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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 215

Brano: 

Rodano, Franco

Il Partito comunista cristiano

Insieme ad altri, fondò e diresse, sempre in Roma, una formazione clandestina denominata dapprima (1939) Partito cooperativista sinarchico, poi (1941) Partito comunista cristiano; di ambedue redasse i manifesti programmatici. Proprio in quanto il P.C.C. intendeva muoversi sul terreno di una concreta azione antifascista, il suo rapporto col gruppo comunista romano si fece sempre più stretto, al punto che nel 1942 le due formazioni, pur rimanendo organizzativamente distinte, ebbero un direttivo unitario, cui Rodano partecipò insieme ad Alicata, Ingrao e Lombardo Radice.

Nella primavera del 1943 collaborò alla redazione e all'uscita del foglio clandestino Pugno chiuso (v. Cattolici comunisti). Poco prima aveva aderito al P.C.C., fra gli altri, Felice Balbo, legandosi di amicizia con Rodano. Per la Pasqua dello stesso anno '43, P.C.C. e comun[...]

[...]o di una concreta azione antifascista, il suo rapporto col gruppo comunista romano si fece sempre più stretto, al punto che nel 1942 le due formazioni, pur rimanendo organizzativamente distinte, ebbero un direttivo unitario, cui Rodano partecipò insieme ad Alicata, Ingrao e Lombardo Radice.

Nella primavera del 1943 collaborò alla redazione e all'uscita del foglio clandestino Pugno chiuso (v. Cattolici comunisti). Poco prima aveva aderito al P.C.C., fra gli altri, Felice Balbo, legandosi di amicizia con Rodano. Per la Pasqua dello stesso anno '43, P.C.C. e comunisti prepararono una manifestazione pubblica che avrebbe dovuto sfruttare la prevista benedizione papale alla folla; ma Pio XII, avvertito, decise di soprassedere (analoga manifestazione riuscirà pienamente, invece, a Pasqua del '44, sotto i tedeschi). Arrestato I'8.5.1943 dalla polizia fascista e deferito al Tribunale speciale con la maggior parte dei compagni, Rodano venne liberato dopo il 25 luglio. Durante i 45 giorni del governo Badoglio la formazione politica di cui faceva parte assunse il nome di Sinistra giovanile cattolica e Rodano entrò (con Alicata, Alberto CanalettiGaudenti[...]

[...]sedere (analoga manifestazione riuscirà pienamente, invece, a Pasqua del '44, sotto i tedeschi). Arrestato I'8.5.1943 dalla polizia fascista e deferito al Tribunale speciale con la maggior parte dei compagni, Rodano venne liberato dopo il 25 luglio. Durante i 45 giorni del governo Badoglio la formazione politica di cui faceva parte assunse il nome di Sinistra giovanile cattolica e Rodano entrò (con Alicata, Alberto CanalettiGaudenti, Olindo Vernocchi) nel comitato di redazione del Lavoro italiano e vi scrisse l'editoriale del primo e solo numero, uscito I'8.9.1943.

Nella Resistenza

Iniziata l'occupazione tedesca, la Sinistra giovanile cattolica (di cui Rodano si era ormai ribadito come l'esponente più lucido e ascoltato) prese il nome di Movimento dei cattolici comunisti e, come tale, venne aprendosi a una maggior adesione di ambienti operai e popolari. Al tempo stesso, venne precisandosi nella linea e negli obiettivi: guidare le masse cattoliche in una partecipazione attiva alla Resistenza e alla trasformazione rivoluzionaria della società italiana, fianco a fianco con le masse comuniste, nel quadro tanto di una chiara distinzione religiosa quanto di una stretta unità d'azione politi[...]

[...]società italiana, fianco a fianco con le masse comuniste, nel quadro tanto di una chiara distinzione religiosa quanto di una stretta unità d'azione politica.

Il principale organo della formazione (cui Rodano collaborò regolarmente) fu Voce Operaia, il cui primo numero uscì il 4.10.1943; ne seguirono, sempre in periodo clandestino, altri tredici. Il giornale continuerà poi, in veste legale, dopo la Liberazione.

Nella primavera del 1944 il M.C.C. contribuì all’organizzazione in Roma di uno sciopero generale, assicurandone il successo al giornale II Messaggero. Insieme e in sintonia con i comunisti, il M.C.C. (organizzatore, sia a Roma e nel Lazio che al Nord, di proprie formazioni militari: nel Lazio gli saranno riconosciuti 800 partigiani) diede un efficace concorso, anche di sangue, alla lotta contro i nazifascisti.

Secondo dopoguerra

Dopo la liberazione di Roma, il M. C.C. appoggiò la politica di Paimiro Togliatti per un processo unitario di ricostruzione democratica del paese. Il 3.9.1944, a seguito sia di crescenti riserve e pressioni di ambienti vaticani, sia della confluenza dei Cristianosociali (Gabriele De Rosa, Montesi, ecc.), il Movimento si trasformò in Partito della sinistra cristiana. In sostanza, l’operazione fu un compromesso fra la corrente interna politicamente laica e comunista, capeggiata da Rodano, e quella legata, non senza aspetti opportunisti e integralistici, al “mondo cattolico” ufficiale.

Attraverso quel compromesso, Rodano si proponeva di salvaguardare l’essenziale del patrimonio di esperienze già acquisito e la possibilità di svilupparlo ulteriormente, mediante un peculiare apporto alla linea togliattiana della “democrazia progressiva”.

Col passare del tempo, tuttavia, gli equilibri inte[...]

[...]

Col passare del tempo, tuttavia, gli equilibri interni alla formazione vennero sempre più deteriorandosi, talché alla corrente rodaniana non rimase che puntare a un’affermazione decisa e inequivoca della laicità della politica. Si giunse così allo scioglimento del partito (9.12.1945) e al passaggio ai P.C.I. dello stesso Rodano e della grande maggioranza dei militanti.

Sempre nei primi anni del dopoguerra, Rodano (che, fra l’altro, si era occupato su “Voce Operaia” del problema dell'I.R.I.) entrò in amicizia con Raffaele Mattioli, allora amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana. Con lo stesso Mattioli e con Giovanni Mal agodi redasse un approfondito “promemoria” per Togliatti sulla situazione economica italiana. Egli fece anche parte della redazione di “Rinascita”, restandone collaboratore finché la rivista

venne diretta da Togliatti, col quale Rodano fu legato da costruttiva amicizia. Per un articolo sulla condizione dei preti poveri, le autorità ecclesiastiche lo colpirono con l’“ interdetto”, poi revocato al [...]

[...]oli, allora amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana. Con lo stesso Mattioli e con Giovanni Mal agodi redasse un approfondito “promemoria” per Togliatti sulla situazione economica italiana. Egli fece anche parte della redazione di “Rinascita”, restandone collaboratore finché la rivista

venne diretta da Togliatti, col quale Rodano fu legato da costruttiva amicizia. Per un articolo sulla condizione dei preti poveri, le autorità ecclesiastiche lo colpirono con l’“ interdetto”, poi revocato al tempo di Giovanni XXIII.

Marxismo e cristianesimo

Rodano contribuì decisamente alla formulazione dell'art. 2 dello Statuto del P.C.I. (iscrizione al partito ove se ne condivida il programma politico, indipendentemente dalla propria posizione religiosa o filosofica), e per tutto il resto della vita — rifiutando ogni semplicistica giustapposizione di marxismo e cristianesimo — proseguì la battaglia per sbloccare comunisti e cattolici dai rispettivi fissismi ideologici, sulla base di una corretta distinzione tra la dimensione “di[...]

[...]on l’“ interdetto”, poi revocato al tempo di Giovanni XXIII.

Marxismo e cristianesimo

Rodano contribuì decisamente alla formulazione dell'art. 2 dello Statuto del P.C.I. (iscrizione al partito ove se ne condivida il programma politico, indipendentemente dalla propria posizione religiosa o filosofica), e per tutto il resto della vita — rifiutando ogni semplicistica giustapposizione di marxismo e cristianesimo — proseguì la battaglia per sbloccare comunisti e cattolici dai rispettivi fissismi ideologici, sulla base di una corretta distinzione tra la dimensione “di fede” e quella “laica” della politica e delle altre attività deH’uomo come tale.

Non ricoperse mai posizioni ufficiali, ma ebbe larga influenza sulla politica italiana. Fu un grande formatore di coscienze e di militanti politici. La sua casa fu un punto d'incontro per molti dirigenti della vita politica, sindacale, economica: ad esempio, già nel Natale 1944 vi si abboccarono Togliatti e don Giuseppe De Luca. Con quest’ultimo (che aveva conosciuto nel periodo badogliano [...]

[...]smi ideologici, sulla base di una corretta distinzione tra la dimensione “di fede” e quella “laica” della politica e delle altre attività deH’uomo come tale.

Non ricoperse mai posizioni ufficiali, ma ebbe larga influenza sulla politica italiana. Fu un grande formatore di coscienze e di militanti politici. La sua casa fu un punto d'incontro per molti dirigenti della vita politica, sindacale, economica: ad esempio, già nel Natale 1944 vi si abboccarono Togliatti e don Giuseppe De Luca. Con quest’ultimo (che aveva conosciuto nel periodo badogliano e che gli fu particolarmente vicino negli anni dell’“interdetto”) Rodano collaborò anche per stabilire nuovi rapporti della Santa Sede con l’U.R.S.S.: si giunse, fra l’altro, a promuovere il noto scambio di messaggi augurali fra Krusciov e Giovanni XXIII.

Negli anni Cinquanta, Rodano scrisse regolarmente sullo “Spettatore Italiano”, mensile politicoculturale ispirato da Mattioli e vicino a Benedetto Croce, poi sul “Dibattito Politico”, diretto da Mario Melloni e Ugo Bartesaghi. Collaborò al[...]

[...]ovi rapporti della Santa Sede con l’U.R.S.S.: si giunse, fra l’altro, a promuovere il noto scambio di messaggi augurali fra Krusciov e Giovanni XXIII.

Negli anni Cinquanta, Rodano scrisse regolarmente sullo “Spettatore Italiano”, mensile politicoculturale ispirato da Mattioli e vicino a Benedetto Croce, poi sul “Dibattito Politico”, diretto da Mario Melloni e Ugo Bartesaghi. Collaborò al “Politecnico” di Elio Vittorini e al “Contemporaneo”. Successivamente, con Giulio Napoleoni fondò e diresse la Rivista Trimestrale (196271) e, dal 1972, i Quaderni di tale rivista.

Fra le altre tesi centrali, vi sostenne l’incompatibilità con il capitalismo da parte della democrazia giunta a pienezza; l’omogeneità di essa, invece, al movimento operaio e anzi la decisività di quest'ultimo per innervare egemonicamente la prima in un processo rivoluzionario; vi condusse anche un'acuta critica alla “società opulenta” e un esame dell’opera di Marx, da assumere, questa, non come « filosofia della storia » ma come fonte di decisive « lezioni ». Negli ann[...]



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 178

Brano: Novotny, Antonin

presidente della repubblica cecoslovacca.

Di famiglia operaia, lavorò da ragazzo in uno stabilimento metalmeccanico di Praga. Iscritto al Partito comunista cecoslovacco dal 1921, dopo il 1928 cominciò a svolgere una certa attività politica e nel 1935 fu chiamato a far parte della delegazione cecoslovacca al VII Congresso deH’Internazionale Comunista. Pur senza avere particolari cariche o funzioni dirigenti nel partito, l’8.9.1941 fu arrestato dagli occupanti tedeschi per la sua appartenenza all’organizzazione comunista clandestina e deportato a Mauthausen. Sopravvissuto a 3 anni e mezzo di lager, rientrò in patria nel maggio 1945 e venne designato responsabile dell'organizzazione comunista di Praga. Poi, con IVIII Congresso del partito (marzo 1946) fu chiamato' a far parte del Comitato centrale.

Uomo di fiducia di Klement Gott' wald (v. Cecoslovacchia), nel 1951 con la riorganizzazione del vertice comunista seguita al defenestramento di Rudolf Slànsky, fino allora segretario del partito, diventò membro della segreteria con la responsabilità dell'organizzazione. Alla fine dello stesso anno fu chiamato da Gottwald a far parte della presidenza del partito.

Agl: inizi del 1953 ricoprì per breve tempo la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri, ma subito dopo la morte di Gottwald (14.3.1953) ebbe l’incarico di dirigere la segreteria del C.C. del P.C.C.. Infine il 5.9.1953 divenne primo segretario del partito, carica confermata[...]

[...]a seguita al defenestramento di Rudolf Slànsky, fino allora segretario del partito, diventò membro della segreteria con la responsabilità dell'organizzazione. Alla fine dello stesso anno fu chiamato da Gottwald a far parte della presidenza del partito.

Agl: inizi del 1953 ricoprì per breve tempo la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri, ma subito dopo la morte di Gottwald (14.3.1953) ebbe l’incarico di dirigere la segreteria del C.C. del P.C.C.. Infine il 5.9.1953 divenne primo segretario del partito, carica confermata dal X Congresso del P.C.C. (1115.6.1954).

Il 19.11.1957, dopo la scomparsa di Antonin Zapotocky che era succeduto a Gottwald come presidente della repubblica, Novotny riunì nelle proprie mani le funzioni di massima autorità del partito e del

lo Stato, aggiungendovi nella seconda metà degli anni ’60 anche quella di presidente del « Fronte nazionale dei cechi e degli slovacchi ».

La « primavera di Praga »

Già dopo la morte di Stalin (1953) Novotny veniva considerato un tipico esempio di dirigente comunista dogmatico, burocratizzato e asservito alla politica di potenza dell’Unione Sovietica. Tra l’altro gli si imputava di avere largamente contribuito alla montatura del processo contro Slansky e altri esponenti di primo piano del P.C.C., con

clusosi nel novembre 1951 con numerose condanne a morte, e di aver fondato su ciò la propria fortuna politica. Sta di fatto che in Cecoslovacchia la cosiddetta « destalinizzazione » (nuovo corso politico, riforme economiche e amministrative, revisione dei processi e riabilitazione dei dirigenti comunisti ingiustamente condannati) si ebbe ancor meno che altrove. Ciò portò, sul finire del 1967, a quella combinazione di tensioni e contraddizioni sociali, economiche e politiche, sfociata nella formazione di un fronte comune tra intellettuali, comunisti « liberali » e dirigenti del Partito comunista slovacco, che il 5.1.1968 impose a Novotny le dimissioni da segretario generale del .partito (carica cui gli succedette lo slovacco Alexande[...]

[...]ta « destalinizzazione » (nuovo corso politico, riforme economiche e amministrative, revisione dei processi e riabilitazione dei dirigenti comunisti ingiustamente condannati) si ebbe ancor meno che altrove. Ciò portò, sul finire del 1967, a quella combinazione di tensioni e contraddizioni sociali, economiche e politiche, sfociata nella formazione di un fronte comune tra intellettuali, comunisti « liberali » e dirigenti del Partito comunista slovacco, che il 5.1.1968 impose a Novotny le dimissioni da segretario generale del .partito (carica cui gli succedette lo slovacco Alexander DubceK), nonostante i suoi tentativi di opporsi cercando alleati fra gli alti gradi dell’esercito e a Mosca. A metà del marzo 1968 fu costretto a lasciare anche la presidenza della repubblica e, nel maggio successivo (nel corso della cosiddetta « primavera di Praga ») di segno antistalinista e antisovietico, Novotny fu escluso anche dal Comitato centrale.

Non tornò alla vita pubblica neppure dopo l’intervento armato sovietico e di altri quattro paesi del Patto di Varsavia che il 21.8.1968 liquidò il tentativo cecoclovacco di sganciarsi dalla dominazione di Mosca. Il discredito che circondava Novotny era così evidente che perfino al XIV Congresso del P.C.C. (che riportò al potere i dirigenti filosovietici, « normalizzando » la situazione interna) vennero denunciati i suoi « gravi errori » nella direzione politica dello Stato e del partito. In realtà, fu quello un tentativo di scaricare su Novotny responsabilità e colpe ben più rilevanti e generali del gruppo dominante.

Trascorse i suoi ultimi anni di vita in un isolamento e in una dimenticanza quasi completi. Ricoverato in ospedale per disturbi renali alla fine del 1974, morì per infarto circa un mese dopo. A Novotny non vennero concessi i funerali di Stato e le sue esequie si svolsero in for[...]

[...]i del gruppo dominante.

Trascorse i suoi ultimi anni di vita in un isolamento e in una dimenticanza quasi completi. Ricoverato in ospedale per disturbi renali alla fine del 1974, morì per infarto circa un mese dopo. A Novotny non vennero concessi i funerali di Stato e le sue esequie si svolsero in forma privata.

Per singolare coincidenza, il 28.1.1975, giorno della morte di Novotny, avvenuta tra l’indifferenza generale, la presidenza Jel P.C.C. decise di riabilitare la memoria di Rudolf Barak, ex ministro degli Interni che, nel 1964, Novotny aveva fatto condannare a 15 anni di carcere da un tribunale militare. Con quella condanna, si disse, il presidente cecoslovacco aveva inteso libe

rarsi di un pericoloso avversario, in quanto Barak dirigeva la commissione per il riesame dei processi politici montati da Novotny nei primi anni '50.

C.Gh.

Nozzoli, Dina

N. a Montespertoli (Firenze) il 18.8.1898, m. a Roma il 23.5.1972; sarta.

Aderì all’organizzazione fiorentina del P.C.d’I. poco dopo la fondazione del partito e, nell’aprile del 1924, fu costretta dalla persecuzione fascista a espatriare in Francia insieme al marito Renato Bitossi, noto dirigente comunista.

Nel giugnoluglio 1927 era con il marito nell’Italia settentrionale, fra gli organi[...]



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 462

Brano: Secchia, Pietro

sizioni antirevisionistiche e rivoluzionarie del Partito comunista cinese.

Al C.C. del 1011.11.1961, successivo al XXII Congresso del P.C.U.S., criticò i metodi della “destalinizzazione” e si pronunciò per la unità internazionalista. Il 30 novembre parlò al Senato in favore del progetto di legge Parri per lo scioglimento del M.S.I.; alla questione dedicò numerosi comizi e discorsi. Dal 2 al 9.12.1961 prese parte a Roma al X Congresso del P.C.I.; nelle sue note di diario espresse preoccupazione per la polemica anticinese che lo caratterizzò. Al successivo C.C. (21 dicembre) fu esonerato dalla responsabilità della Sezione editoriale e invitato a dedicarsi esclusivamente al lavoro parlamentare. La nuova “degradazione” acuì in Secchia il senso dell'impotenza; il dubbio sulla permanenza nel P.C.I. fu ancora da lui risolto positivamente, ma egli era ormai consapevole del « mutamento del carattere del partito » (AS, p. 467).

Agli assillanti dubbi interiori egli rispose soprattutto intensificando la propria attività di vicepresidente dell’A.N.P.I. e gli studi sull’antifascismo e sulla Resistenza, intesi come manifestazione di presenza e partecipazione militante.

Dopo un saggio su “La Resistenza italiana — Nord e Sud” [“Nuovi Argomenti”, maggiogiugno 1962) e sempre attendendo ad altri scritti e contributi storicopoliti[...]

[...] guerra di Liberazione in Italia 194345 (Roma, Editori Riuniti), originariamente edita in dispense; del 1963 è Aldo dice 26X1. Cronistoria del 25 aprile 1945 (Milano, Feltrinelli); del 1964 è il saggio “Movimento operaio e lotta di classe alla FIAT nel periodo della Resistenza” (“Rivista storica del socialismo”, n. 21), che nel contesto del pluralismo nazionale ne sosteneva il carattere di classe. Attivissima fu nel 196365 la partecipazione di Secchia alle varie commemorazioni del ventennale, alle cui celebrazioni di « beatificazione » ufficiale egli però reagì come al « tentativo aperto e sfacciato [...] di deformare, rovesciare la Resistenza », tentativo cui si accompagnava « la pressione revisionista a cedere, a non essere più noi stessi, ad adattarci al conformismo dilagante » (“la Resistenza beatificata”, “Rivista storica del socialismo”, 1964, n. 22).

Alle votazioni politiche deH’aprile 1963 fu eletto deputato e senatore; dopo aver optato per il Senato ne fu eletto per designazione del partito vicepresidente, nonostante il suo parere contrario dettato dal sospetto che lo si volesse « togliere

definitivamente dagli incarichi di lavoro nel partito » (AS, pp. 466469). Riprese in quel periodo la sua elaborazione delle posizioni cinesi, alle quali [...]

[...]nte il suo parere contrario dettato dal sospetto che lo si volesse « togliere

definitivamente dagli incarichi di lavoro nel partito » (AS, pp. 466469). Riprese in quel periodo la sua elaborazione delle posizioni cinesi, alle quali continuava a guardare con forte interesse (nel quale non si mancò di sospettare simpatia e adesione politica) per i contenuti antirevisionisti e per l'apertura sui movimenti rivoluzionari nel Terzo Mondo, ma con preoccupazione per la loro carica scissionistica.

Alla riunione del C.C. del 2427.7.

1963 intervenne perorando l’esigenza della unità internazionale e imputando al P.C.I. di non aver agito efficacemente per mantenerla.

Rilevando che atti frazionistici e reciprocamente ostili erano stati compiuti sia dalla Cina sia dall’U.R.S.S., egli disse che la funzione di avanguardia di quest’ultima non poteva più esercitarsi « nelle stesse forme, negli stessi modi, con gli stessi metodi del passato » e propose che il P.C.I. si facesse promotore di una riunione comunista internazionale (AS, pp. 494504). Togliatti reagì violentemente, definendo quello di Secchia un « disco[...]

[...]per mantenerla.

Rilevando che atti frazionistici e reciprocamente ostili erano stati compiuti sia dalla Cina sia dall’U.R.S.S., egli disse che la funzione di avanguardia di quest’ultima non poteva più esercitarsi « nelle stesse forme, negli stessi modi, con gli stessi metodi del passato » e propose che il P.C.I. si facesse promotore di una riunione comunista internazionale (AS, pp. 494504). Togliatti reagì violentemente, definendo quello di Secchia un « discorso agitatorio sulla unità, privo di qualsiasi argomentazione » e accusando il compagno di coltivare per equivoci fini « gli archivi di casa » (AS, p. 482).

Una successiva seduta (24 ottobre) lo convinse che il partito aveva abbandonato l’unità internazionalista per mettersi « sulla strada del comuniSmo nazionale» (AS, p. 484). Nello stesso periodo egli constatò la sostanziale ambiguità dell'atteggiamento del P.C.I. nei confronti del centrosinistra e il suo « processo di trasformazione da partito a movimento » (AS, pp. 489490).

Ad un articolo di Longo su “l’Unità” per i 60 anni di Secchia, in cui vi era un cenno ai suoi eccessi di fiducia, egli rispose il 25.2.

1964 con un « piccolo sfogo » sulle sue e altrui responsabilità, definendo tra l’altro I suoi « errori », alla luce dei fatti dell'ultimo decennio, « pulviscolo neH’infìnità dello spazio » (AS, pp. 491492). In agosto commentò la morte di Togliatti ponendo costui tra gli « uomini di eccezione » della sua generazione; ma in una commemorazione tenuta a Trieste il 20 settembre si fermò al 1945, escludendo la « politica revisionistica di questi ultimi anni » (AS, p. 510).

La elezione alla Segreteria generale di Longo, «tollerante da tempo verso ogni forma di revisionismo» (AS, p. 548), non illuse Secchia sul futuro del partito e proprio personale; ma il fatto influì psicologicamente su di lui incoraggiando il suo ricupero di sicurezza. La destituzione di Krusciov, avvenuta in ottobre, gli parve criticabile in quanto avvenuta « nella forma grossolana e misteriosa a cui i sovietici ci hanno abituato », ma tale da risollevare « gli animi di tutti coloro che non erano soddisfatti della politica revisionista né di Krusciov, su scala internazionale, né di quella interna del gruppo dirigente del partito comunista italiano » (AS, pp. 510511).

L’articolo di G. Amendola “Ipotesi sulla riunificazi[...]

[...]cui i sovietici ci hanno abituato », ma tale da risollevare « gli animi di tutti coloro che non erano soddisfatti della politica revisionista né di Krusciov, su scala internazionale, né di quella interna del gruppo dirigente del partito comunista italiano » (AS, pp. 510511).

L’articolo di G. Amendola “Ipotesi sulla riunificazione” (“Rinascita", 28.10.1964), che suscitò « scandalo e reazione nel partito » (AS, p. 512), provocò una replica di Secchia (“La questione essenziale è l'unità della classe operaia”, ivi, 12.12.1964) intesa a ribadire

la funzione di appoggio al capitalismo e all’imperialismo « assolta dalla socialdemocrazia, che dal fallimento del 1914 è passata di capitolazione in capitolazione », la irriducibile peculiarità dei comuniSmo e il contributo dato anche dal P.C.I. in direzione del rinnovamento democratico delI*Italia e della « rivoluzione socialista ».

Al C.C. del 18.2.1965, in riferimento alla guerra del Vietnam, sollecitò la mobilitazione di un movimento di massa per la pace e contro l’imperialismo. In una successiva lettera a Longo lamentò le decurtazioni del « sedicente riassunto » del suo discorso apparso su “l’Unità” e parlò di « discriminazione evidente » e di « metodo del sospetto e del processo alle intenzioni » nei confronti degli « elementi considerati “liquidati”, che non contano più » (AS, pp. 695696). Al C.C. del 5 giugno tornò sul tema del “partito unico”, mettendo in chiaro che la « linea di demarcazione » era tra chi voleva un partito di classe e chi optava per « una specie di fronte popolare » o di « partito laburista » (AS, p. 519).

Durante i mesi di settembre e ottobre 1965 partecipò ai lavori della Commissione per le tesi in vista dell’XI Congresso. In una lettera del 18 settembre a Longo rilevò, in polemica con Amendola, il distacco del gruppo dirigente dalla base del partito e, riferendosi anche al progetto di tesi, richiamò il segretario generale alla attualità del perico

lo revisionista nel P.C.I.. In quel periodo egli difese più volte Pietro Ingrao dagli attacchi della destra interna e dagli strumentali richiami al “centralismo democratico”.

AII’XI Congresso (2531.1.1966) Secchia solidarizzò ancora con Ingrao, la cui « posizione coraggiosa » era attaccata « con metodi staliniani » (AS, p. 522). Intervenendo nel dibattito, riaffermò il valore della lotta antimperialistica per la pace, criticò lo scissionismo cinese e sostenne la libertà della discussione nel partito. Rieletto nel C.C., venne tuttavia rallentando l'attività pratica, in relazione sia al giudizio ormai nettamente negativo sulla segreteria Longo sia ai suoi impegni di studio. Nel giugno 1966 fu eletto alla vicepresidenza dell'istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia (v. I.N.S.M. Li.). Dei primi mesi del 1967 è l’ampio scritto “L’archivio Tasca sul PCI: appunti e ricordi” (“Critica marxista” maggiogiugno 1967), prima importante espressione del nuovo interesse critico di Secchia alla storia del partito.

Il 25.7.1967 e il successivo 16 giugno egli pronunciò in Senato due discorsi[...]

[...]pratica, in relazione sia al giudizio ormai nettamente negativo sulla segreteria Longo sia ai suoi impegni di studio. Nel giugno 1966 fu eletto alla vicepresidenza dell'istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia (v. I.N.S.M. Li.). Dei primi mesi del 1967 è l’ampio scritto “L’archivio Tasca sul PCI: appunti e ricordi” (“Critica marxista” maggiogiugno 1967), prima importante espressione del nuovo interesse critico di Secchia alla storia del partito.

Il 25.7.1967 e il successivo 16 giugno egli pronunciò in Senato due discorsi contro la proposta Taviani di riforma delle leggi di Pubblica Sicurezza (discorsi raccolti nell’opuscolo Colpo di Stato e legge di Pub

462



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol VI (T-Z e appendice), p. 607

Brano: Appendice

Gauleiter della N.S.D.A.P. per il Tirolo, con sede a Innsbruck. Si distinse soprattutto nella persecuzione degli ebrei e dal 1938 fu chiamato a far parte del Reichstag. Allorché nel settembre 1943 i nazisti occuparono l’Alto Adige (v.), attuandone l'annessione di fatto al Terzo Reich per costituire, insieme alle province di Trento e Belluno, il cosiddetto Alpenvorland soggetto aH’amministrazione tedesca, Hofer ne venne designato Alto Commissario alle dirette dipendenze di Hitler. Si dovettero a lui la creazione del lager di Bolzano (v. Gries) e un regime di occupazione particolarmente feroce che rese assai difficile l'opera della Resistenza. Nell'aprile 1945, quando ormai le forze tedesche erano in rotta su tutti i fronti, Hofer progettò di trasformare tutto l'Alto Adige in un ridotto alpino per fermare l’avanzata degli Alleati. Arrestato a innsbruck subito dopo la fine della guerra, riuscì a fuggire dal campo di prigionia militare e a vivere per molti anni sotto falso nome, mentre veniva condannato in contumacia a 10 anni di reclusione per atrocità commesse nella Ruhr durante i primi anni di guerra.

Grazie a misure di amnistia, nel

1964 potè [...]

[...]l campo di prigionia militare e a vivere per molti anni sotto falso nome, mentre veniva condannato in contumacia a 10 anni di reclusione per atrocità commesse nella Ruhr durante i primi anni di guerra.

Grazie a misure di amnistia, nel

1964 potè ripresentarsi pubblicamente e stabilirsi nella Repubblica Federale Tedesca, dove visse indisturbato fino aH’ultimo, praticamente senza aver fatto un giorno di carcere.

Husàk, Gustav

N. in Slovacchia il 10.1.1913; presidente della Repubblica cecoslovacca.

Studiò Giurisprudenza aH’Università di Bratislava, dove nel 1933 aderì al Partito comunista cecoslovacco. Quando nel 1939 questo partito fu messo al bando in seguito all'occupazione tedesca, Husàk militò nelle organizzazioni clandestine della Slovacchia.

Nel 1944 faceva parte del V Comitato illegale del Partito comunista slovacco e, nell'agosto, partecipò all’insurrezione popolare come membro del Presidium del Consiglio nazionale slovacco, più tardi anche come membro della Direzione del Partito comunista slovacco.

Nel dopoguerra fu eletto nel Comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco ed ebbe l'incarico di responsabile del settore agricolo del partito. Era inoltre membro del Consiglio nazionale slovacco e deputato all’Assemblea nazionale.

Alla fine del 1951, coinvolto nei processo contro Rudolf Slansky (v.) e accusato di “separatismo slovacco”, venne arrestato, espulso dal partito e condannato a una lunga pena detentiva. Riacquistò la libertà nel 1960.

Ripresa l'attività politica, rimase in ombra fino al 1968 allorché, nel corso della cosiddetta “primavera di Praga”, stroncata dall'arrivo dei carri armati sovietici, si schierò improvvisamente contro Dubcek accettando le dure condizioni imposte delTU.R.S.S.. Da quel momento venne rapidamente promosso a membro del Presidium del nuovo Comitato centrale del P.C.C. (agosto 1968), primo segretario del C.C. del P.C.C. (aprile 1969), segretario generale del C.C. del P.C.C. (maggio 1971), presidente della Repubblica cecoslovacca (1975).

Rieletto presidente della repubblica nelle successive legislature 1980 e 1985, nel 1988 ha manifestato una non piena adesione alla nuova linea sovietica espressa da Gorbaciov.

Igman, Marcia di

Complesso montuoso nel cuore della Bosnia, durante la Guerra di liberazione l’Igman fu teatro di una brillante operazione bellica attuata dalla I Divisione Proletaria dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia: una difficile marcia che, durata dal 14 al 31.1.1942, permise ai partigiani di sottrarsi all’accerchiamento tedesco e italiano. Ritirandosi attraverso le più impervie montagne della regione insieme con il Quartiere generale d[...]

[...]1980 e 1985, nel 1988 ha manifestato una non piena adesione alla nuova linea sovietica espressa da Gorbaciov.

Igman, Marcia di

Complesso montuoso nel cuore della Bosnia, durante la Guerra di liberazione l’Igman fu teatro di una brillante operazione bellica attuata dalla I Divisione Proletaria dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia: una difficile marcia che, durata dal 14 al 31.1.1942, permise ai partigiani di sottrarsi all’accerchiamento tedesco e italiano. Ritirandosi attraverso le più impervie montagne della regione insieme con il Quartiere generale di Tito, le formazioni sfondarono verso sud le linee della Divisione “Pusteria” sulla Jahorina e sull’Ozren, aggirarono la città di Sarajevo e si avventurarono sullo Igman. La marcia si svolse tutta sulla neve e sul ghiaccio, con una temperatura che spesso scéndeva fino a 3040 gradi sotto zero. Affamati, esausti e con un gran numero di feriti, i combattenti superarono una distanza di circa 100 chilometri camminando ininterrottamente per sei giorni e altrettante notti solo per attraversare l’Igman. Sotto l'infuriare di violente bufere di neve, superando passaggi di alta montagna mai prima affrontati da alpinisti in tempo di pace, la marcia fu resa sempre più lenta dal moltiplicarsi dei casi di congelamento: oltre ai feriti, anche i congelati dovevano essere portati a spalla o su barelle improvvisate dai loro com[...]

[...] ridotti allo stremo.

Scesi dalla montagna con 160 inabili per congelamento, i superstiti sostennero ancora sanguinosi combattimenti a Foca, Gorazde, Òajnice e in altre località che vennero liberate. Fu così creata una nuova zona libera, con capoluogo Foca, dove Tito stabilì il suo Quartier generale.

G.Sco.

Indaco, Antonio

N. a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 21.10.1882, ivi m. il 26.6. 1943; avvocato.

Sebbene figlio di un piccolo industriale, fu giovane socialista e, a ventanni, tra gli organizzatori della Camera del lavoro di Santa Maria

Da destra: Husàk e Gorbaciov, durante una visita di quest’ultimo a Praga (10.1.1988)

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 461

Brano: Secchia, Pietro

rappresentava per il partito un immenso patrimonio che non si poteva così alla leggera distruggere » e che « non si trattava di credere in Stalin, ma di credere in tanta gente, e in noi stessi ».

Più tardi, una volta conosciuto il “rapporto segreto”, egli criticò il « metodp » di Krusciov, ma riconobbe che la « sostanza del mutamento » era tale che « indietro non si potrà tornare più» (AS, pp. 294296). Il 16 marzo egli scrisse a Togliatti una lettera nella quale poneva l'accento sulla esigenza di « migliorare i metodi di direzione » e di correggere gli « errori » commessi anc[...]

[...]n immenso patrimonio che non si poteva così alla leggera distruggere » e che « non si trattava di credere in Stalin, ma di credere in tanta gente, e in noi stessi ».

Più tardi, una volta conosciuto il “rapporto segreto”, egli criticò il « metodp » di Krusciov, ma riconobbe che la « sostanza del mutamento » era tale che « indietro non si potrà tornare più» (AS, pp. 294296). Il 16 marzo egli scrisse a Togliatti una lettera nella quale poneva l'accento sulla esigenza di « migliorare i metodi di direzione » e di correggere gli « errori » commessi anche in Italia, indicando nel dibattito più aperto e nella « elaborazione comune » i mezzi più efficaci per affrontare la nuova situazione. Togliatti gli rispose imputando a sua volta a Secchia di non essersi espresso chiaramente in sede di partito, accusandolo di non aver ancora « penetrato e fatta propria » la critica seguita all'affare Seniga, liquidando infine bruscamente Il lavoro da lui svolto come segretario regionale (AS, pp. 675681).

Nelle riunioni di Direzione del 29 marzo e del 19 giugno Secchia criticò in modo esplicito il centralismo non democratico della Segreteria e la gestione personale che Togliatti conduceva dei problemi aperti dal XX Congresso, esautorando di fatto gli organismi collegiali di partito.

Nella riunione del C.C. del 2225 giugno egli intervenne sulla tesi della “via pacifica al socialismo”, chiedendo che si facesse chiarezza sul fatto che « il passaggio dai rapporti di produzione capitalisti ai rapporti di produzione socialisti sarà sempre un mutamento qualitativo, avverrà attraverso un salto, una rottura » (AS, p. 305).

Di fronte alla rivolta ungherese dell’ottobre 1956 Secchia approvò sia

il primo sia il secondo intervento sovietico, senza nascondersi la realtà dei problemi politici delle “democrazie popolari”; più tardi considererà quei fatti tra le « gravissime e perniciose conseguenze » delle « rivelazioni » di Krusciov (AS, p. 492).

Nell’imminenza del l'VI 11 Congresso del P.C.I. egli inoltrò alla Commissione competente una serie di proposte per il nuovo Statuto; di particolare importanza quelle relative a « una più intensa vita democratica del partito » (AS, pp. 685690). Al congresso Secchia intervenne sul tema della “via italiana al socialismo”, affe[...]

[...]a realtà dei problemi politici delle “democrazie popolari”; più tardi considererà quei fatti tra le « gravissime e perniciose conseguenze » delle « rivelazioni » di Krusciov (AS, p. 492).

Nell’imminenza del l'VI 11 Congresso del P.C.I. egli inoltrò alla Commissione competente una serie di proposte per il nuovo Statuto; di particolare importanza quelle relative a « una più intensa vita democratica del partito » (AS, pp. 685690). Al congresso Secchia intervenne sul tema della “via italiana al socialismo”, affermando la necessità della « unità della classe operaia in primo luogo », ma dichiarando « l'operaismo [...] morto da molto tempo », superato nella storia del P.C.I. dalla prospettiva nazionale della « alleanza coi ceti medi e cogli intellettua

li »; egli rivendicò anche la continuità della funzione dell'U.R.S.S. nel movimento operaio e comunista internazionale. La rinuncia a un “atteggiamento di battaglia” (AS, p. 341) non

evitò a Secchia l’esclusione dalla Direzione e la rimozione dalla Segreteria lombarda. Contro l'isolame[...]

[...]”, affermando la necessità della « unità della classe operaia in primo luogo », ma dichiarando « l'operaismo [...] morto da molto tempo », superato nella storia del P.C.I. dalla prospettiva nazionale della « alleanza coi ceti medi e cogli intellettua

li »; egli rivendicò anche la continuità della funzione dell'U.R.S.S. nel movimento operaio e comunista internazionale. La rinuncia a un “atteggiamento di battaglia” (AS, p. 341) non

evitò a Secchia l’esclusione dalla Direzione e la rimozione dalla Segreteria lombarda. Contro l'isolamento in cui era posto egli protestò presso Longo, assicurando tuttavia che si sarebbe buttato « con slancio nella nuova attività » che il partito gli avrebbe affidato (AS, pp. 691692). Longo gli comunicò il 28 dicembre la nomina a responsabile delle attività editoriali del P.C.I.; Secchia ne trasse la conferma che lo si voleva colpire « un poco alla volta, alle spalle », confinandolo ad un lavoro privo di « alcuna prospettiva politica » (AS, p. 343).

Estromesso dalla Direzione del P.C.I. con l'VIII Congresso (dicembre 1956) e relegato a seguire le attività editoriali del partito, l'inconsistenza del nuovo incarico favorì quel lavoro di rimeditazione della storia del P.C.I., del movimento operaio e della Resistenza che egli coltiverà fino alla morte e in cui riuscirà a superare, ma non mai a dimenticare, la sofferenza e lo sdegno per la « continua degradazione » (AS, p. 3[...]

[...], di fronte alla liquidazione del “gruppo antipartito” in U.R.S.S., egli rilevò che si trattava ancora di un « procedimento staliniano », rivelatore di profonde divergenze nel gruppo dirigente sovietico; ma riconobbe la necessità di sviluppare i fermenti di dibattito e di nuova elaborazione del XX Congresso, « i cui risultati sono grandemente positivi » (AS, p. 363); in seguito (1963) egli commentò in modo più preciso che « la liquidazione del vecchio gruppo più direttamente legato a Stalin era necessaria, inevitabile se si voleva accentuare e sviluppare la critica agli errori ed ai crimini di Stalin » (AS, p. 478). Egli non perse tuttavia mai il convincimento che la “destalinizzazione”, nelle diverse forme assunte in U.R.S.S. e nel movimento comunista, comportava una revisione dei principi rivoluzionari, che cioè essa mirasse, al di là dei problemi apertamente in discussione, a ledere l'essenza del leninismo.

Nel settembre 1957 Togliatti fece stampare su “Rinascita” una beffarda novella dal titolo “La gran caccia alle Antille” di Maurizio Ferrara (Little Bald), nella quale, sotto la specie della “lotta sui due fronti”,[...]

[...]rrori ed ai crimini di Stalin » (AS, p. 478). Egli non perse tuttavia mai il convincimento che la “destalinizzazione”, nelle diverse forme assunte in U.R.S.S. e nel movimento comunista, comportava una revisione dei principi rivoluzionari, che cioè essa mirasse, al di là dei problemi apertamente in discussione, a ledere l'essenza del leninismo.

Nel settembre 1957 Togliatti fece stampare su “Rinascita” una beffarda novella dal titolo “La gran caccia alle Antille” di Maurizio Ferrara (Little Bald), nella quale, sotto la specie della “lotta sui due fronti”, Secchia e la sinistra partigiana e classista del partito venivano allusivamente messi alla berlina. Secchia protestò presso la Segreteria contro

lo scritto « calunnioso » e insultante « per tutto il partito », dicendosi stanco di dover « ricevere silenziosamente dei calci in faccia »; Togliatti gli rispose ostentando meraviglia e negando ogni allusione personale e ogni contenuto offensivo (AS, pp. 355356).

Eletto senatore nel collegio di Biella nel 1958, fu chiamato alla vicepresidenza del gruppo comunista di Palazzo Madama. Sempre attivo con comizi e discorsi, intervenne alle riunioni del C.C. di luglio, ottobre (manifestando preoccupazioni per le manovre delle « forze clericali reazionarie ») e dicembre (sulla necessità di mutare i rapporti di forza e contro i metodi del « rinnova

mento » amendoliano) (AS, pp. 431433).

Nel settembreottobre 1959 fu membro della delegazione del partito in Cina per il decimo anniversario della rivoluzione cinese; dal soggiorno ricavò l’impressione che ci fossero con l’U.R.S.S. dissensi limitati alle questioni internazionali. Dal 30 gennaio al 4.2.1960 partecipò al IX Congresso del P.C.I., alla cui preparazione aveva cooperato come membro della Commissione politica e rappresentante de[...]

[...]oluzione cinese; dal soggiorno ricavò l’impressione che ci fossero con l’U.R.S.S. dissensi limitati alle questioni internazionali. Dal 30 gennaio al 4.2.1960 partecipò al IX Congresso del P.C.I., alla cui preparazione aveva cooperato come membro della Commissione politica e rappresentante della Direzione a congressi provinciali; ma non gli fu dato di prendere la parola, e il suo nome fu tra quelli che subirono più cancellature nella elezione del C.C..

Studi storici e battaglia politica

Gli studi storici condotti in quegli anni si concretarono (dopo gli esordi rappresentati dal saggio del 1954 su G.M. Serrati e dalla relazione su “Problemi e storia della Resistenza” tenuta all'istituto Gramsci il 6 luglio dello stesso anno) in due volumi: Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi 1958 (scritto in collaborazione con C. Moscatelli), pregevole cronistoria, politicamente ragionata, della guerra partigiana nell’alto Piemonte; e Capitalismo e classe operaia nel centro lan[...]

[...]osa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi 1958 (scritto in collaborazione con C. Moscatelli), pregevole cronistoria, politicamente ragionata, della guerra partigiana nell’alto Piemonte; e Capitalismo e classe operaia nel centro laniero d'Italia, Roma, Editori Riuniti 1960, frutto di un interesse militante di lunga data per l’economia e la società biellesi e della viva partecipazione di Secchia alla fioritura di ricerche sulla storia del movimento operaio.

Il 27.4.1960 commentò al Senato l’anniversario della Liberazione, ammonendo il presidente del Consiglio Tambroni che « non sarà permesso a nessuno di calpestare la Resistenza, di oltraggiare la Costituzione, di sfidare il paese ». Duranr te la crisi e le lotte di luglio, tramite Secchia, il presidente del Senato Cesare Merzagora avvertì il P.C.I. del maturare di un colpo reazionario, che poi rientrò; in un intervento al C.C. (19 luglio) Secchia rilevò la impreparazione del partito ad affrontare la grave congiuntura e mise l’accento sulla scelta di lotta delle nuove generazioni. Dopo la conferenza comunista internazionale di Mosca intervenne al C.C. (18.12) per ribadire che il P.C.U.S. restava l’avanguardia del movimento comunista mondiale; contemporaneamente, tuttavia, egli considerava con crescente interesse le po

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 460

Brano: Secchia, Pietro

nuncia » e il « cretinismo parlamentare » — chiamò i lavoratori e le masse a una lotta aperta, cui diede una netta caratterizzazione di classe nella prospettiva della « effettiva democrazia » socialista. Il 29 marzo, dopo che la legge fu approvata dal Senato in modo ritenuto irregolare dall'opposizione, Secchia propose a Togliatti — che temeva « la guerra civile » — la proclamazione dello sciopero generale e la non partecipazione ai lavori del l'assemblea finché essa fosse presieduta da Meticcio Ruini (AS, pp. 237238).

Il 1517 aprile partecipò, tenendovi un discorso, al Consiglio nazionale del P.C.I.. Dopo l'intensa partecipazione alla campagna elettorale, e il successo che ne seguì (Secchia fu allora eletto al Senato nel collegio di Livorno), parlando alla Commissione di Organizzazione e al C.C. invitò i compagni a guardarsi da sopravvalutazioni e illusioni e li richiamò alla esigenza di « introdurre l’abitudine di discutere la linea del partito » superando burocratismo e conformismo (AS, p. 239).

In luglio andò in U.R.S.S., dove un delegato del P.C.I. era stato invitato con urgenza. Alla partenza seppe dai giornali della destituzione e della liquidazione di Beria. Delle gravissime responsabilità di questi egli fu subito informato a Mosca; ne fu « sconvolto », perché gli fu chiaro che dietro i crimini di Beria stavana errori e crimini della direzione di Stalin e dell’intero partit[...]

[...]tituzione e della liquidazione di Beria. Delle gravissime responsabilità di questi egli fu subito informato a Mosca; ne fu « sconvolto », perché gli fu chiaro che dietro i crimini di Beria stavana errori e crimini della direzione di Stalin e dell’intero partito sovietico (AS, p. 240). Al ritorno a Roma riferì a Togliatti e a Longo, con i quali fu deciso di mantenere l'informazione al solo livello di Direzione; sugli Insegnamenti del caso Beria Secchia scrisse anche in “Rinascita” (luglio 1953) in termini invero restrittivi, ma con una forte accentuazione della necessità della direzione collettiva, che egli sostenne in altri scritti e discorsi in trasparente polemica col verticismo togli atti ano.

Nel mese di agosto, dopo aver giudicato che le dichiarazioni di Togliatti sul nuovo governo Pella dimostrassero « eccessiva soddisfazione » (AS, p. 240), fece al Senato un discorso di dura opposizione, esprimendosi ancora dal punto di vista operaio e ribadendo la necessità di nuove lotte proletarie e popolari per procedere oltre i risultati elettorali del 78 giugno.

L'11.4.1954 fu relatore del C.C. sullo stato e

lo sviluppo del partito; in quella sede Togliatti formulò la proposta di « un accordo tra comunisti e cattolici per salvare la civiltà umana », che suscitò anche da parte di Secchia varie obiezioni (per il contenuto strategico, che gli parve diluire la lotta di classe in un compromesso globale di vertice, e per la mancanza di una discussione preventiva negli organi dirigenti del partito). Nella sua attività, egli diede all’intervento di Togliatti il senso di una intensificazione

Pietro Secchia alla Conferenza nazionale di organizzazione del P.C.I., svoltasi a Firenze nel gennaio 1947

dei rapporti con i lavoratori cattolici sul tema della pace. Nel giugno 1954, in un discorso a Livorno, definì la vittoria contro la “leggetruffa” « un serio colpo » ma non la rottura del monopolio politico della D.C. e dello « strapotere del grande capitale » (AS, p. 261). In quello stesso mese Togliatti — che aveva optato decisamente per la linea del gruppo meridionalista — propose alla Direzione che relatore al C.C. sulla preparazione della IV Conferenza di organizzazione fosse Giorgio Amendol[...]

[...]i a Firenze nel gennaio 1947

dei rapporti con i lavoratori cattolici sul tema della pace. Nel giugno 1954, in un discorso a Livorno, definì la vittoria contro la “leggetruffa” « un serio colpo » ma non la rottura del monopolio politico della D.C. e dello « strapotere del grande capitale » (AS, p. 261). In quello stesso mese Togliatti — che aveva optato decisamente per la linea del gruppo meridionalista — propose alla Direzione che relatore al C.C. sulla preparazione della IV Conferenza di organizzazione fosse Giorgio Amendola, confermando così le voci già correnti su una destituzione di Secchia e su un suo invio a Milano quale segretario regionale.

Il “caso Seniga" e l'emarginazione di Secchia

Il 25.7.1954 il suo collaboratore e uomo di fiducia G. Seniga, viceresponsabile della Commissione nazionale di vigilanza, fuggì da Roma con una forte somma di denaro del partito.

Il suo gesto fu bollato da Secchia con accuse morali roventi (AS, pp. 245, 412, 416 e passim), ma indubbiamente « mise in rilievo [...] un dissenso » esistente nel partito (AS, p. 418).

Secchia rintracciò Seniga solo il successivo 18 agosto, senza peraltro convincerlo a ritornare sui suoi passi. Il caso diede argomenti e pretesti a una manovra politica degli avversari interni, tesa a stroncare l’immagine politica di Secchia e le sue posizioni di potere. Escluso dalla Segreteria e dalla responsabilità dell’organizzazione (nella quale fu subito insediato Amendola), emarginato dall’attività e dalla vita del gruppo dirigente — anche se formalmente mantenuto in Direzione — egli giunse in quel periodo a pensare al suicidio. Il 13 ottobre fu posto in stato d’accusa in una riunione della Direzione e interrogato da una Commissione (Velio Spano, A. Colombi, Celeste Negarville)', infine Togliatti propose che gli fossero dati « alcuni mesi di “riposo” » (AS, p. 247).

Sui vari aspetti del “caso Seniga”, ma in realtà su tutta l'attività di partito di Secchia, fu incaricata di indagare una commissione presieduta da Scoccimarro. Il 16 novembre Secchia scrisse a Togliatti riconoscendo di essere stato in passato reticente su alcuni punti di dissenso, peraltro non di linea politica ma attinenti ai metodi di direzione personale del segretario generale. Il 17 novembre la Segreteria approvò un documento che definiva la responsabilità di Secchia « grave » in ordine ai rapporti di fiducia e di familiarità col Seniga e alla creazione di un clima di gruppo tale da suggerire errate conclusioni politiche sul partito e sui suoi dirigenti.

Il cerchio disciplinare si strinse sempre di più intorno a Secchia. Gli fu chiesta una dichiarazione autocritica, che egli scrisse in data 1.12.1954: rifiutatagli questa dalla Segreteria, ne scrisse un’altra il 4.1.1955 — respinta in una riunione della Direzione svoltasi tre giorni dopo — e una terza, che fu accettata, di « autocritica completa e senza riserve », I'8 gennaio.

Al di là di questi umilianti atti formali, tuttavia, egli mantenne, ed anzi esplicito il 7. 1.1955 in Direzione, la propria posizione sul « problema della conquista del potere da parte dei lavoratori », imputando alla leadership togliattiana il continuo adattamento al deterioramento della « situazione interna italiana »: « [...] dove riusciremo noi a trovare

il punto d'arresto? come riusciremo a trovarlo? » (AS, p. 117). Ma la obbligata serie di « confessioni » e tutta quanta la istruttoria nei suoi confronti lasciarono in[...]

[...] profonde conseguenze psicologiche, evidenti nella decisione stessa di cominciare a scrivere « appunti » e « riflessioni » dominati dall'esperienza lacerante del 1954 e dalla coscienza che ora cominciava un « periodo nuovo » in cui gli sarebbe stato « progressivamente impedito di lottare, di agire, di portare un contributo sia pure modesto da una posizione dirigente » (AS, p. 258).

Alla conferenza del P.C.I. del 914.1.

1955 fu deciso che Secchia fosse trasferito a Milano come segretario regionale. Egli continuò nondimeno a partecipare alle riunioni della Direzione; in quella sede propose una ripresa d’iniziativa e di lotta che contrastasse il riflusso sindacale e mise in guardia dalle illusioni che l’« apertura a sinistra » proposta dal P.S.I. poteva creare a scapito del movimento delle masse.

L'insistenza sui problemi sindacali e politici di classe è testimoniata da numerosi scritti e discorsi di quel periodo: in particolare, al C.C. del 2324.7.1955 egli si pronunciò per una lotta che segnasse « un punto d’arresto » all'offens[...]

[...]nale. Egli continuò nondimeno a partecipare alle riunioni della Direzione; in quella sede propose una ripresa d’iniziativa e di lotta che contrastasse il riflusso sindacale e mise in guardia dalle illusioni che l’« apertura a sinistra » proposta dal P.S.I. poteva creare a scapito del movimento delle masse.

L'insistenza sui problemi sindacali e politici di classe è testimoniata da numerosi scritti e discorsi di quel periodo: in particolare, al C.C. del 2324.7.1955 egli si pronunciò per una lotta che segnasse « un punto d’arresto » all'offensiva dei grandi monopoli e ristabilisse rapporti di forza più favorevoli (AS, pp. 288289).

Preparato alle critiche politiche a Stalin e convinto assertore del principio della direzione collettiva, nel

1956 Secchia reagì immediatamente al XX Congresso del P.C.U.S. sostenendo la necessità di tenere conto « che qualunque potessero essere le sue colpe il nome di Stalin

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 455

Brano: Secchia, Pietro

Ciò non significò né l'abbandono dei postulati rivoluzionari dei giovani né la rinuncia alle posizioni tenute dopo Livorno, ma anzi la creazione di una nuova sinistra “livornista”, la quale, accettando la “bolscevizzazione” e in particolare ia organizzazione per cellule, mantenne però riserve sostanziali — teoriche e politiche — nei confronti della direzione gramsciana, anche per la sua « eccessiva fiducia nella “legalità costituzionale” », che la condusse a non valutare adeguatamente il processo di trasformazione del governo fascista in regime reazionariototalitario (P. Secchia, L’azione svolta dal Partito Comunista in Italia durante il fascismo. 19261932. Ricordi, documenti inediti, testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1970. Istituto Giangiacomo Feltrinelli, “Annali”, a. XI,

1969, pag. 7 e passim).

La vita del partito sì svolgeva in effetti già in semiclandestinità, e la repressione e la censura erano via via più soffocanti. Nel novembre 1925 lo stesso Secchia — durante un viaggio di preparazione del III Congresso del partito (Lione, gennaio 1926) — fu arrestato a Trieste e condannato a dieci mesi di reclusione. Rilasciato nell’agosto 1926, riprese l'attività nell'apparato della F.G.C.I. e subì un'altra settimana di carcere.

La polemica antigramsciana e la *svolta*

L’emanazione delle leggi eccezionali fasciste costituì per Secchia e per i comunisti rimasti in Italia so

lo una momentanea cesura; tra la fine del 1926 e i primi del 1927 “Botte” era già in azione. Fece parte del primo Centro interno della F.G.C.I., rappresentò i giovani nella Sezione militare del partito; diede impulso a ogni genere di stampa clandestina; collaborò aWAvanguardia, organo della F.G.C.I. e poi a TUnità”; intanto redigeva e diffondeva il giornaletto II Galletto rosso (v.), teneva conferenze di officina, compiva un viaggio settimanale nell'Italia centrosettentrionale, e si spinse talvolta nel Mezzogiorno, tenendo i contatti con gruppi di [...]

[...]edigeva e diffondeva il giornaletto II Galletto rosso (v.), teneva conferenze di officina, compiva un viaggio settimanale nell'Italia centrosettentrionale, e si spinse talvolta nel Mezzogiorno, tenendo i contatti con gruppi di compagni ed educandoli alla nuova situazione di totale clandestinità e lotta illegale. Nel partito, tuttavia, così all’estero come in Italia,

i giovani incontrarono critiche e opposizioni per quello che era considerato eccessivo e spericolato attivismo e per la loro contestazione della parola d'ordine della « Assemblea repubblicana (v) sulla base dei comitati operai e contadini ». A tale obiettivo, sancito nelle tesi gramsciane di Lione, essi opponevano quello del « Governo operaio e contadino », cioè della dittatura del proletariato.

Il documento più importante della posizione della F.G.C.I. fu la lettera che il segretario Longo indirizzò il 20.10.1927 all'Ufficio Politico del partito; lettera alla quale Togliatti e Tasca replicarono con accuse di « estremismo di sinistra » e di « bordighismo » (Istituto Gi[...]

[...]della « Assemblea repubblicana (v) sulla base dei comitati operai e contadini ». A tale obiettivo, sancito nelle tesi gramsciane di Lione, essi opponevano quello del « Governo operaio e contadino », cioè della dittatura del proletariato.

Il documento più importante della posizione della F.G.C.I. fu la lettera che il segretario Longo indirizzò il 20.10.1927 all'Ufficio Politico del partito; lettera alla quale Togliatti e Tasca replicarono con accuse di « estremismo di sinistra » e di « bordighismo » (Istituto Giangiacomo Feltrinelli, “Annali”, a. Vili, 1966, pp. 368 sgg.). È certo che Secchia, che fu chiamato in novembre a discutere dei punti di dissenso presso il Centro estero, solidarizzò totalmente con Longo. Altro motivo della polemica dei giovani nei confronti del partito era la limitazione dell’attività illegale sul piano della nonviolenza; questo divenne anzi per Secchia un leitmotiv, al quale egli non ha mai rinunciato neppure in sede storiografica.

Alla conferenza di Basilea (v.) del gennaio 1928, convocata dal centro estero per condannare le posizioni dei giovani, Secchia (che era espatriato clandestinamente con una trentina di delegati) difese la linea delle agitazioni “non pacifiche” e della preparazione del proletariato alla lotta armata. Mentre Longo era costretto al silenzio, Togliatti sostenne la necessità di lottare su “due prospettive” (democratica e rivoluzionaria) e la conferenza si concluse proprio con il rifiuto della lotta armata e con la riaffermazione della strategia della “Assemblea repubblicana”. L’assise del partito fu seguita dalla II Conferenza della F.G.C.I., nella quale Longo (rapporto politico) e Secchia (rapporto organizzativo) evita[...]

[...]iche” e della preparazione del proletariato alla lotta armata. Mentre Longo era costretto al silenzio, Togliatti sostenne la necessità di lottare su “due prospettive” (democratica e rivoluzionaria) e la conferenza si concluse proprio con il rifiuto della lotta armata e con la riaffermazione della strategia della “Assemblea repubblicana”. L’assise del partito fu seguita dalla II Conferenza della F.G.C.I., nella quale Longo (rapporto politico) e Secchia (rapporto organizzativo) evitarono di radicalizzare i contrasti.

Dopo Basilea, Secchia — nominato segretario della F.G.C.I. e suo rappresentante nel Comitato centrale e nella Segreteria del partito — per decisione di quest’ultimo non rientrò in Italia e proseguì la sua attività neH'emigrazione. Alla riunione del C.C. del giugno 1928 Secchia criticò i ritardi organizzativi e politici con cui il partito aveva affrontato le leggi eccezionali. Il tono moderato e autocritico del suo intervento favorì il tentativo di divider

lo da Longo; lo stesso C.C. inserì “Botte” nel nuovo Ufficio esecutivo, preposto ai collegamenti con l'emigrazione operaia in vista di una ritessitura di rapporti con i compagni in Italia. Delegato a rappresentare la F.G.C.I. al VI Congresso dell’I.C. (Mosca, lugliosettembre 1928), Secchia partecipò ai lavori della Commissione polacca e della Commissione italiana, e fu nominato membro del Comitato esecutivo dell’Internazionale giovanile comunista.

Egli pensò sempre che le prospettive tracciate dal VI Congresso « si dimostrarono fondamentalmente giuste » e « furono confermate dai fatti » (Secchia, L'azione ecc., cit., p. 160).

Vero è che proprio le scelte del 1928 venivano a dare a Longo e a Secchia un potente sostegno, in quanto il previsto “crollo della stabilizzazione capitalistica” postulava da un lato una lotta sistematica contro il “pericolo di destra” e i “conciliatori”, e dall’altro una intensificazione e radicaiizzazione dell’attività rivoluzionaria dei singoli partiti. Indotto appunto dai mutamenti politici in U.R.S.S. e nell'I.C., alla fine del 1928 Togliatti “mollò” Tasca e nei mesi successivi “raggiunse” con cautela e non senza conservare riserve mentali i giovani. La saldatura di un nuovo gruppo dirigente TogliattiLongoGr/ecoSecchia significò il graduale abbandono delle parole d'ordine di Lione.

Nel maggio 1929 Secchia compì una missione di ispezione a Torino e Milano, dove incontrò, oltre ai quadri di partito, gruppi di operai di varie fabbriche. In luglio si recò a Mosca come rappresentante della F.G.C.I. (con Togliatti, Grieco e Di Vittorio delegati del partito) al X Plenum del C.E. dell'l.C., dal quale

i risultati del VI Congresso uscirono ulteriormente radicalizzati, fino ad assumere valore di “svolta” strategica, con attacchi anche al P.C. d’I. e in particolare a Togliatti, accusato di concordanza con Tasca e di opportunismo. Secchia partecipò subito dopo alla riunione del C.E. dell’Internazionale giovanile. Sollecitato a criticare il P.C. d’I. e Togliatti in seduta plenaria, rifiutò.

Il 2829 agosto l’Ufficio politico del P.C. d’I. e in settembre il C.C. tradussero in termini italiani la “svolta” già anticipata dalle polemiche interne dei giovani; Tasca fu espulso all’unanimità dal partito e Longo fu richiamato in Segreteria, dalla quale era stato escluso dopo Basilea. Durante la riunione dell'U.P. Secchia si affiancò a Longo nel richiedere a Togliatti un’autocritica completa, ma si preoccupò di prendere le distanze da Alfonso Leonetti e Pietro Tresso, che inasprivano il loro atteggiamento avverso a Togliatti proprio mentre questi pareva acquisito alla nuova linea. In novembre tornò a Mosca, dove si tenne un Plenum giovanile; egli respinse la tendenza a inchiodare gli italiani sul tema del “taschismo”, illustrò il lavoro fatto in Italia dalla F.G.C.I. e la sua lotta contro l’opportunismo.

Nel gennaio 1930 Secchia convocò il C.C. dei giovani, davanti al quale Togliatti riconobbe come « principale pericolo » l'opportunismo di destra, escluse « la prospettiva di una cosiddetta fase transitoria » e spinse i giovani quadri a realizzare la « svolta » (Secchia, L’azione, ecc., cit., pp. 275283). In quello stesso periodo Secchia partecipò alla redazione del volume La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo, edito dalla

F.G.C.I. nel 1930.

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol V (R-S), p. 463

Brano: Secchia, Pietro

blica Sicurezza, Milano, Feltrinelli, 1967), dominati dalla eco del recente colpo di Stato imperialista in Grecia e dalla consapevolezza del pericolo di guerra, e intesi a richiamare al rispetto della Costituzione democratica e al dovere della disobbedienza civile in caso di tentativo reazionario in Italia. Problemi e preoccupazioni che ricorsero anche nell'intervento al C.C. del 1012.7.1967, nel quale forte ed esplicito era l’invito alla mobilitazione preventiva del partito e delle masse contro la minaccia reazionaria.

Dei primi del 1968 è lo scritto su “/ patti segreti della Nato” (“Critica marxista”, marzoaprile 1968), in cui egli documentava « gli aspetti anticostituzionali della adesione dell’Italia al Patto atlantico », con particolare riguardo agli accordi e protocolli sottratti alla conoscenza della pubblica opinione e alla discussione parlamentare. Le elezioni del maggio 1968 riportarono Secchia al Senato, ancora per il collegio di Biella.

L’intervento sovietico in Cecoslovacchia colpì Secchia; egli si allineò al giudizio del partito circa il « grave errore » e la disapprovazione della iniziativa sovietica, ma si appellò alla scelta di campo dei comunisti come ad un principio indiscutibile, e al dovere prioritario della lotta « per l’uscita dalla Nato e dal Patto Atlantico, per la partecipazione a nessuno dei due blocchi » (AS, pp. 552555). Il 12.10 a Milano, in una manifestazione indetta dall’A.N.P.I., commemorò Che Guevara esaltando l’unità nella lotta antimperialista e la continuità della Resistenza italiana e internazionale.

Secchia saiutò il movimento studentesco e giovanile affermatosi nel 1968 come « un movimento di classe e di generazioni così impetuoso quale non si aveva da cinquantanni » e ne auspicò l'unità con le masse lavoratrici in direzione del socialismo (AS, pp. 534535): egli dichiarò di non accettare le generalizzazioni negative di chi guardava soprattutto alfe « esagerazioni più estremiste e anarcoidi », alle « esuberanze » e agli « eccessi » inseparabili da ogni fase acuta della lotta di classe (AS,'pp. 706709). Nel suo intervento al XII Congresso del P.C.I. (Bologna, febbraio 1969) parlò di esplosione delle contraddizioni capitalistiche e di prodromi di una « crisi rivoluzionaria », di esigenza dell’unità internazionalistaproletaria e di radicaiizzazione della campagna contro l’imperialismo americano e la N.A.T.O..

Il 27.5.1969, in una riunione del C.C. convocata nella imminenza della conferenza di Mosca dei partiti comunisti, ribadì il principio della « unità nella azione e nella lotta » di « movimenti e partiti che sono diversi e

Secchia nel suo studio qualche anno prima della morte

operano in situazioni diverse » (AS, pp. 710711). Dopo la conferenza, in una lettera a Longo disapprovò la astensione della delegazione italiana nella votazione dei capitoli principali del documento conclusivo e il conseguente isolamento del P.C.I. nel quadro del comuniSmo internazionale. La priorità assegnata da Secchia alla esigenza della unità internazionalistica e la netta opposizione a movimenti frazionistici interni privi di autentiche radici di classe determinarono in quel periodo l'adesione di Secchia alla radiazione del gruppo de “// Manifesto Nel marzo 1970 pubblicò, in un fascicolo speciale per il 70° compleanno di Longo, un articolo nel quale ricordava tra l'altro le speranze della Resistenza, le delusioni romane e le amarezze delle sconfitte riportate (“/.offa politica nell'interno del partito”, nel n.u. “Il compagno Luigi Longo”).

Gravavano tuttavia sempre su Secchia la emarginazione dal dibattito politico e il sospetto sulle sue posizioni; un suo breve scritto su “Lenin e la scienza militare” (“Il Calendario del Popolo”, aprile 1970), contenente un cenno critico alla « via pacifica », suscitò preoccupazione e disapprovazione.

Più esplicito diveniva intanto l’impegno a combattere la battaglia politica sul terreno storico. Del 1968 è

il primo volume della Enciclopedia dell1 antifascismo e della Resistenza (lettere AC) cui seguirono nel 1971 una Appendice al Volume I e il secondo volume (lettere DG), e nel 1976, postumo, il terzo (lettere HM), impostato e in buona parte ancora redatto da Secchia.

Del 1969 è l’antologia La guerriglia in Italia. Documenti sulla resistenza militare italiana (Feltrinelli), intesa a far conoscere i fatti del 194345 nei loro aspetti di campagna « condotta con la lotta armata e con le regole della guerriglia e dell'arte militare ». Del 10.7.1971 è una relazione per il 50° del partito e della Federazione Giovanile come componente essenziale e « sola corrente veramente nazionale » del processo di formazione del P.C.I.. Ma l'opera storicamente più impegnativa di quegli anni fu il volume, già citato, L’azione svolta dal partito comunista in Italia durante[...]

[...]71 è una relazione per il 50° del partito e della Federazione Giovanile come componente essenziale e « sola corrente veramente nazionale » del processo di formazione del P.C.I.. Ma l'opera storicamente più impegnativa di quegli anni fu il volume, già citato, L’azione svolta dal partito comunista in Italia durante il fascismo. 19261932, edi

to nel marzo 1970, nel quale erano vivacemente presenti vari problemi storici e politici. Non soltanto Secchia rivendicava con quel volume le ragioni degli “svoltisti” e dei quadri del P.C.I. più legati alla realtà spontanea della lotta di classe nel paese (« [...] ho fatto parlare i fatti e gli uomini », AS, p. 604); ma in una postilla alla introduzione reagiva alle imputazioni di stalinismo e riconduceva il “rinnovamento” attuato dal P.C.I. alla ondata di revisionismo seguita al XX Congresso del P.C.U.S..

Un duro colpo fu per Secchia la morte, avvenuta il 17.7.1970, della moglie Alba Ferrari, una partigiana comunista a lui legata dal 1944, coraggiosa compagna delle sue lotte e del suo isolamento politico. Se, più marcatamente da allora, andò rallentandosi la sua attività esterna, non così fu del suo impegno intellettuale e morale, attestato dalle numerose lettere di tenace puntualizzazione del proprio pensiero, dalle riflessioni consegnate ai Quaderni, dalla continuità del lavoro storiografico, dallo sdegno sempre pronto per quella che egli definiva la « desistenza » del P.C.I. (si veda, in AS, p. 590, il commento all’[...]

[...] la sua attività esterna, non così fu del suo impegno intellettuale e morale, attestato dalle numerose lettere di tenace puntualizzazione del proprio pensiero, dalle riflessioni consegnate ai Quaderni, dalla continuità del lavoro storiografico, dallo sdegno sempre pronto per quella che egli definiva la « desistenza » del P.C.I. (si veda, in AS, p. 590, il commento all’insediamento del comando N.A.T.O. a Napoli). Né mancarono i suoi interventi al C.C., discorsi e viaggi all’estero (alcuni dei quali, a partire dal 1967, egli compì per incarico del partito).

La profonda convinzione del nesso tra « desistenza » e pericolo reazionario portò Secchia a ripercorrere le fasi dell'ascesa e della vittoria del fascismo (Le armi del fascismo, 19211971, Milano, Feltrinelli, 1971) e a dedicare « ai giovani delle officine e delle scuole » non solo una ricostruzione storica dei primi anni '20, ma anche una delineazione dei nuovi caratteri della minaccia di destra, basata sulI '« atteggiamento di determinati organismi preposti alla “difesa” e alla sicurezza dello Stato » nel quadro della alleanza NA.T.O. e della strategia dell’imperialismo americano.

L’1.1.1972 Secchia partì per il Cile, dove partecipò alle celebrazioni del 50° anniversario del Partito comunista, pronunciò discorsi, incontrò leader cileni e di altri paesi, preparò appunti per una relazione. L’11 gennaio fu di ritorno; due giorni dopo fu colto da un grave malessere, che la maggior parte dei medici e degli specialisti chiamati a curarlo prima e dopo il ricovero in clinica (16 gennaio) diagnosticò variamente come intossicazione, da alcuni di essi attribuita ad avvelenamento. Da parte sua Secchia fu convinto di essere vittima di una iniziativa della C.I.A., mentre i dirigenti del P.C.I. non [...]

[...]razioni del 50° anniversario del Partito comunista, pronunciò discorsi, incontrò leader cileni e di altri paesi, preparò appunti per una relazione. L’11 gennaio fu di ritorno; due giorni dopo fu colto da un grave malessere, che la maggior parte dei medici e degli specialisti chiamati a curarlo prima e dopo il ricovero in clinica (16 gennaio) diagnosticò variamente come intossicazione, da alcuni di essi attribuita ad avvelenamento. Da parte sua Secchia fu convinto di essere vittima di una iniziativa della C.I.A., mentre i dirigenti del P.C.I. non diedero corso alle voci che circolavano in proposito e tan

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da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol VI (T-Z e appendice), p. 470

Brano: Zukov, Gheorghi K.

ci del potere Krusciov si trovò inaspettatamente in minoranza in seno al presidium, Zukov gli mise a disposizione gli aerei per far giungere a Mosca, in poche ore, i membri del Comitato centrale.

La singolare vicenda sarà rivelata dallo stesso Krusciov ai delegati del XXII Congresso del P.C.U.S. (ottobre 1961): «Rendendosi conto di essere riusciti a ottenere nel presidium del C.C. la maggioranza aritmetica [...] I frazionisti accordatisi nei loro conciliaboli clandestini reclamarono la convocazione di una riunione straordinaria del presidium. Essi contavano di realizzare i loro piani antipartito e di impadronirsi della direzione del partito e del paese. Il gruppo antipartito voleva porre i membri del C.C. e tutto il partito di fronte a un fatto compiuto. Ma i frazionisti sbagliarono i conti. I membri del C.C. che allora si trovavano a Mosca [leggi Zukov e compagni], venuti a conoscenza delle azioni frazionistiche del gruppo antipartito in seno al presidium chiesero la convocazione immediata del plenum del Comitato centrale che, tenutosi nel giugno del 1957, smascherò decisamente e debellò ideologicamente il gruppo antipartito ».

In seguito a questi fatti, Zukov venne cooptato nel presidium, ma non vi rimase a lungo: quattro mesi dopo fu destituito dall’incarico di ministro della Difesa e nel dicembre del 1957 venne escluso anche dal presidium. L’intera vicenda è tuttora ammantata dal mistero.
[...]

[...] fu destituito dall’incarico di ministro della Difesa e nel dicembre del 1957 venne escluso anche dal presidium. L’intera vicenda è tuttora ammantata dal mistero.

Nel già citato rapporto al XXII Congresso, Krusciov così presenterà questa nuova fase: « Un po’ più tardi, nell’ottobre 1957, il plenum del PCUS rintuzzò energicamente i tentativi dell’ex ministro della Difesa Zukov di mettersi sulla via del l'avventura e di orientarsi verso il distacco delle forze armate dal partito, verso la contrapposizione dell'Esercito sovietico alla direzione del partito ». (Cfr. N. Krusciov, Rapporti al XXII Congresso del PCUS, Editori Riuniti, Roma, 1961, pp. 130132).

Definitivamente estromesso dai vertici del potere, Zukov trascorse in ombra gli ultimi 17 anni della sua esistenza, pubblicando nel 1970 un libro di memorie militari.

Zuppiroli, Gaetano

N. a Castel San Pietro (Bologna) il 14.10.1889; tranviere.

Membro di un'organizzazione clandestina attiva a Bologna, in particolare tra i lavoratori dell’azienda tranviaria, alla fine del 19[...]

[...]ato internato per 1 anno in Sardegna e confinato nel 19271928 a Lipari, Zustovich riprese la sua attività, divenendo sempre più popolare nell’Albonese. Nel 1930 la sezione comunista clandestina di Albona giunse ad avere 89 militanti, organizzati in 14 cellule, coordinate da Zustovich secondo ri

gidissime regole cospirative. Egli riuscì inoltre a organizzare l’espatrio di centinaia di perseguitati politici, nonché dei volontari che nel 193637 accorsero a combattere per la Spagna repubblicana. Grazie alla saldezza dell’organizzazione, la Sezione comunista di Albona fu l’unica che negli anni del regime fascista continuò a svolgere ininterrotta attività; né la rete di spionaggio fascista riuscì mai a scoprire gli organizzatori e gli autori di vari sabotaggi in miniera, del lancio di manifestini ecc..

Alla vigilia del Primo Maggio del 1937 (visita del “duce” ad Albona), un cronista del regime scriveva che « le autorità politiche e i dirigenti dei minatori sono seriamente preoccupati del loro comportamento », avendo accolto Mussolini con manifesta ostilità.

Organizzati in 27 cellule nel 1941, i comunisti dell’Albonese, sempre sotto la guida di Zustovich, furono i primi a inserirsi compattamente nel Movimento popolare di liberazione e poi nelle fila partigiane, fornendo il maggior numero di quadri dirigenti politici e militari alla Resistenza nella regione.

In quello stesso periodo Zustovich ebbe però seri contrasti con i dirigenti dei Partito comunista croato, in quanto si opponeva al distacco delle organizzazioni comuniste istriane dal P.C.I. e alla loro confluenza in quello jugoslavo. Nel dicembre 19[...]

[...]à.

Organizzati in 27 cellule nel 1941, i comunisti dell’Albonese, sempre sotto la guida di Zustovich, furono i primi a inserirsi compattamente nel Movimento popolare di liberazione e poi nelle fila partigiane, fornendo il maggior numero di quadri dirigenti politici e militari alla Resistenza nella regione.

In quello stesso periodo Zustovich ebbe però seri contrasti con i dirigenti dei Partito comunista croato, in quanto si opponeva al distacco delle organizzazioni comuniste istriane dal P.C.I. e alla loro confluenza in quello jugoslavo. Nel dicembre 1943 finì per accettare la linea dei comunisti jugoslavi e nell’agosto 1944 divenne membro del Comitato distrettuale di liberazione. Verso la fine dell’autunno dello stesso anno fu inviato nel Gorski Kotar, regione montana della Croazia, dove scomparve in circostanze finora mai chiarite. Si ignorano la data e il luogo esatti della sua morte. Presentato sotto cattiva luce dalla storiografia croata nel dopoguerra, è stato “riabilitato” negli anni Ottanta e giustamente definito un « importantissimo promotore e creatore degli avvenimenti della nuova storia istriana ».

Bibliografia: AA.VV., Radnicki pokret i NOB[...]



da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza. Vol IV (N-Q), p. 185

Brano: Nuova Opposizione Italiana

Paolo Ravazzoli con la sua famiglia (Parigi, 1930)

la socialdemocrazia e indicava quest'ultima come un nemico da battere, sullo stesso piano del fascismo, per compiere la rivoluzione. Sulla base di questi giudizi (che la storia degli anni successivi avrebbe dimostrato del tutto sbagliati), la maggioranza del gruppo dirigente del P.C.d’I. negava ogni possibilità di passaggi « intermedi » dalla dittatura fascista in Italia alla dittatura del proletariato, quindi sosteneva la necessità di puntare sulla conquista del potere facendo insorgere i lavoratori, sia contro II fascismo che contro la democrazia borghese e i socialdemocratici traditori d'ella lotta di classe. Come è noto, la « svolta » portò all’arresto di migliaia di lavoratori e alla lunga carcerazione dei migliori quadri comunisti. Da parte loro, i « tre » ritenevano più cons[...]

[...]enitrice della « vittoria definitiva del socialismo in un solo paese » (cioè l’U.R.S.S.) a qualsiasi costo, subordinando a questa la politica deM’Internazionale comunista, e la linea di Trotzkij, ormai estromesso dal potere ed esiliato dal 1928. Dal suo esilio di

Prinkipo (Turchia) Trotzkij sosteneva il carattere « permanente » e internazionalista della rivoluzione, quindi l’impossibilità di costruire « il socialismo in un solo paese ». Egli accusava Stalin di tradire la causa rivoluzionaria del proletariato e di mirare solo alla creazione di una dittatura personale, fondata sul burocratismo e sulla repressione violenta delle opposizioni, sia aH'interno deH'Unione Sovietica che nei partiti comunisti della Terza Internazionale.

In una sessione del Comitato centrale del P.C.I. svoltasi a Colonia nel marzo 1930 i « tre » vennero isolati e battuti, quindi espulsi dagli organi dirigenti (Ravazzoli dall’Ufficio politico e dal C.C., Tresso dal C.C., Leonetti dall’Ufficio politico e retrocesso al ruolo di supplente nel C.C.). Ugual sorte [...]

[...]uzionaria del proletariato e di mirare solo alla creazione di una dittatura personale, fondata sul burocratismo e sulla repressione violenta delle opposizioni, sia aH'interno deH'Unione Sovietica che nei partiti comunisti della Terza Internazionale.

In una sessione del Comitato centrale del P.C.I. svoltasi a Colonia nel marzo 1930 i « tre » vennero isolati e battuti, quindi espulsi dagli organi dirigenti (Ravazzoli dall’Ufficio politico e dal C.C., Tresso dal C.C., Leonetti dall’Ufficio politico e retrocesso al ruolo di supplente nel C.C.). Ugual sorte toccò a Silone.

Dopo questa sconfitta gli oppositori non si arresero. Richiamandosi al pensiero di Antonio Gramsci e alle Tesi di Lione (v.) del 1926, che per loro conservavano validità anche se andavano aggiornate alla mutata situazione, decisero di continuare la lotta contro quella che consideravano una degenerazione staliniana della Terza Internazionale e contro l’opportunismo del gruppo dirigente comunista italiano che ne subiva passivamente l’influenza. Espulsi dal P.C.I. il 9.6.1930 i « tre », senza disporre di altri mezzi che le proprie idee, passarono alla lotta aperta e pubblica attacc[...]

[...], che per loro conservavano validità anche se andavano aggiornate alla mutata situazione, decisero di continuare la lotta contro quella che consideravano una degenerazione staliniana della Terza Internazionale e contro l’opportunismo del gruppo dirigente comunista italiano che ne subiva passivamente l’influenza. Espulsi dal P.C.I. il 9.6.1930 i « tre », senza disporre di altri mezzi che le proprie idee, passarono alla lotta aperta e pubblica attaccando da posizioni di sinistra il « centrismo staliniano », l’Internazionale comunista e il P.C.I.'. Alla fine del 1930 Ravazzoli, Leonetti e Tresso si rivolsero a Trotzkij con una lettera firmata « Nuova Opposizione Italiana » e con la quale aderivano, come sezione italiana, al Segretariato internazionale dell’Opposizione, di cui l’esule di Prinkipo era il prestigioso capo. Inoltre essi decisero di pubblicare un periodico per cercare di diffondere le loro posizioni dissidenti nel movimento operaio e nelle file stesse dei P.C.d'L.

Il Bollettino della N.O.I.

Il Bollettino dell'Opposizione [...]

[...]

so Leonetti e la sua compagna Pia Carena (v.). Vi collaborarono con maggior frequenza Mario Bavassano [Rey, Giacomi), Giovanni Boero [BarbaGianni), Paolo Ravazzoli [Uno, Santini) e Trotzkji [Alfa) che contribuì quasi a ogni numero. La tiratura si aggirava sulle 200300 copie; queste venivano distribuite « ad personam » e spedite in vari paesi, compresi U.R.S.S. e U.S.A., a biblioteche con servizi di lettura, redazioni di giornali antifascisti ecc.. Naturalmente il luogo di maggior diffusione era la Francia, tra gli ambienti dell'emigrazione italiana, mentre di rado il bollettino poteva raggiungere l’Italia, per mancanza di collegamenti organizzativi dei « tre » con il paese. Poiché la N.O.I. si considerava una frazione interna del P.C.d’L, « la propaganda dalle colonne del suo Bollettino mirava essenzialmente a convincere i quadri operai più onesti del Partito a rovesciare la direzione staliniana, per tornare alle tradizioni del leninismo, e nel caso italiano anche del gramscismo » [Massari). Sulle sue pagine, a parte la vivace polemi[...]

[...]nterna del P.C.d’L, « la propaganda dalle colonne del suo Bollettino mirava essenzialmente a convincere i quadri operai più onesti del Partito a rovesciare la direzione staliniana, per tornare alle tradizioni del leninismo, e nel caso italiano anche del gramscismo » [Massari). Sulle sue pagine, a parte la vivace polemica contro i singoli dirigenti del P.C.I. operanti a Parigi [Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Ruggero Grieco, Giuseppe di Vittorio ecc.), vi era la costante denuncia delTautoritarismo e del burocratismo di matrice staliniana che, senza tener conto della realtà esistente in Italia e in Europa, portava il movimento operaio e in primo luogo i militanti comunisti allo sbaraglio, mentre lo stesso popolo russo era costretto a paga re un prezzo pesantissimo di sacrifici e vite umane per le scelte politiche di Stalin. Da qui un costante « rinvio alle masse, ai bisogni reali delle masse, al movimento delle masse effettivamente esi

Pietro Tresso

185


successivi
Grazie ad un complesso algoritmo ideato in anni di riflessione epistemologica, scientifica e tecnica, dal termine C.C., nel sottoinsieme prescelto del corpus autorizzato è possible visualizzare il seguente gramma di relazioni strutturali (ma in ciroscrivibili corpora storicamente determinati: non ce ne voglia l'autore dell'edizione critica del CLG di Saussure se azzardiamo per lo strumento un orizzonte ad uso semantico verso uno storicismo μετ´ἐπιστήμης...). I termini sono ordinati secondo somma della distanza con il termine prescelto e secondo peculiarità del termine, diagnosticando una basilare mappa delle associazioni di idee (associazione di ciò che l'algoritmo isola come segmenti - fissi se frequenti - di sintagmi stimabili come nomi) di una data cultura (in questa sede intesa riduttivamente come corpus di testi storicamente determinabili); nei prossimi mesi saranno sviluppati strumenti di comparazione booleana di insiemi di corpora circoscrivibili; applicazioni sul complessivo linguaggio storico naturale saranno altresì possibili.
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