza, concludeva: « Noi non vogliamo lo spargimento di sangue italiano, nostra unica meta, nostro unico scopo, sono di battersi per l’onore e per la vittoria! ».

Sulla nobile morte di quei partigiani e del giovane che li guidava, (Ubaldo Cheirasco, studente del 3° anno di Chimica all’Università di Pisa), di fronte alla ottusa ferocia dei capi e dei gregari della Decima M. A.S., esiste la testimonianza commossa del sacerdote don Marco Mori di Pontremoli (« Cronache militari della Resistenza in Liguria », pag. 280).

Durante il processo di Roma furono rivelati i particolari delle torture inflitte dalla Decima M.A.S. ai prigionieri.

38



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 693

Brano: Ponte della Pietà, Eccidio del

gretario della Camera del lavoro di Genova), che divenne centro di diffusione di materiale antifascista e di raccolte per il Soccorso Rosso, prò Spagna, ecc..

Negli anni Trenta, Pontedecimo offrì sicuri recapiti all'organizzazione clandestina del P.C.I., particolarmente presso il calzolaio Pietro Pergolesi.

Dopo I’8.9.1943 numerosi lavoratori del luogo presero parte alla Guerra di liberazione. Si procedette anzitutto alla raccolta e all’occultamento delle armi abbandonate dal disciolto esercito. In seguito fu creato un Comitato per il reclutamento dei partigiani, per la raccolta di rifornimenti e per i collegamenti. Uomini e materiali vennero avviati a una formazione c[...]

[...]imo offrì sicuri recapiti all'organizzazione clandestina del P.C.I., particolarmente presso il calzolaio Pietro Pergolesi.

Dopo I’8.9.1943 numerosi lavoratori del luogo presero parte alla Guerra di liberazione. Si procedette anzitutto alla raccolta e all’occultamento delle armi abbandonate dal disciolto esercito. In seguito fu creato un Comitato per il reclutamento dei partigiani, per la raccolta di rifornimenti e per i collegamenti. Uomini e materiali vennero avviati a una formazione costituita sull’Appennino Ligure, in località Capanne. Nell’inverno 1944, nel corso di un rastrellamento, la formazione ebbe 17 caduti. Nel marzo 1944 la polizia scoprì che nella locale tipografia dei fratelli Giacomo e Onorato Belletti veniva clandestinamente stampata J’Unità. I due fratelli furono arrestati e deportati a Mauthausen (v.), da dove non fecero poi ritorno.

L’attività clandestina continuò, con nuovi arruolamenti partigiani e con invio alle formazioni di esplosivo, in parte tratto anche dallo sminamento del ponte sulla strada provinciale, operazione compiuta sotto il naso delle sentinelle tedesche. Con la costituzione del Corpo volontari della libertà (giugno 1944) gli attivisti della zona vennero inquadrati nella Brigata S.A.P. « Rissotto » 818 e, in ottemperanza ai piani prestabiliti, passarono ad azioni armate, al lancio di volantini contro tedeschi e Brigate nere, al sequestro di facoltosi collaborazionisti per alimentare finanziariamente con i riscatti il movimento di liberazione. In questo periodo e fino al 25.4.1945 le perdite della Brigata furono di 2 comandanti di distaccamento caduti in azione e di due « sapisti » (tra cui il commissario di brigata) feriti.

La Liberazione

Ecco il racconto della liberazione di Pontedecimo, come risulta dal rapporto militare steso il 9.5.1945 da Angelo Fogliati (Falco) comandante della Brigata « Rissotto »:

« Il 24 aprile, in osservanza alle norme cospirative e al Piano di Mobilitazione Automatica (M.A.) quasi tutti i sapisti della Brigata si sono trovati al luogo convenuto, pronti ad insorgere. Alle ore 6.30 del giorno 24 aprile 1945 si dava inizio alle azioni di disarmo e di intimazione nei confronti di questurini, guardie civiche e funziona

ri dell’ex governo, riuscendo ad ottenere anche la resa di alcuni soldati tedeschi ed il recupero di diversi fucili.

Tramite qualche soldato tedesco catturato si riuscì a stabilire un contatto con un Comando della Marina Militare nazista insediato nei locali del Municipio di Pontedecimo ed ivi a parlamentare. Il primo contatto, che si ottenne con l’espediente di convincere il Comando tedesco della necessità di un controllo della vita civile, resosi necessario dopo la fuga da Pontedecimo delle Brigate nere, pose subito la pregiudiziale: se la nostra proposta emanava da organizzazione civile o da organizzazione partigiana.

Si fece allora subito presente che molta della popolazione era già armata e che se loro intendevano consegnarsi, il C.L.N. avrebbe tutelato la incolumità personale attenendosi rigorosamente alle leggi internazionali per i prigionieri di guerra. L’ufficiale comandante ci chiese un’ora di tempo. Nel frattempo il Comando tedesco situato in via Isocorte e addetto ai magazzini della sussistenza, si consegnava ai sapisti con tutti i suoi militari (23 uomini).

Passati, con la partecipazione di uno di questi ufficiali, nuovamente a parlamentare col Comando della Marina, si riusciva dopo una prima risposta negativa a convincerli della loro inutilità militare e anche delle pericolose conseguenze che ne sarebbero potute derivare dal rifiuto delle nostre proposte. Dopo un’altra ora di intermittenza dei colloqui, tutto il presidio si consegnava alle S.A.P. completamente disarmato.

Caricati su un automezzo due di questi ufficiali e tre soldati, mediante scorta di una decina di sapisti armati di bombe e mitragliatrice, questo Comando si è portato a chiedere la resa al grosso presidio tedesco di tutta la zona, il quale già stava in guardia e sul piede di guerra a causa delle sparatorie provocate da intimazioni di resa non riuscite. Infatti, all’imbocco di Piazza Pontedecimo, i tedeschi già appostati attaccavano con bombe a mano e mitragliatrici il nostro gruppo, mettendoci fuori uso l’automezzo e causandoci due feriti. Non si perdettero d'animo i sapisti che risposero al fuoco prendendo subito posizione.

Si iniziava pertanto un combattimento che, dalle ore 13 del 24.4.1945, durava per due giorni e due notti consecutive mediante agguati e appostamenti. Con le armi a loro tolte, si procedeva alla formazione di postazioni sulle vie più importanti e con attacchi si costrinse il nemico a stare a ridosso dei punti meno vulnerabili, mettendolo di fronte alla reale prevenzione di dover affrontare una grande ed organizzata insurrezione popolare.

Tuttavia il nemico continuava a battere le nostre postazioni, causandoci 1 morto e 8 sapisti feriti e 6 morti e 8 feriti tra la popolazione. Anche 2 autoblinde, catturate dal 4° Distaccamento della Rimessa ed entrate in azione, dovettero ritirarsi, colpite dal fuoco avversario e con 2 feriti a bordo. Intanto si chiedevano rinforzi ai C.L.N. di Rivarolo [...]

[...] popolare.

Tuttavia il nemico continuava a battere le nostre postazioni, causandoci 1 morto e 8 sapisti feriti e 6 morti e 8 feriti tra la popolazione. Anche 2 autoblinde, catturate dal 4° Distaccamento della Rimessa ed entrate in azione, dovettero ritirarsi, colpite dal fuoco avversario e con 2 feriti a bordo. Intanto si chiedevano rinforzi ai C.L.N. di Rivarolo e di Bolzaneto, i quali però non potevano assecondare le nostre richieste.

Al mattino del 25 aprile, con misure ispirate da considerazioni di sicurezza, venivano trasportati tutti i prigionieri (circa 70 soldati) in un locale della vicina Delegazione di San Ouirico. Accompagnati da un uffi

ciale tedesco, da un interprete e con la partecipazione del Rev. Parroco di San Quirico, ci siamo portati per parlamentare con le ostinate S.S. che comandavano tutto il presidio, ma le proposte di resa venivano respinte. Più tardi, verso le 16, le trattative venivano riprese col tramite di un generale tedesco mandato appositamente dal Comando C.V.L. di Genova, ma ancora una volta tutto veniva respinto. Intanto, proveniente da Val Brevenna, giungeva dopo una lunga marcia il Distaccamento partigiano di montagna « Maffei », il quale? unitamente ad altri 20 bersaglieri sopraggiunti dalla località San Carlo, portava un decisivo contributo alla lotta, costringendo il nemico a porsi in fuga.

Alle ore 3 del mattino del giorno 26 aprile, circa 600 uomini in pieno assetto di guerra si ritiravano, portandosi sulle alture del Passo dei Giovi, abbandonando altri 14 soldati fatti prigionieri, qualche morto, tra i quali il comandante (suicida) del presidio ed alcuni feriti, per consegnarsi al Comando militare americano, quando questo giunse nella nostra città alcuni giorni dopo la Liberazione ».

Ponte della Pietà, Eccidio del

AI Ponte della Pietà, lungo la linea ferroviaria NovaraVarallo Sesia, a circa metà strada sulla provinciale tra Borgosesia e Quarona nella parte bassa della Valsesia, zona di intensa guerriglia partigiana, nel corso della Guerra di liberazione venne perpetrata dai fascisti una delle più efferate rappresaglie.

Nell'aprile del 1944, fallito un rastrellamento con il quale si erano illusi di sgominare le formazioni partigiane di Moscatelli operanti in Valsesi[...]

[...]».

Ponte della Pietà, Eccidio del

AI Ponte della Pietà, lungo la linea ferroviaria NovaraVarallo Sesia, a circa metà strada sulla provinciale tra Borgosesia e Quarona nella parte bassa della Valsesia, zona di intensa guerriglia partigiana, nel corso della Guerra di liberazione venne perpetrata dai fascisti una delle più efferate rappresaglie.

Nell'aprile del 1944, fallito un rastrellamento con il quale si erano illusi di sgominare le formazioni partigiane di Moscatelli operanti in Valsesia, i nazifascisti si ritirarono con il grosso delle loro forze a Borgosesia. A questo punto, Pietro Rastei li (comandante della 84a Brigata Garibaldi « Strisciante Musati ») in accordo con Mario Vinzio (comandante della Brigata Garibaldi « Osella ») decise di condurre un’ azione di sorpresa direttamente contro il munitissimo presidio nemico.

L’attacco durò circa due ore e si concluse nella piazza centrale della città, dove i tedeschi ebbero 3 morti e numerosi feriti. Prevedendo poi che non sarebbe mancata la reazione nazifascista, Rastelli e Vinzio ripiegarono verso Quarona, ma durante il ripiegamento tesero un'imboscata al nemico, appostandosi lungo il fianco sinistro della scarpata ferroviaria, appunto al Ponte della Pietà.

Quando alle prime ore pomeridiane del giorno di Pasqua del 1944, un camion di militi della famigerata Legione « Tagliamento », mandata da Borgosesia all’inseguimento dei « ribelli », percorrendo la strada provinciale giunse al Ponte della

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol III (H-M), p. 847

Brano: [...] campi di internamento della zona (v. Jugoslavi in Italia). Molti sbandati italiani e alleati furono nascosti per lungo tempo dai contadini della vallata, in particolar modo nel comune di Vicchio. Gruppi di patrioti si diedero inoltre a ricuperare le armi abbandonate da reparti di antiparacadutisti e di avieri. Per iniziativa dei comunisti, subito dopo l’occupazione tedesca del Mugello cominciò anche in questa zona l’organizzazione della lotta armata: nella prima metà di ottobre del 1943 un gruppo di partigiani provenienti da Borgo San Lorenzo effettuò attacchi contro il traffico militare tedesco sulla via Faentina e occupò temporaneamente il paese di Palazzolo di Romagna, provocando la fuga precipitosa dei repubblichini.

La mancanza di organici collegamenti con le organizzazioni della Resistenza di Firenze portò successivamente allo scioglimento di questo gruppo, ma molti dei suoi componenti continuarono a impegnarsi in un paziente lavoro di tessitura della rete clandestina che avrebbe consentito di installare e far sopravvivere nel successivo inverno gruppi partigiani sul monte Giovi e ai piedi della catena appenninica, nei dintorni di Vicchio. Contemporaneamente vennero stabiliti contatti con i vecchi organizzatori delle leghe « bianche », con esponenti del disciolto Partito Popolare e con rappresentanti del clero locale, ponendo così le basi per la costituzione dei C.L.N. comunali. L’attività organizzativa e propagandistica svolta dall’antifascismo mu[...]

[...]sul monte Giovi e ai piedi della catena appenninica, nei dintorni di Vicchio. Contemporaneamente vennero stabiliti contatti con i vecchi organizzatori delle leghe « bianche », con esponenti del disciolto Partito Popolare e con rappresentanti del clero locale, ponendo così le basi per la costituzione dei C.L.N. comunali. L’attività organizzativa e propagandistica svolta dall’antifascismo mugellano trovò un terreno fertile e riuscì a mobilitare le masse contadine, tanto che già alla fine del febbraio 1944 si ebbe a Vicchio una dimostrazione di protesta di alcune centinaia di coloni contro il conferimento aH’ammasso di ulteriori quantitativi di grano. Pochi giorni dopo, le formazioni partigiane entrarono in paese, disarmaro

Mugello

no il locale presidio repubblichino e distribuirono alla popolazione tutti i generi esistenti nell’ammasso. Nei mesi successivi l’organizzazione antifascista clandestina del Mugello assicurò rifornimenti alle Brigate garibaldine « Lanciotto », « Caiani » e « Fanciullacci », nonché alla 36a Brigata Garibaldi « Bianconcini », emiliana, che operavano sui rilievi montuosi circostanti la vallata del Mugello. Anche quando, per necessità operative, qualche formazione (come la « Lanciotto ») dovette spostarsi, conservò in Mugello le proprie basi di appoggio logistico.

I nazifascisti, avvertendo chiaramente il distacco che li separava dalla popolazione, non mancarono di far pagare col sangue e con la rapina il loro isolamento. II rastrellamento seguito alla temporanea occupazione di Vicchio si concluse il 22.3.1944 con la fucilazione di 5 giovani renitenti alla leva catturati nella zona e tradotti a Firenze, per esservi uccisi allo stadio comunale. A questo episodio, rimasto particolarmente impresso nei ricordi dei mugellani e dei fiorentini, seguirono eccidi ancora più atroci: l’11 luglio a Padulino, nei pressi di Vicchio, 15 persone (fra cui una donna e un ragazzo sedicenne) vennero fucilate dai tedeschi che vollero in tal modo vendicare la morte di un loro commilitone ucciso mentre stava saccheggiando le case dei contadini. Numerosi altri assassini dello stesso tipo si ebbero nel Mugello anche a causa dell’estrema tensione in cui si trovarono costretti a vivere qui i nazifascisti, circondati dall’odio popolare che li portava a vedere in ogni civile un peric[...]

[...]o particolarmente impresso nei ricordi dei mugellani e dei fiorentini, seguirono eccidi ancora più atroci: l’11 luglio a Padulino, nei pressi di Vicchio, 15 persone (fra cui una donna e un ragazzo sedicenne) vennero fucilate dai tedeschi che vollero in tal modo vendicare la morte di un loro commilitone ucciso mentre stava saccheggiando le case dei contadini. Numerosi altri assassini dello stesso tipo si ebbero nel Mugello anche a causa dell’estrema tensione in cui si trovarono costretti a vivere qui i nazifascisti, circondati dall’odio popolare che li portava a vedere in ogni civile un pericoloso partigiano.

Lo sfollamento

All’inizio dell’estate del 1944, con l’avvicinarsi del fronte, la popolazione della vallata abbandonò i centri abitati riversandosi nelle campagne per mettersi al riparo dalle angherie della soldataglia nazifascista e dagli attacchi aerei degli Alleati che, per ostacolare la ritirata tedesca, martellavano quotidianamente le vie di comunicazione. Fu in tali circostanze che potè esplicarsi in tutta la sua ampiezza[...]

[...] costretti a vivere qui i nazifascisti, circondati dall’odio popolare che li portava a vedere in ogni civile un pericoloso partigiano.

Lo sfollamento

All’inizio dell’estate del 1944, con l’avvicinarsi del fronte, la popolazione della vallata abbandonò i centri abitati riversandosi nelle campagne per mettersi al riparo dalle angherie della soldataglia nazifascista e dagli attacchi aerei degli Alleati che, per ostacolare la ritirata tedesca, martellavano quotidianamente le vie di comunicazione. Fu in tali circostanze che potè esplicarsi in tutta la sua ampiezza l’attività dei C.L.N. comunali, in particolar modo quelli di Barberino e di Borgo San Lorenzo, dove nessuna iniziativa fu tralasciata pur di alleviare le difficoltà degli sfollati. Le attrezzature e i pazienti dell’ospedale di Luco, l’unico della vallata, furono tempestivamente tra

sferiti in località S. Cresci di Vaicava, dove l’ospedale stesso potè riprendere a funzionare con mezzi di fortuna, sì da assicurare un minimo di assistenza medica alla popolazione. Contemporane[...]

[...]anismi di governo locale. Quando le truppe alleate dilagarono nella vallata, trovarono così amministrazioni locali già costituite e funzionanti, impegnate ad affrontare i gravi problemi della ricostruzione con buon senso e grande spirito di equità. Come è dimostrato dal carteggio delle commissioni dei singoli C.L.N., operando in reciproco accordo esse provvidero tra l’altro alla raccolta, conservazione e restituzione ai legittimi proprietari del materiale e del bestiame razziato dai tedeschi in altre località e qui abbandonato durante la ritirata.

I partiti di sinistra posero così le premesse della loro posizione egemonica nella vita politica mugellana, posizione che rimarrà nonostante i violenti attacchi delle forze conservatrici mossi nel dopoguerra contro il movimento partigiano, operaio e contadino. Questa egemonia verrà sanzionata dalle prime elezioni amministrative del dopoguerra, nelle quali i socialisti, i comunisti e in qualche caso il P.d’A., presentandosi uniti, otterranno ampie maggioranze (Barberino, 65,4%; Borgo San Lorenzo, 71,8%; San Pietro a Sieve, 77%; Scarperia, 56,7%; Vaglia, 78,5%).

I risultati delle elezioni politiche del 2.6.1946, nelle circoscrizioni del Mugello, furono i seguenti:

P.C.l.

P.S.I. D.C.

Barberino 3.338 1.199 1.442

Borgo San Lorenzo 4.179 2.081 2.577

San Pietro a Sieve 688 817 309

Scarperia 912 1.418 1.485

Vaglia 868 621 402

Vicchio 1.971 2.536 1.262

Totale Mugello 11.956 8.672 7.447

(42,4%) (30,9%) (26,7%)

Bibliografia: M.A. Martini, Le agitazioni dei mezzadri in provincia di Firenze, Unione del

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[...]etro a Sieve, 77%; Scarperia, 56,7%; Vaglia, 78,5%).

I risultati delle elezioni politiche del 2.6.1946, nelle circoscrizioni del Mugello, furono i seguenti:

P.C.l.

P.S.I. D.C.

Barberino 3.338 1.199 1.442

Borgo San Lorenzo 4.179 2.081 2.577

San Pietro a Sieve 688 817 309

Scarperia 912 1.418 1.485

Vaglia 868 621 402

Vicchio 1.971 2.536 1.262

Totale Mugello 11.956 8.672 7.447

(42,4%) (30,9%) (26,7%)

Bibliografia: M.A. Martini, Le agitazioni dei mezzadri in provincia di Firenze, Unione del

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol III (H-M), p. 485

Brano: Malatesta, Errico

Uras, di Sassari; Salvatore Virdis, di Cagliari; Tullio Zambon, di Carmignano di Brenta (Padova); Fausto Zorati, di Codroipo (Udine).

Bibliografia: Emidio Mosti, La Resistenza apuana, Milano 1973.

M.Ku.

Malatesta, Enzio

Medaglia doro al valor militare alla memoria. N. a Carrara nel 1914, fucilato dai tedeschi a Roma il 2.2.

1944.

Figlio di Alberto Malatesta, ex deputato socialista di Novara, nel 1938 conseguì la laurea a Milano. Successivamente insegnò al Liceo « Parini » e fu direttore della rivista Cinema e Teatro. Nel 1940, a Roma, fu assunto come redattore del quotidiano « Giornale d’Italia ».

Dopo l’8.9.1943 prese parte alla Guerra di liberazione, nelle file del movimento Bandiera Rossa tv.), e fu tra gli organizzatori delle cosiddette « Bande esterne » nel Lazio. Catturato dai tedeschi e accusato di aver organizzato formazioni armate, si assunse coraggiosamente ogni responsabilità. Condannato a morte, venne fucilato a Forte Bravetta (v.).

Malatesta, Errico

N. a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) nel 1853, m. a Roma il 22.7.1932; dirigente anarchico. Studente in medicina presso l’Università di Napoli e datosi all’attività politica, fu tra i giovani che seguirono M.A. Bakunin (v.) nella rottura con Mazzini e nella fondazione, su basi anarchiche, della sezione italiana della I Internazionale (v.). Nel 1870 subì il primo arresto. L’anno dopo, quando^ venne chiusa dalla polizia le sede napoletana dell’Internazionale, Malatesta lasciò gli studi per dedicarsi interamente alla propaganda. Nel 1872 partecipò al congresso secessionista di SaintImier (Svizzera) in cui gli anarchici (v.), rompendo definitivamente con Marx e con il Consiglio generale di Londra, fondarono VAlleanza internazionale; in quell’occasione Malatesta conobbe Bakunin di persona.

Organizzatore di moti insurrezionali

Trascorse gli anni 187374 assieme ad Andrea Costa e a Carlo Cafiero, in febbrile attività per riorganizzare l’Internazionale anarchica e per gettare in Italia le basi di un moto insurrezionale. Tale movimento ebbe un conato nelle Puglie (Castel del Monte), ma fu preventivamen

te represso in tutte le altre zone interessate. Arrestato a Pesaro, Malatesta venne trasferito a Trani per un processo che si risolse con verdetto assolutorio.

Nel 1876 fu delegato con Cafiero al congresso anarchico di Berna. In questa assise gli italiani sostennero che « il fatto insurrezionale, destinato ad affermare con gli atti i principi socialisti, è il mezzo più efficace di propaganda e il solo che, senza ingannare e corrompere le masse, possa penetrare sino nei più profondi strati sociali ed attirare le forze vive dell’umanità nella lotta che sostiene l’Internazionale ».

Nel maggio 1877 prese parte, con Cafiero, al tentativo insurrezionale noto come « la Banda del Matese »: accerchiati in San Lupo (Benevento), gli insorti furono arrestati e dopo oltre 1 anno di carcere processati dal Tribunale di Benevento, ma infine assolti per amnistia.

Negli anni successivi, mentre in Italia andava intensificandosi la repressione antianarchica, Malatesta visse in esilio. Dopo aver vagato in Egitto, Siria, Romania, continuamente espulso, nel 1881 approdò a Londra. Intanto Andrea Costa, rientrato in Italia in virtù di un’amnistia, rompeva la triade postbakuniniana (Malatesta, Cafiero, Costa) aprendo verso il « socialismo legale ». Contro questo nuovo indirizzo politico Malatesta scrisse su L’Insurrezione, un periodico da lui appositamente fondato a Londra per sostenere una linea più battagliera.

La resistenza anarchica all’espansione politica del socialismo di orientamento marxiano, dal Partito operaio (1882) al congresso di Genova del 1892, ebbe però come portavoci ufficiali più il Gori e il Galleani che il Malatesta. Questi partecipò al congresso anarchico di Capolago (Svizzera, 1891) e, assieme a F. S. Merlino e A. Cipriani, venne scelto per avviare una vasta campagna di rilancio del movimento anarchico in Italia.

Fermato dalla polizia svizzera, Malatesta dovette tornare a Londra. Rientrò in Italia al delinearsi dei Fasci siciliani, ma fu nuovamente costretto all’esilio e riparò ancora in Inghilterra.

Dalle pagine di Umanità Nova, in quegli anni (18961897) Malatesta si batté per la scissione dei socialistianarchici, di cui si faceva portavoce, dagli anarchiciindividualisti. Escluso dal Congresso internazionale di Londra (luglio 1896), in agosto pubblicò il numero unico L’Anarchia.

Errico Malatesta

Ai primi del 1897 rientrò in Ancona, dove a partire dall’aprile fece uscire L’Agitazione, con lo scopo di contenere la nuova deviazione ideologica rappresentata dal Merlino, ma a novembre venne scoperto e arrestato. Rilasciato, fu ancora arrestato il 18.2.1898, nel clima di feroce repressione instaurato dal governo di Pelloux. Avrebbe dovuto essere scarcerato in agosto, ma invece a settembre venne assegnato al domicilio coatto in Lampedusa. Da qui evase e, dopo altre peripezie, nel maggio 1899 approdò a Londra. Tre mesi dopo era negli Stati Uniti, dove tenne conferenze per la colonia anarchica di Paterson (New Jersey). All’inizio del secolo era di nuovo a Londra, dove nel 1911 pubblicò il numero unico La guerra tripolina, contro l’avventura coloniale italiana in Libia. Nell’estate del 1913, tornato ad Ancona, vi fondò il periodico La Volontà. Nel novembre intervenne al congresso repubblicano di Bologna, nonché a quello socialista di Ancona. In giugno dell’anno successivo si ebbe il fallimento dei moti della cosiddetta « settimana rossa ». Il Malatesta, che ne era stato isp[...]

[...]anarchica di Paterson (New Jersey). All’inizio del secolo era di nuovo a Londra, dove nel 1911 pubblicò il numero unico La guerra tripolina, contro l’avventura coloniale italiana in Libia. Nell’estate del 1913, tornato ad Ancona, vi fondò il periodico La Volontà. Nel novembre intervenne al congresso repubblicano di Bologna, nonché a quello socialista di Ancona. In giugno dell’anno successivo si ebbe il fallimento dei moti della cosiddetta « settimana rossa ». Il Malatesta, che ne era stato ispiratore e partecipe, dovette fuggire in Francia, quindi passare a Londra, dove fu colto dallo scoppio della Prima guerra mondiale.

A quegli anarchici che si facevano trascinare « daH’illusionismo kropotkiniano », Malatesta rispose: « Secondo noi [...] le rivalità e gli odii nazionali sono tra i mezzi migliori che le classi dominanti hanno a loro disposizione per perpetuare la schiavitù dei lavoratori ».

Primo dopoguerra

Nel dicembre 1919, per interessamento del capitano Giulietti (v.), Malatesta rientrò per l’ultima volta in Italia e assunse la direzione di

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 108

Brano: A.P.E.F.

« Sport e Proletariato », n. 21 del l’1.12.1923

rati (socialisti cosiddetti « terzinternazionalisti », che passeranno poi al Partito comunista) vide la luce, a Milano, Sport e Proletariato, settimanale di cronaca e critica, al quale fecero capo le associazioni sportive proletarie. Il periodico fu regolarmente pubblicato, in una caratteristica veste verdognola, durante tutto il 1924, per essere successivamente soppresso dal regime, come tutti gli altri giornali antifascisti. Quantunque i suoi scritti trattassero esclusivamente argomenti di carattere sportivo, esprimevano un orientamento di sinistra e sostenevano apertamente di « dare allo sport la fisionomia di classe ».

Ancora nel 1927, a Milano e in alcune altre città esistevano circoli dell’A.P.E. divenuti, per ristretti gruppi di [...]

[...]te tutto il 1924, per essere successivamente soppresso dal regime, come tutti gli altri giornali antifascisti. Quantunque i suoi scritti trattassero esclusivamente argomenti di carattere sportivo, esprimevano un orientamento di sinistra e sostenevano apertamente di « dare allo sport la fisionomia di classe ».

Ancora nel 1927, a Milano e in alcune altre città esistevano circoli dell’A.P.E. divenuti, per ristretti gruppi di antifascisti, una forma « semilegale » per incontrarsi. Se ne ha notizia dalle cronache del Tribunale speciale che, il 9.10.1928, condannò 8 giovani comunisti milanesi a pene varianti da 2 a 7 anni di reclusione.

Gli imputati erano stati arrestati, nel giugno 1927, assieme a una cinquantina di altri giovani escursionisti (uomini e donne) rientranti da una gita alla Grigna, sotto l’accusa di essere tutti membri dell’A.P.E. e di tenerla in vita, nonostante lo scipglimento imposto dalle leggi eccezionali fasciste del 1926. Si trattava di una montatura poliziesca destinata a sgonfiarsi: la maggior parte degli arresta[...]

[...]ni comunisti milanesi a pene varianti da 2 a 7 anni di reclusione.

Gli imputati erano stati arrestati, nel giugno 1927, assieme a una cinquantina di altri giovani escursionisti (uomini e donne) rientranti da una gita alla Grigna, sotto l’accusa di essere tutti membri dell’A.P.E. e di tenerla in vita, nonostante lo scipglimento imposto dalle leggi eccezionali fasciste del 1926. Si trattava di una montatura poliziesca destinata a sgonfiarsi: la maggior parte degli arrestati venne prosciolta dopo qualche mese di carcere,

ad eccezione degli 8, da tempo noti e schedati come comunisti, che finirono davanti al Tribunale speciale.

Riguardo all’orientamento del settimanale « Sport e Proletariato » si veda, nel n. 3 del luglio 1923, uno scritto di Paul Vaillant Couturier, riportato come articolo di fondo. Il noto giornalista e dirigente comunista francese diceva, tra l'altro: « lo voglio ancora indicare ai compagni l’importanza che noi diamo dal punto di vista politico allo sviluppo degli sport. Lo sport è una manifestazione essenziale della vita delle masse e ciò mi basta. Esso mi appare come una festa, una forza di salute e una promessa rivoluzionaria. Quando una civiltà si decompone — è la tristezza e la speranza della nostra epoca — tutto ciò che è manifestazione di salute, di sopravvivenza di una razza affievolita e, in questa razza, della classe sfruttata di oggi, ma trionfatrice di domani, tutto ciò è altamente rivoluzionario. Attorno allo stadio, il posto dei rivoluzionari è segnato. Il capitalismo vi è presente, decorando le tribune delle sue bandiere tricolori, inondandole dei suoi servi ufficiali, spiando lo sport, malgrado la ripugnanza istintiva degli sportivi, per sfruttarlo come il resto. La parola d’ordine nostra dev’essere di dare allo sport la sua fisionomia di classe. La cultura fisica, l’atletismo, lo sport, tutto ciò che forma l’individuo e dà la sua respirazione collettiva alla massa, affretta la liberazione della classe oppressa ».

Apolloni, Crispino

N. a Dorsino (Trento) il 3.5.1909, m. a Dachau il 20.3.1945. Valoroso antifascista, fu volontario in Spagna nelle Brigate Internazionali. Durante la seconda guerra mondiale, fu tra gli organizzatori della Resistenza in Francia. Partigiano combattente nei Francstireurs Partisans, fu catturato dai tedeschi. Deportato nel campo di Dachau, vi venne ucciso un mese prima della Liberazione.

Appeasement

Termine di lingua inglese, che significa letteralmente « appaciamento ». Per politica di appeasement si intende quella condotta dall’Inghilterra e dalla Francia nei confronti di Hitler, sul problema dei Sudeti, e che costituì l’immediato preludio della seconda guerra mondiale.

Nel gennaio 1938 il Fronte patriotti co dei tedeschi sud etici, cioè il partito nazista della minoranza tedesca in Cecoslovacchia, iniziò nei confronti del governo di Praga una politica di rivendicazioni nazionalietiche, prontamente appoggiate da Hitler, che propose di risolverle sulla base delTautodecisione. Per discutere tale problema, il primo

ministro britannico Neville Chamberlain dapprima si incontrò personalmente con Hitler e, pochi giorni più tardi (18.9.1938), a Parigi, con il primo ministro francese Edouard Daladier e con i ministri degli Esteri dei due paesi, ai quali riferì le proposte tedesche. I quattro decisero di accoglierle tutte, calpestando senza riguardi il patto di alleanza che da tempo legava la Francia e l’Inghilterra alla repubblica cecoslovacca. Ottenuto questo primo successo, Hitler non si accontentò più di attendere l’autodecisione della minoranza tedesca, ma pretese l’immediata annessione del territorio dei Sudeti al Reich. Poiché le potenze occidentali, [...]

[...]orni più tardi (18.9.1938), a Parigi, con il primo ministro francese Edouard Daladier e con i ministri degli Esteri dei due paesi, ai quali riferì le proposte tedesche. I quattro decisero di accoglierle tutte, calpestando senza riguardi il patto di alleanza che da tempo legava la Francia e l’Inghilterra alla repubblica cecoslovacca. Ottenuto questo primo successo, Hitler non si accontentò più di attendere l’autodecisione della minoranza tedesca, ma pretese l’immediata annessione del territorio dei Sudeti al Reich. Poiché le potenze occidentali, lige a una politica, appunto, di appeasement, capitolarono nuovamente, il 26.9.1938 le truppe cecoslovacche dovettero sgomberare il territorio dei Sudeti e questo venne occupato dalla Wehrmacht. Più che di « pacificazione », quella delle democrazie occidentali si dimostrò una ambigua politica di consenso e di incoraggiamento verso il nazismo, con indubbie finalità antisovietiche. L’intera umanità doveva pagarne il tragico prezzo un anno dopo, con l’aggressione tedesca alla Polonia e con lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Si veda anche la voce Cecoslovacchia.

Appelius, Mario

N. ad Arezzo nel 1892, m. a Roma nel 1946; giornalista e scrittore, fu tra i più noti propagandisti del fascismo. Direttore de II Mattino d'Italia di Buenos Aires fino al 1923, fu successivamente inviato speciale de « Il Popolo d’Italia » e, infine, corrispondente della Agenzia Stefani al seguito di Mussolini. Dopo la Liberazione si mantenne nell’ombra, anche per la grave malattia che lo aveva colpito e che, in breve, lo portò alla tomba. Sottoposto a epurazione, venne cancellato dall’Albo dei giornalisti.

M.A. si rese famoso durante la seconda guerra mondiale per le imprecazioni che amava lanciare al nemico, nel corso delle sue quasi quotidiane trasmissioni dai microfoni dell’E.I.A.R.. La più ricorrente, con cui egli concludeva il suo « commento » ai fattt del giorno, era: « Dio stramaledica gli inglesi! ».

Durante un viaggio del duce in Emilia, esagerò alquanto nel descrivere l’entusiasmo popolare. Il suo reportage fu sottoposto a censura, con una « nota di servizio » inoltrata a tutti i giornali l’8.10.1941: « Nella cronaca Stefani della rivista del duce a Bologna, Forlì ecc. — ordinava la nota — togliere la frase: " con ripetute rotture di

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 86

Brano: Antifascismo all’estero

stero, si vedano le voci: Comitati Proletari Antifascisti; Concentrazione Antifascista; L.I.D.U., in Francia e nel Belgio; Alleanza Garibaldi; Mazzini Society, negli Stati Uniti; Colonie Libere, in Svizzera. Altrettanto dicasi per i più importanti giornali e periodici e per i servizi di trasmissioni radio (Radio Mosca, Radio Milano Libertà, Radio Londra).

Bibliografia: A. Garosci, Storia dei fuorusciti, Bari, 1953; G. Salvemini, Mussolini diplomatico, Bari, 1952; Fascismo e antifascismo, Milano, 1962; L. Salvatorelli e G, Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Torino, 1956; Lo Stato Operaio, rivista, Parigi, 192739.

Antifascismo giovanile e studentesco

Alle generazioni che si affacciavano alla politica alla vigilia della guerra d’Etiopia, l’Italia appariva un paese ordinato e soddisfatto. Capi di Stato venivano in visita ufficiale a Roma e Mussolini sedeva nelle conferenze internazionali con aria di arbitro. All'interno, tutti i settori della cultura si potevano dire allineati; la monarchia filava di buon accordo col regime, e la Chiesa, dopo i dissidi del 1931, sembrava disposta a collaborare attivamente. Ben poco i giovani sapevano di fuoruscitismo e di confino. Fino al 193637 i nomi di Gramsci e di Gobetti furono del tutto ignoti alla quasi totalità degli italiani di quella nuova generazione [Franco Fortini, un protagonista della fronda giovanile di quegli anni, è in proposito perentorio: « Fino al 1943 non ho mai veduto u[...]

[...]eati; la monarchia filava di buon accordo col regime, e la Chiesa, dopo i dissidi del 1931, sembrava disposta a collaborare attivamente. Ben poco i giovani sapevano di fuoruscitismo e di confino. Fino al 193637 i nomi di Gramsci e di Gobetti furono del tutto ignoti alla quasi totalità degli italiani di quella nuova generazione [Franco Fortini, un protagonista della fronda giovanile di quegli anni, è in proposito perentorio: « Fino al 1943 non ho mai veduto un volantino antifascista, fino all’agosto 1943 non ho mai sentito nominare Gramsci»), mentre sembravano appartenere a un lontano passato gli Amendola e i Matteotti; lo stesso Benedetto Croce pareva raccolto nella sua Napoli in una operosità di puro sapore accademico. I casi isolati di oppositori minori perseguitati e colpiti, che filtravano tra l’ovatta della censura fascista, apparivano pome incidenti di refrattari al « rinnovamento ». Perché, d’altronde, agli occhi delle generazioni che si erano formate alla sua propaganda, il fascismo avrebbe dovuto avere dei seri oppositori, se esso era la « rivoluzione in cammino »? Mussolini, fra i tanti motti, aveva lanciato ai giovani quello della « rivoluzione continua ».

/ giornali di « tendenza » e di fronda

Al Congresso corporativo di Ferrara (58.5.1932) furono i giovani a teorizzare e a far proprio il concetto di « corporazione proprietaria », in

base al quale, secondo le parole della relazione ivi pronunciata da Ugo Spirito, la soluzione corporativa della collaborazione di classe non sarebbe stata « integrale » finché fosse rimasta la [...]

[...]ti motti, aveva lanciato ai giovani quello della « rivoluzione continua ».

/ giornali di « tendenza » e di fronda

Al Congresso corporativo di Ferrara (58.5.1932) furono i giovani a teorizzare e a far proprio il concetto di « corporazione proprietaria », in

base al quale, secondo le parole della relazione ivi pronunciata da Ugo Spirito, la soluzione corporativa della collaborazione di classe non sarebbe stata « integrale » finché fosse rimasta la distinzione tra datore di lavoro e prestatore d’opera. La « bonifica integrale », con la minaccia di espropriazione dei proprietari riottosi, l’attacco al « latifondo, piaga della Sicilia », erano pane quotidiano dei giovani scrittori fascisti. D’altronde, non erano autentici contadini poveri delle Romagne e del Veneto i bonificatori delle paludi pontine e i cosiddetti colonizzatori della Libia? Contro il capitalismo, lo « spirito borghese », la « vita comoda » e la mentalità retriva dei conservatori si cimentava costante e vibrata la polemica dei giovani e dietro di essa, virtualmente pronta a scatenarsi, stava la « seconda ondata » della rivoluzione. Né mancò a un tale tipo di fronda il conforto ‘ di una larga fioritura di giornali di « tendenza », a un certo punto convogliati verso forme di critica controllata e forse addirittura provocata, è da credere, dal fascismo stesso.

Tra gli organi di stampa dei Gruppi Universitari Fascisti (G.U.F.) che si distinsero per una non velata dissidenza, oltre a II Bò di Padova, vanno ricordati II Campano di Pisa (per il periodo in cui fu diretto da G.A. Longo, G. Lugo, *M.A. Giardina), il Ventuno di Venezia [F. Pasinetti), L'Appello di Palermo [V. Ullo, E. Melati, G. Basile). Uno spiccato anticonformismo [...]

[...] tipo di fronda il conforto ‘ di una larga fioritura di giornali di « tendenza », a un certo punto convogliati verso forme di critica controllata e forse addirittura provocata, è da credere, dal fascismo stesso.

Tra gli organi di stampa dei Gruppi Universitari Fascisti (G.U.F.) che si distinsero per una non velata dissidenza, oltre a II Bò di Padova, vanno ricordati II Campano di Pisa (per il periodo in cui fu diretto da G.A. Longo, G. Lugo, *M.A. Giardina), il Ventuno di Venezia [F. Pasinetti), L'Appello di Palermo [V. Ullo, E. Melati, G. Basile). Uno spiccato anticonformismo distinse, negli anni bellici, Rivoluzione di Firenze (G. Giglioli, e P. Cavallina) e 9 maggio di Napoli (nel periodo in cui fu in mano di un gruppo di giovani comunisti). Non sempre ortodosso fu Libro e Moschetto di Milano; più conformisti invece il Lambello di Torino e Roma fascista.

Dichiarati propositi di battaglia o di « rinnovamento » avevano poi alcuni settimanali giovanili indipendenti, quali il Camminare [Alberto Mondadori), il Cantiere di Roma (D. Carella, G. Granata), La Sapienza di Roma (G.S. Spinetti e G. Prosperi), Pattuglia di Messina [P. Manno), Ventanni di Torino (G. Pailotta); Campo di Marte di Firenze [V. Pratolini), Domani di Roma [Pratolini, Chilanti, F. Pasinetti), Architrave di Bologna. Momenti di rottura col conformismo ufficiale si registrarono persino in organi di federazioni del Partito fascista, come

l'Assalto di Bologna (quando fu diretto da L. Arpi nati, A. Giovanni ni, e G. Granzotto), o Calabria fascista di Cosenza [O. Carratelli), Santa Milizia di Ravenna [G.B. Vicari),

Eja! di Ascoli Piceno [F. Virdia),

Il Bargello di Firenze (G. Contri),

Il Ferruccio di Pistoia (O. Sellani). Una notevole indipendenza « ultrarivoluzionaria » tennero a marcare organi sindacali o di gruppo quali YUniversale di F[...]

[...]ismo ufficiale si registrarono persino in organi di federazioni del Partito fascista, come

l'Assalto di Bologna (quando fu diretto da L. Arpi nati, A. Giovanni ni, e G. Granzotto), o Calabria fascista di Cosenza [O. Carratelli), Santa Milizia di Ravenna [G.B. Vicari),

Eja! di Ascoli Piceno [F. Virdia),

Il Bargello di Firenze (G. Contri),

Il Ferruccio di Pistoia (O. Sellani). Una notevole indipendenza « ultrarivoluzionaria » tennero a marcare organi sindacali o di gruppo quali YUniversale di Firenze [B. Ricci),

Il Popolo Biellese [V. Sella), la Voce del Popolo di Taranto (D. Rizzo), il Periodico di Ferrara, il Maglio di Torino e Acciaio di Terni. Né va trascurata l’influenza che esercitarono alcune pubblicazioni culturali come L'Italiano [L. Longanesi), Il Selvaggio (M. Maccari), Soiaria (A. Carrocci), L’Urto (G. Vecchietti e G. Marescalchi), la Ruota, il Saggiatore e Termini. Un posto a sè, di vera, seppure mascherata opposizione, occupa il rotocalco Oggi [A. Benedetti e M. Pannunzio), soppresso nel gennaio

1942. Anche Cinema [Vittorio Mussolini) non si sottrasse a questo clima di spregiudicatezza; come, in diverso senso, i bottaiani di Critica fascista e Primato. Una funzione particolare assolse la Rassegna di politica internazionale [P.F. Gaslini), pubblicazione dell Istituto di Studi di Politica Internazionale, finanziata da Pirelli, che si mantenne fonte preziosa dì documentazione sottratta alle deformazioni della stampa quotidiana fascista. Vanno rammentati anche taluni quotidiani di provincia, come il Corriere padano di Ferrara (protetto da Italo Balbo) e il Piccolo di Trieste [Rino Alessi), che entro certi limiti furono cautamente antirazzisti; e altri, come il Corriere Adriatico di Ancona, il Popolo di Brescia, il Corriere Emiliano di Parma, il Solco Fascista di Reggio Emilia, che dovettero tener conto degli uomini e dei lettori locali.

In questo stesso settore della vita culturale del ventennio, peraltro non nettamente definito, ma piuttosto incerto e confuso, si distinsero alcune pubblicazioni apertamente eterodosse (dirette da vecchi antifascisti, ma lette anche da gruppi di giovani), quali il quotidiano genovese Il Lavoro [G. Canepa), la rivista sindacale / Problemi del lavoro [R. Rigola) e la Critica [B. Croce). Un carattere già di semiopposizione assunse a Milano la rivista Corrente di vita giovanile [R. De Grada, E. Treccani).

La guerra di Etiopia

Entro questo quadro composito e suscettibile di interessanti fermenti, si mosse l’esperienza politica e culturale delle giovani generazioni alla soglia degli anni 193536. Malgrado l'innegabile entusiasmo con cui anche in questi ambienti era

[...] quali il quotidiano genovese Il Lavoro [G. Canepa), la rivista sindacale / Problemi del lavoro [R. Rigola) e la Critica [B. Croce). Un carattere già di semiopposizione assunse a Milano la rivista Corrente di vita giovanile [R. De Grada, E. Treccani).

La guerra di Etiopia

Entro questo quadro composito e suscettibile di interessanti fermenti, si mosse l’esperienza politica e culturale delle giovani generazioni alla soglia degli anni 193536. Malgrado l'innegabile entusiasmo con cui anche in questi ambienti era



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 38

Brano: Alicata, Mario

Mario Alicata nel ritratto eseguito da Renato Guttuso

dell'ufficio politico. Eletto deputato nel 1948, fu rieletto nelle successive legislature. Si spense, stroncato da un male improvviso, nella sua piena maturità di uomo e di dirigente.

A un'inchiesta, promossa nel 195960 dalla rivista II Paradosso sulla « generazione degli anni difficili », M.A. ebbe, tra l'altro, a rispondere: « Credo di poter dire che

il mio impegno nella politica attiva è passato attraverso tre fasi successive. Nella prima fase, ch’io dato (spiegherò in seguito

il perché) a partire dall'autunno del 1938 (avevo allora giusto vent’anni) e che, a mio avviso, finisce con la mia uscita dal carcere nell'agosto del 1943 (ero stato arrestato alcuni mesi prima, alla fine del 1942),

10 non credevo affatto che un giorno avrei consacrato tutta la mia vita all'attività politica, e più precisamente — a partire da un certo momento — che sarei diventato un funzionario del Partito comunista, un rivoluzionario professionale. Mi sentivo fondamentalmente uno studioso (uno studioso di letteratura con interessi assai accentuati per il cinema) che, però, dato

11 momento storico che attraversavamo, non poteva sottrarsi al bisogno, intellettuale e morale insieme, di impegnarsi fino in fondo nella lotta contro il fascismo. Anche nel periodo passato in carcere, e che non sapevo quanto avrebbe potuto durare, ma che comunque — dopo poche settimane dal mio arresto — immaginavo sarebbe terminato soltanto con la caduta del fascismo, se mi accadeva di pensare al mio avvenire personale, non pensavo mai all'attività politica come alla mia attività personale: pensavo piuttosto ad un ritorno all’attività letteraria e cinematografica, naturalmente svolta da un intellettuale comunista, cioè pienamente ” impegnato Invece, uscito dal carcere, non solo il periodo di ” emergenza " non era passato, ma in un certo senso cominciava appena allora. Limitare la propria partecipazione alla lotta politica, era — ed appariva — in tutti i sensi talmente impossibile, che l'idea non mi sfiorò

neppure per un istante. Del resto, e giustamente, i dirigenti del Partito comunista con i quali venni allora a contatto e che erano tutti dei rivoluzionari professionali con anni di carcere, di confino, di esilio sulle spalle» sembrava non dubitassero nemmeno che dal gruppo dei giovani intellettuali comunisti romani la cui formazione, il cui sviluppo essi avevano per anni seguito da lontano, non dovesse uscir[...]

[...]re la propria partecipazione alla lotta politica, era — ed appariva — in tutti i sensi talmente impossibile, che l'idea non mi sfiorò

neppure per un istante. Del resto, e giustamente, i dirigenti del Partito comunista con i quali venni allora a contatto e che erano tutti dei rivoluzionari professionali con anni di carcere, di confino, di esilio sulle spalle» sembrava non dubitassero nemmeno che dal gruppo dei giovani intellettuali comunisti romani la cui formazione, il cui sviluppo essi avevano per anni seguito da lontano, non dovesse uscire un certo numero di quadri del Partito, del Partito nuovo che allora si cominciava a costruire in Italia; e mi apparve ben presto chiaro che io ero del numero di quelli sui quali

il Partito contava per un lavoro permanente. Ciò non significa che io avessi già fatto allora la mia scelta definitiva, anche perché

— in quei mesi dell'occupazione tedesca di R0ma — non si era davvero portati ad interrogare troppo il proprio avvenire individuale, a porsi il problema delle scelte future, quando il destino e la polizia tedesca sceglievano ogni giorno fra noi, e per noi, chi doveva concludere la sua vita in una testimonianza di martirio. Tuttavia in quei mesi accadde qualcosa di decisivo per me. E fu la comprensione della pienezza umana, morale e intellettuale, intrinseca non nell'attività politica in sé e per sé, ma nella milizia rivoluzionaria, nell’azione del militante comunista. Il fatto che "trasformare il mondo e non soltanto conoscerlo " fosse l'unica via per essere coerentemente un "filosofo moderno" mi apparve vera anche a livello della moralità individuale ». All'indomani della sua morte, così ebbe a scriverne Giorgio Amendola, uno dei suoi compagni di lotta: « Nella Resistenza si gettò con tutto il suo slancio, come sempre senza risparmio, affrontando i pericoli con geniali improvvisazioni, facendo della cospirazione non un regolamento pignolo, ma un'arte e un’originale creazione di fantasia. Ebbe l’incarico di fare uscire ” l’Unità " clandestina, e fu lui designato dal partito, in una redazione clandestina situata a pochi passi da Piazza del Popolo, in quella parte di Roma da lui fino all’ultimo preferita, a scrivere di getto, di fronte a tante pavide incertezze, l’articolo che rivendicava, con orgoglio, ai G.A.P. comunisti la responsabilità dell’attacco di via Rasella » (v. Ardeatine, Fosse).

Alimnia

Isola del Dodecaneso a ovest di Rodi, possedimento italiano fino al 1943. L’8.9.1943 vi sorprese un piccolo presidio italiano, composto di 120 marinai al comando del sottotenente di artiglieria Settimio Cinicola. Giunto ad Alimnia lordine di resa da parte del Comando di Rodi, il giovane ufficiale, rifiutata ogni sollecitazione ad arrendersi ed esclusa ogni possibilità di riparo nelle vicine coste della Turchia, resosi conto deH'impossibilità di una resistenza sul posto, portò il reparto con tutto l’armamento a Lero (v.), unendosi a quel presidio e seguendone le sorti nella battaglia che, successivamente, si sviluppò su quell’isola.

Alini, Walter

N. a Brescia lr1.10.1923; sindacalista. Di famiglia socialista, militò giovanissimo nel movimento clandestino della gioventù socialista. Dopo l’8.9.1943 partecipò alla Resistenza e, nel novembre, fu arrestato dalle S.S. insieme al padre; quest'ultimo, deportato a Mauthausen, vi morirà nel marzo 1945.

Dopo la Liberazione W.A. fu vice segretario e poi segretario, per la corrente socialista, della Camera del lavoro di Milano; in seguito divenne segretario della F.I.O.M. e membro del direttivo della C.G.I.L.. Eletto deputato nel 1963, per la circoscrizione di Milano, nelle liste del P.S.I., nel 1964 — in seguito alla scissione di questo partito — è passato al P.S.I.U.P., nelle cui liste è stato rieletto alla Camera il 19 maggio 1968.

Aliotta, Angelo

Diego. N. a Caltagirone (Catania)

il 22.4.1905; meccanico. Antifascista milanese, comunista dalla fondazione del partito (1921), ancora giovanissimo partecipò alle azioni degli Arditi del ^Popolo. Costretto a espatriare, continuò l’attività tra gli esuli antifascisti in Francia e in Svizzera. Rientrato clandestinamente in Italia nel 1927, per condurre la lotta contro il regime fascista, fu arrestato e deferito al Tribunale speciale, che

10 condannò a 3 anni di reclusione. Liberato nel 1930, riprese l’attività clandestina. Fu tra gli organizzatori degli sc[...]

[...]1), ancora giovanissimo partecipò alle azioni degli Arditi del ^Popolo. Costretto a espatriare, continuò l’attività tra gli esuli antifascisti in Francia e in Svizzera. Rientrato clandestinamente in Italia nel 1927, per condurre la lotta contro il regime fascista, fu arrestato e deferito al Tribunale speciale, che

10 condannò a 3 anni di reclusione. Liberato nel 1930, riprese l’attività clandestina. Fu tra gli organizzatori degli scioperi nel marzo 1943. Subito dopo T8.9.1943 prese parte alla Guerra di liberazione, organizzando in Milano squadre di gappisti e assumendo poi il comando di un distaccamento della 3a G.A.P.. Individuato dalla polizia e dai fascisti, per sfuggire alla cattura raggiunse le formazioni partigiane dell’Oltrepò Pavese. Subito distintosi per audacia e capacità militare, fu nominato comandante della 51a Brigata Garibaldi «A. Capettini », dal nome di un valoroso gappista fucilato a Milano.

La sorte volle che A.A. assumesse

11 comando della brigata proprio nel momento in cui era in corso un grande rastrellamento nazifascista. Mentre, alla testa di un gruppo dei suoi uomini, guidava l’azione di sganciamento dal nemico, fu ferito in combattimento. Lo catturarono i tedeschi che, dopo averlo seviziato,

lo fucilarono a Cerreto Lomellina (Pavia) il 29.8.1944, insieme ad altri due partigiani.



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 37

Brano: Alicata, Mario

seismo si occupò di essa soltanto alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando cercò di trasformare ogni collettività italiana all’estero in strumento della propria politica bellicista.

La lotta antifascista

La partecipazione degli emigrati italiani alla lotta antifascista e alla resistenza anticolonialista in Algeria può essere distinta in quattro fasi: 1) periodo del Fronte popolare in Francia (v.) e della lotta antifranchista in Spagna (v.)f fino alla sconfitta della Repubblica spagnola e allo scoppio della seconda guerra mondiale (1939); 2) periodo della resistenza antifascista che si chiude non già, come generalmente si ritiene, con lo sbarco degli Alleati, bensì con la formazi[...]

[...]ati italiani alla lotta antifascista e alla resistenza anticolonialista in Algeria può essere distinta in quattro fasi: 1) periodo del Fronte popolare in Francia (v.) e della lotta antifranchista in Spagna (v.)f fino alla sconfitta della Repubblica spagnola e allo scoppio della seconda guerra mondiale (1939); 2) periodo della resistenza antifascista che si chiude non già, come generalmente si ritiene, con lo sbarco degli Alleati, bensì con la formazione del primo governo De Gaulle dopo l’uccisione di Darlan (v.) e la liberazione dei prigionieri politici; 3) periodo dell’organizzazione e dell’assistenza ai prigionieri di guerra italiani rinchiusi nei campi di Algeria; 4) periodo della lotta armata del Fronte di liberazione nazionale algerino, fino alla conquista dell’indipendenza. Nel periodo del Fronte popolare (1936), che coincide con il raggiungimento dell’unità d’azione tra socialisti e comunisti in Francia, si muovono in Algeria anche i lavoratori ivi immigrati; tra questi, gli italiani e gli spagnoli costituiscono uno strato intermedio rispetto ai francesi, relativamente privilegiati, e agli algerini, duramente sfruttati. Vengono ricostituiti i sindacati, ai quali aderiscono anche gli italiani, malgrado le intimidazioni esercitate nei loro confronti dagli agenti fascisti e dai [...]

[...]ta dell’indipendenza. Nel periodo del Fronte popolare (1936), che coincide con il raggiungimento dell’unità d’azione tra socialisti e comunisti in Francia, si muovono in Algeria anche i lavoratori ivi immigrati; tra questi, gli italiani e gli spagnoli costituiscono uno strato intermedio rispetto ai francesi, relativamente privilegiati, e agli algerini, duramente sfruttati. Vengono ricostituiti i sindacati, ai quali aderiscono anche gli italiani, malgrado le intimidazioni esercitate nei loro confronti dagli agenti fascisti e dai consolati d’Italia. Si costituisce VUnione Popolare Italiana, grazie all’intervento di gruppi dirigenti dell’antifascismo italiano di Parigi e di Tunisi (Giorgio Amendola, Velio Spano, Maurizio Valenzi, Ruggero Gallico e altri). L’Unione Popolare, nota anche come Association d’Amitié francoitalienne, ha per segretario Giovanni Favero, un attivo antifascista che, dopo la Liberazione, sarà sindaco di un piccolo comune della provincia di Treviso.

La crisi seguita al patto tedescosovietico del 1939 scompagina il piccolo gruppo di antifascisti italiani di Algeri, che si riorganizzerà però durante la guerra, dopo lo sbarco degli Alleati. Tra il febbraio e il maggio 1943 si ritrovano infatti ad Algeri, liberati dai campi di concentramento algerini, Silvano Bensasson, Pieìtro Bongi[...]

[...]lico e altri). L’Unione Popolare, nota anche come Association d’Amitié francoitalienne, ha per segretario Giovanni Favero, un attivo antifascista che, dopo la Liberazione, sarà sindaco di un piccolo comune della provincia di Treviso.

La crisi seguita al patto tedescosovietico del 1939 scompagina il piccolo gruppo di antifascisti italiani di Algeri, che si riorganizzerà però durante la guerra, dopo lo sbarco degli Alleati. Tra il febbraio e il maggio 1943 si ritrovano infatti ad Algeri, liberati dai campi di concentramento algerini, Silvano Bensasson, Pieìtro Bongiovanni, Vittorio Bembaron e Francesco Meli; a que

sti si aggiungono gli antifascisti italiani di Tunisi, che le autorità francesi avevano prudenzialmente trasferito in Algeria prima dello sbarco delle truppe dell’Asse (novembre 1942), e altri cinque italiani appartenenti al Partito comunista tunisino, già condannati dal Tribunale di Biserta per attentato alla sicurezza dello Stato francese e per ricostituzione del Partito comunista, Liberati dopo mesi di carcere duro, questi ultimi sono: il pittore Maurizio Valenzi, condannato ai lavori forzati a vita; Ruggero Gallico, condannato a 20 anni di lavori forzati; Marco Vais, Pietro Rolla e Giuseppe Mirolla, condannati a 5 anni ciascuno. Giunti ad Algeri essi prendono contatto con gli altri italiani e con i dirigenti del Partito comunista francese, fra i quali

i deputati Billoux, Marty, Croizat. Dopo aver vanamente richiesto di potere dar vita a una formazione che combattesse con bandiera italiana contro il fascismo, tutti accettano l’offerta delle autorità inglesi di organizzare trasmissioni radiofoniche in lingua italiana: il programma, noto come Gli italiani parlano agli italiani, viene soppresso dalle autorità alleate dopo appena un mese, con la motivazione che si tratta di trasmissioni « comuniste ».

L’attività più importante di quel centro antifascista in Algeria fu svolta tra i soldati e gli ufficiali italiani prigionieri nei, campi del NordAfrica. Sorse così il Comitato Nazionale di Liberazione dei prigionieri del NordAfrica e venne pubblicato il periodico unitario Liberazione che, attraverso un'apposita rete organizzativa, riuscì ad arrivare in tutti i campi. Ma neppure questa iniziativa potè durare a lungo, in qu[...]

[...]ena un mese, con la motivazione che si tratta di trasmissioni « comuniste ».

L’attività più importante di quel centro antifascista in Algeria fu svolta tra i soldati e gli ufficiali italiani prigionieri nei, campi del NordAfrica. Sorse così il Comitato Nazionale di Liberazione dei prigionieri del NordAfrica e venne pubblicato il periodico unitario Liberazione che, attraverso un'apposita rete organizzativa, riuscì ad arrivare in tutti i campi. Ma neppure questa iniziativa potè durare a lungo, in quanto le autorità inglesi, allarmate, riuscirono a scoprire la tipografia nella quale il foglio veniva clandestinamente stampato in Algeri e cercarono di identificare i redattori del periodico.

Con la liberazione della Tunisia, gli antifascisti italiani di origine tunisina poterono nuovamente raggiungere le proprie famiglie e, da Tunisi, rientrare poi in Italia. Nel periodo caratterizzato dall’inizio della lotta armata del Fronte di liberazione nazionale algerino (1954), gli italiani non svolsero particolari attività politiche e solo pochi tra essi si batterono nelle file della Resistenza algerina. Tuttavia quasi nessun italiano, a differenza di quanto si vérificò tra gli spagnoli, militò nelle file opposte.

M.Va.

Alicata, Mario

N. a Reggio Calabria il 9.5.1918, m. a Roma il 6.12.1966. Laureato in lettere, critico letterario e studioso di filosofia, aderì al Partito comunista nel 1940, dopo aver partecipato — fin dal 1938 — all’attività di gruppi antifascisti clandestini, a Roma e a Milano (v. Antifascismo giovanile organizzato). Arrestato e deferito ai Tribunale speciale, scontò 9 mesi di carcere e potè riacquistare la libertà nell’agosto del 1943, dopo la caduta del fascismo. Da allora, fu tra gli esponenti più attivi deH’organizzazione comunista romana. Con Olindo Vernocchi e Alberto Canaletti Gaudenti, fu condirettore de II Lavoro italiano, un organo dei sindacati che fu il primo quotidiano antifascista autorizzato a essere pubblicato a Roma sotto il governo Badoglio. Per varie ragioni, l’uscita del giornale venne procrastinata e

il primo e unico numero apparve soltanto il 9.9.1943, quando già i patrioti romani stavano combattendo contro i tedeschi alle porte della capitale. Nei mesi dell’occupazione nazista di Roma, curò la redazione clandestina de l’Unità.

Dopo la Liberazione M.A. potè dispiegare le sue notevoli capacità di dirigente politico, di uomo di cultura e di giornalista; membro candidato del Comitato centrale del Partito comunista con il V Congresso (7.1.1946), fu nominato membro effettivo con il VI. Diresse, in quegli anni, dapprima il quotidiano La Voce di Napoli, e poi l’edizione romana de « l’Unità ». Nel 1945 fece parte come assessore della Giunta del C.L.N. del Comune di Roma. Nel 1946 fu consigliere comunale a Napoli e membro del Comitato direttivo di quella federazione comunista. La battaglia per la rinascita del Mezzogiorno e le lotte contadine per l’occupazione delle terre

lo videro in prima fila come segretario regionale del Partito comunista in Calabria, condirettore de La Voce del Mezzogiorno, membro del Comitato nazionale per la rinascita dell’Italia meridionale. Fu sindaco di Melissa nel 1952 e fondò nel 1954, insieme a Giorgio Amendola, Cronache meridionali. Nel 1955 fu chiamato a dirigere la sezione culturale nazionale del partito. Eletto membro della direzione del P.C.I. aH'VIII Congresso (25.2. 1956), dopo il IX Congresso (4.2. 1960) passò a dirigere l’edizione nazionale de « l’Unità ». Nel 1964 fu eletto membro della Segreteria del partito e con l’Xi Congresso (1.2.1966) fu chiamato a far parte

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 709

Brano: [...]turo fosse il contadino, sperava che la Russia giungesse al socialismo senza passare per gli stadi intermedi del capitalismo e della democrazia borghese ». Il suo messaggio fu raccolto da scrittori, intellettuali e giovani della borghesia che da quel momento si dedicarono allo studio e alla descrizione della vita contadina.

Teorici del populismo furono Lavrov (18321900) e N.K. Michajlovskij (18421904), due filosofi poi accusati di eclettismo, ma che svolsero un’azione di notevole influenza sulle loro generazioni.

Lavrov, cui si ispirarono i « socialisti rivoluzionari », contrapponeva alle esasperazioni individualistiche in cui era caduta la piccola borghesia anticonformista dell’epoca (v. Nichilismo) l’esigenza di una coscienza rivoluzionaria.

Egli affermava che « il socialismo, pur impostato sulla lotta di classe, richiedeva per un individuo intelligente una giustificazione etica e saldi principi morali » e, d’altra parte, che « per realizzare il socialismo occorrevano lotte violente perché le classi dirigenti non volevano perdere il potere, base della loro esistenza ». I suoi seguaci spinsero a fondo la propaganda fra i contadini, ma con scarso successo. Michajlovskij ebbe posizioni analoghe, ma con una concezione individualistica più marcata.

I populisti si divisero in due correnti: gli slavofili e gli occidentalizzanti. I primi mitizzavano la Russia nei suoi aspetti ancora semifeudali, guardando con diffidenza alle innovazioni che venivano dall’Occidente. Ivan Kirejevskij, che vedeva nel contadino russo il vero cristiano ed esaltava l’umiltà russa in opposizione all’invadenza latina, influenzò narratori come Dostoievskij e Tolstoi.

Gli occidentalizzanti, di orientamento laico, ritenevano invece che la Russia avesse bisogno soprattutto di una costituzione, di maggiori libertà individuali, di progresso sociale e della t[...]

[...]I primi mitizzavano la Russia nei suoi aspetti ancora semifeudali, guardando con diffidenza alle innovazioni che venivano dall’Occidente. Ivan Kirejevskij, che vedeva nel contadino russo il vero cristiano ed esaltava l’umiltà russa in opposizione all’invadenza latina, influenzò narratori come Dostoievskij e Tolstoi.

Gli occidentalizzanti, di orientamento laico, ritenevano invece che la Russia avesse bisogno soprattutto di una costituzione, di maggiori libertà individuali, di progresso sociale e della tecnica europea. Queste tesi furono sostenute, tra gli altri, da M.A. Bakunin (v.) e da P. Kropotkin (v„K

Contro lo zarismo

Circoli populisti che propugnavano la rivoluzione sociale furono attivi a Pietroburgo, Mosca, Kiev e Odessa. Dopo la fine della guerra Russoturca (1877), cui seguì una durissima repressione da parte della polizia zarista contro i populisti, questi passarono alla lotta clandestina, creando un « gruppo disorganizzatore » che ebbe il compito di preparare la fuga degli arrestati e dei deportati usando anche le armi. Nacque in quel periodo la corrente Terra e libertà guidata da A.l. ZeIjabov che, propugnando l’azione terroristica, provocò nel 1879 una nuova scissione tra gli occidentalizzanti. Questi si divisero in due gruppi: Spartizione della terra nera, a carattere riformista, con tendenze socialdemocratiche; e Libertà del popolo, che si prefiggeva invece la distruzion[...]

[...] nel 1879 una nuova scissione tra gli occidentalizzanti. Questi si divisero in due gruppi: Spartizione della terra nera, a carattere riformista, con tendenze socialdemocratiche; e Libertà del popolo, che si prefiggeva invece la distruzione dell’autocrazia zarista, la costituzione di un governo popolare e l'instaurazione di un regime fondato sulla proprietà collettiva delle terre. Gli aderenti a questo secondo gruppo non erano socialisti in senso marxista, in quanto non consideravano come problema fondamentale la lotta della classe lavoratrice contro il capitale, bensì la lotta di tutta la popolazione produttrice contro l’autocrazia zarista.

Azioni terroristiche

Dopo due falliti tentativi di uccidere lo zar Alessandro II, questo obiettivo fu raggiunto dai nichilisti l’1.3.1881. I terroristi erano giovani (fra cui non poche donne) che godevano di larghe simpatie e appoggi presso ceti borghesi i quali, pur criticando il terrorismo, odiavano l’autocrazia zarista dalla quale si sentivano oppressi.

L’uccisione dello zar segnò tuttavia l’inizio del dissolvimento del populismo, in qu[...]

[...]a una poderosa organizzazione spionistica, riuscì ad arrestare quasi tutti i componenti dell’organizzazione.

Dopo il 1881 l’episodio più saliente fu il fallito attentato contro lo zar Alessandro III. Fra gli attentatori arrestati e impiccati fu anche Alexandr Uljanov, fratello di Lenin (v.). Fra gli altri attentati va ricordato quello di Vera Zasulic che sparò al capo della polizia di Pietroburgo, ferendolo (24.1.1878).

Con lo sviluppo del marxismo in Russia, le teorie populiste vennero vigorosamente confutate dai socialdemocratici e in particolare da Lenin che ne mise in evidenza gli errori di fondo: mancanza di legami

con la classe operaia; considerazione che la principale forza della rivoluzione fossero i contadini; mancanza di prospettive di fronte allo sviluppo del capitalismo industriale in Russia; individualismo piccolo borghese ecc..

La lotta di classe in Russia ricavò comunque dai populisti alcuni insegnamenti che ebbero un peso nello sviluppo del movimento e che si concretizzarono nella costituzione di un vero e proprio partito socialista rivoluzionario.

L.Cav.

Bibliografia: Franco Venturi, Il populismo russo, Einaudi, Torino; W. H. Chamberlin, Storia della rivoluzione russa, Einaudi, Torino; Ettore Lo Gatto, La civiltà europea Storia della Russia, Sansoni, Firenze.

Porcari, Libero

N. [...]

[...]ricavò comunque dai populisti alcuni insegnamenti che ebbero un peso nello sviluppo del movimento e che si concretizzarono nella costituzione di un vero e proprio partito socialista rivoluzionario.

L.Cav.

Bibliografia: Franco Venturi, Il populismo russo, Einaudi, Torino; W. H. Chamberlin, Storia della rivoluzione russa, Einaudi, Torino; Ettore Lo Gatto, La civiltà europea Storia della Russia, Sansoni, Firenze.

Porcari, Libero

N. a Parma il 10.11.1922; ufficiale di carriera.

Sottotenente in s.p.e. dal marzo

1943, prestò servizio nella Quarta Armata e, dopo lo sbandamento dell’ 8.9.1943, tentò di raggiungere l’Italia del sud.

Fallito questo tentativo, partecipò alla Guerra di liberazione, nelle file della Resistenza cuneense. Fu comandante di banda, poi di una Brigata della X Divisione « Giustizia e Libertà » nelle Langhe.

Nel dopoguerra riprese la carriera militare, raggiungendo il grado di generale. Ricoprì, tra l’altro, l’incarico di insegnante titolare di Logistica ai corsi di S.M. della Scuola di guerra e poi di Storia militare presso la Scuola di applicazione di Torino.

Attualmente collabora attivamente alle iniziative dell’istituto Storico della Resistenza di Cuneo.

P.Bu.M.Ca.

Porcari, Luigi

N. a Parma il 24.12.1905; meccanico.

Giovane socialista dalla primavera del 1923, due mesi dopo passò alla [...]

[...]sione « Giustizia e Libertà » nelle Langhe.

Nel dopoguerra riprese la carriera militare, raggiungendo il grado di generale. Ricoprì, tra l’altro, l’incarico di insegnante titolare di Logistica ai corsi di S.M. della Scuola di guerra e poi di Storia militare presso la Scuola di applicazione di Torino.

Attualmente collabora attivamente alle iniziative dell’istituto Storico della Resistenza di Cuneo.

P.Bu.M.Ca.

Porcari, Luigi

N. a Parma il 24.12.1905; meccanico.

Giovane socialista dalla primavera del 1923, due mesi dopo passò alla Federazione giovanile comunista. L’anno successivo fu nominato segretario della sezione giovanile cittadina di Parma (v.). In tale veste, nell’agosto 1925 partecipò al primo corso della scuola organizzata dal P.C.d’I. e diretta da Antonio Gramsci alla Capanna Mara (nel 1928 quasi tutti i partecipanti al corso, allievi e insegnanti, si ritroveranno al 6° Braccio del carcere romano Regina Coeli).

Nel 1927 venne chiamato da Pietro

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 302

Brano: Sacchetti, Walter

Sacchetti, Walter

N. a Massenzatico (Reggio Emilia) il 18.4.1918; contadino.

Membro del P.C.I. dal 1935, appartenente all’organizzazione comunista clandestina reggiana, fu arrestato nell’aprile 1939, durante una riunione svoltasi in un cascinale di Codemondo (Reggio Emilia). Deferito al Tribunale speciale, il 20.10. 1939 venne condannato a 12 anni di reclusione.

Uscito dal carcere con la caduta del fascismo, dopo T8.9.1943 prese parte alla Guerra di liberazione, nelle fila della Resistenza, partigiano e ufficiale di collegamento del Comando unico reggiano.

Nel dopoguerra fu segretario generale della Camera de[...]

[...] dal 1935, appartenente all’organizzazione comunista clandestina reggiana, fu arrestato nell’aprile 1939, durante una riunione svoltasi in un cascinale di Codemondo (Reggio Emilia). Deferito al Tribunale speciale, il 20.10. 1939 venne condannato a 12 anni di reclusione.

Uscito dal carcere con la caduta del fascismo, dopo T8.9.1943 prese parte alla Guerra di liberazione, nelle fila della Resistenza, partigiano e ufficiale di collegamento del Comando unico reggiano.

Nel dopoguerra fu segretario generale della Camera del lavoro di Reggio Emilia durante la lotta delle Officine Meccaniche Italiane Reggiane (v.). Eletto deputato dal P.C.I. nel 1948, rieletto nel 1953, divenne senatore nella terza legislatura (19581963). Successivamente è stato presidente delle Cantine cooperative riunite di Reggio Emilia.

Sacchi, Ettore

N. a Cremona il 31.5.1851, m. a Roma il 6.4.1924; avvocato.

Laureato in Giurisprudenza a Pavia, esercitò la professione forense, divenendo un penalista di grido, legando la propria fama soprattutto a processi politici, tanto da essere indicato nel 1899 come l’« avvocato dei sovversivi ».

Esponente del Partito radicale (v.), partecipò attivamente aH'amministrazione comunale e provinciale di Cremona e dal 1882 al 1920 rappresentò in Parlamento, quasi ininterrottamente, il collegio cittadino. Dopo la morte di Felice Cavallotti (1898) divenne uno dei leader del partito. Abbandonate le pregiudiziali nei confronti dell’istituto monarchico, in opposizione a repubblicani e socialisti rivendicò l’interclassismo della sua base sociale e la fedeltà al metodo riformista, persuaso che[...]

[...]uno dei leader del partito. Abbandonate le pregiudiziali nei confronti dell’istituto monarchico, in opposizione a repubblicani e socialisti rivendicò l’interclassismo della sua base sociale e la fedeltà al metodo riformista, persuaso che la funzione dei radicali fosse quella di diventare un partito democratico di governo. Questo “nuovo corso” finì per prevalere al Congresso radicale del 1904, dopo che lo stesso Sacchi e l’altro radicale Giuseppe Marcora (suo grande antagonista) avevano già ripetutamente rifiutato (nel 1901 e nel 1903) cariche ministeriali nei governi Zanardelli e Gioì itti.

Nel 1906 entrò a far parte del ga

binetto Sonnino come ministro di Grazia, Giustizia e dei Culti, rappresentando al governo, con Edoardo Pantano, « una puntarella radicale ». Fu nuovamente ministro (questa volta dei Lavori Pubblici) nei governi Luzzatti e Giolitti (19111914), dimostrandosi vicino alle posizioni neutraliste di quest’ultimo alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Spesso tacciato di “ministerialismo” e di progressivo allineam[...]

[...]o (nel 1901 e nel 1903) cariche ministeriali nei governi Zanardelli e Gioì itti.

Nel 1906 entrò a far parte del ga

binetto Sonnino come ministro di Grazia, Giustizia e dei Culti, rappresentando al governo, con Edoardo Pantano, « una puntarella radicale ». Fu nuovamente ministro (questa volta dei Lavori Pubblici) nei governi Luzzatti e Giolitti (19111914), dimostrandosi vicino alle posizioni neutraliste di quest’ultimo alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Spesso tacciato di “ministerialismo” e di progressivo allineamento alle posizioni giolittiane, in effetti Sacchi si dimostrò portavoce di quella borghesia più attenta agli aspetti sociali: sostenne la statalizzazione delle ferrovie, auspicò la creazione di un ministero della produzione nazionale, ideò quella “bonifica integrale” che verrà poi plagiata dal fascismo, promosse una legislazione sociale avanzata. Pur condannando la lotta di classe, fu rispettoso del diritto di sciopero, del diritto di parola, di espressione e, nel 1906, propose l’abolizione del sequestro preven[...]

[...]e e, nel 1906, propose l’abolizione del sequestro preventivo dei giornali. Il suo nome resterà tuttavia legato a un decreto contro i « sabotatori di guerra » (emesso durante il suo incarico come ministro di Grazia e Giustizia nei gabinetti Boselli e Orlando 19161919) che, intaccando la libertà di pensiero e il principio della certezza del diritto, venne duramente criticato dai socialisti e da numerosi liberali.

Rientrato alla Camera nel 1920 (ma solo per la morte del compagno di lista Leonida Bissolati), si ripresentò senza successo alle elezioni del 1921. Successivamente rifiutò la nomina regia a senatore e, pure iscritto al partito di Democrazia sociale, duramente avversato a Cremona da Roberto Farinacci, assistè all'affermazione del fascismo tenendosi in disparte.

C. Card.

Bibliografia: Andreucci F.Detti T., Il movimento operaio italiano, Dizionario biografico (18531943) (voce Sacchi di P. Cabrini), Ed. Riuniti, Roma 1978; Cremonesi G., Voci e moniti della vecchia Italia. Dalla democrazia di Ettore Sacchi alla signoria di Farinacci, Cremona 1946; Fonzi Columba M.A., Ettore Sacchi e la svolta liberale di fine secolo (18991901), Rassegna Storica del Risorgimento 1978, pp. 1844; Ruini M., Profili storici di Amendola, Sacchi, Bissolati, Cappelli, Bologna 1953.

Sacco, Stalo Mario

N. a Torino il 5.3.1886, ivi m. nel 1959; avvocato e docente universitario.

Organizzatore sindacale, svolse un ruolo notevole nella fondazione del sindacalismo cattolico, divenendo nel 1910 consigliere delegato della Federazione nazionale ferrovieri cattolici e delle Unioni professionali impiego privato.

Partecipò alla Guerra mondiale come ufficiale presso lo stato maggiore e nel 1919 fu uno dei cinque rappresentanti delle organizzazioni cristiane europee chiamati come consiglieri tecnici al primo Congresso della Lega delle Nazioni (Conferenza di Washington).

Negli anni del dopoguerra operò in provincia di Cuneo anche come organizzatore di casse rurali. Dopo un processo per antifascismo subito nel 1926 e seguito da un invio al confino, fu a capo della Giunta diocesana di Azione Cattolica di Cuneo. Si dimise da tale incarico nel 1931, non condividendo gli accordi raggiunti tra Chiesa e regime nel settembre di quell’anno.

Subì persecuzioni durante la Resistenza, alla quale parteciparono i suoi cinque figli.

Eletto senatore della Democrazia cri[...]

[...]nno.

Subì persecuzioni durante la Resistenza, alla quale parteciparono i suoi cinque figli.

Eletto senatore della Democrazia cristiana nel 1948, fu tra i pochissimi cattolici che si opposero alla “legge truffa” presentata da Alcide De Gasperi nel 1953.

Dedicò i suoi ultimi anni soprattutto aH’insegnamento di Storia del lavoro e Diritto del lavoro presso l’Università di Torino.

P.Bu.M.Ca.

Sacco e Vanzetti

Nicola Sacco (n. a Torremaggiore di Foggia nel 1891) e Bartolomeo Vanzetti (n. a Villafolletto di Cuneo l’11.6.1888), entrambi di origine contadina, emigrati separatamente nel 1908 per trovarsi un lavoro negJi Stati Uniti e qui divenuti militanti anarchici, il 14.7.1921 furono condannati a morte sotto accusa di omicidio per rapina e, il 23.8.1927, giustiziati insieme nel carcere di Charlestown (Massachusetts). La loro esecuzione venne unanimemente giudicata dall’opinione pubblica democratica e da molti liberali come un caso patente di omicidio legale, perpetrato per basse ragioni politiche e per odio di classe. L’andamento del processo aveva infatti dimostrato non solo l’inconsistenza delle prove di accusa prodotte dalla polizia, ma lo spirito fazioso dei giudici che, in un momento di gravi tensioni sociali, vollero esercitare un’intimidazione nei confronti dei lavoratori in lotta, soprat

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successivi
Grazie ad un complesso algoritmo ideato in anni di riflessione epistemologica, scientifica e tecnica, dal termine M.A., nel sottoinsieme prescelto del corpus autorizzato è possible visualizzare il seguente gramma di relazioni strutturali (ma in ciroscrivibili corpora storicamente determinati: non ce ne voglia l'autore dell'edizione critica del CLG di Saussure se azzardiamo per lo strumento un orizzonte ad uso semantico verso uno storicismo μετ´ἐπιστήμης...). I termini sono ordinati secondo somma della distanza con il termine prescelto e secondo peculiarità del termine, diagnosticando una basilare mappa delle associazioni di idee (associazione di ciò che l'algoritmo isola come segmenti - fissi se frequenti - di sintagmi stimabili come nomi) di una data cultura (in questa sede intesa riduttivamente come corpus di testi storicamente determinabili); nei prossimi mesi saranno sviluppati strumenti di comparazione booleana di insiemi di corpora circoscrivibili; applicazioni sul complessivo linguaggio storico naturale saranno altresì possibili.
<---antifascisti <---fascisti <---socialisti <---Bibliografia <---antifascista <---comunista <---comunisti <---fascismo <---italiano <---antifascismo <---italiani <---C.L.N. <---P.C.I. <---Partito comunista <---S.S. <---Storia <---capitalismo <---nazifascista <---nazista <---socialista <---Il Popolo <---La guerra <---La lotta <---P.S.I. <---fascista <---italiana <---nazifascisti <---riformista <---socialismo <---A Castelletto Ticino <---A.A. <---A.P.E. <---A.P.E.F. <---A.S. <---Acciaio di Terni <---Alberto Canaletti Gaudenti <---Alberto Malatesta <---Alcide De Gasperi <---Alessandro II <---Alessandro III <---Andreucci F <---Angelo Fogliati <---Antonio Gramsci <---Architrave di Bologna <---Azione Cattolica <---Azione Cattolica di Cuneo <---Banda del Matese <---Bandiera Rossa <---Borgo San Lorenzo <---Brigata S <---Brigata S A P <---Brigate nere <---Bò di Padova <---C.V.L. <---CLN <---Campano di Pisa <---Campo di Marte <---Cantiere di Roma <---Capanna Mara <---Carlo Cafiero <---Carmignano di Brenta <---Castelletto Ticino <---Chimica <---Columba M <---Comando C <---Comando C V <---Comando di Rodi <---Comitati Proletari Antifascisti <---Comitato Nazionale di Liberazione <---Comitato centrale <---Comune di Roma <---Concentrazione Antifascista <---Consiglio generale di Londra <---Corriere Adriatico di Ancona <---Corriere Emiliano di Parma <---Cremona da Roberto Farinacci <---Cremonesi G <---Critica fascista <---Crocetta del Montello <---D.C. <---De Gasperi <---Decima M <---Decima M A S <---Delegazione di San Ouirico <---Diritto <---Diritto del lavoro <---Domani di Roma <---Edoardo Pantano <---Edouard Daladier <---Emidio Mosti <---Errico Malatesta <---Etica <---Ettore Lo Gatto <---F.I.O.M. <---Fascista di Reggio <---Filosofia <---Fisica <---Franco Venturi <---G.A. <---G.A.P. <---G.B. <---G.S. <---G.U.F. <---Giovanni Favero <---Giurisprudenza a Pavia <---Gruppi Universitari Fascisti <---Il Lavoro <---Il Selvaggio <---Istituto di Studi di Politica <---Italo Balbo <---Ivan Kirejevskij <---L.I.D.U. <---La Sapienza <---La Voce <---La Voce del Mezzogiorno <---La Volontà <---La campana <---La cultura <---La lotta di classe <---Lambello di Torino <---Liberazione M <---Liberazione W <---Liberazione di Firenze <---Lo Stato Operaio <---M.A.S. <---Maglio di Torino <---Marco Mori di Pontremoli <---Mario Vinzio <---Marte di Firenze <---Mattino d'Italia di Buenos Aires <---Medicina <---Milizia di Ravenna <---Monte Barca <---Moschetto di Milano <---Municipio di Pontedecimo <---N.K. <---Nord-Africa <---Novara-Varallo <---Officine Meccaniche Italiane Reggiane <---Onorato Belletti <---P.F. <---P.S.I.U.P. <---Palazzolo di Romagna <---Partito nuovo <---Passo dei Giovi <---Pattuglia di Messina <---Paul Vaillant Couturier <---Periodico di Ferrara <---Piano di Mobilitazione Automatica <---Piazza del Popolo <---Piccolo di Trieste <---Pietro Rastei <---Popolo di Brescia <---Principe Valerio Borghese <---Radio Londra <---Radio Milano <---Radio Milano Libertà <---Rassegna Storica del Risorgimento <---Regina Coeli <---Resistenza di Cuneo <---Resistenza di Firenze <---Resistenza in Francia <---Resistenza in Liguria <---Rientrò in Italia <---Rivoluzione di Firenze <---Roberto Farinacci <---Ruini M <---S.A.P. <---S.M. <---Sacchi di P Cabrini <---Saint-Imier <---Salvatore Virdis <---San Pietro <---San Pietro a Sieve <---San Qui <---Santa Maria <---Santa Milizia <---Sapienza di Roma <---Silvano Bensas <---Stato Operaio <---Storia militare <---Strisciante Musati <---Studi di Politica <---Torremaggiore di Foggia <---Tribunale di Benevento <---Tribunale di Biserta <---Umanità Nova <---Ventanni di Torino <---Ventuno di Venezia <---Villafolletto di Cuneo <---Vittorio Bembaron <---Voce del Popolo di Taranto <---Voce di Napoli <---W.A. <---antagonista <---anticolonialista <---anticonformismo <---anticonformista <---antifranchista <---antiparacadutisti <---antirazzisti <---atletismo <---attivisti <---bakuniniana <---bellicista <---bottaiani <---collaborazionisti <---comuniste <---conformismo <---conformisti <---cristiana <---cristiane <---cristiano <---d'Italia <---eclettismo <---emiliana <---escursionisti <---fasciste <---gappista <---gappisti <---giolittiane <---ideologica <---illusionismo <---individualismo <---individualisti <---interclassismo <---kropotkiniano <---lista <---liste <---manzoniano <---marxiano <---marxismo <---marxista <---nazismo <---naziste <---neofascista <---neutraliste <---nichilisti <---pomeridiane <---populismo <---populiste <---populisti <---propagandisti <---pulismo <---reggiana <---reggiano <---sapisti <---secessionista <---seismo <---siciliani <---sindacalismo <---sindacalista <---ternazionalisti <---terrorismo <---terroristi <---tismo <---zarismo <---zarista