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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol I (A-C), p. 249

Brano: Bari, Eccidio di

disponga le condizioni necessarie al raggiungimento degli scopi suddetti ».

Firmarono: per il Partito liberale, Michele De Pietro; per la Democrazia cristiana, Angelico Venuti; per la Democrazia del lavoro, Andrea Galdo; per il Partito d’Azione, Adolfo Omodeo; per il Partito socialista, Luigi Renato Sansone; per il Partito comunista, Paolo Tedeschi (Velio Spano).

La Giunta esecutiva risultò composta dei seguenti rappresentanti designati dai rispettivi partiti: Francesco Cerabona, per la Democrazia del lavoro; Vincenzo Arangio Ruiz, per il Partito liberale; Velio Spano per il Partito comunista italiano; Vincenzo Cai ace, per il Partito d'Azione; Angelo Raffaele Jervolino, per la Democrazia cristiana; Oreste Lizzardi per il Partito socialista italiano.

Alberto Cianca concluse i lavori congressuali con poche parole, vivamente applaudite: « Il Congresso si è chiuso.[...]

[...]enato Sansone; per il Partito comunista, Paolo Tedeschi (Velio Spano).

La Giunta esecutiva risultò composta dei seguenti rappresentanti designati dai rispettivi partiti: Francesco Cerabona, per la Democrazia del lavoro; Vincenzo Arangio Ruiz, per il Partito liberale; Velio Spano per il Partito comunista italiano; Vincenzo Cai ace, per il Partito d'Azione; Angelo Raffaele Jervolino, per la Democrazia cristiana; Oreste Lizzardi per il Partito socialista italiano.

Alberto Cianca concluse i lavori congressuali con poche parole, vivamente applaudite: « Il Congresso si è chiuso. Abbiamo compiuto il nostro dovere, raggiungendo l’unanimità. Questa unanimità dev'essere conservata fino al raggiungimento degli obiettivi che ci siamo assegnati ».

A ventanni di distanza, pur considerando i contrasti e le insufficienze che resero difficile il raggiungimento di conclusioni unanimi, il giudizio sul congresso di Bari non può che essere positivo. Quell’assise seppe richiamare su di sè l’attenzione dei popoli liberi e di quelli ancora oppressi dai tedeschi. Per la prima volta nel corso del conflitto, un popolo cercava di riscattare un passato di umiliazione e di vergogna, imposto con la violenza e l’arbitrio. Fu altamente significativo che uomini provenienti dalle carceri, dall’esilio, dal confino, diversi per formazione politica e ideologica, si ispirassero all’interesse del paese, e solo a questo, per ritrovare quell’unità che f[...]

[...]olitica e ideologica, si ispirassero all’interesse del paese, e solo a questo, per ritrovare quell’unità che fu la base della liberazione e della ricostruzione dell’Italia. Per la prima volta dopo vent’anni il regime monarchico fu messo sotto accusa e il re bollato di tradimento. Anche sul terreno istituzionale non può negarsi che Bari rappresentò il primo passo che porterà, due anni dopo, alla proclamazione della Repubblica.

O. Li.

I partecipanti

Seguono, distinti per provincia, i nomi dei componenti dei C.L.N. dell'Italia centromeridionale partecipanti al congresso di Bari; tra parentesi, il rispettivo partito.

Bari: Vincenzo Cai ace, Giuseppe De Philippis, Tommaso Fiore (P. d'A.); Antonio Di Donato (P.C.I.) ; Natale Lojacono (D.C.); Raffaele La Volpe, Giuseppe Laterza (P.L

I.); Eugenio Laricchiuta (P.S.I.).

Brindisi: Vittorio Palermo (P.C.I.); Vincenzo Taormina (D.C.); Felice Assennato (P.S.I.). Foggia: Michele Lametta (P. d'A.); Antonio Bonito (P.C.I.); Antonio Matrella (D.C.); Silvio Danza (Dem. lavoro); Luigi Viglia, Alessandro Rocco (P.L.I.); Domenico Fioritto (P.S.I.).

Lecce: Alfredo Bernardini (P. d’A.); Armando Povero (P.C.I.); Pietro Lecci?,o (D.C.); Mario Montessori, Piero Massari (Dem. iavoro); Michele De Pietro (P.L.I.); Vito Mario Stampacchia (P.S.I.).

Taranto: Amedeo Renzulli (P.C.I.); Giulio Sansonetti (D.C.); Alfredo Fighera (P.L.I.). Matera: Eugenio Turri (P. d’A.); Vincenzo Milillo (P.S.I.).

Potenza: Donato Leone (P.C.I.); Attilio Dì Napoli (P.S.I.).

Cosenza: Giovanni Wodtzka (P. d’A.); Fausto Gullo (P.C.I.); Gennaro Cassiani (D. C.); Cesare Gabriele (P.L.I.).

Catanzaro: Francesco Maruca (P.C.I.); Vincenzo Turco (D.C.); Nicola Lombardi (Dem. lavoro); Raffaele Ranty (P.L.I.).

Reggio Calabria: Enrico Putorti (P. d’A.); Eugenio Musolino (P.C.I.); Vincenzo Milazzo (D.C.); Domenico Tripepi (Dem. lavoro); Guglielmo Calarco (P.S.I.).

Avellino: Raffaele Intontì (D.C.).

Benevento: Giuseppe La Vita (P.C.I.); Antonio Lepore (D.C.); Leonardo Lojonne (P.

5.1.).

Caserta: Saverio Morola (P. d’A.); Corrado Graziadel (P.C.I.); Clemente Piscitela, Generoso Jodice (D.C.); Eugenio Della Valle (P.L.I.).

Napoli: Ruggero De Ritis, Adolfo Omodeo, Antonio Pane (P. d’A); Ciro Picardi (P.C.I.); Silvio Gava, Angelico Venuti (D.C.); Francesco Cerabona, Giuseppe Patruno (Dem. lavoro); Vincenzo ArangioRuiz, Mario Fiorio, Giovanni Cassandro, Renato Morelli (P.L.I.); Tito Zaniboni, Scipione Rossi, Nino Gaeta, Luigi Sansone (P.S.I.).

Salerno: Alberto Accarino (P. d’A.); Girolamo Bottiglieri (D.C.); Andrea Galdo (Dem. lavoro); Ernesto Nunziante (P.L.I.); Luigi Cacciatore (P.S.I.).

Catania: Attilio Palmisciano (P. d’A.); Giuseppe Agnello, Duca Di Carca (D.C.); Vincenzo Rinaldi (Dem. lavoro); Domenico Albergo (P.S.I.).

Messina: Umberto Fiore (P.C.I.)

Palermo: Raimondo Lullo (R. Craveri), Vincenzo Purpura (P. d’A.); Franco Grasso (P. C.I.).

Ragusa: Guglielmo Rega (P.C.I.)

Siracusa: Diego Antiloro (P.S.I.).

Cagliari: Salvatore Sale (P. d’A.); Francesco Cocco Ortu (P.L.I.); Angelo Corsi (P.

5.1.).

Nuoro: Gonario Pinna (P. d’A.).

Sassari: Mario Berlinguer (P. d’A.); Giuseppe Tamponi (P.C.I.) ; Antonio Segni (D.C.).

Teramo: Leo Leone (P. d’A.).

Roma: Oreste Longobardi (O. Lizzadrì) (P.

5.1.), rappresentante il Comitato centrale di liberazione nazionale; Filippo Caraccio

lo (P. d’A.); Antonio Carancini (A. Salvi) (P.L.I.).

Oltre a Croce, Sforza, Giulio Rodino e Spano, parteciparono al Congresso Alberto Cianca, Dino Gentili (P. d’A.), Vincenzo

Di Mizio e Francesco Gennati (P.S.I.), rien« trati di recente in Italia. Vi presero parte anche alcuni antifascisti appartenenti a province dell’Italia ancora occupata dai tedeschi e presenti a Bari per ragioni più

o meno contingenti: Guido Molinelli (P. C.l.) e Remo Roia (P.S.I.) di Ancona; Italo Morandi (P. d’A.), di Bologna; Lionello Matteucci (P.S.I.), di Macerata; Oreste Gaetani (D.C.) e Pasquale Ricapito (P.L.I.), di Milano; Volfrano Pierangeli (P.C.I.), di Pesaro; Ciro Baiamonti. (P. d’A.), di Pescara; Gino Belli (P.L.I.), di La Spezia; Vito Bellomo (D.C.), di Treviso; Libero Giuliano (P. d’A.), di Udine; Mario Mare (M. Maestri) (P.C.I.), Angelo Sanfelice (P.L.I.) e Paolo Ardengo (P.S.I.), di Venezia; Antonio Pesenti (P.C.I.), di Verona.

Bari* Eccidio di

Strage di manifestanti antifascisti, compiuta nei 45 giorni del governo Badoglio (v.), tre giorni dopo la caduta del fascismo.

Il 28.7.1943 un gruppo di baresi, in gran parte ragazzi e studenti coi loro insegnanti, improvvisarono una manifestazione: incolonnati in corteo, con il tricolore in testa, al grido di « Viva la libertà! » si mossero verso le carceri nelle quali, nonostante il crollo del regime, continuavano a essere detenuti alcuni noti intellettuali antifascisti, tra cui Guido Calogero, Michele Citar elli, Guido De Ruggiero, Tommaso Fiore e Peppino Laterza. Al passaggio del corteo davanti alla ex sede del fascio, l’ufficiale che comandava il gruppo di militari posti a guardia dell’edificio, applicando l’ordine del capo di stato maggiore dell’esercito Roatta (v.) di « considerare qualsiasi manifestazione come azione di nemici e rispondere col fuoco », fece sparare sui manifestanti. Venti di questi caddero uccisi e, tra essi, il figlio di Tommaso Fiore, il diciottenne Graziano. Numerosi furono i feriti. Ecco i nomi delle vittime di quella che viene considerata una delle più irresponsabili azioni compiute dai militari nel clima politico instaurato dal governo Badoglio dopo il 25.7.1943: Fausto Buono, studente, di 20 anni; Gaetano Civera, scultore, di 47 anni; Francesco De Gerolamo, studente, di 21 anni; Giuseppe Di Tulli, studente, di 18 anni; Graziano Fiore, studente, di 18 anni; Nunzio Fiore, barbiere, di 42 anni; Michele Genchi, spazzino, di 15 anni; Vittorio Giove, studente, di 18 anni; Giuseppe Gurrado, professore, di 29 anni; Michele Laghezza, commesso, di 17 anni; Pao

lo Ladisa, banconista, di 17 anni; Angelo Lo Vecchio, di 13 anni; Giovanni Nicassio, studente, di 14 an

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol VI (T-Z e appendice), p. 548

Brano: Appendice

ni cruente (« devastazioni e strage ») si ebbero soltanto nella Venezia Giulia, a opera di antifascisti sloveni. Solo in questa regione, dove la dittatura fascista si sommava a una pesante oppressione etnica, si ebbero veri episodi di guerriglia, atti terroristici e organizzazioni clandestine armate come la T.I.G.R. (v.) o T.I.G.O.R., del tutto indipendenti dal P.C.d’I. che, anzi, le criticava severamente (v. Basovizza). Gli attentati e gli atti di terrorismo compiuti in Italia dopo l’avvento fascista al potere non furono quindi opera di comunisti, ma quasi esclusivamente di anarchici come Michele Schirru (v.) o di affiliati a “Giustizia e Libertà” (v.), un movimento che apertamente promuoveva queste forme di lotta.

Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, l’attività della F.G. C.I., quale risulta dai rapporti di polizia e dalle sentenze del Tribunale speciale, era strettamente fusa a quella del partito e volta in massima parte a produrre e diffondere materiale di propaganda antifascista, nonché a costituire un’organizzazione capillare clandestina sui luoghi di lavoro, in fabbrica e nelle campagne, solo in qualche caso nelle Università (si vedano le voci su Giuseppe Boretti ed Eugenio Giovannardi).

Nel 193031, per iniziativa del Centro interno diretto da Celso Ghini (v.), il movimento giovanile comunista si sviluppò su scala nazionale attraverso 5 segretariati interregionali, ma nell'aprile 1931 Ghini e altri, fra i quali il milanese Ferdinando Maggioni (v.), il reggiano Desiderio Cugini (v.), il pavese Luigi Salvaneschi (v.), il bolognese Claudio Melloni (v.), il cesenate Berto Alberti (v.), complessivamente 30 dirigenti, vennero processati e in massima parte condannati a gravi pene. Fu questo un colpo particolarmente duro che, insieme a [...]

[...] il reggiano Desiderio Cugini (v.), il pavese Luigi Salvaneschi (v.), il bolognese Claudio Melloni (v.), il cesenate Berto Alberti (v.), complessivamente 30 dirigenti, vennero processati e in massima parte condannati a gravi pene. Fu questo un colpo particolarmente duro che, insieme a quelli subiti nello stesso tempo dal partito, indusse a rivedere criticamente (non solo in Italia) il programma della “svolta”: nel giro di pochi anni il regime fascista era riuscito a consolidarsi creando una capillare organizzazione poliziesca (v. Ovra) e irreggimentando l’intera gioventù italiana nelle sue strutture paramilitari (v. Opera Nazionale Balilla), nei G.U.F. (v.) e nel Dopolavoro (v.). Quel tipo di organizzazione avente per obiettivo un’insurrezione popolare aveva quindi perduto, all'inizio degli anni Trenta, ogni ragionevole prospettiva. Nel febbraio 1933 l'ascesa di Hitler in Germania imponeva sulla storia eu

Pietro Secchia negli anni giovanili

ropea un suggello destinato a gravare per lunghi anni.

XI Congresso (1931)

Nell'aprile 1931, subito[...]

[...]o un’insurrezione popolare aveva quindi perduto, all'inizio degli anni Trenta, ogni ragionevole prospettiva. Nel febbraio 1933 l'ascesa di Hitler in Germania imponeva sulla storia eu

Pietro Secchia negli anni giovanili

ropea un suggello destinato a gravare per lunghi anni.

XI Congresso (1931)

Nell'aprile 1931, subito dopo il IV Congresso del P.C.d’I. svoltosi a Dusseldorf e a Colonia (v.)f ebbe luogo a Zurigo l'XI Congresso della F.G.C.I. (il quarto dalla scissione). Carcerato Secchia proprio alla vigilia di questa assise, la carica di segretario nazionale dei giovani era passata a Luigi Amadesi (v.) che, strettamente legato a Togliatti, già faceva parte della Segreteria della F.G.C.I. e dell'Esecutivo del K.I.M..

Le perdite subite in seguito alla “svolta” non furono recriminate, bensì esaltate come prova della vitalità del partito e dell’esistenza di una diffusa opposizione popolare all’interno del Paese. Venne perciò riconfermata la linea di lotta « rivoluzionaria » senza « transizioni » democratiche, quindi di lotta contro la socialdemocrazia, definita « socialfascismo » (v.) e considerata come il principale nemico del movimento operaio. A Colonia venne proclamata la necessità di condurre una forte azione organizzata « del proletariato diretto dal suo partito e alleato ai contadini poveri » per abbattere il regime fascista, ma non essendo evidentemente possibile raggiungere tale obiettivo facendo ricorso solo all’azione di piccoli gruppi clandestini, fu lanciata la direttiva di lavorare all’interno delle stesse organizzazioni fasciste per « disgregare le basi di massa del regime », un'azione che avrebbe effettivamente avuto in seguito

certi sviluppi (v. Attività legale). Nel rapporto organizzativo tenuto da Longo, a Colonia venne annunciato che il partito contava in Italia circa 7.000 organizzati, di cui 3.000 erano i giovani comunisti, ma si trattava di cifre lontane dalla realtà e, in ogni caso, il numero degli elementi politicamente attivi era limitatissimo.

Come scriverà molti anni dopo Giancarlo Pajetta (v.) che, all’indomani del congresso, fu tra gli incaricati a portare in Italia le nuove direttive, nelle zone di Roma, Napoli, in Calabria e in Sicilia l’attività dei comunisti era estremamente ridotta: « Il problema per loro era di aumentare il numero, di distribuire più materiale, di vedere se era possibile riprendere contatti nei comuni vicini, di trovare dei giovani, di scuotere gli inerti o gli impauriti. Un lavoro e una speranza che non andavano al di là dell'organizzazione » (G.P., Il ragazzo rosso, ed. Mondadori, Milano 1983, p. 124). Nel 1932, continua a riferire Pajetta nello stesso libro. « il lavoro in Italia si faceva nun soltanto più difficile, ma sempre meno redditizio. Intere organizzazioni venivano annientate, mentre intorno a quelle superstiti si creava una zona sempre più ristretta di fiducia [...] Risultati positivi e qualche movimento si avevano, e in misura ridotta, solo in alcune zone [...] come l’Emilia Romagna e la Toscana. Altrove [...] della Federazione giovanile comunista restavano appena tracce. [...] La nostra attività, la nostra politica e il nostro modo di lavorare [...] furono bocciati dagli operai di Torino, di Milano, di Genova» (p. 176).

Nel febbraio 1931 era stato designato responsabile del Centro interno della F.G.C.I. Giordano Pratolongo (v.) che, arrestato poco dopo il suo arrivo a Bologna (7.5.1931), sarà condannato con Melchiorre Vanni (v.) a 12 anni di reclusione per « tentativo di insurrezione armata ». Date le reali condizioni del Paese, cercare di applicare la linea di lotta “rivoluzionaria” uscita dal Congresso di Colonia era puro velleitarismo, per di più in contraddizione con la parola d'ordine di entrare nelle organizzazioni di massa fasciste, sia pure al fine di “disgregarle” daH’interno.

Dopo sei mesi trascorsi a Mosca come delegato italiano in seno al K.I.M., all’inizio del 1932 Pajetta venne richiamato a Parigi per assumere la responsabilità di segretario nazionale della F.G.C.I., ma alla fine dello stesso anno, per decisione di Togliatti, fu bruscamente sostituito da Davide Maggioni (v.), un giovane ex tipografo milanese che, sotto il nome di “Marcucci”, aveva lungamente lavorato nell’America Latina per conto della Internazionale giovanile. Il provvedimento fu una conseguenza delle critiche rivolte dal Comintern al gruppo dirigente

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 420

Brano: Scappini Chiarini, Rina

Di famiglia proletaria antifascista, nel 1921, quando in seguito ai “fatti di Empoli” (v.) ebbe il padre arrestato, a 11 anni dovette interrompere la scuola per sopperire alle necessità famigliari, lavorando a rimpagliare i fiaschi e, poco più tardi, entrando in fabbrica come operaia in una vetreria. Fin da ragazza svolse attività politica come attivista per il Soccorso Rosso e, dal

1926, come iscritta al Partito comunista, addetta alla diffusione della stampa clandestina.

Fidanzata e compagna di Remo Scappini (v.), dopo che questi nell’ottobre 1930 fu costretto a espatriare per sfuggire all’arresto, fu sottoposta a st[...]

[...]fiaschi e, poco più tardi, entrando in fabbrica come operaia in una vetreria. Fin da ragazza svolse attività politica come attivista per il Soccorso Rosso e, dal

1926, come iscritta al Partito comunista, addetta alla diffusione della stampa clandestina.

Fidanzata e compagna di Remo Scappini (v.), dopo che questi nell’ottobre 1930 fu costretto a espatriare per sfuggire all’arresto, fu sottoposta a stretta sorveglianza dalla polizia e dai fascisti. Quando poi Scappini venne arrestato, anch'essa fu fermata (3.10.1933). Sottoposta a pesanti interrogatori alla questura di Firenze, portata poi nel carcere di Bologna dove era rinchiuso il fidanzato e messa a confronto con lui perché fornisse elementi' atti a comprovare le attività svolte dall'organizzazione comunista clandestina, ebbe un comportamento fermo e coraggioso.

Nella Resistenza

Attese quindi lunghi anni che Scappini tornasse dal carcere, finché nell’aprile 1943 ne divenne la moglie e lo seguì a Milano per dividere con lui i rischi della lotta clandestina. I due si trasfer[...]

[...]a di liberazione. Il 6.7.1944 venne arrestata nel corso di questo lavoro e portata dalla polizia nella famigerata Casa dello studente di Genova, luogo di interrogatori sotto tortura, sottoposta essa stessa a gravi sevizie, in conseguenza di queste perse per aborto traumatico il figlio che portava nel grembo in stato di avanzata gravidanza, ma resistette coraggiosamente alla tortura e non parlò. Processata il 29.7.1944 da un tribunale militare fascista, insieme a 5 compagni di lotta che vennero tutti condannati a morte e fucilati il giorno dopo, sfuggì alla fucilazione soltanto per l'irremovibile comportamento che aveva tenuto di fronte agli aguzzini e davanti ai giudici. Pochi giorni dopo subì un nuovo processo con altri 30 patrioti genovesi e, questa volta, fu condannata a 24 anni di reclusione per la sua attività cospirativa. Infine venne de

portata con gli altri nel lager di Bolzano. Da qui, nel marzo 1945, con l’aiuto del C.L.N. locale e insieme a una compagna di prigionia rius a evadere. Con un rischioso viaggio si portò a Milano e, la sera del 26 aprile, raggiunse Genova, dove potè finalmente ricongiungersi al marito. Negli anni del secondo dopoguerra, insieme a Remo Scappini, ha ininterrottamente svolto attività politica interessandosi particolarmente ai problemi femminili, alle lotte per la pace e la giustizia sociale. Per l’attività svolta durante la Guerra di liberazione è stata decorata di medaglia d’argento al valor militare e dalla Stella d’oro al valor partigiano, conferitole dal Comando generale della Brigata Garibaldi.

Ha raccontato le drammatiche vicende della sua esistenza nel libro autobiografico La storia di “Clara” edito nel 1982 da La Pietra e successivamente ripubblicato in 3 edizioni. Nel 1974, con Remo Scappini, aveva scritto un altro libro dal titolo Ricordi della Resistenza.

Scarabelli, Giorgio

N. ad Anzola dell’Emilia (Bologna) iì 2.3.1912; operaio.

Giovane comunista, nel[...]

[...]nerale della Brigata Garibaldi.

Ha raccontato le drammatiche vicende della sua esistenza nel libro autobiografico La storia di “Clara” edito nel 1982 da La Pietra e successivamente ripubblicato in 3 edizioni. Nel 1974, con Remo Scappini, aveva scritto un altro libro dal titolo Ricordi della Resistenza.

Scarabelli, Giorgio

N. ad Anzola dell’Emilia (Bologna) iì 2.3.1912; operaio.

Giovane comunista, nel 1929 designato responsabile provinciale della F.G.C.I. clandestina, organizzò cellule di giovani antifascisti nelle principali fabbriche di Bologna, lavorò alla pubblicazione e alla diffusione di “Avanguardia comunista” e fu tra gli organizzatori delle manifestazioni indette nel 1930, in occasione del Primo Maggio e della Giornata mondiale della pace dell’1 agosto. In seguito alla dimostrazione organizzata il 7.11.1930 per il 13° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, venne arrestato con numerosi altri giovani, 63 dei quali furono poi deferiti al Tribunale speciale. Quale responsabile della F.G.

C.I., il 23.9.1931 fu condannato a 7 anni di reclusione. Liberato il 16.

11.1932 in seguito ad amnistia, svolse attività antifascista “legale” nei sindacati fascisti e nei G.U.F., organizzando nello stesso tempo sottoscrizioni per la Spagna repubblicana. Arrestato di nuovo e deferito al Tribunale speciale nel novembre 1937, con sentenza del 22.11.1938 fu condannato a 18 anni di reclusione. Riacquistò la libertà con la caduta del fascismo. Ritornato a Bologna il 16.8.1943, fu assunto come operaio nello stabilimento “Ducati” di Borgo Panigaie ed eletto segretario della Commissione interna immediatamente costituita. Dopo l’8

settembre partecipò all’organizzazione di alcuni gruppi di partigiani che, in seguito, costituirono la 7a

G.A.P. (v.). Fu tra gli organizzatori dello sciopero dell’1.3.1944, ma nell’aprile venne arrestato dalle SS tedesche e internato nel campo di Fossoli, poi deportato a Mauthausen e, infine, nel campo di lavoro di Wels. Da qui, allacciati contatti con civili locali antinazisti, rius a fuggire e a raggiungere Milano il

23.4.1945, in tempo per partecipare all’insurrezione insieme agli operai della “Breda” di Sesto San Giovanni.

Dopo la Liberazione ha diretto organizzazioni del P.C.I. a Brescia, a Bologna e a Forlì. È stato consigliere comunale di Bologna, presidente dell’azienda tranviaria municipalizzata, presidente della Lega dei poteri locali di Bologna e, dal 1967 al 1974, dirigente cooperativo.

L.Ar.

Scarabelli, Renato

N. ad Anzola Emilia (Bologna) l’11. 10.1914; fontaniere.

Attivo in seno all’organizzazione comunista bolognese che, nel corso del 1931, operò una vasta diffusione clandestina di volantini e opuscoli, fu arrestato. Deferito al Tribunale speciale, il 18.9.1933 venne condannato a 5 anni di reclusione. Dopo la scarcerazione riprese l’attività cospirativa, fu nuovamente arrestato e, il 24.1.1938, inviato per 5 anni al confino, da dove venne prosciolto nel dicembre 1942.

Dopo I’8.9.1943 prese parte alla Guerra di liberazione, nelle fila della Resistenza bolognese, partigiano combattente nella 36a Brigata Garibaldi “Bianconcini”.

Scaramucci, Gino

N. a Gualdo Tadino (Perugia) il 17.6.

1904, m. il 24.4.1966; operaio.

Nato in una famiglia numerosa e poverissima, potè studiare soltanto fino alla quarta elementare e dovette poi lavorare come manovale nelle cave della zona BrancaCarbonesca (Gubbio). Negli anni del primo dopoguerra emigrò per trovare lavoro come minatore nel Lussemburgo e da qui iniziò l’attività politica, aderendo al Partito comunista e dirigendone l’organizzazione tra gli emigrati. Espulso per questa ragione dal Lussemburgo, passò in Belgio e poi in Francia, a Parigi, dove

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[...]na famiglia numerosa e poverissima, potè studiare soltanto fino alla quarta elementare e dovette poi lavorare come manovale nelle cave della zona BrancaCarbonesca (Gubbio). Negli anni del primo dopoguerra emigrò per trovare lavoro come minatore nel Lussemburgo e da qui iniziò l’attività politica, aderendo al Partito comunista e dirigendone l’organizzazione tra gli emigrati. Espulso per questa ragione dal Lussemburgo, passò in Belgio e poi in Francia, a Parigi, dove

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 360

Brano: Santarcangelo di Romagna

Dopo T8.9.1943 nella frazione Sant'Ermete si costituì uno dei primi gruppi organizzati per la resistenza armata. Ne facevano parte alcuni ex ufficiali dell’esercito e altri antifascisti. Il comando fu assunto da Pasquale Deluca. Poco più tardi vennero arrestati Pio Nicolini e i fratelli Guerrino, Ugo e Giulio Lepri. Furono deportati in Germania Ezio Tognacci, Nazzareno Vicini e Tonino Guerra.

Anche nella vicina Poggio Berni andò costituendosi un gruppo di partigiani, fra i quali si ricordano Ivo Zanni e il giovanissimo Mario Marchi.

Le prime azioni di guerriglia consistettero nel ricupero di numerose armi che si trovavano su un convoglio militare bloccato dai bombardamenti nella stazione ferroviaria di Santarcangelo. Con queste e altro materiale i patrioti locali rifornirono la Vili Brigata Garibaldi “Romagna” (v.), nella cui circoscrizione il paese venne a trovarsi. Nel giugno del 1944 combattenti di Santarcangelo (tra cui Aroldo Ricci) attaccarono un’autocolonna tedesca infliggendole perdite. Tra le donne, particolarmente attive furono le partigiane Alba Dini, Nora Neri, Ida Neri, Fernanda Srafini e Dora Tassinari.

La Liberazione

Santarcangelo costituiva un’importante posizione strategica sia per i tedeschi che per gli Alleati, perciò fu al centro di un’aspra battaglia che vide impegnati, nelle file dell’VIII Armata britannica, i famosi mercenari nepalesi gurkhas. Il 23.9.

1944, quando le avanguardie alleate entrarono in paese, furono accolte dal già costituito C.L.N. locale (ne facevano parte Amedeo Amedei per il P. d’A.; Cornelio Balducci del P.

C.I.; Primo Bellettini del P.R.I.; Achili e Franchini del P.S.I.; Alfonso Giorgetti della D.C.). Il comando di piazza era affidato al partigiano Balilla Nicoletti.

Erano caduti come partigiani combattenti: Rino Molinari, fucilato dai tedeschi il 12.7.1944 nel campo di Fossoli; Pasquale Paglierani, fucilato dai tedeschi a Santarcangelo il 26.9.1944; Antonio Tolmino Scarpelli ni, pure caduto a Santarcangelo il

30.9.1944. In Jugoslavia, il 12.4.1945 cadrà il santarcangelese Marino Della Pasqua, decorato dal governo jugoslavo.

Complessivamente il Comune ebbe 35 partigiani combattenti e 53 patrioti. A Poggio Berni e Torriana si

ebbero 22 partigiani e 37 patrioti. A causa dei bombardamenti e delle mine la popolazione di Santarcangelo ebbe ancora (dal settembre al dicembre 1944) ben 60 morti. Altri 22 santarcangelesi erano caduti sui vari fronti durante la Seconda guerra mondiale.

Sant[...]

[...].

Complessivamente il Comune ebbe 35 partigiani combattenti e 53 patrioti. A Poggio Berni e Torriana si

ebbero 22 partigiani e 37 patrioti. A causa dei bombardamenti e delle mine la popolazione di Santarcangelo ebbe ancora (dal settembre al dicembre 1944) ben 60 morti. Altri 22 santarcangelesi erano caduti sui vari fronti durante la Seconda guerra mondiale.

Santarelli, Enzo

N. ad Ancona il 12.1.1922;.professore universitario.

Cominciò a occuparsi attivamente di politica dal 1939, pubblicando interventi e articoli sulla stampa fascista deN’epoca, e nel 1942 venne gradualmente avvicinandosi a posizioni antifasciste.

L’8.9.1943 prestava servizio militare in provincia di Foggia e, con pochi altri, tentò una breve resistenza ai tedeschi nella zona di Petrulla. Dopo lo scioglimento del suo reparto tentò di arruolarsi a Salerno, nei Gruppi Combattenti Italia, ma con il fallimento di questa iniziativa si arruolò volontario nel I Raggruppamento motorizzato e combattè a Montelungo (v.).

Dopo la Liberazione entrò a far parte del C.L.N. di Ancona. Nel marzo 1946 us dal Partito liberale con la sinistra repubblicana e nel 1948 aderì al Fronte popolare, venendo presentato candidato alle elezioni del 18 aprile.

Dal dicembre 1948 è militante del P.C.I.. È stato segretario della Federazione comunista di Ancona e membro del comitato centrale del Partito, eletto alla Camera nel 1953 e nel 1958. Dal 1963 al 1968 fu direttore della rivista Comune democratico e segretario della Lega dei Comuni.

Laureato in Scienze politiche con una tesi su Benedetto Croce, dal 1963 riprese sistematicamente gli studi. Attualmente è ordinario di Storia contemporanea all’Università di Urbino. È stato redattore della Rivista storica del socialismo e membro del direttivo dell’istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.

Ha studiato il movimento operaio [Il socialismo anarchico in Italia, 1959; Le Marche dall'Unità al fascismo, 1964; La revisione del marxismo in Italia, 1964); ha pubblicato una delle prime organiche ricostruzioni del fascismo [Storia del movimento e del regime fascista, 1966, in due volumi, più volte ristampata) e una Storia sociale del mondo contemporaneo (1982), notevole per lo spazio dedicato ai popoli e alle culture extraeuropee. Numerosi i saggi di storia dell'antifascismo e della resistenza.

Santhià, Eccidio di

Città di 7.500 abitanti nella provincia di Vercelli, Santhià venne liberata dai partigiani il 25.4.1945, ma alcuni giorni dopo fu nuovamente occupata dai nazifascisti che vi compirono un’ultima, ferocissima strage, dettata unicamente da criminale spirito di vendetta.

All’alba del 28 aprile i tedeschi del 75° Corpo d’armata (forte di circa

62.000 uomini) e reparti fascisti a essi aggregati, in ritirata dalla Liguria, da Torino e dalla Valle d’Aosta, giunsero nella pianura vercellese. Le avanguardie della colonna furono in un primo tempo fermate a Cigliano (Vercelli) da gruppi di partigiani, che però si videro ben presto costretti a ripiegare.

Il Comando partigiano locale aveva peraltro avuto l’ordine dal Comando militare del C.L.N. regionale piemontese di impedire la marcia della colonna nemica verso Milano e il Brennero. Furono quindi avviate trattative fra tedeschi ed esponenti del C.L.N. vercellese e della curia, ma senza esito. Nel corso di un nuovo incontro con il Comando partigiano (29 aprile), i nazifascisti rifiutarono ancora di arrendersi, tuttavia accettarono una tregua di 24 ore. Ma poiché alla sera la colonna nemica riprese la marcia verso est, i garibaldini fecero saltare i ponti sul canale Cavour e sul Naviglio, bloccandola.

Il Comando tedesco, nell’impossibilità di proseguire, fece occupare tutta la zona, compiendo devastazioni e razzie. In particolare a Santhià i tedeschi uccisero alcuni partigiani, alcuni civili e il presidente del C.L.N., il socialista Domenico Tricerri.

All’alba del 30 aprile ripresero le operazioni e, probabilmente guidati da informatori, i nazifascisti circondarono e attaccarono il Distaccamento “Freccia” della 2a Brigata Garibaldi, dislocato in una cascina, trucidandone tutti i componenti. Altri partigiani accorsi in aiuto dei compagni attaccati, furono a loro volta uccisi nei campi. In totale, nel corso delle due tragiche giornate vennero così trucidate 52 persone, tra partigiani e civili.

Il 2 maggio, dopo che la Missione alleata ebbe minacciato di far intervenire l’aviazione, il Comando tedesco accettò la resa, che fu firmata a Biella. Finì così la ritirata del Corpo d’armata e si concluse anche la Resistenza in Piemonte.

P.Am.

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol VI (T-Z e appendice), p. 11

Brano: Tambussi, Luigi

civili a cominciare dai banchi del liceo per il fortunato incontro con qualche eccezionale maestro. Poco più che diciottenne, nel 1919 si iscrisse al Partito Popolare e contemporaneamente, come studente di Giurisprudenza presso l'ateneo maceratese, militava nella Federazione degli universitari cattolici (F.U.

C.I.). Nel 1921 era vice presidente nazionale della F.U.C.I., nel 1924 vicepresidente della Gioventù Diocesana di Ancona, nel 1925 segretario provinciale del Partito popolare. All'associazionismo cattolico resterà fedele per tutto il periodo fascista ed eserciterà la professione forense con notevole prestigio non solo nella sua città natale, ma anche ad Ancona dove si trasferirà dopo il matrimonio.

Fra l'altro si ricorda di lui, in quegli anni, la coraggiosa difesa di comunisti e anarchici accusati di sovversivismo contro lo Stato nelle cosiddette “giornate rosse” anconetane del 1926. In quello stesso anno venne arrestato per antifascismo. Circa il carattere politico delle sue non frequenti prese di posizione pubbliche, si può dire che in pratica risentissero degli orientamenti meno conformistici del cattolicesimo italiano fra le due guerre, soprattutto per i legami da lui mantenuti con uomini del popolarismo sturziano. Nel 1923 fu tra i primi organizzatori della Democrazia Cristiana nelle Marche.

Secondo dopoguerra

Si spiega in tal modo il suo emergere nella zona, aH’indomani della liberazione delle Marche, come uno dei principali organizzatori della

D.C. (di cui fu segretario provinciale ad Ancona, poi segretario regionale) e conseguentemente l’appoggio elettoralistico in continua crescita volta a volta ricevuto per la Costituente prima, per il Parlamento poi.

Fece rapida carriera nella D.C. degasperiana, dentro la quale però egli si riconosceva piuttosto nella sinistra “gronchiana”, per rafforzare la quale organizzò nel 1948 il convegno di Pesaro, divenendo in tal modo quasi l'uomo di fiducia dell'allora presidente della Camera Giovanni Gronchi (v.). Come tale non so

lo entrò più volte nel Consiglio nazionale del partito democristiano, risultando talora il più votato della minoranza, ma anche nel governo come sottosegretario, poi come ministro della Marina mercantile a cominciare daH'ultimo gabinetto De

Gas peri fino a quelli di Pel la, F anfani e Sceiba (19531955). Segni gli affidò nel suo primo governo (195557) il ministero deH’Interno e, in quegli anni, gli venne riconosciuto uno stile meno poliziesco di quello di Mario Sceiba, se non altro per una certa sensibilità dimostrata nella difesa delle minoranze.

Durante il triennio del suo esercizio di capo dell’ordine pubblico accadevano i fatti d’Ungheria, di fronte ai quali Tambroni fece presidiare le sedi comuniste, prese di mira qua e là da provocatori, per tutelarne l’incolumità. In tal modo egli pensava di ispirarsi al principio del rispetto per tutti, come solennemente dichiarava alla Camera. Ma lo stesso principio non parve a molti rispecchiarsi nell’azione politica del suo ministero durante la stagione più drammatica del secondo dopoguerra, fra il marzo e il luglio 1960, dopo la crisi del secondo gabinetto Segni, nel quale Tambroni era stato ministro del Bilancio e, ad interim, del Tesoro.

Il luglio '60

Per i contrasti sorti tra la D.C. e i suoi tradizionali alleati di centro, Gronchi, divenuto presidente della Repubblica, aveva affidato l'incarico a Tambroni per un “monocolore” di tecnici in attesa di ulteriori sviluppi. Ma la nuova compagine governativa, al dibattito sulla fiducia in Parlamento, risultava isolata politicamente potendo contare solo sui voti neofascisti e su quelli del partito di maggioranza relativa. In seguito a ciò, i tre ministri democristiani Giorgio Bo (v.), Giulio Pastore (v.) e Fiorentino Sullo si dimettevano subito, mal sopportando il voto determinante del Movimento sociale italiano (v.) nonostante che il leader marchigiano avesse insistito nel dichiararlo “non condizionante” l’azione governativa. La crisi, già implicita nelle cose, venne momentaneamente parata dalla confermata fiducia del Presidente della Repubblica e poi dal Consiglio nazionale democristiano ancorché malvolentieri e con l’astensione dei gruppi di sinistra. Tuttavia, specie nei partiti dell’opposizione, non venivano meno le diffidenze e i dubbi per l’appoggio determinante della destra; diffidenze aggravate in seguito da certi atteggiamenti dello stesso presidente del Consiglio che, all’occhio della gente, apparivano preoccupatamente autoritari. Ma la goccia che fece traboccare quel vaso di sospetti la fornì l'annunciata celebrazione a Genova del congresso nazionale del M.S.I. nel giugno 1960, chiaro pedaggio all'appoggio ricevuto. La cosa, in quel contesto già di per sé fragilissimo, venne considerata da una vasta o

pinione pubblica un’offesa alla città ligure Medaglia d’oro della Resistenza, determinando manifestazioni ostili e scioperi. Il ricorso alle armi da parte delle forze dell’ordine che uccisero in tre giorni 11 dimostranti (v. Eccidi in Italia) aumentò il già diffuso disagio nei partiti democratici e nel movimento operaio, a tal punto che la situazione divenuta minacciosa fece temere esiti drammatici. Le proteste, incominciate un po’ ovunque, si ripercossero in Parlamento, dove nella tumultuosa seduta del 18 luglio avvennero scontri preoccupanti. Visto il pericolo e l'isolamento politico del governo monocolore, la Direzione centrale della D.C. dichiarò esaurito il compito del gabinetto tambroniano per essere « venuto meno

10 stato di necessità » che lo aveva posto in essere. Le dimissioni divennero perciò ineluttabili e, per

11 leader marchigiano, ebbe inizio il declino politico, mentre Amintore Fanfani (v.) con la costituzione del suo terzo ministero preparava l’esperienza di centrosinistra.

Perfino i favori di Gronchi vennero meno a Tambroni, ormai relegato dal corso degli eventi ai margini del suo partito, verso il quale egli esprimeva amare critiche in una delle sue ultime sortite pubbliche al Congresso nazionale della D.C. a Napoli nel 1962. Duramente provato nel fisico e amareggiato nell'animo, morì l’anno dopo per un attacco cardiaco.

Bibliografia: manca a tutt’oggi una biogra[...]

[...]egli esprimeva amare critiche in una delle sue ultime sortite pubbliche al Congresso nazionale della D.C. a Napoli nel 1962. Duramente provato nel fisico e amareggiato nell'animo, morì l’anno dopo per un attacco cardiaco.

Bibliografia: manca a tutt’oggi una biografia esauriente del personaggio. Soprattutto inesplorati risultano gli anni della sua formazione e militanza cattolica. Scarsi cenni si riscontrano nella commemorazione fatta da A. Piccioni nel Consiglio nazionale democristiano, in Atti e documenti della DC 194367, a cura di A. Damiano, Roma 1968, pp. 146870. Per l’attività svolta nel Partito si vedano gli Atti dei Congressi DC dal 1949 al 1962; per l’attività parlamentare e governativa servono invece gli Atti della Camera dei deputati e del Senato fra il 1954 e il 1960.

Un giudizio critico d’insieme si trova nelle varie storie della D.C. del secondo dopoguerra: in particolare G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, Firenze 1957, pp. 25065; M. DI Lalla, Storia della DC, Bari 1968, pp. 199205; G. Tambu[...]

[...] si vedano gli Atti dei Congressi DC dal 1949 al 1962; per l’attività parlamentare e governativa servono invece gli Atti della Camera dei deputati e del Senato fra il 1954 e il 1960.

Un giudizio critico d’insieme si trova nelle varie storie della D.C. del secondo dopoguerra: in particolare G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, Firenze 1957, pp. 25065; M. DI Lalla, Storia della DC, Bari 1968, pp. 199205; G. Tamburrano, PCI e PSI nel sistema democristiano, Bari 1978.

L.Bed.

Tambussi, Luigi

N. a Novara il 26.3.1902; operaio. Antifascista, accusato di complicità con Mario Abbiezzi in un progetto di sabotaggio del tronco ferroviario

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Grazie ad un complesso algoritmo ideato in anni di riflessione epistemologica, scientifica e tecnica, dal termine C.I., nel sottoinsieme prescelto del corpus autorizzato è possible visualizzare il seguente gramma di relazioni strutturali (ma in ciroscrivibili corpora storicamente determinati: non ce ne voglia l'autore dell'edizione critica del CLG di Saussure se azzardiamo per lo strumento un orizzonte ad uso semantico verso uno storicismo μετ´ἐπιστήμης...). I termini sono ordinati secondo somma della distanza con il termine prescelto e secondo peculiarità del termine, diagnosticando una basilare mappa delle associazioni di idee (associazione di ciò che l'algoritmo isola come segmenti - fissi se frequenti - di sintagmi stimabili come nomi) di una data cultura (in questa sede intesa riduttivamente come corpus di testi storicamente determinabili); nei prossimi mesi saranno sviluppati strumenti di comparazione booleana di insiemi di corpora circoscrivibili; applicazioni sul complessivo linguaggio storico naturale saranno altresì possibili.
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